lunedì 26 ottobre 2020

Alcune regole per post brevi e commenti su Facebook e Twitter

Vi capita ogni tanto di scrivere un post interessantissimo su Twitter o su Facebook oppure un commento ironico e sferzante, ma i commenti e e le risposte si concentrano solo su un particolare secondario oppure quello che avete espresso viene travisato? Ci sono effettivamente alcune regole da seguire per evitarlo.

Post o commenti brevi efficaci
Proprio perchè sono "brevi" devono concentrarsi su un solo concetto, associato a un argomento attinente a quello che vogliamo affermare o informare, argomento sul quale ci aspettiamo i commenti e ci prepariamo a precisare e controbattere. Nelle precisazioni eventualmente estenderemo gli argomenti e le motivazioni, aggiungendo dati ed esempi. Non nel post o commento breve, altrimenti non rimane breve e soprattutto viene deviato o trevisato, perché:

  1. abbiamo messo un argomento rafforzativo che riteniamo scontato oppure divertente, ma su questo si concentreranno tutti i commenti, annullando il post o commento;
  2. siamo stati troppo affermativi, sentenziosi, abbiamo espresso il concetto senza argomenti, con parole che sembrano calate dall'alto di una qualche autorevolezza (anche se reale, raramente rispettata), su questo tono "arrogante" si concenteranno i commenti negativi, ignorando il concetto e annullando il post o commento;
  3. in un commento abbiamo inserito un riferimento personale, del tipo "tu sei tra quelli che sicuramente ..." senza però controllare chi è l'interlocutore, il risultato è che, il commento sarà annullato dalle risposte critiche sulla mancanza di educazione, arroganza ecc., a maggior ragione se l'interlocutore è un "personaggio social" o ha molti amici, in pratica una specie di squalifica senza entrare in campo;
  4. sempre riguardo al punto precedente (la cosidetta "netiquette") considerare sempre in base al contesto se usare il "tu" o il "lei"; il "tu" è lo standard sul web, ma non tutti lo sanno, e quindi ci si espone ai commenti stizziti del tipo "perchè mi dà del tu, ci conosciamo?";
  5. cercare sempre, inoltre, di presentare la propria affermazione in una forma che non appare arrogante o impositiva; usare il classico "a mio parere" o "io penso che" è la soluzione più semplice (ai tempi di internet si usava IMHO, In My Humble Opinion, ma nei social la platea si è allargata enormente e queste regole da iniziati si sono velocemente perse) ma anche banale (è evidente che esprimiamo il nostro parere, e di chi altri?), si può usare invece il classico "ma" ("è vero che quello che sostieni a volte accade, ma ...") o studiare in base al contesto una struttura della frase meno imperativa;
  6. è sempre fondamentale rileggere il post/commento per evitare refusi, errori, coniugazioni sbagliate ecc. (anche su questo si concentreranno i commenti negativi) nonchè la forma ed eventuali possibilità di fraintendimento; nella rilettura però ci potrebbero venire in mente contro-argomenti e quindi ci potrebbe venire voglia di premettere subito la precisazione o l'obiezione; sbagliato, saranno altrettante deviazioni, e il post/commento non sarà più breve, tenete pronti i contro-argomenti per quando serviranno.
Esempio
Un tipico post che vuole sostenere l'utilità del MES (sarebbe lo stesso se volesse sostenere il contrario), potrebbe essere "Non c'è motivo di non richiedere il MES, è un prestito a interessi zero e con ampia dilazione, nella vita reale lo accetteremmo a occhi chiusi". I commenti si concentreranno sulla convenienza a confronto con debito pubblico finanziato da BOT o BOT "patriottici" e sarà quindi sul tema. Ma, se cominciamo con "E' assurdo che ..."  è un incipit che insulta in qualche modo chi non è d'accordo (sta sostenendo qualcosa di "assurdo", è un ignorante o un idiota) e darà il via a commenti che tenderanno anch'essi all'insulto. Se poi fosse aggiunto un altro argomento del tipo "...è evidente quindi che solo sovranisti e populisti che vogliono in realtà uscire dalla UE e dall'Euro possono sostenerelo" i commenti si sposteranno sulla UE, sui suoi vantaggi e svantaggi, sul concetto di sovransimo ecc. e del MES non si parlerebbe più.

Troll e risposte aggressive
Tutto quanto sopra vale per le risposte di interlocutori di cui ci interessa il parere, anche per mettere alla prova i nostri argomenti, affinarli o scoprirne i punti deboli, da chiarire o argomentare meglio. Ma spesso, soprattutto su Twitter, possiamo incappare in troll o anche utenti veri che insultano, prendono in giro, ai quali quindi siamo tentati di rispondere per le rime, e avvelenano così il thread rendendolo ingestibile. Le difese possibili sono solo:

  1. i troll su Twitter hanno nickname e indirizzo anonimi, nel senso che non sono un nome e un cognome, la prima difesa quindi è l'attacco (ovviamente se voi usate nome e cognome): "non ti rispondo neanche perché ti nascondi come un vigliacco dietro a un nome finto, ecc."
  2. su FB i troll hanno per forza un nome e un cognome, ma può essere finto, basta controllare sul profilo, che di solito sarà semi-vuoto, per accertarsene e chiudere il thread con lui/lei nello stesso modo
  3. se il troll insiste si blocca senza perdere altro tempo, su Twitter dopo averlo segnalato come "comportamento offensivo" (dopo un po' di segnalazioni sarà chiuso l'account, lui ne aprirà subito un altro, ma almeno gli abbiamo dato un po' di fastidio)
  4. idem se è una persona vera, ma è uno sconosciuto, se è un conoscente o amico ovviamente sarà da valutare caso per caso
Con questi semplici accorgimenti accompagnati dalla solit regola (rileggere quello che abbiamo scritto con attenzione e mettendosi nei panni degli ipotetici interlocutori) potremo utilizzare in modo più eficace i social "testuali".



mercoledì 30 settembre 2020

La DAD 6 mesi dopo

La pandemia e il lockdown hanno richiesto l’applicazione di massa di modalità di istruzione e di lavoro proposte da anni per i loro vantaggi ma nonostante ciò poco diffuse. Sono ovviamente la didattica a distanza o DAD e lo Smart working. Finita la fase critica si assiste a una sorta di reazione di rigetto e al diffuso desiderio di tornare alla istruzione e al lavoro in presenza sempre e per tutti. Sarebbe un errore. Qualche considerazione che deriva dall’esperienza, per iniziare, sulla DAD. Per prima cosa, la formazione a distanza o e-learning e’ applicata da anni e con successo. Non e’ invece mai stata applicata o quasi nella scuola italiana, nonostante molti corsi di “scuola digitale”. Perché non avrebbe funzionato la primavera scorsa? I requisiti per l’e-learning sono: 1) la partecipazione e’ volontaria e quasi sempre a pagamento diretto o indiretto 2) il raggiungimento degli obiettivi e’ certificato con verifiche in presenza od oggettive 3) i partecipanti hanno gli strumenti necessari (PC desktop o mobile con microfono e webcam e connessione adeguata) 4) contenuti formativi e insegnanti con ottima conoscenza della materia. 


La DAD aveva solo il quarto requisito, per gli altri: 1) la scuola e’ dell’obbligo in tutti i cicli (anche nel terzo sostanzialmente) e sappiamo che gli studenti si dividono in una maggioranza che vuole raggiungere i risultati e studia con impegno e una minoranza non piccola che per vari motivi non da’ importanza ai risultati dello studio e studia solo se sollecitata di continuo 2) non era possibile il rientro per le verifiche in presenza e non sono state definite modalità standard per le verifiche oggettive (es. interrogazioni in webcam o test a risposta multipla senza preavviso e con tempi ridotti) 3) una parte consistente degli studenti non aveva un PC proprio nonostante anni di spinta sull’informatica e costi inferiori a uno smartphone, e si è quindi ingegnata a seguire la DAD con lo smartphone. 

Nessun dubbio quindi che sia stata una “didattica di emergenza” efficace quasi completamente per gli studenti consapevoli dell’importanza dello studio e con strumenti adeguati, e a vari livelli meno efficace per gli altri. Il primo e il secondo punto hanno comportato il fenomeno che ha preoccupato tutti gli insegnanti delle superiori e delle medie: la facilità di copiare, e quindi la inefficacia dell’insegnamento. Questo Nel nuovo anno scolastico la presenza a scuola sarà invece garantita e quindi saranno possibili le interrogazioni o i compiti di verifica. Le fasi in presenza saranno fondamentali anche per gli studenti del secondo gruppo, per motivarli, individuate le cause della disaffezione ecc. D’altra parte anche nel e-learning professionale e’ sempre più adottato il blended learning, parte in presenza e parte da remoto, proprio per garantire la migliore efficacia dello studio. Infine per gli strumenti, mettere a disposizione un notebook a tutti gli studenti delle superiori (come in Svezia, ad esempio) e per le situazioni in cui e’ utile ha ormai un costo del tutto sostenibile. 

 In sintesi la DAD non deve essere abbandonata, ora consentirà alle superiori e medie di ovviare alle carenze strutturali e alla fornitura dei banchi adatti al distanziamento (la priorità delle consegne e’ ovviamente per la scuola primaria) e in futuro una maggiore flessibilità nella gestione dei tempi e delle iniziative di formazione.

martedì 19 maggio 2020

Covid-19 - Finisce il lockdown . I dati

Il 18 maggio finisce la controversa Fase 2 e inizia anticipatamente la Fase 3 (o inizia finalmente la Fase 2, secondo i critici), in altre parole finisce il periodo di lockdown duro, #iorestoacasa e inizia il periodo dei protocolli di sicurezza e della responsabilità dei cittadini.

Come ci arriviamo? La pandemia è stata effettivamente domata?
Vediamo i dati all'ultimo giorno di lockdown, seppur ammorbidito, il 17 maggio 2020.
Cominciamo dal dato più esplicativo, il numero di persone ricoverate e positive al Covid-19, ovvero quelle che possono uscirne solo come guarite o, purtroppo decedute.

Il grafico esprime in modo chiaro l'andamento della pandemia: salita molto veloce (esponenziale) e discesa lineare, con qualche occasionale stop, ma con pendenza minore. Per arrivare al numero di riceverati del primo giorno effettivo di lockdown (il 10 marzo, 5.098 persone) con questa velocità di discesa occorreranno ancora 10-12 giorni, quindi sino a fine mese.

Altro grafico esplicativo vede a confronto i due stati che seguono, ovvero guarti o deceduti.

La progressiane dei dimessi guariti in crescita costante, con pendenza simile, come ovvio, a quella della riduzione dei ricoverati vista prima.
Si nota nella parte bassa la riduzione costante dei ricoverati in terapia intensiva. Erano 877 il 10 marzo, sono ora 762, il pareggio si è già verificato, tra il 13 e il 14 maggio.
Questo è importante perché, come sappiamo il numero di posti in Terapia intensiva è stato molto incrementato negli ultimi due mesi, ed è quindi pronto a sosteere anche un malaugurato ritorno della pandemia. La terza curva è la più triste è quella totale dei deceduti, ovviamente non può scendere, ma solo diventare orizzonatale quando saranno zero in ungiorno in tutta Italia.

Terzo e ultimo grafico, glia ttualmente positivi, che scendono, ma il cui valore totale (mostrato) assieme al valoroe giornaliero, dipende dal numero dei tamponi, che sono ancora lontano dai terotici 65 milioni (considerando gli stranieri che lavorano e vivono in Italia), ma che ha comunque superato i 3 milioni, con quasi 2 milioni di casi testati (escludendo quindi i tamponi doppi alla stessa persona.

In sintesi
La pandemia è in decrescita come si voleva, ma i positivi sono ancora quasi 70.000, numero da moltiplicare per un numero di volte che si saprà con qualche approssimazione solo quando sarà concluso il test nazionale di sieropositività dell'Istat (metà giugno?).
Altro elemento peculiare che la metà del fenomeno numericamente è quasi in tutti i parametri (in primis dei deceduti) è in Lombardia. quindi 1/6 della popolazione pesa come un 1/2, con i prevedibili effetti rispetto all'andamento statistico della pandemia.



venerdì 10 aprile 2020

Covid-19 - Il picco dopo un mese

Un mese fa, il 10 aprile, era il primo giorno di lockdown in tutta Italia. E tutti gli italiani, che si sono dimostati osservanti gli obblighi con grande disciplina, si chiedono se siamo arrivati o no al famoso picco, al plateu da cui inizia la discesa.
I dati della Protezione Civile, disponibili come open data sin da fine febbraio, sono da usare con attenzione, perché hanno diverse dipendenze. Per esempio il numero dei contagiati, che sarebbe il dato oggettivo che serve per sapere se siamo al plateu, dipende dal numero dei tamponi effettuati, come ormai tutti sanno.
Tra tutti i dati forniti ce n'è però uno che è sufficientemente oggettivo, al netto solo di ritardi di comunicazione da questa o quella regione, che però sono secondari su un periodo lungo oltre un mese. Dall'andamento di questo dato possiamo vedere che sì, siamo arrivati al plateu.
Il dato è quello dei ricoverati con sintomi, fornito dagli ospedali, oggettivo e non dipendente da altri, unica variante sono se i sintomi sono confermati o meno, ma dovrebbe essere abbastanza costante giorno dopo giorno.

Altro dato sempre interessante è il confronto tra i tamponi effettuati (arrivati negli ultimi giorni intorno ai 50.000 al giorno e ad oltre 800.000 totali) e i casi positivi individuati.


In sintesi, stiamo uscendo dalla fase 1, ora l'obiettivo è di non tornarci dentro.

martedì 31 marzo 2020

Open data sul coronavirus Covid-19 - 31marzo 2020

Non tutti sanno che la Protezione Civile pubblica a cadenza giornaliera su un noto portale "open data" internazionale (Github) i dati rilevati per la pandemia in corso. I dati rilevati sono quelli previsti dalla OMS e difatti uno dei campi previsti è l'indicazione della nazione che li rileva.
Da questi dati sono tratti i grafici che alcuni media occasionalmente pubblicano, ma si possono scaricare e importare in Excel e fare altre analisi mirate. Per esempio quelle che proponiamo, orientate a individuare l'avvicinamento al picco.

I dati che vengono rilevati sono: ricoverati con sintomi / terapia intensiva / totale ospedalizza / isolamento domiciliare / totale attualmente positivi /nuovi attualmente positivi /dimessi guariti / deceduti / totale casi (contagiati) / tamponi.

Selezionando il dato sul totale dei contagiati rispetto al totale degli attualmente positivi possiamo verificare l'evoluzione della pandemia (i dati sono raccolti dal 24 febbraio). Si vede chiaramente che la curve degli attualmente positivi comincia ad appiattirsi rispetto all'altra dal 23/24 marzo.
Nel trend precedente il totale dei contagiati dipende dal numero dei tamponi eseguiti, che non raggiungono tutta la popolazione come noto. Un indicatore più oggettivo e purtoppo drammatico è invece il numero di deceduti rispetto al numero dei malati gravi e dei guariti. In questa curva si vede in modo chiaro l'appiattimento dei pazienti in terapia intensiva già a partire dal 20-21 marzo.
Rimane la crescita per dimessi e deceduti a causa del "backlog" accumulato nelle prime drammatice settimane dello "tsunami" in Lombardia. soprattutto.
Altro dato interessante e significativo è l'andamento dei tamponi negativi, che si rileva confrontando i contagiati rispetto al totale dei tamponi eseguiti. E' molto variabile perché dipende dal numero di tamponi fatti, come sappiamo infatti le scelte sul numero di campioni da effettuare sono state molto diverse tra Lombardia e Veneto e per le altre Regioni (vedi articolo su Il Post).
Dalla fine della scorsa settimana però si estendono in tutte le Regioni e il dato è in forte discesa (3,45% al 30 marzo). Il numero di tamponi include probabilmente anche quelli per conferma, quindi la percentuale reale è forse più elevata. E' troppo presto per fare un'estrapolazione a tutta l'Italia ma siamo lontani dalle situazioni di metà mese con 1 positivo ogni 4 tamponi.
In questo secondo grafico la percentuale (elevata a 100K) è confrontata con il totale dei contagiati e con i nuovi tamponi effettuati nel giorno.


giovedì 7 novembre 2019

I Lager libici esistono veramente?

I LAGER LIBICI. Argomento molto delicato, si rischia facilmente di essere presi per suprematisti nemici dei diritti umani. Ma, essendo la principale motivazione per l'accoglienza indiscriminata, un approfondimento sarebbe necessario. Un paio di settimane fa su L'Espresso si poteva leggere finalmente la testimonianza di una giornalista che era andata a visitarli, la storia di copertina era infatti "Libia. Quello che non vogliamo vedere". In effetti sono pochi i reportage di giornalisti che li abbiano visitati, tutto quello che sappiamo lo abbiamo appreso dai racconti dei migranti salvati. L'articolo in realtà non dice molto e di campi la giornalista ne ha visitato solo uno, pare, ma si possono lo stesso capire diverse cose.

Iniziamo dal nome, che è la cosa più importante nell'era della comunicazione. "Lager" in tedesco significa "campo" e di per sè non vuol dire nulla se non sappiamo che tipo di campo è. Escludendo l'agricoltura, i campi possono essere "di accoglienza temporanea" (anche quelli post-terremoto lo sono), "di detenzione" o, purtroppo, novità del 900, "di sterminio". Quest'ultima tipologia è quella che viene in mente per prima, perché la shoa è qualcosa che viene giustamente ricordato sempre, e quindi "lager libici" provoca istantaneamente questa associazione di idee.

Nel caso dei lager libici, anche dall'articolo e dalle poche foto a corredo, nonché da altre testimonianze, si deduce che non sono certamente "campi di sterminio" come quelli dei nazisti. L'obiettivo di chi li gestisce non è sterminare un popolo o tutti quelli che vi entrano. Ed inoltre, le persone detenute sono arrivate in Libia di loro spontanea volontà, anche se probabilmente ingannate, non su carri piombati.
I campi, come si capisce dall'articolo, sono di tre tipi:
(1) campi "di accoglienza" gestiti dalle autorità ufficiali del governo libico (quella che sia);
(2) campi "di accoglienza" dati in gestione più o meno legalizzata dal governo libico a organizzazioni para-governative
(3) campi "di detenzione" gestiti da gruppi criminali che operano nel settore.

Un campo di detenzione in Libia - La foto (sempre de L'Espresso) è però precedente, del 2017
La parola "accoglienza" deve essere approfondita. Riguarda in realtà le persone che entrano nel paese (anche in Italia e in Europa) senza visto, in modo irregolare, ma chiedono asilo. In attesa di verificare se ne hanno diritto vengono appunto ristretti in un "campo di accoglienza", che è anche, fino a che non arriva l'ok, un "campo di detenzione". Se non ci sono i requisiti per l'asilo, nel mondo ideale, sono rimpatriati. Tutto ciò in base agli accordi del 2017, dovrebbe avvenire sia in Italia sia in Libia.

Nel mondo reale e in particolare in Libia, dove un vero governo non è neanche chiaro se ci sia, le cose vanno in modo un po' diverso. Ci sono anzitutto alcuni campi del tipo (1), gestiti dal DCIM libico (Dipartimento contro l'immigrazione clandestina) dove le regole di detenzione temporanea sono simili a quelle in uso da noi. Le condizioni del campo non sono ideali ma per motivi pratici ed economici (bagni insufficienti ecc.), non per crudeltà di chi li gestisce. La giornalista (Francesca Mannocchi) ha visitato appunto uno di questi e ha parlato con il direttore del DCIM El Mabruk Abulhafid, che definisce "un uomo sincero" che parla "con coraggio".

Dalla conversazione si apprende che esistono anche i campi di tipo (2) e (3). Che hanno obiettivi simili tra loro, anche se chi li gestisce nel primo caso ha una copertura governativa e nel secondo la copertura deriva invece dal fatto che si tratta di gruppi armati.
L'obiettivo di chi gestisce questi campi è, banalmente, spellare i migranti che vi arrivano, ricavando da loro il più possibile in termini di denaro. Il meccanismo è semplice e si può ricavare da altre fonti, in particolare interviste nei paesi di origine.
I trafficanti con loro emissari vanno a cercare aspiranti migranti in località rurali o in generale tra soggetti poco informati, proponendo l'arrivo in Europa con costi che sono un decimo o anche molto meno di quelli reali, quindi che appaiono fattibili a chi ha un reddito che è un decimo o un cinquantesimo del nostro. Il viaggio procede regolarmente fino ai campi ("di sosta" in questo caso) in Libia e lì si fermano, all'inizio probabilmente con la scusa di attendere le condizioni giuste per il viaggio via mare. Ma poi comincia il ricatto, in pratica diventano ostaggi dei trafficanti, che chiedono molti più soldi, loro contattano disperatamente le famiglie in patria o già in Europa, ci sono rilanci, torture, stupri e violenze per chi resiste e tutto il resto che purtroppo sappiamo.

Quelli che riescono a mettere da parte le cifre enormi che conosciamo vengono messi in mare sui gommoni speciali per i migranti con tanto di giubbotto salvagente (se hanno pagato tutto) o senza (se non hanno pagato questo extra) oppure, nuovo sistema dall'anno scorso dopo i "decreti sicurezza", su navi più grandi che poi li mollano su barchini che a malapena possono raggiungere la riva, dai quali saranno salvati come naufraghi.

Quindi in sintesi in Libia non ci sono "lager" intesi come "campi di sterminio" ma ci sono invece pesanti violazioni dei diritti umani derivanti soprattutto dall'assenza di un governo che controlla il territorio. Adottando la linea "accogliamoli tutti" non si risolverebbe però affatto il problema, anzi il contratrio, si moltiplicherebbero per i trafficanti le occasioni di guadagno, perché sarebbero molti di più gli aspiranti migranti che cadrebbero nella loro rete. E si rafforzerebbero i gruppi armati e paramilitari per i quali evidentemente il traffico di immigrati clandestini è una importante fonte di finanziamento.



domenica 3 novembre 2019

Il reddito di cittadinanza può funzionare?

Dopo oltre un semestre dall'introduzione è possibile cominciare a chiedersi se il RdC può effettivamente rispondere ai suoi obiettivi. E' necessario però avere prima chiari quali erano gli obiettivi, cosa c'era in precedenza, quali aspettative ci sono per la prosecuzione. In questo post è tutto spiegato in sintesi e senza fare ricorso a termini legali o citazioni di leggi.

Il Reddito di Cittadinanza in SINTESI
Partiamo da una considerazione che non sempre si fa: il sostegno per chi non ha un reddito in Italia è sempre stato collegato alla situazione di “lavoratore” e soprattutto di lavoratore dipendente. Nel jobs act, che introduce in modo completo in Italia le politiche attive del lavoro, il sostegno è rappresentato dalla NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) e dal supporto fornito dallo Stato per la ricerca di un nuovo lavoro. Rispetto alla legislazione precedente (legge Fornero sul lavoro, 2012) il sostegno, che è sempre proporzionale alla durata del lavoro precedente, è esteso da un massimo di 8 ad un massimo di 24 mesi, come in Danimarca, “paese esempio” per le politiche attive (flexecurity).
Per chi è senza lavoro e non è in grado di mantenersi perché non ha mai lavorato e si ritrova senza reddito (casalinghe rimaste senza marito, figli mantenuti da genitori pensionati che non ci sono più, imprenditori la cui impresa è fallita, ecc.) o non lavora più da troppo tempo sono stati previsti negli anni sostegni di vario tipo ma mai sistematici e mai “universali”, e cessati nel frattempo. Non considero ovviamente le situazioni di malattia, invalidità e inabilità al lavoro.

A coprire questa carenza è arrivata la proposta del “reddito di cittadinanza” (RdC). Dal nome e dalle prime descrizioni sembrava in realtà un’altra cosa, ovvero il “basic income” un sistema teorizzato da diversi economisti ma mai applicato in nessun paese, tranne che in modo molto marginale in Alaska. Ma nelle prime proposte di legge si è invece visto che era la riproposizione in Italia dei sistemi di sostegno al reddito di queste categorie di persone, già attuato in altri paesi europei come Francia e Germania.

Diversi partiti tra cui il PD hanno da subito criticato questa proposta perché rischiava di reintrodurre politiche passive di assistenza e per giunta incondizionate e senza limitazione di tempo. Ma dopo una lunga fase polemica ha introdotto (governo Gentiloni) il REI (Reddito di Inclusione) un intervento di sostegno sulla stessa falasariga e per gli stessi scopi, il  andato in attuazione a fine 2017 e probabilmente assai poco percepito dagli elettori a marzo del 2018.
Gli elementi di base del REI sono gli stessi applicati negli altri paesi e in sintesi sono:
  • è rivolto solo a chi è sotto a una soglia di povertà (per nucleo famigliare)
  • chi rientra nei requisiti riceve un assegno mensile sotto forma di “social card” elettronica, proporzionato al reddito comunque posseduto, sino ad un massimo di ca. 500 € per chi è privo di reddito e senza abitazione propria
  • durata limitata a 18+12 mesi con sospensione di 6 mesi
  • è una politica attiva nel senso che, come dice il nome, ha l’obiettivo primario di “includere” i percettori nel mondo del lavoro e quindi farli uscire dalla condizione di povertà
Cosa cambia con il Reddito di cittadinanza
Il REI è andato in funzione solo per pochi mesi e poi sostanzialmente bloccato con le elezioni, e quindi sostituito del tutto dal RdC, con le seguenti differenze:
  • allargamento della platea di potenziali percettori tramite innalzamento delle soglie (quindi maggior impegno finanziario)
  • incremento dell’importo massimo dell’assegno a 780 € (per chi non ha un’abitazione di famiglia propria ma è in affitto) 
  • durata incondizionata (con proroga su richiesta ogni 18 mesi) e quindi illimitata
  • prevede esplicitamente un diverso trattamento tra i percettori che hanno capacità lavorativa e quelli no (indipendentemente dallo stato di salute) . Per questi ultimi l’assegno rimane come politica passiva di assistenza, a integrazione di quelle già esistenti anche a livello locale.
  • per i primi prevede la unificazione delle politiche attive con quelle già previste per i disoccupati già nel mondo del lavoro, inclusa sospensione di quelle già in funzione (come l’ADR: Assegno di Ricollocazione)
  • contestuale potenziamento dei centri per l’impiego (CPI) mediante l’assunzione e distribuzione sul territorio di un forte numero di “navigator” (un’azione di rafforzamento che riprende l’analoga già prevista dal jobs act e poi bloccata dal No al referendum del 2016)
  • probabilmente per bloccare le polemiche sui “fancazzisti sul divano” è introdotto anche l’obbligo di svolgere lavori socialmente utili per almeno 6 ore alla settimana (non di più se no gli interessati non potrebbero partecipare alle iniziative di ricerca di lavoro).
Le criticità di attuazione
Le principali criticità di attuazione, comuni al REI e al RdC, sono in parte specifiche del nostro paese e in parte comuni, quelle specifiche:
  • l’estensione elevata rispetto ad altri paesi dell’evasione fiscale, che falsa ovviamente il possesso di requisiti
  • l’elevata percentuale di famiglie che vivono in casa di proprietà, anche di valore, oppure in comodato d’uso, e che possono però trovarsi senza reddito o con reddito insufficiente
  • la carenza di case in affitto e il loro costo rende problematico lo spostamento dove si trova il lavoro
  • le forti differenze del costo della vita tra aree geografiche (anche di 2 volte)
  • le forti differenze nella organizzazione ed efficienza dei CPI tra aree geografiche
  • la sospensione degli interventi mirati a chi ha maggior probabilità di successo occupazionale (già occupati e temporaneamente disoccupati) sposta risorse da un target dove sarebbero efficaci verso un altro dove lo sono molto meno
  • la organizzazione dei lavori socialmente utili, già sperimentati negli anni ‘90, si era già dimostrata estremamente difficoltosa e diventa impossibile ora con i regolamenti sul lavoro e sulla sicurezza, oltre ad altri vincoli, è in pratica sostanzialmente inattuabile.
Comuni a tutti i paesi europei:
  • il primo inserimento o reinserimento ritardato nel mondo del lavoro ha sempre una bassa percentuale di successo, in Germania era meno del 20% un paio di anni fa
  • il successo occupazionale è fortemente dipendente dai cicli economici e dalla realtà territoriale
  • l’intervento richiesto è più complesso e costoso
  • se l’intervento è realizzato con efficacia rende però il numero di soggetti progressivamente inferiore e quindi sostenibile
Tirando le somme
In sintesi (considerazioni del blog ma largamente condivise nel settore):
  • un intervento “universale” di sostegno al reddito è necessario (è opportuno dimenticare le polemiche tipo “tutti fancazzisti”)
  • i due settori di intervento devono essere distinti e non deve essere trascurato quello indirizzato a chi ha già esperienze e competenze, per ovvi motivi di impatto sull’economia e sui livelli occupazionali
  • l’obbligo di lavori socialmente utili è ingestibile e andrebbe eliminato
  • dovrebbe essere introdotto nuovamente il ricorso alle agenzie del lavoro private (vedi Assegno di ricollocazione) per i disoccupati ed esteso anche per il RdC
  • deve essere rivisto e ridefinito il ruolo di ANPAL in particolare riguardo al potere di controllo sui livelli di prestazioni standard richieste alle Regioni.
  • l’importo dell’assegno dovrebbe essere differenziato per area geografica
  • l’aspetto “casa” dovrebbe essere analizzato e indirizzato.
  • l’intervento si intreccia fortemente e ha forte dipendenza per i risultati attesi con altri problemi strutturali e di lungo periodo del nostro paese, di portata molto più ampia:
    • separazione tra sistema di istruzione e mondo della scuola
    • distanza molto grande (e in allargamaneto) del sistema produttivo tra nord e sud
    • sistema delle case popolari “cristallizzato” e di efficacia limitata
    • evasione fiscale “strutturale” per ampi settori.
  • per questo motivo l'efficacia del Reddito di cittadinanza e, in generale, delle politiche attive del lavoro e sarà sempre limitata o parziale se questi problemi strutturali non saranno indirizzati in modo sistematici e attenuati e/o superati progressivamente.
Primi bilanci
La valutazione dei primi risultati, che cominciano ad essere noti da ottobre 2019, confermano sia le criticità citate prima sia i problemi di fondo che questo provvedimento porta con sé. Il tentativo di anticipare i tempi per l'attivazione di un supporto alla collocazione nel mercato del lavoro dei percettori del reddito (i navigator) ha avuto sinora risultati pressoché nulli. Non solo per il tempo insufficente e per la complessità della "governance" tra Stato e Regioni, ma soprattutto per la scarsa domanda di lavoro nelle aree in cui vi sono più percettori. L'impatto sul lavoro è stato molto marginale e l'intervento è risultato per ora solo assistenziale. Una legge non può creare da sola lavoro (privato) dove è scarso o quasi non c'è.