sabato 29 dicembre 2007

Come fermare il governo istituzionale

Non abbiamo fatto in tempo a rallegrarci perché l’anno è andato, e meglio del previsto (vedi post precedente) ed ecco che arriva Dini.

Qualche tempo fa avevo cercato di svelare il mistero Dini. Benevolmente escludevo mire personali e vedevo nel suo movimentismo una posizione di referente per gli ambienti confindustriali. Invece pare proprio che sia stato troppo ottimista, la molla potrebbe essere l'ambizione personale.

L'obiettivo però non sarebbe quello di diventare presidente del consiglio. Pare effettivamente un po' troppo far mancare i voti a un governo per rendere indispensabile un governo istituzionale e poi presentarsi come uomo sopra le parti per dirigere lo stesso governo.

Secondo il piano segreto l'uomo sopra le parti sarebbe Marini, che dovrebbe quindi lasciare la presidenza del Senato. E Dini prenderebbe il suo posto assumendo la seconda carica dello Stato. Un buon punto di partenza per diventare poi in seguito presidente della Repubblica. Effettivamente, alla fine del mandato di Napolitano, Dini avrebbe solo 82 anni. Tanto i numeri in Senato li avrebbe, tutto il CD più i suoi senatori (votati da noi).

Il piano segreto prevede che a prendersi la colpa di far cadere il governo Prodi sia la sinistra radicale. Dini e/o Bordon (non si capisce ancora) proporranno un programma - ultimatum contenente punti irricevibili (in pensione a 82 anni? flat tax? esami di ammissione all'asilo?) e loro faranno la parte dei cattivi.

triciclo-2Quindi l'attenta regia di Natale (una notizia cattiva per il governo per scacciare quella buona) avrebbe un regista, sempre lui (Silvio, intendo). Diciamo che, puntando a un nuovo ribaltone, si è affidato ad un esperto in ribaltoni, appunto il buon Dini (dimentico delle badilate di mota ricevute a suo tempo dal Giornale e da Guzzanti).

Non mi dilungo sul fatto che il piano segreto è noto a tutti, che Marini non è disponibile, che il sistema escogitato sembra troppo puerile anche per un bimbo di terza elementare. Continuo a pensare che i giornalisti (e i loro suggeritori) siano partiti di fantasia.

Voglio invece occuparmi del minaccioso fantasma del governo istituzionale. Minaccioso soprattutto per il centro-sinistra e in massimo grado per il PD. Nel governo istituzionale sarebbero infatti assieme ministri del PD, di Forza Italia e di AN. Un connubio incomprensibile e indigeribile con chi persegue obiettivi opposti con metodi inaccettabili (la confessata e conclamata compravendita di senatori, per restare solo all'ultima).

Un connubio dagli effetti devastanti sull'elettorato. Anche se il PD rimanesse unito (ne dubito) l'esodo degli elettori verso altri partiti e verso il non voto (soprattutto) sarebbe talmente massiccio da rendere impossibile una vittoria del CS nelle inevitabili successive elezioni anticipate. Neanche se il candidato premier fosse Sandro Bondi avremmo una possibilità.

Eppure un sistema per fermare sul nascere l’ipotesi governo istituzionale e il piano di Dini, vero o presunto che sia, esiste. Sarebbe sufficiente far firmare a tutti i deputati del PD (che sono 186) un documento di due righe, con qualcosa del tipo “mi impegno a non votare mai e per nessun motivo un governo nel quale siano presenti esponenti indicati da partiti che fanno parte della coalizione avversa, per coerenza con il mandato ricevuto dai miei elettori."

Come si vede dal file excel che allego, nel quale sono riportati i seggi alla Camera (dal sito della Camera), l’eventuale governo istituzionale non avrebbe la maggioranza. Al CD mancano 35+1 deputati, anche nella ipotesi che l’Udeur si associ (ne dubito) e che lo facciano anche i 6 deputati non iscritti a nessun partito (ma uno è un fuoriuscito da RC) rimarrebbero sempre 16 deputati (14 Udeur + 6 = 20) da trovare. Improbabile che provengano dalla sinistra radicale, o dal gruppo Di Pietro, o dai Radicali. I partiti delle minoranze linguistiche si assocerebbero solo se non fossero indispensabili, per ovvi motivi. Qualcuno del PD potrebbe passare dall’altra parte, ma 16 (che comunque darebbero una maggioranza di un voto su 630 …) sono parecchi.

Quindi ecco perché Prodi parla, con il suo invidiabile ottimismo, di una maggioranza impossibile alla Camera.

Ma sarebbe meglio far firmare questo impegno, proprio per stroncare da subito ogni manovra e per verificare la tenuta e la coerenza, sulla linea di Veltroni, di tutto il PD.


domenica 23 dicembre 2007

Grazie, Prodi

Si avvicina la fine dell'anno, si dovrebbero tirare le somme, molti argomenti sarebbero da approfondire, anche se spesso sono auto esplicativi (vedi le intercettazioni, alla fine ci è caduto dentro pure lui). E non parliamo della telenovela sistema elettorale. E poi, sentiamo tutti il bisogno di una pausa, credo.

Ma voglio limitarmi a un grazie alla persona che alla fine ha portato a casa il risultato più importante per la sinistra quest'anno. Voi direte: "ma la popolarità del presidente del consiglio e della coalizione è ai minimi storici, e rischia di trascinare in basso il PD", oppure "non può andare avanti così, con questa litigiosità endemica e continuamente esibita".

Sulla popolarità, a parte i miei dubbi di fondo sui sondaggi (sono attendibili più o meno come quelli pre nascita: al 50% è maschio) temo che con tutti i vincoli e i potericchi che abbiamo inventato noi italiani (il TAR, il federalismo all'italiana, i tassisti, i padroncini, l'Alitalia, la finanziaria, la fiducia e la sfiducia, i senatori con le mani libere, i 25 partiti...) e con le attese derivanti dal nostro inguaribile ottimismo da noi non sarebbero popolari come presidenti del consiglio neanche Sarkozy, o Blair, o John Fitzgerald Kennedy o Madre Teresa.

Anzi questi personaggi messi alla guida di una astronave più difficile da guidare di quella di Independence Day se ne sarebbero andati sbattendo la porta dopo due settimane.

Invece puntiamo ai due anni, e poi a tre .... Ed è proprio questa la strategia giusta, e sono convinto che sia condivisa anche dal nostro Uòlter. Governare, risolvere problemi (la finanziaria è molto superiore alle aspettative, e non è stata stravolta dal lavoro parlamentare) e logorare così una destra senza idee e senza programmi, divisa ma prigioniera dell'equivoco Berlusconi. Aiutando con il semplice fattore tempo la risoluzione di questo equivoco, e la nascita di un sistema di vera alternanza. Non tra destra e sinistra simili e intercambiabili, ma tra due schieramenti opposti, rivali e agguerriti. Come in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna. Mai più, invece, una destra che mette a rischio il futuro dei nostri figli, che mette avanti la peggiore furbizia come sistema, che rimette in campo i fascisti.

venerdì 21 dicembre 2007

Welfare ultimo atto

Questa sera si dovrebbe concludere la telenovela del protocollo welfare con la approvazione definitiva. Ho dedicato diversi post all'argomento, quindi provo a tirare le somme.

Messo a punto con le migliori intenzioni, originariamente incentrato sul famoso scalone Maroni-Tremonti, concordato faticosamente tra le parti sociali, oggetto di scontro tra correnti della sinistra sindacale e non, sottoposto a referendum con approvazione amplissima (82% su 5 milioni di votanti) ma non ancora arrivato ad una fase di quieta tranquillità, con le ultime modifiche introdotte il protocollo welfare rischia di trasformarsi in un classico boomerang, proprio nella delicata parte che riguarda il lavoro flessibile, o precariato.

Nella formulazione iniziale, quella approvata dai lavoratori, l'intervento più incisivo era infatti quello sul lavoro a tempo determinato (legge 368/2001 e successive). Per scoraggiarne l'utilizzo e spingere i datori di lavoro (privati e pubblici) verso il tempo indeterminato veniva introdotto il rinnovo informato, un passaggio obbligatorio all'ispettorato del lavoro, nel caso di un nuovo contratto, nel corso del quale il lavoratore doveva essere supportato da un sindacato a sua scelta, e il nuovo contratto era limitato ad ulteriori 36 mesi.

Ai lavoratori andava bene, ma alla sinistra radicale, in cerca di rivincita dopo la botta del referendum, no, e quindi si sono adoperati in parlamento e nel governo per "migliorare" questo aspetto. Di conseguenza:
- il successivo contratto non potrà essere superiore a 8 mesi
- salvo che nel lavoro stagionale il contratto successivo sarà al massimo uno;
- l'efficacia della norma riguarda la somma dei contratti a tempo determinato intercorsi tra il lavoratore e il datore di lavoro.

Chi ha pensato a questo miglioramento non ha tenuto conto di un piccolo particolare: nel settore privato l'assunzione non è obbligatoria. L'effetto della pensata quindi dovrebbe essere (salvo auspicabili interventi correttivi):
- tutti i nuovi contratti a tempo determinato dal 1 gennaio 2008 saranno a  8 mesi, anche se potevano essere a 36 mesi;
- questo varrà anche per chi proviene da un contratto inferiore a 36 mesi, ma ha avuto in precedenza altri contratti con lo stesso datore di lavoro che superano questa somma totale;
- i successivi contratti non potranno essere più di uno (ancora ancora se erano a 36 mesi ...)

Voi direte: "ma allora saranno costretti ad assumerli a tempo indeterminato". Sì, se sono indispensabili, ma, a parte il motto di Gianni Agnelli (in azienda molti sono utili, nessuno è indispensabile), nel 99,9% se sono indispensabili o sono ritenuti tali sono già a tempo indeterminato.

Gli altri? Quelli soltanto utili ma comunque sostituibili? Se tutto va bene avranno una collaborazione a progetto, oppure un lavoro interinale.

Ora si capisce perché la Confindustria non ha fatto una piega di fronte a questa modifica del protocollo welfare, per i datori di lavoro privati è più conveniente così.

Gli altri post sulla telenovela welfare:

proviamo a leggere il protocollo welfare (1/10/2007)
Il meccanismo del rinnovo informato (7/8/2007)
Il falso problema dello staff leasing (6/8/2007)
sindacato versus sinistra radicale sulle modifiche al protocollo (16/10/2007)
il problematico iter di conversione in legge del protocollo welfare (18/11/2007)

martedì 18 dicembre 2007

Un governo, tanti amici

Panorama continua ad essere una lettura assai interessante. La prima rubrica che leggo è sempre quella dell'ospite, la tribuna lasciata a chi è di diversa opinione (cioè di sinistra) dal direttore Belpietro.
Ho notato che gli ospiti tendono a ruotare e a ripresentarsi, per esempio è frequente la presenza del deputato PD ed ex direttore de L'Unità Caldarola. ma soprattutto è assiduo un altro ex (vice) direttore de L'Unità, Piero Sansonetti.

Il titolo del suo più recente intervento, della settimana scorsa, non mostra dubbi nè ecumenismo di tipo veltroniano: "ORA È MEGLIO FAR CADERE IL GOVERNO". E non si tratta di una forzatura dell'editor del settimanale berlusconiano (musica per le sue orecchie, in ogni caso), infatti l'incipit dell'articolo prosegue

"Sarebbe molto ragionevole, credo, se la sinistra facesse cadere questo gover­no. Per la semplice ragione che l'alleanza di centrosinistra si è dissolta e non esistono possibilità che si ricomponga. Perché si è dissolta? Credo per due motivi. Il primo riguarda i partiti e le loro burocrazie, il secondo riguarda i poteri veri (quelli che io chiamo i poteri veri, cioè prin­cipalmente la Confindustria).

Forse qualcuno ricorda il precedente intervento di Sansonetti che commentavo, con il PD sponsorizzato dalla Confindustria, ovvero da Montezemolo, quindi si nota una certa continuità di pensiero. Però rimane la domanda, dov'è la novità, dov'è il punto di discontinuità rispetto alla partenza del governo nel 2006? Ecco subito la risposta:

"L'alleanza di centrosini­stra, cioè l'Unione, era nata sulla base di un patto po­litico che aveva la sua forza nell'asse preferenziale tra i Ds e Rifondazione, cioè fra il partito più forte della si­nistra riformista e il partito più forte della sinistra ra­dicale. Su quest'asse era stato costruito un programma di governo, di mediazione, che prevedeva riforme for­ti e un visibile cambio di direzione (sui temi sociali, nel campo dell'economia, sulle grandi questioni rela­tive ai diritti individuali, ai diritti civili, ai diritti col­lettivi) rispetto alle politiche del centrodestra."

Ora, a me pareva di ricordare che il leader della suddetta Unione, certificato da 4 milioni di voti o giù di lì, era un ex democristiano, Prodi, e che il risultato delle elezioni avesse evidenziato anche la presenza determinante di 3-4 partiti del tutto fuori da questo presunto asse di sinistra-sinistra. Mi riferisco ovviamente a UDEUR, Radicali, Italia dei Valori e Margherita.

A un osservatore attento, che dirige addirittura un giornale politico, evidentemente questo particolare era sfuggito. Dopo un annetto e mezzo però si è accorto che il governo non aveva come faro e obbiettivo né la "democrazia progressiva" né "la terza via" tra capitalismo e comunismo (ma forse anche questa sarebbe stata troppo poco).

Più pragmaticamente, si riprometteva di rimettere in sesto il paese dopo il dissesto generale lasciato da cinque anni di governo di destra, e di traghettarlo a uno scenario di bipolarismo "normale". Non va bene, almeno per Sansonetti (per Bertinotti, non si sa) e quindi a RC tocca un compito storico (ma non nuovo):

E qual è la forza politica in grado, con la sua iniziativa, di provocarne la fine e di condizionare questo at­to, questo avvenimento, in modo da evitare che il crollo del centrosinistra travolga e annienti tutta la sinistra? L'unica forza, nell'Unione, che mantiene ancora la sua autonomia politica e il suo profilo e la sua capacità di iniziativa è Rifondazione comunista: per questo, credo, il compito tocca a lei.

Compito già svolto con successo nel '98, e che Panorama e il suo editore Berlusconi attendono con ansia. All'epoca non ottennero ringraziamenti diretti, come rimarcò Nanni Moretti ricevendo il premio a Cannes per "La stanza del figlio". Quando disse (era poco dopo l'elezione del 2001) "Non capisco perché Berlusconi abbia detto che ringrazia milioni di italiani, quando ne deve ringraziare uno solo", intendeva Bertinotti, che si offese moltissimo. Ma gli elettori di RC vennero presi da un  improvviso e tradivo senso di colpa, e si recarono in massa a votare al secondo turno delle elezioni per il sindaco di Roma. E Veltroni divenne sindaco. In pratica, deve ringraziare Moretti.

Senso di colpa che è durato per cinque anni e oltre, e ha consentito la costituzione dell'Unione, ma che per Sansonetti ha cessato ogni effetto con la nascita del PD (non so perchè). 

Rimane magari da capire la coesistenza tra Liberazione e RC al governo (e alla presidenza della Camera) e tra il ruolo di guidatore unico della "cosa rossa" assegnato a RC e gli altri comprimari, ma le domande messe sul tavolo mi paiono già sufficienti per un sereno 2008.

Dimenticavo lo scenario post caduta del governo Prodi auspicato da Sansonetti. Anche qui è poco originale: governo istituzionale (con chi? non certo con RC, a bruciarsi i voti ci pensi qualcun altro), nuovo sistema elettorale (qui però con l'accordo con RC) e poi al voto con la sinistra non annientata, ma all'opposizione.

martedì 11 dicembre 2007

Il cubo di Rubik elettorale

Dice Curzio Maltese che l'Italia ha bisogno di riforme del sistema di governo, ma i partiti l'unica cosa che riescono a fare sono nuove leggi elettorali, che si rivelano però regolarmente peggiori delle precedenti che vanno a sostituire.

Dice il mitico e intervistatissimo prof. Sartori che le leggi elettorali in Italia si possono fare soltanto con un blitz a fine legislatura o mediante referendum. Perché è impossibile che sulla legge elettorale si formi una maggioranza tra i partiti che ne avrebbero un beneficio e quelli che ne sarebbero danneggiati, in termini di seggi.

Dice Fini che il sistema proposto da Veltroni e Vassallo (che qualcuno già chiama "vassallum") è una legge truffa, immagino perché non garantisce la proporzione tra voti degli elettori ed eletti. Ma Fini non era un presidenzialista e seguace del maggioritario?

Dicono Bindi, Parisi e ora, pare, anche Fioroni che il bipolarismo con alleanza preannunciata agli elettori è una conquista dalla quale non si può tornare indietro. Ma se i partiti o gli eletti poi pretendono e/o praticano tutti quanti, o quasi,  le mani libere, come ora?

Dice Mastella che lui non farà questo e quello (varia di giorno in giorno) se soltanto ci provano a mettere uno sbarramento per diminuire la frammentazione. Lui e il suo partito infatti sono una delle frammentazioni.

Dice Diliberto che l'accordo elettorale è innaturale per la sinistra perché richiede obbligatoriamente un accordo con l'arcinemico Berlusconi. Un accordo innaturale che l'elettorato di riferimento non capirebbe. Deduco quindi che la legge elettorale attuale, il porcellum, gli stia benissimo.

Non dice nulla il suddetto Berlusconi, il quale ritiene che vada bene sia il porcellum, sia il porcellum col fard che uscirebbe dal referendum, e anche il vassallum. E poi dopo la nuova legge elettorale di solito si vota, ed è quello che lui vuole fervidamente (anche perchè il tempo passa inesorabile).

E' un rompicapo, un rebus, un cubo di Rubik quello nel quale si è infilato Veltroni con il suo gruppo di collaboratori? Chi glielo ha fatto fare, dicono in tanti. Tenendo anche conto che tutti i sistemi elettorali si sono rivoltati contro i loro creatori?  A suo tempo ho cercato di spiegarlo. Di sicuro è un non facile obiettivo. Qualcuno può pensare che si potrebbe intanto iniziare con le riforme costituzionali (senato, sfiducia costruttiva ecc.) ma sono sfrettamente connesse con il sistema elettorale.

Ma alcune cose sono sicure, o almeno mi paiono assai chiare. a) Qualcosa non va bene nel sistema attuale (è un eufemismo, naturalmente). b) Qualcosa bisogna fare e non è possibile che non abbia effetto su nessuno dei 25 o 34 partiti presenti in parlamento, altrimenti tutto rimarrebbe come prima. c) I cambiamenti fanno paura ai partiti, piccoli e medi, e da qui nasce la loro agitazione.

Toni che si spiegano con il solo motivo che i suddetti partiti (o segretari, ormai in molti casi c'è sovrapposizione) temono la sparizione. Toni e reazioni che non includono mai e in nessun caso l'interesse generale. Vale a dire che nessun partito, tra quelli che si sentono a torto o ragione minacciati, mette in primo piano il punto a), tutti indistintamente mettono in primo piano il punto z (per l'Italia e per tutti gli altri elettori), ovvero la prosecuzione di sé stessi.

Non è tanto un problema di scarso altruismo gandhiano, nessuno, tra il personale politico dei suddetti partiti rimarrebbe a piedi, al massimo diventerebbero "secondi a Roma" anzichè essere "primi a Frascati", come si dice.  Ma non c'è niente da fare. Toni ultimativi e drammatici si sprecano. Un dramma ovviamente non condiviso dagli elettori, che osservano tra l'infastidito e lo stupito tutta questa agitazione.

Non so se Veltroni riuscirà a trovare la soluzione del cubo di Rubik elettorale, rimettendo a posto tutti i tasselli e tutti i colori. Lo spero proprio.


Ma se non ci si riesce, ritorno alla sommessa osservazione che ho fatto altre volte, e che riprende quanto proposto a suo tempo da Castagnetti, dalla Finocchiaro e persino da Fini: torniamo al mattarellum.
Basterebbe una legge di un solo articolo, che abroga l'attuale porcellum e quindi automaticamente ripristina il sistema precedente.
Non risolve tutti i problemi neanche questo, ma almeno rimette a posto il rapporto tra eletti ed elettori con i collegi uninominali, c'è uno sbarramento al 4,5% e la necessità di un accordo preventivo. I partitiniattuali lo conoscono e hanno convissuto con esso e potrebbero accettarlo come male minore. Peraltro, se non ci fosse stato l'incidente del porcellum, non avremmo proprio pensato di cambiarlo.

Col tempo e la maturità degli elettori si potrebbe anche ritornare al referendum incompiuto del 2000 e abolire la parte proporzionale, arrivando a un maggioritario secco, e quindi finalmente ad un sistema efficiente.



Oggi (12/12) è stata pubblicata anche la ulteriore proposta di riforma elettorale della commissione Bianco. Un improbabile monstrellum. Vedi il commento al post.



lunedì 3 dicembre 2007

Quel 3 dicembre del 1968

Il 3 dicembre del 1968 si teneva a Roma la prima manifestazione del movimento studentesco delle scuole superiori. Parlo del movimento studentesco con la "m" minuscola, non di quello fondato poco dopo da Mario Capanna e da Raul Mordenti (a Roma) che era uno dei molti gruppi extra parlamentari che seguirono quella stagione.
Era un movimento studentesco in larga parte spontaneo, indifferenziato, non settario e ben poco schierato, animato dall'obiettivo comune di esserci e di essere protagonisti, come gli studenti universitari, di un grande cambiamento che si percepiva nell'aria.

Nella mia scuola, un liceo piazzato proprio nel centro del popolare quartiere di San Lorenzo, a Roma, il giorno prima si era tenuta una riunione dei rappresentanti di classe (c'erano ancora i cosiddetti parlamentini, sarebbero durati ancora per qualche settimana ...) che aveva deciso a maggioranza l'adesione alla manifestazione. Dopo di che avevamo fatto tutto per il meglio, i picchetti per avvertire gli (eventuali) ignari studenti della decisione erano piazzati sino a centinaia di metri dalla scuola. Una delegazione era anche andata in questura per concordare il percorso del corteo. Un compito che sarebbe toccato anche a me un paio di anni dopo. Ricordo il cortese funzionario che discuteva con noi ragazzini i dettagli del percorso, chissà cosa pensava.

Alla manifestazione del 3 dicembre ero al primo anno, il primo marzo e al tempo del maggio francese andavo ancora alle medie e leggevo con invidia le notizie o sentivo per radio le cronache. Era il tempo migliore per essere studente, mi sembrava.
Davanti alla scuola, mentre il corteo si formava, ho litigato con un ragazzo più grande che si preoccupava delle conseguenze della manifestazione e ci invitava alla prudenza. Ho scoperto dopo che era il padre della mia compagna di classe Isabella, io l'avevo preso per uno studente universitario democristiano (o socialista).

Nei pressi della stazione il nostro corteo, che ci sembrava già molto grande (saremo stati 500, praticamente tutta la scuola) ha raggiunto il grosso degli studenti che si era già raccolto a piazza Esedra e si incamminava per Via Cavour.
Mi sembrava una manifestazione immensa, ma bisogna dire che era la prima che vedevo, e quindi non avevo punti di riferimento. A memoria la grande strada di Roma era piena  di ragazzi, anche piuttosto fitti, saranno stati 50 mila, forse anche di più. Con i criteri ottimistici di oggi qualcuno sarebbe salito su un palco esultando "siamo in 500 mila!".

Era un martedì, il giorno prima ad Avola, in Sicilia, una manifestazione sindacale di braccianti (e studenti che solidarizzavano con loro) si era conclusa tragicamente, con una specie di ritorno al peggio degli anni '50, in pieno centro sinistra (dell'epoca); la polizia aveva caricato con i lacrimogeni e poi, spiazzata dal vento che aveva ricacciato verso di loro il fumo urticante, aveva sparato numerosi colpi ad altezza d'uomo, lasciando uccisi due braccianti, e feriti molti altri.

Nella manifestazione si sentivano slogan improvvisati che ricordavano questo avvenimento e altri tipici di quell'anno, come "No alla scuola borghese" o contro la scuola di classe o inneggianti all'anarchia (c'erano diversi studenti che si dichiaravano anarchici, l'anarchia affascinava per la sua diversità). Io ero rimasto colpito però da uno slogan ritmato del quale non capivo le parole. Ho chiesto alla mia compagna di classe Anna, che sembrava la più esperta (su tutto) e mi ha detto che era uno slogan del maggio francese, di origine anarchica.  E che infatti gli anarchici del mio liceo (una delle roccaforti della capitale) ripetevano entusiasti.

Ovviamente era "ce n'est qu'un dèbut, continuons le combat" diventato poi addirittura un tormentone calcistico ("ciccio cordovà, cappellini, del sol, ogni tiro, un gol!" urlavano gli ultras romanisti), ma tutto appariva molto nuovo allora.
All'altezza di San Pietro in Vincoli il corteo costeggiava la sede della facoltà di Ingegneria che si trova, per chi non conosce Roma, in un antico complesso separato dalla strada da un altissimo muraglione (più o meno come una casa di 4 piani) e gli studenti universitari dall'alto salutavano la manifestazione. Alcuni temerari erano persino seduti sul muretto.

Ma uno, che ricorderò sempre, era addirittura salito in piedi su di esso e salutava sorridente col pugno chiuso. Aveva i capelli lunghi fino alle spalle, gli stivali e un cappotto di pelle scamosciata e pelliccia come andavano allora. Sotto di lui migliaia di ragazzi che rispondevano al suo saluto e al suo silenzioso incitamento. Chissà come si sarà sentito e cosa starà facendo ora, quasi 40 anni dopo.

Sinceramente non ricordo come sia finita quella grande manifestazione, se qualcuno abbia parlato davanti al Ministero della Pubblica istruzione (dove, credo, era diretta). Era una manifestazione di un movimento con la m minuscola, e quindi senza leader, o con leader diffusi.
E' stata la prima, ma anche l'ultima manifestazione unitaria di quella stagione. Subito dopo sono nati i "gruppi", si sono organizzati, le manifestazioni seguivano ben definiti rituali, tutti i seguaci dei vari gruppi e gruppetti extraparlamentari ben separati tra loro, se pure la manifestazione era unica, con slogan preparati e approvati nella riunione nell'aula di Lettere il giorno prima, il cosiddetto "intergruppi".

Ma quella manifestazione unitaria che sto ricordando oggi è stata una semplice marcia, un modo per incontrarsi e fare amicizia con le ragazze, e poi magari avere dei bei ricordi?
Per una volta, no. Dopo quella imponente manifestazione e altre in altre parti d'Italia il ministro dell'istruzione dell'epoca, Fiorentino Sullo, ha accettato le proposte degli studenti. E' stato abolito l'esame alla fine della V ginnasio. E' stato concesso il diritto all'assemblea. E' stata introdotta una sperimentazione per l'esame di maturità, da svolgere su sole 4 materie (una sperimentazione che poi è durata incredibilmente per 28 anni, fino alla riforma Berlinguer), soprattutto sono stati aboliti gli sbarramenti, per cui dal Liceo classico potevi prendere tutte le facoltà, dallo scientifico erano escluse lettere e filosofia, e dalle scuole tecniche tutte le facoltà umanistiche e quelle di tecniche diverse.

Ora si critica questo abbattimento, per gli effetti che ha avuto sulla qualità della scuola. Ma a noi sembrava la applicazione pratica di quello che aveva predicato anni prima Don Lorenzo Milani nel suo libro 'Lettera a una professoressa", il libro del '68 italiano (l'avevo letto qualche mese prima e, ironia del nome, la mia professoressa di lettere delle medie me l'aveva chiesto in prestito).
La scuola non era più di classe, il gradino di ingresso non era più tenuto artificialmente alto per selezionare chi poteva accedere.

Certo, Don Milani voleva che la qualità rimanesse quella di prima, anzi aumentasse ancora, anche nel senso della quantità dei temi affronati. Invece la tecnica democristiana del "tutto e mai" contrapposta al "tutto e subito" dei sessantottini ha consegnato una scuola non più di classe, ma svuotata.

Quel giorno e nei mesi successivi non ci preoccupavamo però delle contraddizioni che potevano seguire, anzi non ne eravamo proprio consapevoli. Il mondo stava cambiando e sembrava che lo facesse anche per mano nostra. Avremmo avuto poi tutto il tempo per accorgerci che i cambiamenti non sempre sono per il meglio e che le migliori intenzioni possono dare i peggiori risultati. Ma, nonostante questo, anche adesso che vediamo con chiarezza cause, effetti e conclusioni, credo e spero che ci siamo vaccinati almeno dal rimpianto per i "bei tempi andati".

(le foto, ovviamente, sono del maggio francese, quel 3 dicembre non avevo portato la mia macchina fotografica)

giovedì 29 novembre 2007

Perché Berlusconi preferisce Veltroni a Prodi?

Leggete questa breve dichiarazione virgolettata di un fido di Berlusconi (è come se parlasse lui), Nucara, un ex ministro cosiddetto "repubblicano".

"E fa bene a non fidarsi perché quando al Senato il governo si salva come è successo in queste ore grazie alle assenze di Dell'Utri e Pera - non due senatori qualsiasi - allora vuole dire che il Cavaliere l'accordo con Veltroni vuol farlo davvero. Per ora Prodi non cadrà, ma se venerdì "Walter e Silvio" trovano una sintonia, allora per lui [Prodi, ndr] il 2008 sarà davvero breve". (Da Repubblica di oggi)

Traspare anche qui tutto l'odio per la persona e l'ansia di far cadere Prodi che leggo tutte le settimane su Panorama, ma anche una chiara preferenza per Veltroni come avversario del cav.
Leggete ad esempio questo titoletto presente sull'ultimo numero (sulla legge elettorale proposta da Veltroni):

"Berlusconi e Veltroni puntano su un nuovo modello di voto per cambiare il sistema politico. Ecco perché hanno deciso di farlo, cosa hanno in testa e quali ostacoli devono superare"

Un titolo che accredita un tandem, una coppia affiatata, infatti nella copertina dello stesso numero appaiono assieme. (A parte il fatto che nella foto, accuratamente ritoccata da amorevoli mani, Berlusconi 71 enne appare più giovane, liscio e tonico di Veltroni ...).

Eppure Prodi dovrebbe essere "bollito", ha dichiarato che dopo questa presidenza lascia, ha una popolarità ai minimi livelli (dicono i sondaggi ...), mentre Veltroni è nuovo, è popolare, è moderno.

Io tra un avversario debole ed uno forte preferirei uno debole.

Ma Berlusconi raramente sbaglia. Ritiene che Veltroni avversario sia meglio perchè la premessa sarebbe la caduta di Prodi e le agognate elezioni anticipate nel 2008, con annessa rivincita e ripresa del potere.

Ma secondo lui è meglio anche per un altro elemento, che ho sottolineato più volte: Prodi è temibile perché si porta dietro l'alleanza con la sinistra radicale e quindi un blocco di voti tale da rendere la vittoria della destra problematica o impossibile.

Veltroni nella testa di Berlusconi e dei suoi cari si porta dietro la inevitabile divisione a sinistra. Mentre lui non dubita di poter comunque ricomporre l'alleanza della destra, qualunque sia il sistema elettorale. Una competizione non ad armi pari, sicuramente quella che lui preferisce.

In sintesi, a parte che la presuzione del CD sono convinto sia errata, al CS conviene che questo governo duri il più a lungo possibile (anche perché possa fare le molte cose che deve fare) e, quindi, dovrebbe prestare la massima attenzione a questa trattativa adulterata all'origine da interessi diversi se non contrapposti, attenzione al metodo Lucy Van Pelt; il CS non faccia come il fiducioso e immemore Charlie Brown ma piuttosto come Schroeder versus Lucy.


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(Disegni di C.M.Schulz, copyright implicito)

giovedì 22 novembre 2007

Bicamerale, do you remember?

Gli eventi e gli annunci di questi giorni mi hanno fatto venire in mente la bicamerale del 1996-1997. Non sono bei ricordi. Era cominciato tutto per il meglio, con obiettivi assolutamente condivisibili. Che poi sono gli stessi di ora. L'adeguamento della Costituzione del 1946 al nuovo scenario bipolare. Il superamento del bicameralismo perfetto. La sfiducia costruttiva. La riduzione del numero dei parlamentari (questo sempre). La semplificazione e l'aumento di efficienza degli organi di controllo (TAR, Corte dei Conti, Consiglio di Stato). E infine, come sempre, la legge elettorale.

Il CD (il Polo), la Lega (allora era divisa) e Berlusconi in prima persona avevano condiviso questi obiettivi e partecipato attivamente ai lavori. Erano stati conclusi accordi e, con votazioni a volte anche a sorpresa (proprio quella sulla legge elettorale) erano state prese decisioni, praticamente su tutti i punti che erano stati messi sul tavolo.
Restava solo da tramutare questi accordi in leggi o avviarne il percorso. Quando però gli accordi sono stati portati al parlamento, Berlusconi ci ha ripensato. Ne diede l'annuncio un divertito Cossiga. Pareva impossibile disattendere in modo così plateale gli accordi appena presi, ma l'ha fatto. Senza pensarci due volte e senza che nessuno dei giornali "indipendenti" facesse una piega. E gli accordi sono restati lettera morta. Si ricorda questo esito come un insuccesso della politica, di tutti i partecipanti? Niente affatto, si ricorda come un insuccesso del CS e di D'Alema in particolare.
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Il fatto è che Berlusconi aveva raggiunto il suo scopo e la bicamerale non serviva più. E dei suoi risultati a lui importava evidentemente meno di zero. Il suo scopo era prendere tempo in un momento difficile (dopo la sconfitta del '96), ricostruire un'alleanza con la Lega (ci arriverà un paio d'anni dopo) e mettere in difficoltà l'Ulivo con una inizativa che poteva dividerlo (la famosa contrapposizione tra Prodi e D'Alema, vera o falsa che fosse).

Vi ricorda nulla questo schema? Anche ora Berlusconi è in difficoltà e deve prendere tempo. Il CD è diviso e palesemente gli altri due leader non hanno nessuna intenzione di presentarsi ancora alle elezioni con una coalizione guidata da lui.

La soluzione però è a portata di mano, e si chiama referendum elettorale. Per il leader del CD il sistema elettorale attuale (il porcellum) con premio di maggioranza va benissimo. E' quello che gli dà le maggiori probabilità di vittoria. Il sistema che uscirebbe dal referendum andrebbe ancora meglio. Non sarebbe neanche obbligato a stringere alleanze con UDC e AN. Per questo ha fondato in una Domenica pomeriggio un nuovo partito. Non è stata una improvvisazione o un colpo di testa.

Con il referendum Segni-Guzzetta il partito di maggioranza relativa vince tutto. E il nuovo Partito del Popolo delle Libertà (o come si chiama) può competere con il PD (i sondaggi attuali, se sono attendibili, lo confermano). D'altronde da anni sappiamo che almeno un italiano su tre segue Berluconi qualsiasi cosa faccia.

Se riesce ad arrivare al referendum ha già vinto, qualsiasi sia il risultato. Se non si raggiunge il quorum viene confermato il porcellum, e quindi potrà dire che la tanto vituperata riforma elettorale del 2005 è stata in realtà accettata dagli italiani. Se si raggiunge il quorum e questa riforma viene emendata avremo un porcellum col fard, un intervento cosmetico che non elimina (anzi amplifica) le distorsioni del sistema, favorisce ancor di più il centro destra e rende ancor più ardua, quasi impossibile, una vittoria del PD.

Rimarrebbe soltanto da far cadere il governo Prodi entro l'anno (2008) ma, dopo la conclusione infelice dei tentativi di accordo e il referendum (qualsiasi sia il risultato) non dovrebbe essere impresa difficile (e poi c'è sempre il protocollo welfare,se tutto il resto non dovesse funzionare).

In sintesi, la lista di quelli che hanno ricevuto un bidone da Berlusconi è lunga.  I bidonati sono personaggi anche di prima grandezza. Da Scalfari e Leonardo Mondadori (ai tempi di Rete 4), a Giovanni Agnelli, alla Confindustria di D'Amato, della bicamerale ho già detto, poi c'è il vertice RCS e il tentativo di controllo del Corriere, e si può continuare. Il problema è che sopravvalutano sé stessi e sottovalutano lui. Tra i bidonati alcuni (ad esempio Scalfari) non se lo sono dimenticato mai più, altri appaiono più immemori e/o incauti. Altri ancora, come Montezemolo, sono sempre stati alla larga e mantengono una grande cautela.

Lo stesso vale per il nostro Uòlter. Restiamo con le dita incrociate e speriamo vivamente che non adotti anche lui il metodo Charlie Brown versus Lucy.

(Disegno di C.M.Schulz, copyright implicito)

mercoledì 21 novembre 2007

Mistero Dini

Cosa vuole Dini? Questo si chiedono i giornali. Era uno dei leader della Margherita, aveva votato a favore dello scioglimento nel PD, era pronto a entrarvi quando, all'improvviso e senza che nell'intorno fosse cambiato qualcosa, si è sganciato. Ora pratica la politica delle "mani libere" con il suo micro-gruppo parlamentare (sono 3 in tutto, come noto) con la motivazione che, essendo nato il PD, i precedenti accordi sarebbero azzerati. Come se il PD fosse disceso da Marte e non fosse invece nato dalla fusione delle due principali forze presenti nell'Unione, più altre provenienti dalla società civile, ma comunque nell'ambito del CS.


Quando non esiste una motivazione logica partono i dietrologi con le spiegazioni. Nell'editoriale di Domenica su Repubblica Scalfari riferiva di una di queste ipotesi dietrologiche; un patto di ferro siglato con Berlusconi, che molti danno per certo. In cambio di cosa? Lo stesso Scalfari concludeva che non esiste una merce di scambio e quindi, a parte la considerazione sulla moralità del nostro (che, fino a prova contraria, non è in discussione), si tratta con ogni probabilità di una diceria senza fondamento.

Altri sostengono che la crisi abbia origine dalla mancata partecipazione alla compagine governativa, e che quindi tutto sarebbe finalizzato a una nomina ministeriale di peso.

Ma anche questa mi pare una maldicenza, non risulta che sia un carrierista, e comunque lo sganciamento non sarebbe una strada efficace per raggiungere lo scopo.


Infine ci sono le ipotesi che lo vedono puntare al mitico "governo istituzionale", che peraltro vorrebbe guidare, in un remake del 1995. Un obiettivo ben difficile da raggiungere se fosse proprio lui a provocare la crisi, evidentemente non sarebbe sopra le parti e fuori dai giochi.

La spiegazione potrebbe essere più semplice: Dini sta operando come punto di riferimento della Confindustria nel CS.

Il cuore degli industriali batte a destra, c'è poco da fare, ma al governo c'è il CS e bisogna essere realisti.

La Confindustria ha sottoscritto il protocollo welfare, ha fatto alcune concessioni, ma non vuole andare oltre. La Confindustria non vuole un incremento dei costi della previdenza (abbassamento dell'età pensionabile) perchè potrebbe mettere a rischio le agognate riduzioni del carico fiscale. La Confindustria non vuole il superamento e neanche la riduzione del lavoro flessibile (o precario) perchè costa meno e soprattutto fornisce al datore di lavoro il potere del ricatto.

senato-aula-vuotaSu tutti questi punti critici il gruppo Dini ha fatto e sta facendo la sua opposizione, coerenete sicuramente anche con la sua idea politica, giocando un ruolo di contrappeso alla cosiddetta sinistra radicale.

Utilizzando beninteso il sistema ben collaudato e ampiamente utilizzato in questa legislatura, in questa maggioranza e in questo sistema elettorale (non mi ricordo neanche chi abbia iniziato): il ricatto sulla tenuta del governo al Senato.

domenica 18 novembre 2007

Il protocollo welfare. Ancora?

La vicenda del voto di fiducia al Senato e della spallata andata a vuoto ha messo in grande difficoltà Berlusconi. Non sarà "finito" come dicono frettolosamente alcuni commentatori, perché ha sempre avuto notevoli risorse (economiche e televisive) di recupero, ma certo qualche rischio lo corre.

Bisogna fare qualcosa per rimetterlo in pista, e presto.

Niente paura, a risolvere questo piccolo problema ci pensa la "cosa rossa". Come?

Riesumando la questione "protocollo welfare".
Il risultato del referendum tra i lavoratori non era stato abbastanza imbarazzante? Una percentuale pari all'82% di un numero di lavoratori molto elevato aveva approvato il protocollo, sconfessando in modo netto le posizioni della "sinistra radicale" e della "vera sinistra radicale" (o "sinistra critica").
Questa parte politica, che si propone come punto di riferimento per i lavoratori dipendenti, aveva raccolto tra gli stessi lavoratori dipendenti un consenso pari appena al 18%, peraltro su posizioni molto facili (chiedendo di più).
Ce n'era abbastanza per intraprendere una imbarazzata ritirata strategica, metterci una pietra sopra e fare magari anche qualche riflessione.
Gavino Angius, ad esempio, aveva detto con onestà intellettuale che la manifestazione prevista per il 20 ottobre dopo il referendum non aveva più senso, sarebbe stato come dare degli sprovveduti all'82% dei lavoratori.

Invece è bastata questa manifestazione, che ovviamente si è fatta lo stesso, peraltro assieme alla "sinistra critica" di cui sopra (che considera quelli della "cosa rossa" niente altro che dei traditori della classe operaia) per cancellare l'imbarazzato ricordo. Hanno detto che in piazza c'erano un milione di persone (erano in realtà 150 mila, ma da quando Berlusconi ha iniziato con le manifestazioni di piazza si è verificato un fenomeno inflazionistico anche qui) ed è cominciata la litania del "milione in piazza contro il welfare".
 
Lo schema lo conosciamo a memoria, non c'è bisogno di nessuna analisi dietrologica, su qualche pretesto assolutamente secondario (magari l'inutilizzato staff leasing) comincerà il tiro alla fune, senza preoccuparsi se poi la fune si spezza.
E da domani Berlusconi potrà dire ai suoi critici "non cantate vittoria, non vi siete ancora liberati di me, c'è ancora la sinistra radicale che può rimettermi in pista".
Spero ardentemente che la sua aspettativa sia infondata.

martedì 13 novembre 2007

Bipolarismo? Meglio il bipartitismo.

La proposta di nuova legge elettorale Veltroni-Vassallo fa discutere, per l'abbandono vero o presunto del bipolarismo.  Non mi addentro nell'analisi del complesso sistema proposto, mi limito ad allegare in fondo una buona sintesi di Sebastiano Messina da Repubblica.
Riguardo al bipolarismo la criticità è rappresentata dalla abolizione del "leader della coalizione". A dire il vero questa indicazione esplicita è stata introdotta soltanto con l'attuale legge elettorale, il cosiddetto porcellum, mentre non c'era con il precedente mattarellum.

Le coalizioni, il Polo, l'Ulivo, la Casa delle Libertà, l'Unione, si sono formate lo stesso, a partire dal 1996, perché lo volevano gli elettori, e per trascinamento della buona prova e della buona accoglienza che il bipolarismo aveva avuto a livello di comuni, province e regioni.

Le coalizioni quindi, con il nuovo sistema proposto, sarebbero ancora possibili, ma non ineluttabili. Con il porcellum, infatti (vedi l'analisi precedente) sono  ineluttabili perché il premio di maggioranza, soprattutto alla Camera, penalizza in modo anche molto pesante chi vuole uscire da una logica di coalizione.

Cerco di astrarmi dall'analisi del tipo "a chi giova". Come ricordavo in un precedente post i sistemi elettorali in Italia si sono sempre rivoltati contro chi li aveva proposti, e quindi incrociamo le dita. E poi bisognerebbe mettere sul tavolo troppe variabili, alleanze, previsioni di voto, per tirare fuori qualcosa di utile. Ci sono i politologi per questi raffinati esercizi.

L'efficacia non basta
Concentriamo invece l'analisi sulla efficacia di un sistema elettorale per il sistema paese; avevo sintetizzato l'efficacia di un sistema (come tradizionalmente si fa) in:
> alternanza: la scelta è dell'elettore
> efficienza: dopo un paio di giorni si sa chi ha vinto
> stabilità: ribaltoni, ricatti e passaggi di maggioranza sono difficili o impossibili

Veltroni invece ha puntato l'attenzione sulla efficacia del governo che segue le elezioni, con i quattro principi: «Un sistema su base proporzionale, senza premio di maggioranza, per evitare che le alleanze siano fatte dopo il voto, un sistema che riduca la frammentazione e che dia agli elettori la possibilità di scegliere i rappresentanti», che puntano a creare «un vero bipolarismo, una democrazia dell’alternanza, un bipolarismo virtuoso che non nasca per costrizione e che produce alleanze basate non sul minimo comun denominatore ma sul massimo comun denominatore».

In effetti, quello che abbiamo visto in questi anni è stato un successo del bipolarismo a livello locale ed un insuccesso a livello centrale. Perché? E' colpa dei sistemi elettorali diversi?

Non mi pare sia questa la spiegazione, a livello locale il massimo comune denominatore è più ampio, perché i compiti sono più circoscritti. Le alleanze da Rifondazione ad Udeur quindi funzionano, da Roma a Torino a Bari, gli scontri che pure ci possono essere sono ricomponibili o comunque riconducibili a un normale contrasto tra alleati che hanno un obiettivo comune. Che in fondo non è altro che "buona amministrazione".

A livello centrale invece occorre fare scelte strategiche, e quando la strategia su punti qualificanti come la regolamentazione del mondo del lavoro o la collocazione e il ruolo internazionale dell'Italia sono divergenti (ma ce ne sono anche altri). Il risultato è che il massimo comune denominatore diventa minimo, e lascia fuori tanti problemi e tanti temi che non vengono affrontati per prudenza, perché non si troverebbe un accordo. Ma i problemi lasciati fuori interessano a tanti elettori, e da qui nasce il livello elevato (rispetto alla media, un po' è fisiologico in qualsiasi sistema) di insoddisfazione e delusione che tutti i giornali e i media percepiscono e enfatizzano rumorosamente.
(Sarà poi vero o sarà nella media? Supponiamo che sia vero, altrimenti non ci sarebbe neanche tutta questa fretta di intervenire).

ATT00241-varianteE' un problema solo delle coalizioni di CS, eterogenee per definizione perché costruite solo in funzione anti-Berlusconi? Niente affatto, anche la coalizione di CD è stata paralizzata nella sua peraltro timida (al di là dei proclami) spinta riformatrice dai contrasti interni. Non tanto tra UDC e FI, ma tra i "liberisti" e i "sociali". La riforma delle tasse "epocale" di Berlusconi puntava a una operazione reaganista e thatcheriana in Italia, ma è stata bloccata dalla "destra sociale" di Alemanno e anche dall'UDC. Altrimenti sarebbe stata veramente epocale (ma non per questo positiva). Alla fine, a parte il rumore mediatico, è stato un governo che ha galleggiato per cinque anni senza dare risposte neanche al suo elettorato di riferimento, che se ne è accorto.

Il "massimo" comune multiplo
Il nuovo sistema elettorale Veltroni-Vassallo quindi non è efficace ai fini dell'alternanza, del vincitore, della stabilità, nel senso che non impone questi effetti. Punta invece a recuperare l'efficacia del sistema politico.
Come?
Accettando la realtà e rinunciando a intervenire per mezzo del solo sistema elettorale. La realtà è che su un programma di sinistra europea in Italia non si riesce a raccogliere il consenso della maggioranza assoluta degli elettori. Non ci si riesce neanche negli altri paesi europei, ma: 1) in molti di essi il sistema elettorale consente di governare a chi raggiunge la maggioranza relativa,  2) anche la destra europea, in tutti i paesi, si trova nella stessa situazione, e 3) la percentuale di votanti è solitamente molto inferiore che in Italia.

In Italia invece un sistema elettorale maggioritario puro non si può realizzare, perché evidentemente gradito solo a due partiti su 25 e per aggiunta il CD è sempre pronto ad imbarcare chiunque senza alcun pudore (vergognosa e mai abbastanza stigmatizzata l'alleanza con la Fiamma tricolore e Azione sociale nel 2006, peraltro tuttora in piedi).

Non esistendo e non potendo imporre le altre due condizioni, a questo punto il male minore potrebbe essere un sistema che consente a due partiti di raggiungere un forte peso relativo rispetto agli altri, e poi di comporre il governo in base ad alleanze con altri partiti, comunque di peso (soglia sostanziale al 5%-8%) su un massimo comune denominatore più ampio, perché contrattato tra un numero minore di soggetti.

Un accordo (non necessariamente attorno al partito di maggioranza relativa, attenzione), che potrebbe arrivare prima delle elezioni, come sarebbe auspicabile, e che poi sarebbe attuato in maggiore o minore misura in base al gradimento reciproco degli elettori. Oppure anche dopo (il sistema non lo esclude). Con tutti i rischi di ricaduta nei vizi della prima repubblica che possiamo immaginare, ma sui quali preferisco sorvolare.
Per inciso, anche il bicameralismo perfetto sarebbe meno critico con questo sistema.

Il blocco ai processi di frammentazione sarebbe però molto efficace e dovrebbe portare ad una ricomposizione dell'intero sistema.

Se l'elettorato seguirà questo processo e si concentrerà progressivamente sui partiti in grado di governare la ricomposizione potrebbe arrivare anche ad un auspicabile minimo comune multiplo (che però io chiamerei in questo caso massimo comune multiplo, perchè dovrebbe essere un multiplo di un numero grande a piacere di elementi).

Un partito che, come il suddetto numero multiplio, è aperto e contiene all'interno in modo armonico più elementi, e raggiunge una dimensione sufficiente per assumere un ruolo di governo senza ricorrere ad alleanze, oppure con alleati naturali.

In una parola, il bipartitismo, un sistema più efficiente e più chiaro del bipolarismo e, nonostante le apparenze, anche più adatto a rispondere alle aspettative di trasparenza e di efficienza degli italiani. Uno sviluppo che potrebbe essere consolidato da una seconda e più radicale riforma elettorale, in parallelo ad una riforma costituzionale che adatti il sistema dei reciproci contrappesi ad un meccanismo elettorale radicalmente diverso di quello del '46.

Non è una strada facile, continuo a pensare che sarebbe meglio incamminarsi su di essa verso il 2010, e che la impopolarità del governo sia molto amplificata rispetto alla realtà, ma devo riconoscere che esiste un rischio di logoramento che potrebbe compromettere qualsiasi sviluppo positivo futuro.
E devo aggiungere anche che i rischi di instabilità, di frammentazione e di separazione tra elettori ed eletti che comporta il porcellum, e anche il porcellum col fard (quello che uscirebbe dal referendum) rendono questa opzione sicuramente preferibile.

Il sistema elettorale Veltroni - Vassallo (da Repubblica 12 novembre 2007 - Sebastiano Messina)

Ci sono il tedesco, lo spagnolo e l'italiano. Non è l'inizio di una barzelletta:

E’ la formula inedita e originale su cui sta lavorando Walter Veltroni per la riforma elettorale. L'inedito incrocio tra due sistemi elettorali si regge su un equilibrio fragilissimo. Un progetto messo a punto da un giovane e brillante politologo, Salvatore Vassallo, che ha convinto lo stato maggiore del Partito democratico. I referendari sono divisi, il centrosinistra e il centrodestra pure. Il primo, immediato risultato di questa proposta, dunque, è stato quello di sparigliare un gioco ormai fermo per i veti incrociati. Ma mettiamo da parte le considerazioni sulla tattica politica e domandiamoci: dal punto di vista dell'elettore, cosa cambierebbe?

La prima e più evidente novità è il ritorno al collegio uninominale, un sistema che gli italiani hanno mostrato di preferire di gran lunga a quello delle liste bloccate perché seleziona la classe politica attraverso trasparenti battaglie di collegio e sottrae ai partiti il potere di scegliere, nome per nome, i membri del Parlamento. Metà dei deputati sono eletti proprio nei collegi uninominali, dove basta la maggioranza relativa per vincere. I partiti poi presentano delle liste bloccate (fino a 8 nomi) in ogni circoscrizione (grande in media quanto una provincia), per il riequilibrio proporzionale dei seggi, ma si attinge a quei nomi solo dopo aver ripescato tutti i "migliori perdenti" nei collegi (dunque solo in pochi casi).

Scompare anche il premio di maggioranza (grazie al quale oggi il centrosinistra ha il 54 per cento dei deputati, pur avendo ottenuto solo 25 mila voti in più dell'opposizione) e non è introdotta nessuna clausola di sbarramento (in Germania è al 5 per cento, in Spagna al 3). Così un partito magari piccolo ma con alcune isole di consenso forte (la Lega o persino l'Udeur) può ottenere seggi.

In compenso i seggi della quota proporzionale - la metà del totale - vengono assegnati circoscrizione per circoscrizione, non in base alla cifra nazionale di ciascuna lista. E se un partito ha fatto il pieno dei collegi uninominali, conquistando più seggi di quanti gliene spetterebbero con la proporzionale, il suo risultato non viene corretto: gli altri si divideranno i seggi restanti. Questo produce un effetto maggioritario dolce, non apparente ma evidente, a favore dei partiti più forti (dal 3 al 4 per cento di seggi in più). Dettaglio fondamentale: non c'è recupero dei resti. I partiti che sono piccoli e deboli dappertutto non hanno speranze.

Eliminando il premio di maggioranza che lo giustificava, viene cancellato anche l'obbligo per i partiti di dichiarare il "leader della coalizione", l'uomo che poi diventerà il presidente del Consiglio o il capo dell'opposizione. Non è più necessario neanche accordarsi su un programma prima delle elezioni.

Proprio qui sta la novità più importante della proposta Vassallo. Per capirla bisogna fare un passo indietro, e ricordare che fino a poche settimane fa Veltroni è stato un ferreo difensore di un bipolarismo inteso come "una democrazia in cui sono i cittadini a scegliere il governo". Ebbene, il sistema italo-ispano-tedesco rinuncia a questo obiettivo, e infatti ieri Veltroni parlava di "un nuovo bipolarismo, fondato sulla coesione e non sulla coercizione". "Bisogna preservare la dinamica bipolare - scrive Vassallo, nella sua proposta - senza rendere però ineluttabile la formazione di coalizioni pre-elettorali". In concreto, i partiti potranno stringere delle alleanze prima del voto. Ma potranno anche non farlo.

Qualche esempio, non troppo a caso. Rifondazione si presenterà per conto suo, magari dopo aver dato vita alla Cosa Rossa grazie alla paura di scomparire che si diffonderà nelle altre formazioni della sinistra radicale. La stessa cosa farà, sul fronte opposto, l'Udc di Casini, puntando a diventare l'ago della bilancia del nuovo sistema, tenendosi le mani libere. Quanto ai Verdi, ai radicali, ai socialisti, al Pdci, a Di Pietro, a Rotondi e agli altri partiti che l'ultima volta ebbero meno del 3 per cento, dovranno aggregarsi ai più forti o formare dei cartelli elettorali, se vorranno sopravvivere.

Questo, naturalmente, sulla carta. Ovvero presumendo che la proposta Vassallo venga approvata così com'è stata scritta (con l'aiuto di due eccellenti esperti di sistemi elettorali come Stefano Ceccanti e Alessandro Chiaramonte). L'esperienza induce però a ritenere probabile una sua correzione, al tavolo delle trattative con alleati e oppositori. Il problema è: fino a che punto sarà corretta?

Questo inedito incrocio tra tre diversi sistemi elettorali si regge infatti su un equilibrio delicatissimo: basta allargare i confini delle circoscrizioni per far scomparire la componente maggioritaria spagnola e avvicinarsi pericolosamente al ceppo proporzionale tedesco, che sarebbe - per usare le parole dello stesso Vassallo - "la tomba del bipolarismo". Dopo aver rinunciato al suo principio fondamentale (far scegliere ai cittadini le alleanze di governo) l'impresa di difendere i confini del maggioritario potrebbe risultare, per Veltroni, più dura del previsto.

giovedì 8 novembre 2007

tagli tagli tagli tagli

In alternativa al mantra economico-politico tasse tasse tasse tasse abbiamo il mantra tagli tagli tagli tagli. Contraddistingue gli economisti e gli elettori non dichiaratamente thatcheriani. Quelli consapevoli che, se diminuiscono le entrate dello stato, dovrebbero diminuire anche le uscite, e di conseguenza i servizi. Quindi, ecco la soluzione: le spese inutili!
L'ultimo è Tito Boeri su lavoce.info di un paio di giorni fa. Ma sono convinto che cercando bene si poteva trovare lo stesso articolo con parole diverse in almeno altri 3 o 4 giornali economici (o sul Corriere).

Quello che non dicono mai è che i famosi tagli, per essere efficaci, dovrebbero riguardare anche i posti di lavoro.

In questo senso la razionalizzazione della spesa nello stato non è affatto diversa da quella che si fa di solito in una societΰ privata, dove si inizia sempre, come noto, dalle spese ricorrenti rappresentate dal monte stipendi.

Il mitico "ente inutile"
Vediamo come mai i tagli, per essere efficaci e avere effetto sulla spesa pubblica, debbano incidere sulla base lavorativa.
Partiamo dall'esempio più classico: l'abolizione del mitico ente inutile.
Prendiamo l"Ente per la protezione della trota di mare", 100 dipendenti, una sede di 1000 mq, 1 presidente, 1 direttore generale, 5 consiglieri di amministrazione, 2 auto aziendali ... interamente finanziato dallo stato con una apposita voce nella legge finanziaria o in qualche bilancio regionale.
Facciamo un bilancio semplificato dell'ente: affitto (a 200 €/mq anno): 200 mila euro, appannaggi presidente e DG e gettoni consiglieri 500 mila, 2 auto aziendali 40 mila (a noleggio),
energia 50 mila, informatica (100 PC e un paio di server), telefoniche, dati e altre spese generali ..diciamo che per le spese essenziali l'ente non spende meno di 1 milione di euro all'anno.
 
Poi ci sono 100 stipendi, incluse tasse, contributi previdenziali, TFR e altri oneri, potrebbero costare una media di 40 mila euro, per un totale di 4 milioni all'anno.
Nell'ipotetico ente quindi il monte stipendi inciderebbe, con questa composizione della spesa, per l'80% del totale, se le spese fossero realisticamente un poco più elevate (1,3-1,5) sarebbe ell'ordine del 75%.

"Aboliamo gli enti inutili"
Se venisse sciolto, è probabile che il sistema paese non ne avrebbe alcun danno (è un ente inutile ...), e la spesa pubblica si ridurrebbe di 5 milioni di Euro (1 millesimo dei tagli di questa finanziaria 2008).
Però 100 persone rimarrebbero senza lavoro. In Italia e più probabile (per fortuna, diciamolo) che vengano invece riassorbiti in altri settori della PA. Il taglio si ridurrebbe a questo punto teoricamente a 1 milione, quindi 0,25 millesimi dell'obiettivo indicato sopra.
 
Ma anche in questo caso la riduzione dei costi sarebbe solo parziale, infatti buona parte dei costi generali sono in proporzione al numero di dipendenti (affitto locali, telefoniche, informatica) e quindi tagliabili soltanto con la riduzione del personale.

Il metodo Billy Elliot"
Supponiamo invece per un momento che veramente si voglia prendere questa strada. Dove andrebbero i 100 dipendenti dell'ente "Ente per la protezione della trota di mare"? In pensionamento anticipato? Sempre oneri per lo stato sono. Sussidio disoccupazione? Idem. Rinuncerebbero al lavoro se donne? Si ridurrebbe il reddito delle loro famiglie con effetti sul sistema economico generale.
L'unica alternativa economicamente corretta, nella quale i tagli sarebbero effettivamente tali, sarebbe l'assorbimento da parte del sistema privato.
Ipotesi di molto ardua applicazione se si pensa a una ricollocazione come dipendenti, e problematica anche nel settore del commercio e della piccola impresa.

Ma il nostro esempio è ancora ottimistico, perchè l'incidenza dei costi generali diminuisce con l'aumentare dei dipendenti. Con 500 potrebbe essere già all'80% , fino ad arrivare a ben oltre il 90%, come noto, nel caso del datore di lavoro con più dipendenti in Italia: il Ministero della pubblica istruzione.

Questo è un esempio molto semplice e molto diretto. Ma in generale tutta la famosa spesa pubblica si trasforma in lavoro per qualcuno. Anche i tanto deprecati convegni (troppi, dicono, non mi ricordo quanti al giorno) danno lavoro all'industria della convegnistica. I soldi delle tasse in fondo generano un turnover (sperando che una parte non venga intercettata e dirottata verso qualche conto).
 
In sintesi, è facile, per gli economisti (che peraltro di solito sono professori universitari, quindi dipendenti pubblici anche loro), fare lezione sui tagli, è un po' più difficile praticarli.
 
Questo non significa che le spese inutili non debbano essere affrontate e eliminate, ma nella chiave, purtroppo più complicata, della razionalizzazione. I dipendenti del nostro esempio potrebbero essere ocupati nella produzione di servizi utili, anzichè inutili. I costi di struttura dell'ente potrebbero essere ridotti sciogliendolo e accorpandolo ad altre organizzazioni pubbliche. Con tecnologie di lavoro a distanza i dipendenti potrebbero occuparsi delle nuove attività anche senza mettere in gioco problemi di mobilità, e così via.
Una logica di miglioramento dei servizi con riduzione della spesa, di dare "di più con meno", nel quadro di tecniche di controllo del tipo "spending review" come quelle promosse dal libro verde sulla spesa pubblica.

sabato 3 novembre 2007

Sistema elettorale all'italiana

Come si sarà capito il tema del sistema elettorale (e dei sistemi per vincere le elezioni) mi interessa molto, e ho quindi deciso di investire un po' di tempo andando in profondità e cercando una sintesi tra le molte opzioni in gioco, e di mettere in comune le mie riflessioni, che magari saranno utili anche a qualcun altro.

Appendisti stregoniOgni sistema elettorale si è rivoltato contro gli apprendisti stregoni che l'hanno creato. L'elezione diretta dei sindaci, a cui doveva seguire il presidenzialismo (il "sindaco d'Italia") era spinto da Mariotto Segni che voleva creare una destra europea senza i socialisti. Invece, complice il fenomeno Lega e tangentopoli ha rimesso in gioco il PCI-PdS e anche i missini.
Il mattarellum doveva consentire al nuovo Partito Popolare di svolgere un ruolo comunque centrale, invece l'ha spazzato via e ha dato spazio a una nuova destra "pagana" cioè a Forza Italia e alla sua coalizione.
Il porcellum doveva servire a mettere il CS in condizioni di governare con maggiore difficoltà e tutelare il CD dopo la sconfitta, considerata inevitabile, del 2006. Un sistema che favoriva il secondo classificato. Invece ha consentito al CS di vincere ugualmente (assieme alla folle legge per il voto all'estero, alla quale sembra che nessuno pensi) con risultati che l'avrebbero portato alla sconfitta nel sistema precedente.

Io se fossi un leader politico sarei quindi molto preoccupato a proporre un nuovo sistema.
L'unico sistema che si è rilevato all'altezza delle astettaive è stato il tatarellum (quello delle regionali), non piaceva neanche questo all'incontentabile Sartori, ma non ha dato problemi.

Cosa vogliamo?
Il tatarellum può anche essere usato come esempio di COSA dovrebbe garantire un buon sistema elettorale:
> bipolarismo e alternanza: per vincere è necessario formare una coalizione
> efficienza: dopo un paio di giorni si sa chi ha vinto
> stabilità: ribaltoni, ricatti e passaggi di maggioranza sono difficili (e infatti non sono mai avvenuti dal '95 ad oggi).
COME ottenere lo stesso risultato per il parlamento nazionale?

Vincoli e impicci
Diciamo subito che nel parlamento nazionale il risultato certo è minato all'origine, come noto, dal bicameralismo perfetto. Occorre una riforma costituzionale, con le note criticità, ma senza questa riforma con qualsiasi sistema che possiamo inventarci si potranno avere maggioranze diverse a Camera e Senato.
La libera riaggregazione dei partiti e la formazione di nuovi gruppi parlamentari che non si erano presentati alle elezioni dipende invece dalla elasticità dei regolamenti delle camere. Veltroni si propone di intervenire anche su questo. Ma non si potrà impedire i passaggi di singoli deputati o senatori senza introdurre il vincolo di mandato o tutte quelle tagliole presenti nella riforma costituzionale della CdL, giustamentee bocciata da noi cittadini l'anno scorso.

Il fatto è che la frammentazione è strettamente dipendente dalla società nella quale il sistema elettorale è calato. Il sistema tedesco consente in realtà la frammentazione (potrebbero entrarci anche 10 partiti e più) ma la società tedesca tende alla aggregazione e da sempre i partiti sono al massimo 4 o 5. Per contro la società olandese, altrettanto ben gestita e organizzata, tende a una forte caratterizzazione e di conseguenza sono presenti da sempre un elevato numero di partiti, anche piccoli.

E in Italia? Gli elettori sono estremamente insofferenti verso partitini e "cespugli" del proprio e altrui schieramento. Lo stesso vale per gli opinion leader e i media in generale. Ma al momento delle elezioni 400 mila elettori (l'1%) disposto a votare il partitino si trova sempre. Moltiplicato magari per cinque o sei.
Da aggiungere, per complicare le cose, che la tendenza a premiare i partitini è maggiore tra l'elettorato di CS che tra quello di CD (per questo hanno creato il porcellum).

Bipartitismo vs bipolarismo
Qual è il sistema che ostacola al massimo la frammentazione? Il sistema inglese, maggioritario uninominale secco a turno unico. Potevamo già avere questo sistema se passava il referendum del 2000, che non ha raggiunto il quorum per pochi voti (e sorvoliamo come).

Tramontato quel tentativo, che ha visto peraltro impegnato in prima persona il nostro Uòlter, i piccoli partiti hanno ripreso posto in parlamento, sono diventati decisivi per la maggioranza, e naturalmente ostacolano qualsiasi sistema che punti a ridurre la frammentazione.

I quattro sistemi
Consci che la perfezione è negata all'uomo dopo la cacciata dal paradiso terrestre e che qualsiasi sistema elettorale potrà comunque fallire i suoi obbiettivi per i vincoli riassunti sopra, vediamo le quattro opzioni che abbiamo davanti:

(1) il porcellum viene corretto dal referendum
(2) si passa al sistema tedesco
(3) rimane il porcellum
(4) si torna al matterellum

Il tedesco dà più garanzie?La opzione (2) è la più rischiosa tra le quattro: si va verso l'ignoto ed è sicuro che il sistema tedesco verrebbe interpretato e variato, con ulteriore indeterminatezza dei risultati.
Ulteriore elemento di variabilità sarebbe l'intervento in parallelo per il Senato. In Germania non c'è il bicameralismo perfetto, se fosse adottato anche il loro sistema per la "camera delle regioni" sarebbe uno scenario, se fosse adottato il loro sistema per la "camera bassa" per entrambi i rami del parlamento sarebbe uno scenario ben diverso e ben più problematico.

Supponiamo di essere in questo secondo scenario.In pratica sarebbe un sistema proporzionale con sbarramento. Possiamo pensare al nostro vecchio sistema elettorale proporzionale, quello della prima repubblica, con uno sbarramento del 5% per accedere alla assegnazione dei seggi.

I voti dei partiti che non raggiungono il quorum (se dovesse accadere) verrebbero spartiti tra gli altri, e quindi non si avrebbe una proporzione tra eletti ed elettori.

Ma ci sarebbero veramente partiti che rischiano? Nella storia recente è avvenuto per Rinnovamento Italiano di Dini nel '96 (ed è andata bene, anche se con un margine basso) e poi l'Italia dei Valori di Di Pietro nel 2001 (ed è andata male a lui). Può darsi quindi che qualche atto d'orgoglio ci sarebbe.

Ma è più probabile che venga adottato il sistema del partito omnibus. In questo caso lo sbarramento sarebbe aggirato e la frammentazione rimarrebbe, magari un poco ridotta.

Gli ottimisti sostengono infatti che il sistema del partito omnibus o del listone unico non è comunque gradito ai piccoli partiti perchè non possono contarsi. Di conseguenza la soglia di sbarramento spingerebbe comunque alla aggregazione.
in Italia però anche il problema di contarsi si risolve facilmente: i partiti si contano nelle altre elezioni (sono frequenti) e soprattutto nelle europee (che sono a proporzionale puro) e poi contrattano il numero di candidati e di posizioni in lista sulla base dello "storico".

Bipolarismo a rischioRiguardo a sapere chi vince e avere poi garanzia di governabilità il sistema tedesco è un punto interrogativo. Il sistema non impedisce che si formino più di due schieramenti, e in teoria potrebbero anche entrare in parlamento 10 e più partiti. Il bipolarismo tedesco, con occasionali alleanze, è frutto di quel paese e non è imposto dal sistema.
Succederebbe così anche da noi, essendo bipolari ormai tutti gli altri sistemi elettorali (sindaci, province, regioni) e considerando che ormai l'elettorato richiede questo? Oppure si penserà di forzare questo esito con premi di maggioranza e indicazione del premier?

Restando al sistema tedesco così com'è la possibilità di un ritorno alla situazione della prima repubblica c'è, quindi maggioranze variabili, partiti ago della bilancia, elezioni anticipate e tutto il corredo che conosciamo.
Rispetto al porcellum avrebbe solo il vantaggio di essere meno a rischio di macroscopiche sproporzioni tra eletti e numero di voti, oltre a restituire la possibilità di scegliere il proprio rappresentante alle Camere.
Chiaro è che se venisse corretto in senso bipolare farei altre considerazioni, ma al momento non ci sono gli elementi per una analisi.

Il porcellum col fardPer salvare il maggioritario, il bipolarismo e l'alternanza sembrerebbe quindi preferibile puntare al referendum, almeno quello che rimarrebbe dopo l'approvazione dei quesiti sarebbe un sistema con premio di maggioranza, che spinge quindi al bipolarismo.

I quesiti del referendum Guzzetta-Segni sono soltanto 3 e riguardano:
1. la possibilità per partiti di coalizzarsi (verrebbe abolita)
2. il premio di maggioranza (sarebbe attribuito di conseguenza al partito di maggioranza relativa)
3. la possibilità per un candidato di presentarsi in più circoscrizioni (e poi rinunciare e far entrare il 2° o il 3° e così via)
Osservato che siamo tutti d'accordo sul terzo e che rimarrebbero comunque le liste bloccate e imposte dai partiti e la impossibilità di scegliere i rappresentanti, solo i primi due quesiti hanno influenza sul sistema di formazione della maggioranza e del governo.

In pratica verrebbero abolite le coalizioni e parteciperebbero alla gara per il premio di maggioranza di 340 deputati (un bel malloppo) soltanto i partiti. Cosa avverrebbe in pratica in Italia? Anche il CD dovrebbe arrivare al partito unico, mentre il CS ci è già arrivato. Quanto agli altri, dovrebbero per forza ricorrere al sistema del partito omnibus (vale quanto detto prima per il sistema tedesco). Sarebbero però fatalmente destinati alla opposizione (o ad un appoggio aggiuntivo e non decisivo). Questo dovrebbe (forse) convincerli progressivamente a confluire nei due partiti unici, a meno che vogliano rimanere come partiti "di testimonianza" (o di presenza).
 
Gli aspetti negativi del porcellum, in particolare la possibile difformità anche elevata nei risultati tra Camera e Senato e la sproporzione potenzialmente anche molto forte tra voti ed eletti rimarrebbero invariati. Soprattutto, rimarrebbe la separazione totale tra eletti ed elettori.

Tra il ritorno del proporzionale alla tedesca e il porcellum con un po' di fard referendario non saprei quale soluzione sarebbe la meno peggio.
Per il CS le opportunità migliori le darebbe il sistema tedesco, mentre il porcellum con il fard rimarrebbe ostico come l'originale (vedi altro post apposito).
Inoltre il referendum potrebbe anche andare a vuoto, come al solito, santificando e cristallizzando il porcellum (che rimane comunque il peggio).

La soluzione migliore senza se e senza ma resta la più semplice: il ritorno al mattarellum. L'aveva proposta a suo tempo il buon Castagnetti e credo l'abbia fatta propria anche la Finocchiaro.

I partiti minori questa legge elettorale la conoscono e hanno convissuto con essa, potrebbero anche preferirla alle incognite di altri sistemi nuovi. Il bipolarismo sarebbe preservato, con la possibilità di arrivare a un vero bipartitismo accompagnando una progressiva maturazìone dell'elettorato. Si tornerebbe finalmente ai collegi e a deputati e senatori che ci mettono la faccia.
La soluzione migliore, che rimane per ora sotto traccia, spero e confido che riemerga per tempo.

martedì 30 ottobre 2007

L'illusione del bene. Again

Ritorno sul libro di Cristina Comencini, del quale avevo commentato a suo tempo la promozione sulla stampa. Nel frattempo il libro è uscito, l'ho letto e ieri c'è stata anche una interessante presentazione del libro con Veltroni, l'autrice e Margherita Buy che ha letto alcuni brani, alla galleria Alberto Sordi di Roma.

E' da un lato un romanzo nello stile tipico della Comencini, molto calato nella realtà di oggi e nella vita delle persone del nostro tempo, con un occhio attento e partecipe, senza pudori, rivolto alla sfera dei sentimenti e alle infinite contraddizioni nel percorso di ognuno di noi. Cogliendo questo lato Veltroni l'ha definito, giustamente, un libro lieve, in grado di condurre il lettore senza forzature e messaggi imposti dall'alto nel mondo dei personaggi che lo animano.

Ma è anche un libro politico, per il tema di fondo: le riflessioni da fare sulla sottovalutazione dell'importanza della libertà. L'illusione del bene è l'errore di fondo di scusare la privazione della libertà in nome di un fine superiore.

La domanda che pone il libro quindi è: la sinistra, tutta la sinistra, ha giustificato per decenni i crimini del comunismo?

La risposta della Comencini è sostanzialmente affermativa e ad essa segue come logica conseguenza la spinta a occuparsi con maggiore interesse e partecipazione di questo passato (rimosso anche nei paesi coinvolti) e a fare coraggiosamente i conti con questi errori.

Non si può che essere d'accordo sulle conclusioni, e anche Walter (a destra la galleria gremita) l'ha ribadito con energia ieri, mentre l'analisi su quello che è successo merita, secondo me, un approfondimento su più dimensioni e angolazioni, che provo a sintetizzare (è un post!) in:

- giustificazione (e condivisione)
- scusa (e difesa)
- riformabilità (e revisionismo)
- conoscenza (e curiosità)

L'unica soluzione è la rivoluzione

Nei paesi del socialismo reale, in Cina, a Cuba, la rivoluzione l'avevano fatta e quindi stavano più avanti di noi, per tutta la parte politica, ampia, che si riconosceva negli anni '70 in questo slogan, o ne era affascinata a vario grado. Casomai la critica era verso la rivoluzione tradita, la nuova borghesia e burocrazia di partito che aveva occupato il potere in URSS, ma nessuno metteva sotto critica la mancanza di libertà e di costruzione dialettica delle decisioni. Erano per la dittatura del proletariato, e in fondo l'applicavano anche nella vita politica da noi. Erano ben poco democratiche le assemblee a Lettere o nei licei, chi si attardava a sostenere il sistema dei rappresentanti di classe e di istituto era bollato come un sostenitore dei "parlamentini". E tutto il sistema elettorale era negato (non a caso si chiamavano "gruppi extra-parlamentari") o ironizzato. Nell'assemblea tutto era più semplice, i leader di diritto occupavano la presidenza e poi guidavano i partecipanti verso le decisioni.

Quindi la giustificazione della necessità di reprimere i nemici del comunismo era implicita ed assodata nel fine superiore, chi criticava faceva "il gioco del nemico".

Scusa e difesa

Una condivisione e giustificazione che sfumava nella scusa per chi invece inclinava, più che alla giustificazione, alla minimizzazione e all'eterno argomento "lui è peggio di me". I bombardamenti a tappeto in Vietnam, l'appoggio a ogni dittatura fascista in Europa, i golpe pilotati e supportati in Cile, in Brasile in Argentina, erano il piatto della bilancia che rendeva più leggere le colpe e le privazioni della libertà nei paesi del socialismo reale, ad iniziare dall'URSS, che comunque appoggiava il Vietnam e consentiva la sua strenua resistenza, oppure ospitava i profughi scappati dalle tremende dittature sudamericane. Quante volte abbiamo sentito persone di destra o dichiaratamente fasciste, in occasione del giorno della memoria o dopo una proiezione di Schlinder's List, glissare sulle complicità dei fascisti italiani, o addirittura dei nazisti, e passare a parlare dei Gulag, o della Cambogia, o delle foibe, o delle fosse di Katin?

Bè, è un errore in cui siamo caduti anche noi di sinistra. Quando si parla di un genocidio, si parla di un atto contro un insieme più grande di quanto non sia la sinistra o la destra, i progressisti o i reazionari: la comunità delle persone. La ragioneria dei morti lasciamola ad altri. Non rinunciamo però a capire le motivazioni storiche, economiche, antropologiche per passare ad una indifferenziata e generica condanna, capire è il modo migliore per prevenire.

In sintesi, un errore, ma non una negazione dell'errore e dell'orrore.

"Il sistema è ancora riformabile?"

Riconosciuti i crimini di Stalin, gli errori dei suoi successori, la distorsione nel consenso data dalla mancanza di libertà, minimizzati tatticamente gli errori nella dialettica e polemica politica, alla sinistra internazionale (non solo al PCI e ai comunisti) rimaneva per lunghi anni attuale la domanda: "Ma il sistema è ancora riformabile?".

Era la domanda del revisionista, che dava il giusto valore all'opera di Marx, ma ne vedeva gli aspetti superati dalla evoluzione della tecnologia e della società, che aveva letto Keynes (in evidenza anche nel libro), che puntava ad una revisione del modello socialista e ad una conseguente o parallela evoluzione in senso di partecipazione democratica nei paesi del socialismo reale.

praga-1968-1Fino a quando è durata questa speranza e fino a quando è stata attuale questa domanda? Fino a Bad Godesborg? Fino all'allontanamento di Chruscev?  Probabilmente fino al 20 agosto del 1968, invasione della Cecoslovacchia. Dall'interno dello stesso partito comunista cecoslovacco stava arrivando la spinta per un allargamento del consenso e della partecipazione, senza alcuna opzione di ritorno puro e semplice al capitalismo. Ma anche questa era una minaccia intollerabile, evidentemente, per la oligarchia al potere nei paesi del socialismo reale. Dopo questo evento traumatico, che ha visto il PCI (non fa male ricordarlo) schierato, come il PSI, nettamente a favore dei riformatori cecoslovacchi, era ben difficile pensare che ci fossero ancora spazi per una ripresa della "spinta propulsiva", per una autoriforma del sistema.
E infatti non molti anni dopo (era il 1976) Berlinguer chiudeva questa fase (e sorvoliamo con le speranze poi deluse del tentativo di Gorbacév a fine anni '80).

praga-1968-4Conoscenza e curiosità
 
Ma sapevamo veramente quello che avveniva nei paesi dell'Est, o in Cina? Oppure, ancor peggio, ci mancava la curiosità per approfondire? Mi verrebbe da dire che sapevamo tutto l'essenziale: gran parte delle informazioni venivano dall'interno stesso del sistema, gli atti del XX congresso del PCUS, i film e le opere letterarie del disgelo, le testimonianze sulle persecuzioni in epoca stalinista e poi quelle successive alla invasione della Cecoslovacchia. Inoltre, avevamo ben chiaro che in quei paesi non c'era democrazia, bastava notare che non si votava se non per un partito unico, che non si poteva viaggiare liberamente, che non si potevano stampare giornali indipendenti né aprire stazioni radio.
Posso aggiungere anche qualche ricordo personale, perché in quei paesi ho viaggiato abbastanza, negli anni '70.

praga-1968-2Ricordo ad esempio il confine tra Austria e Cocoslovacchia, eravamo nel 1974 e la strada che partiva da Vienna diventava sempre più stretta, le auto si diradavano e rimanevano solo pochi occidentali, turisti e viaggiatori. Prati non coltivati e in fondo la stazione per il controllo dei documenti, presidiata da militari armatissimi. A perdita d'occhio nella pianura mitteleuropea una recinzione di filo spinato, con tanto di fossato e corredo standard. Eretta evidentemente non ad impedire che gli austriaci invadessero la Cecoslovacchia a piedi, ma il contrario. Una immagine che ricordava decisamente quella di una prigione. 
 
Anche il muro di Berlino, visto dalla parte Ovest nel 1975 faceva una certa impressione, non tanto l'altezza (sarà stato 2 metri e mezzo) quanto la terra di nessuno che lo precedeva e le torrette che si ripetevano a intervallo regolari, con i soldati di guardia sopra. Dalla parte Est era forse più dissimulato, la terra di nessuno più ampia, e c'era una grande attenzione a presentare al meglio i risultati della DDR (la torre della televisione ecc.).

In Polonia ho girato a lungo con due amici e per qualche tempo anche da solo, negli stessi anni. Si faceva amicizia facilmente perché di occidentali, figuriamoci di italiani, se ne vedevano ben pochi. Devo dire subito che tra le molte persone con cui ho parlato non ne ho trovato una che fosse in qualche modo, anche parzialmente  critico, d'accordo con il regime. Erano tutte persone comuni, non si interessavano di politica o di grandi sistemi, e all'epoca consideravo che anche in Italia uno straniero avrebbe ben difficilmente trovato qualcuno disposto a parlare bene dei governi DC. Non erano neanche particolarmente preoccupati di esprimersi con sconosciuti, seppur occidentali. Ricordo una lunga serata in un ostello della gioventù con il gestore, una conversazione nell'unica lingua che avevamo in comune (il latino ... noi andavamo al liceo ma lui, avrà avuto 30 anni, come tutti i polacchi se lo ricordava ancora molto bene) e le sue tesi sul ruolo della Polonia come baluardo dell'occidente contro i russi e i bolscevichi.

praga-1968-7Cambiavamo i nostri dollari al mercato nero nel centro delle città, mantenendo soltanto un minimo di attenzione, con persone conosciute da pochi minuti. Tornato in Italia osservavo con mio padre che non mi sembrava un regime di polizia, ma lui mi disse "tu prova però a distribuire un volantino o a passare a qualcuno un documento, e vedrai che come dal nulla si materializzano 4 o 5 uomini della milizia e ti portano istantaneamente al commissariato".
Questa era la realtà, assieme alla mancanza della libertà di muoversi.

Un paio di anni dopo una ragazza conosciuta in Polonia è venuta in Italia per un mese a trovare uno dei miei amici. Per ottenere il permesso temporaneo di uscita aveva dovuto lasciare in ostaggio il resto della famiglia in Polonia, se fosse rimasta da noi avrebbero passato i loro guai. E certo avevano dovuto passare verifiche preliminari attente. Tutti insieme non sarebbero potuti venire. Un altro nostro amico abitava proprio a Via dei Taurini, dove c'era la sede sia de l'Unità sia di Paese Sera. Spiegato cosa erano questi giornali il suo commento, dopo che aveva passato un paio di settimane in giro per Roma, è stato uno solo: "questi sono matti". Ho cercato di argomentare le nostre differenze e la via italiana e democratica al socialismo, ma temo di non esserci riuscito.

(Grande ironia della storia che venti e più anni dopo, quando loro hanno avuto la libertà di muoversi nel mondo, siamo stati noi a stendere mura e recinzioni di filo spinato, reali e virtuali, per impedirgli di entrare nel nostro mondo ...)

La curiosità e il desiderio di andare a fondo quindi c'era o no? In alcuni certamente sì, ma proprio il libro della Comencini, con la sua ricerca sui samizdat russi e sulla estensione del fenomeno (fino agli anni della prestrojka!), ci fa sapere quanto altro ci sarebbe stato da scoprire. In generale, occorre riconoscerlo, si preferiva sapere solo l'essenziale che citavo sopra, e non insistere troppo.

In sintesi: abbiamo giustificato i crimini in nome di un presunto bene superiore? Da quanto ho scritto sopra è chiaro che la mia risposta è no. Ma, col senno di poi, bisogna riconoscere che avremmo potuto prima e con maggiore convinzione separare la nostra storia e i nostri obbiettivi, tirando le conclusioni da quei fatti dell'agosto del 1968.


(Le foto dell'invasione di Praga sono di Fernando Scianna, 1968, e sono tratte dalla rivista Popular Photography di ottobre 1968)