venerdì 29 giugno 2007

Il black-out del 2003

Visto che si parla di black-out (come ogni estate) mi è tornato in mente lo "storico" black-out del 2003.

Storico per modo dire, perchè è stato come rimosso dalla memoria collettiva.
Roma era impegnata completamente nella prima "notte bianca" una idea nata a Parigi che Veltroni, uomo politico cosmopolita, aveva prontamente deciso di importare.

L'organizzazione di questo primo  evento era valida sino a un certo punto perchè, avendo dato il permesso alle auto di entrare nel centro storico, la notte bianca si era progressivamente trasformata nell'inverso perfetto delle "giornate senza auto".
Comunque, intorno alle 3 e un quarto di notte buona parte dei nottambuli stava tornando alle rispettive abitazioni. Personalmente ero a casa da pochi minuti quando è andata via la luce, ovviamente non ci ho fatto caso pensando ad una normale interruzione di corrente, e sono andato a dormire.

La mattina dopo mi sono alzato relativamente presto per un impegno e ho notato che la luce non era ancora tornata. Una interruzione piuttosto lunga che riguardava tutto il palazzo e, pareva, anche l'isolato. Devo dire che ho pensato quasi subito: "Veltroni l'ha fatta grossa", mi era venuto il sospetto che la richiesta extra di corrente per la notte bianca avesse provocato un collasso delle centrali che alimentano Roma, e quindi un black out.

Con questo sospetto in testa sono salito in auto, con l'intenzione di ascoltare la radio (non ho radio a batterie a casa). Ero sintonizzato su Radio 24, che sento spesso, e che fa notiziari ogni mezzora. Grande la mia sorpresa nello scoprire che la potente emittente del Sole 24 Ore non trasmetteva. Sono passato ad altre stazioni locali, sempre perchè pensavo ad un problema a Roma, ed erano mute anche quelle... In un momento mi è tornato in mente l'Eternauta, il celebre romanzo a fumetti di Solano, la neve tossica che cadeva sulla città, e le altre storie di fantascienza sulla fine del mondo. Effettivamente ben poche macchine e persone giravano, pur non essendo prestissimo, ed essendo in pieno centro, e la città aveva un aspetto vagamente spettrale.

Mi sono quindi sintonizzato sulle stazioni nazionali RAI e queste almeno trasmettevano. La mia sorpresa è però ancora aumentata sentendo i soliti programmi e scherzi gratuiti della Domenica mattina. Mentre mi muovevo per Roma e vedevo che il black out era generalizzato, i semafori spenti, nessuna luce accesa da nessuna parte. Ma come, la capitale in black out da ore e nessun notiziario speciale? Passavo dal 1 al 2 al 3 canale e niente, solita programmazione, solite chiacchiere. Fino a che arriva il giornale radio, avevo percorso già diversi chilometri, e dopo molto tergiversare il giornalista al microfono fa capire finalmente cosa è successo: il black out c'è e riguarda tutta l'Italia!

Un evento enorme, mai accaduto in questa portata in nessun paese del mondo, e questi continuavano le trasmissioni come niente fosse (avendo i generatori). Gli altri invece erano spenti e muti.

Confesso che ho pensato anche a una raffinata tecnica di colpo di stato, e aspettavo di sentire almeno il ministro dell'interno. Invece, dopo altre imbarazzate spiegazioni di qualcuno dell'Enel, ecco finalmente un intervento dell'unica autorità statale apparentemente al lavoro in quella Domenica mattina di disastro nazionale: il capo della protezione civile, il solito infaticabile Bertolaso!

E per sovrappiù col passare del tempo scopro che il black-out non solo interessa tutto il paese, con l'unica eccezione della Sardegna, isola lontana, ma nessuno è in grado di prevedere quando si tornerà alla normalità.

Le spiegazioni del guasto sono arrivate nel corso della giornata ed erano sempre più incredibili. Si scopriva che in Italia esiste una "rete elettrica nazionale" e che tutte le centrali sono interconnesse (tranne quelle della Sardegna, appunto), che se una centrale cade e provoca un calo improvviso di tensione le altre vanno in blocco a catena per proteggere gli impianti dalll'eccesso di richiesta di tensione. Che una volta andata in blocco una centrale impiega molte ore a ripartire. Ma quante erano le centrali in blocco? Tutte! Si era verificata una reazione a catena.

A questo punto ci si chiedeva qual era la centrale che aveva provocato la reazione a catena. E viene fuori che non era stata una centrale. Era stato un albero. In Svizzera. Viene fuori che noi importiamo buona parte dell'energia dalla Francia (energia nucleare, quindi, altro che "no grazie") che l'elettrodo passa per la Svizzera e lì un albero durante una tempesta era caduto su una linea principale ad alta tensione. Provocando la repentina caduta e tutto il resto.

Si dice sempre che la Francia è vulnerabile perché dipende da 4-5 mega centrali (nucleari), colpendo quelle, il paese sarebbe in ginocchio. In Italia è necessario uno sforzo molto minore: basta abbattere un albero! ... meno male che la Svizzera è un paese neutrale e poco aggressivo, altrimenti potevano invadere l'Itala semplicemente tagliando qualche cavo ad alta tensione.

Nel frattempo gli italiani si affidano alle batterie, prima di tutto a quelle dei telefonini, gli ultimi modelli sono in grado di durare ore (con i vecchi TACS a metà mattina saremmo stati tutti isolati) e ai generatori della rete del buon vecchio monopolista Telecom e delle altre società TLC. Mentre tutto il resto appare drammaticamente legato alla luce elettrica. Medici non riescono a prendere servizio in ospedale perché scoprono che il cancello automatico del garage funziona solo a motore e non è previsto un comando manuale. Treni e metro e tram fermi. Radio e TV locali mute. Generatori di ospedali che si scoprono non funzionanti e mai collaudati. Scorte di gasolio per i gruppi elettrogeni insufficienti, frigoriferi e pozzetti sempre più vicini allo sbrinamento del prezioso contenuto (era fine settembre, non faceva più tanto caldo, ma le ore passavano).

Pensate che qualcuno del govermo si sia affacciato sui telegiornali per organizzare i soccorsi e la resistenza al black-out? Che abbia organizzato un numero verde (che non si nega a nessuno)? Neanche per sogno. Berlusconi, presidente del consiglio da più di due anni, furbo come una faina, aveva capito subito che: 1) non c'era assolutamente nulla da fare se non aspettare che le centrali ripartissero  2) che non voleva associare la sua faccia al disastro apparendo in televisione a rincuorare gli italiani (lui vuole apparire solo in occasione di vittorie del Milan e simili, raggiante e contornato da gente in festa). Quindi osservava il più scrupoloso silenzio. E i berluschini sparsi nel CD non volevano essere da meno, a cominciare dal ministro dell'interno Scajola, fino all'ultimo sottosegretario.

E anche l'Enel faceva la sua parte, nel senso che il nuovo AD che aveva sostituito Tatò, Scaroni, in base allo spoiling system (Tatò, pur essendo l'ex AD di Mediaset, era stato nominato dal Centro sinistra, e quindi prontamente sostituito dal nuovo governo) si guardava bene anche lui dal comparire in qualsiasi intervista, e mandava avanti sconosciuti e imbarazzati ingegneri. Che cercavano di dare la colpa alternativamente alla Francia e alla Svizzera.

Ma come? Create un unico sistema nazionale e non fate una simulazione su cosa sarebbe successo in caso di cadute di tensione pesanti? Non prevedete un piano di rientro? Neanche un piano di emergenza? Che so, vecchie centrali mantenute come scorta? Alcune centrali comunque fuori dalla rete? Esercitazioni per la riaccensione rapida? No, la colpa per Scaroni era degli italiani, come diceva in una intervista alcuni giorni dopo: "La notte del black out - ha affermato - ci ha insegnato che dobbiamo costruire più centrali, più reti di trasmissione e dotarci di un sistema che sia indipendente dall'import. Se i cittadini non accettano la costruzione di nuove centrali, il problema energia resta quello di sempre". 

Pensate che questo genio sia poi stato rimosso dal CS? No, nel frattempo era passato all'ENI, sempre durante il CD, all'Enel era stato messo l'ex direttore amministrativo di Telecom Fulvio Conti, un valido manager, peraltro.

In realtà a quanto ho capito qualcosa di concreto è stato fatto, è stata migliorata la robustezza del sistema, perchè quello che si è scoperto poi, e che si può leggere sul rapporto della commissione  istituita dal ministero delle attività produttive, e che: 1) è vero che l'innesco della reazione a catena è stato determinato da una combinazione di fatti eccezionali, ma 2) è anche vero che la propagazione è stata facilitata da molte centrali con sistemi di distacco obsoleti e non a norma e che la riaccensione e la gestione dell'emergenza ha mostrato lentezze e scarsità di preparazione e di strumenti in molte centrali.

Gli italiani però in questa occasione, quasi che veramente fosse colpa loro, hanno mostrato una insospettabile "carità di patria" nei confronti dei vertici del paese e dell'Enel. Nessuno li ha criticati e sbeffeggiati, nessun giornale ha stigmatizzato la solitudine nella quale è stato lasciato Bertolaso da tutto il governo compatto, Panebianco non ha scritto alcun editoriale indignato sul Corriere della sera, tutto è tornato velocemente alla normalità dalla sera di Domenica, quasi come una vergogna nazionale da cancellare (da Guinnes dei primati: il più lungo e ampio black-out della storia, l'unico che ha coinvolto una intera nazione, e non uno staterello sperduto: la sesta potenza industriale del mondo). E il CS? Signori come sempre, non hanno quasi neanche segnalato il comportamento vigliacco del governo, e hanno del tutto dimenticato questo buon argomento nelle elezioni del 2006.

Dal pomeriggio di Domenica la luce è tornata progressivamente in tutta Italia, tutti sono tornati con sollievo alle solite attività, con la voglia di dimenticare in fretta questa figuraccia nazionale. Gli unici irriducibili sono rimasti i fiduciosi incrollabili nella giustizia, o gli appassionati delle cause, alcune migliaia di persone che hanno intentato cause all'Enel davanti ai giudici di pace di tutt'Italia, in alcuni casi ricavandone qualcosa, in altri nulla. Perchè i giudici di pace, come noto, applicano la legge non in modo univoco. La causa più importante era comunque quella dell'autorità garante per l'energia verso l'Enel, che però è stata assolta per non aver commesso il fatto, cioè per la eccezionalità dell'evento e carenze al di fuori dell'Enel.

Il giorno dopo si è scoperto che qualcuno si era comunque adoperato, al di fuori delle autorità e delle catene di comando, a parte la solita protezione civile. Sempre a Radio 24, ora attiva, una operatrice del 187 Telecom Italia ha raccontato la notte al call center principale di San Cono in Calabria. Ancora funzionante come tutta la rete Telecom grazie agli investimenti in gruppi elettrogeni dei bei tempi del monopolio. Con gli operatori rimasti in servizio a oltranza per rispondere alle chiamate e i responsabili attaccati al telefono con la protezione civile e le forze di polizia, per sapere  quali risposte far dare dagli operatori in servizio. Perchè gli italiani al buio, non trovando altre risposte, chamavano il numero di guasti e informazioni della Telecom, che in qualche modo si era accollato questo servizio.

Morale della storia? E' opportuno tenere in casa una radio a batteria.

mercoledì 27 giugno 2007

Un paese reale

Un noto economista, apprezzabile sia per l'attitudine ad argomentare sia per coerenza ed equità di giudizio (non applica due pesi e due misure) ha criticato preventivamente l'accordo sulle pensioni perché allontana dalla linea del rigore. Si tratta di Tito Boeri (su La Stampa) e il suo articolo si può leggere qui.

In sintesi la posizione di Boeri è che ogni sforzo debba essere fatto ed ogni risorsa addizionale spesa per rientrare dal debito e rimettere il sistema vecchi-giovani / occupati-pensionati in equilibrio. Gli unici interventi sullo stato sociale accettabili sarebbero quelli sugli "ammortizzatori sociali" in quanto, evidentemente, potrebbero consentire di mantenere l'attuale elevato livello di flessibilità nel mercato del lavoro, o addirittura estenderlo.

A parte che il presunto scarso rigore del governo non è stato comunque sufficiente a raggiungere quell'accordo che si dava per scontato, sono considerazioni corrette e condivisibili, ma applicabili a un paese che non c'è, o almeno che non è l'Italia di oggi, quella di ieri e probabilmente quella di domani.

Un paese dove i cittadini votano per i governi in base ai risultati economici conseguiti (in Italia il governo dell'Ulivo è stato mandato a casa nel 2001 dopo risultati straordinari e addirittura inaspettati nella loro ampiezza, e il centro-destra ha aumentato enormemente i voti, andando a un passo dalla vittoria nel 2006, dopo 5 anni disastrosi di stagnazione e prosciugamento delle riserve accumulate dal governo precedente, ma anche in USA le cose non sono andate diversamente nel 2000 e nel 2004), un paese nel quale esiste un livello di solidarietà tra categorie o generazioni che consenta di proporre e far accettare sacrifici da una verso l'altra (e la veemente protesta di autonomi e professionisti contro ogni timido intervento di leggero riequilibrio della pressione fiscale è già un buon esempio a smentita), un paese nel quale la forma statale consente a un governo di governare per un periodo predefinito e senza rischi di elezioni anticipate, ricatti incrociati e passaggio di partitini o singoli deputati o senatori all'avversario.

Un paese che non è l'Italia.

Boeri e gli altri economisti rigoristi dovrebbero riconoscere che l'unica strada è quella dei piccoli passi e dei compromessi, e della continua alternanza tra distribuzione e accantonamento. Così facendo e operando con accortezza si può anche sostenere e incrementare lo sviluppo, favorendo una uscita più facile dall'eccesso del debito. Così peraltro è stato costruito il misconosciuto miracolo della gestione Ciampi-Visco nel governo dell'Ulivo 1996-2001 (che aveva le sue premesse negli accordi tra le parti sociali del '93 e del '95).

venerdì 22 giugno 2007

Sindacalismo missionario

Ogni tanto qualcuno in tram se la prende coi sindacalisti. Di solito dicono che fanno i signori coi nostri soldi. Parecchia gente in effetti pensa che il sindacato sia un'istituzione pubblica, pagata in qualche modo dallo Stato come molte altre cose in Italia. Probabilmente questa erronea idea deriva dagli incontri di vertice, dal ruolo istituzionale che media e TV assegnano ai sindacati, magari dalla distanza da qualsiasi ruolo produttivo, otlre che da semplice ignoranza.

In realtà ogni sindacato è una associazione che vive dei contributi degli iscritti, al limite potrà beneficiare dell'istituto del distacco sindacale, ma in questo caso il finanziamento indiretto arriverà in massima parte dai datori di lavoro di privato (essendo tuttora i lavoratori privati in numero molto superiore a quelli pubblici).

Come ogni associazione privata ha come scopo primario (mission, dicono gli anglosassoni) la tutela degli interessi degli iscritti. Se gli iscritti sono dipendenti pubblici che, per esempio, nutrono forti sospetti sulla meritocrazia, vuoi perché temono di non avere le capacità o le competenze per ottenere i premi, vuoi per sana diffidenza sulla equità del sistema di valutazione, non è affatto strano che i sindacati seguano e sostengano le aspirazioni degli iscritti, che pagano con le loro quote la struttura e gli stipendi dei sindacalisti, piuttosto che le indicazioni efficientiste del prof. Ichino.

Al sindacato invece viene chiesto di porsi obbiettivi di più ampio respiro, che tengano conto degli interessi del sistema paese, del suo futuro nel medio periodo, e intraprendere una mission educativa nei confronti degli iscritti, convincendoli, sempre restando all'esempio della meritocrazia nel settore pubblico, che il recupero della produttività andrebbe a beneficio di tutti, e indirettamente degli stessi dipendenti, che è un criterio corretto di equità premiare il merito (o de-premiare il de-merito), che si tratta di processi verso i quali si dovrà comunque tendere e che è preferibile co-gestirli. Potrebbe farlo, ma sarebbe assai isolato in un paese dove ogni gruppo (lobby, categria, corporazione) persegue unicamente il proprio immediato interesse.

D'altra parte anche la Confindustria è una associazione privata della parte imprenditoriale (magari anche di questa qualcuno pensa che sia finanziata dallo Stato). Non mi sembra che proponga mai alcunchè che richiede una rinuncia minima, marginale, in termini di potere o di soldi, ai suoi iscritti. Qualche timido accenno della attuale dirigenza all'interesse generale era stato stroncato da rumorose contestazioni a Vicenza o in altre assemblee di industriali. Quello che è sicuro è che nessuno lo chiede, meno che mai appuntiti editoriali del Corriere della Sera.

Un industriale illuminato come Adriano Olivetti si era posto ai suoi anni l'obbiettivo di conciliare lo sviluppo dell'azienda con il rispetto della persona e della comunità, e non erano solo proposte, ma azioni concrete nella sua azienda, che peraltro non era di poca importanza, ma tra le prime nel mondo nei prodotti per ufficio. Ad esempio la varianza della retribuzione doveva seguire un principio etico, e la differenza tra lo stipendio più basso e più alto in azienda non doveva essere superiore a 10 volte. Provasse qualcuno del vertice della Confindustria a proporre il ritorno a questi principi (in Italia siamo a 1:50, in USA anche a 1:500).

Montezemolo non ha alcun titolo a criticare un sindacato troppo "conservatore", non fa altro che il suo mestiere di base, esattamente coma fa l'organizzazione da lui guidata. Provasse lui a fare un passo verso l'interesse generale del paese, magari una riflessione (non basta una battuta) sulla evasione fiscale.

Proprio la capacità di andare oltre l'interesse immediato e specifico degli associati (e della loro maggioranza) è in grado di dare a una organizzazione un ruolo non solo di parte, ma riconosciuto dall'intero sistema paese. E questo vale sia per la confindustria, sia per il sindacato.

L'ultimo passo reciproco verso l'interesse generale risale al 1993, e nasceva da un forte crisi di sistema. Da quel passo è arrivato l'aggancio dell'Euro. Sarebbe una buona cosa ritornare a quello spirito, possibilmente senza la spinta di una crisi esterna.

martedì 19 giugno 2007

Come fa un gioielliere ad arrivare alla fine del mese?

Continua la querelle sugli studi di settore, vessatori per i contribuenti interessati. Da un articolo di Repubblica (Barbara Ardu) si apprende che (dichiarazione 2005) in realtà solo il 50% di autonomi e professionisti hanno aderito agli studi, ovvero hanno accettato i parametri. Gli altri (il 40%) hanno presentato una propria dichiarazione, ovviamente ridotta. Come si legge nell'articolo "... chi si ritiene non congruo ad aderire agli studi di settore (il 50 per cento degli autonomi) dichiara di guadagnare in media tra i 10 mila e i 20 mila euro.".

Ma anche chi accetta gli studi di settore non ha in media un reddito troppo alto:  " ... coloro che hanno aderito agli studi di settore, che si sono dunque riconosciuti nei calcoli dell'Agenzia delle entrate, ..., dichiarano in media 25 mila euro. "

Dunque perché tutta questa retorica sugli operai che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese? Questo casomai è un problema (serio) per metà degli autonomi, che hanno un reddito minore di un pensionato al minimo, e anche l'altra metà, non se la passa troppo bene, si trova intorno al reddito di un bidello.

Dovremmo aspettarci dagli interessati un atteggiamento sobrio e attento a non attirare assolutamente l'attenzione sui loro redditi. Invece assistiamo a proteste veementi, tentativi di dimostrare l'indimostrabile (vedere i commenti al pacato e documentato intervento sugli studi di settore sul sito LaVoce.Info - di solito contestano il fatto che sono dati medi; le medie si fanno per tutti:  aumenti medi, stipendi medi dei dirigenti e dei quadri, bocciati alla maturità, ecc, vai a capire perché solo per i lavoratori autonomi sono inapplicabili.), fino all'aggressione rumorosa  a Prodi al convegno di oggi della Confesercenti (che poi sarebbe l'organizzazione dei commercianti "di sinistra").

Vuol dire che si sentono proprio vessati, oltre ogni limite della sopportazione, da una pressione fiscale che per un lavoratore dipendente è la norma (o anche meno). Cerchiamo di capire il perché, senza pregiudizi. Anche per non cadere in una sterile contrapposizione aprioristica dipendenti versus autonomi.

Il fatto è che il reddito residuo reale che rimane all'autonomo tipo, se la pressione fiscale ritorna nella norma, non è tale da garantire il tenore di vita "premium" al quale è abituato. Un tenore di vita che è considerato la logica e naturale compensazione al rischio elevato della libera professione o attività, e l'unica motivazione per proseguirla. Bloccare il recupero dell'evasione sul nascere, intuendo una debolezza intrinseca dell'attuale governo, rappresenta quindi un modo per mantenere questo differenziale (peraltro corretto). L'unico modo, essendo l'altro, l'aumento della competitività e del valore delle prestazione, ben più difficile da raggiungere, anche a causa delle tipiche criticità italiane (dimensione delle ditte e loro quantità).

A veder bene, anche questo è un problema di solidarietà, mentre invece sta diventando paradossalmente una specie di sfida a chi sorpassa gli altri in liberismo.

lunedì 18 giugno 2007

Quante libertà

Casa delle libertà, Circolo della Libertà (e relativo sito), Partito della Libertà, Giornale della Libertà, Televisione della Libertà (manca la radio, evidentemente è un media considerato obsoleto), è un martellamento da parte di Berlusconi, anche a beneficio della sua pupilla Brambilla.

Ma esiste una parola più ambigua di "libertà"? Anzi più incompleta, perché senza aggiungere da cosa vorremmo essere liberi perde parecchio di senso. O forse ne acquista proprio per questo, ciascuno può aggiungere il senso che vuole. Nel decennio dell'impegno e della sinistra era vista con sospetto, l'unica libertà giusta e condivisibile era la "libertà dal bisogno" (quella che sarebbe stata garantita dal "socialismo reale"). Salvo accorgersi, viaggiando nei paesi dell'Est, che i ragazzi e le ragazze con cui facevamo amicizia forse erano liberi dai bisogni immediati e materiali, ma molto banalmente non avevano una libertà che noi consideravamo naturale e irrinunciabile: la libertà di muoversi nel mondo. Qualche anno dopo abbiamo scoperto che questa libertà per noi ovvia, anzi accresciuta (arrivare a Bruxelles, a Parigi o a Londra senza mostrare neanche un documento, come se andassimo a Latina ...) viene poi negata a tanta altra gente che dal suo paese ora può magari uscire, ma non per entrare nel nostro.

In inglese sono più precisi e raffinati di noi, hanno due parole, non esattamente intercambiabili: "liberty" e "freedom", la prima è di etimologia latina, la seconda di origine sassone (barbara, quindi). La prima indica la libertà come la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni e i propri obbiettivi in un sistema di regole, la seconda la libertà da qualsiasi vincolo (freedom = the right to do what you want, make your own decisions, and express your own opinions", "the ability to do what you want because you have no obligation or responsibility" - Dict. MacMillan). La prima parola è quella scritta nelle costituzioni e nelle leggi ed echeggia i tre concetti fondamentali "Libertè, egalitè, fraternitè" a fondamento del nostro sistema democratico. La seconda può echeggiare anche l'arbitrio, la libertà conquistata a forza e pretesa, ed è probabilmente la più vicina ai desideri dei supporter del nuovo duo Berlusconi - Brambilla, o ai desideri che vogliono indurre in essi.

Ma sbaglieremmo a considerare freedom in una sola direzione, a freedom pensava Martin Luther King nel suo celebre discorso I Have a Dream (e infatti usava quasi solo questo termine), gli rispondeva pochi anni dopo Sonny Rollins con il suo capolavoro Freedom Suite, freedom cantava Ritchie Havens a Woodstock seguito da tutti i ragazzi presenti e freedom era anche la parola usata per le quattro libertà che erano alla base del New Deal di Roosvelt, ovvero alla riforma del capitalismo della quale, in qualche modo, tuttora beneficiamo (libertà di parola e di credo, libertà dal bisogno e dalla paura).

Non rinunciamo a questa parola, decliniamola in tutti i suoi significati, sveliamone l'uso distorto, sosteniamola, nulla è più importante per un uomo che sapere di avere comunque a portata di mano una porta aperta sul mondo.

venerdì 15 giugno 2007

Un paese che va avanti a simboli

Quando la realtà è complessa e richiede fatica e tempo per tentare almeno di iniziare a capirla, qualsiasi scorciatoia è la benvenuta. Una scorciatoia è ricorrere a simboli, rappresentazioni semplificate e banalizzanti che dovrebbero racchiudere il senso di un insieme più articolato.

Liberalizzazioni: nel 2006 sono state le licenze dei taxi, ora l'abolizione del PRA. Simboli inventati (non in modo neutrale) per racchiudere un insieme complesso di norme, che richiedevano e richiedono una certa competenza, o anche un minimo di tempo e di attenzione, per essere comprese.

Cadute o annacquate le liberalizzazioni-simbolo, ecco che parte la semplificazione: le liberalizzazioni si sono arenate, la montagna ha partorito il topolino, la politica non produce risultati ecc. ecc. Mai che un giornalista faccia nomi e cognomi di chi si è dato da fare per bloccare o chieda conto ai critici di cosa hanno fatto loro.

Ad esempio il PRA, residuo dell'800, non serve sicuramente ai cittadini, ma a qualcuno sicuramente serve, se no non avrebbero fermato la sua cancellazione. Qualche coraggiosa inchiesta di qualche critico di professione? Magari del Corriere della Sera?

Un altro simbolo era la provincia di Genova. Se passava al CD avrebbe procurato la caduta del governo Prodi. Vai a sapere perché. Come il comune di Catania nel 2005 per Berlusconi, se perdeva lì i suoi alleati avrebbero chiesto le elezioni anticipate. E perché mai? Qual è il nesso che lega il comune di Catania o la provincia di Genova al resto dell'Italia e poi, siamo sicuri che tutti i cittadini votino nello stesso modo in elezioni locali e generali?

Ma il mondo dell'informazione produce incessantemente simboli e, a quanto pare, i cittadini, o i meglio i lettori e gli spettatori, li ricercano altrettanto incessantemente.

Distribuire cultura e spirito critico sarebbe l'unico antidoto.

giovedì 14 giugno 2007

"All'estero queste cose sono impensabili"

Dice Amato riferendosi alle intercettazioni, e ha ragione, ma perché all'estero i politici e i potenti non usano il telefonino come da noi!
 
Quando incontriamo un politico o un potente a qualsiasi livello in giro per Roma 9 volte su 10 ha l'orecchio attaccato al telefonino. Ma cosa avranno da dirsi? E soprattutto, chi sono gli interlocutori che occupano buona parte del loro limitato e prezioso tempo in interminabili o frequenti conversazioni? Magari non è poi gente così importante come saremmo portati a credere.

All'estero, come farei anch'io, ogni potente ha un assistente che gli fa da filtro e gestisce il suo telefonino. Avete presente "Il diavolo veste Prada" o "Ugly Betty"?

Se ne avessi la possibilità mi libererei istantaneamente del telefonino lasciandolo al mio assistente e stando bene attento a non avere nessun telefonino "privato" o "segreto" che dopo poco conoscono tutti anche perché, se di una persona importante, conoscerlo è uno status symbol.

Come mai nell'affare Antonveneta - BNL non compaiono intercettazioni che coinvolgono Berlusconi o Tremonti? Non se ne interessavano? Avevano raffinati sistemi per non essere intercettati? Ma no, semplicemente agivano per interposta persona, come fanno da sempre i potenti.

Quelli del CS sono più democratici, parlano direttamente loro con tutti.

E purtroppo quando le conversazioni finiscono sui giornali (ci finiscono sempre, è inutile sognare leggi miracolose) inizia il massacro.

Sia chiaro, nello specifico si trattava di normali conversazioni che avevano lo scopo di informarsi su una operazione (l'acquisto della BNL da parte della Unipol con vari partner) che era considerata all'epoca del tutto lecita, e che è del tutto normale nel "libero mercato" che tutti affermano (a parole) essere l'ideale.

Ma una qualsiasi conversazione ascoltata e intercettata appare sospetta e scandalosa una volta pubblicata, magari anche intercettando due maestre d'asilo si scoprirebbe che parlano male della direttrice e usano intercalare la conversazione con termini che dovrebbero accuratamente evitare davanti ai pargoli a loro affidati.

Neanche dire "è meglio che ne parliamo a voce" può salvare la situazione, come abbiamo visto, tutti pensano leggendo "chissà che segreti dovevano dirsi, allora?".

In sintesi: non lo usate il telefonino.

mercoledì 13 giugno 2007

Tre marziani al Quirinale

Oggi Berlusconi, Bossi e Fini salgono al Quirinale (che è un colle di Roma, per questo si dice sempre "salgono") per chiedere le elezioni anticipate. La motivazione sarebbe che nelle elezioni amministrative parziali la coalizione di governo ha perso in 3 città o province su 10 (e neanche capoluoghi). E anche con percentuali di votanti basse, che dimostrano che non ci sia stato proprio un grande plebiscito contro il governo.

Con questo criterio in Italia si voterebbe per cambiare il governo una volta all'anno. Si può immaginare la perplessità di un uomo notoriamente impassibile come Napolitano davanti a questi tre marziani.

Sarebbe più comprensibile e accettabile se portassero il vero motivo: che al governo preferirebbero esserci loro.

Un altro argomento pare che sia la situazione del paese, che "non si tiene più". In realtà tutti gli indicatori sono al bello (PIL, occupazione, produzione industriale, entrate, debito pubblico, avanzo primario) e quindi anche questo argomento è totalmente privo di senso.

Ne rimane solo uno: tenere sveglio il proprio elettorato, propenso al sonno come tutti gli elettorati dopo gli entusiasmi e le emozioni delle elezioni generali, con continue notizie da prima pagina.

martedì 12 giugno 2007

Percentuali, estrapolazioni e conclusioni elettorali

Dunque sono usciti i risultati delle elezioni. Repubblica sintetizza che è finita 20 a 10 per la CdL (sui comuni). Una bella vittoria se si giocasse a pallavolo. Ma in questo caso il risultato ha senso solo se confrontato con il precedente, che era 17 a 13. Quindi +3 per la CdL è la somma algebrica. Se volessimo continuare con il confronto "matematico" dovremmo dire che 3/20 è il 15% e questa è la misura del successo del CdL (+7,5% per il CD). Ma le dimensioni delle città non contano? La più grande, Genova, conterà più di Gorizia, probabilmente.
Insomma, un bilancio che non dice molto, oscillazioni elettorali fisiologiche e legate a situazioni locali.
Allora, sempre per dimostrare il grande successo annunciato della CdL, si passa alle percentuali. Devastante vittoria della CdL a Verona (oltre il 60%) o diminuzione delle percentuali con cui ha vinto il presidente della provincia di Genova, che sono inferiori a quelle di 5 anni fa.
Ma percentuali di cosa? E' evidente che la percentuale dipende dal numero dei votanti, e quindi dagli astenuti, e quindi varia continuamente in base alla scelta degli elettori dell'uno o dell'altro schieramento se partecipare o meno al voto. Scelta che può essere politica (qualche volta) ma che spesso è casuale (impegni vari) e a volte è sistematica (quelli che vanno solo alle elezioni "importanti").

Naturalmente tutti questi sono giochetti e pretesti: il vero obiettivo è dimostrare che l'Unione è in difficoltà e in crisi, e la CdL in recupero, anzi "maggioranza nel paese". Per tirare queste conclusioni bisognerebbe dare un valore statistico ad un "test elettorale" nel quale il campione è del tutto arbitrario e non rappresentativo (a differenza dei sondaggi, che anche quelli, in quanto ad attendibilità ...).  Solo con questa operazione impropria si potrebbe ricavare per estrapolazione una previsione applicabile al dato nazionale.

In realtà questi test elettorali amministrativi parziali non danno mai informazioni attendibili sulla popolarità o meno di un governo o sugli spostamenti degli elettorali, un sondaggio ben fatto dà sicuramente elementi più affidabili. Possono avere un valore generale solo se sono molto, molto, clamorosamente diversi dalle previsioni. E non era questo il caso.

Naturalmente qualcosa si può ricavare, ma portandolo a livello locale. Ad esempio si può ricavare che a Verona il sindaco precedente del CS non ha conquistato nei 5 anni di governo la fiducia degli elettori, o che a Verona, e forse nel resto del Veneto, le preoccupazioni principali, direi quasi uniche, degli elettori sono gli extra-comunitari (troppi) e le tasse (troppe anche queste).

Si può anche ricavare che una parte degli elettori del CS non è andata a votare, volutamente, perché delusa. Si aspettava di più da un anno di governo. Di più in quale direzione? Con 10 partiti nell'Unione è molto probabile che il di più di uno non sia quello di un altro.

Elementi che erano facilmente ricavabili anche senza aspettare il "test elettorale", sul "rivelatore infallibile fobia extra-comunitario" tornerò in seguito, mentre la "disaffezione elettori italiani" è ormai una invariante, come il caldo d'estate. Ha colpito per 5 anni il governo dell'Ulivo tra il '96 e il 2001, e per 5 anni, implacabile, il governo della CdL. Alle elezioni generali però, sia nel 2001 sia nel 2006, le cose sono andate diversamente.

In sintesi, l'Unione dovrebbe preoccuparsi piuttosto di accelerare le decisioni e le azioni, e non curarsi per niente di questo test elettorale, che è stato assolutamente nella media.

lunedì 11 giugno 2007

Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa

Parecchi anni fa la destra italiana (la DC, o almeno la sua ala destra, qualcuno ricorda un certo Massimo De Carolis?) e anche quella francese (un certo De Gaulle) inventavano il concetto di "maggioranza silenziosa", contrapposta alla "minoranza rumorosa" dei contestatori, dei protestatari del maggio francese che facevano un uso creativo del popolare pavé o delle griglie che nei boulevard proteggono i tronchi degli alberi, o dei sessantottini che usavano in Italia le automobili come barricate, quelli ricordati anche da De André ("Storia di un impiegato e di una bomba": se il fuoco ha risparmiato le vostre millecento anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti ...)
Era sottinteso che le brave persone rimanevano in casa e non facevano nulla contro la proprietà pubblica e privata, mentre pochi facinorosi conquistavano l'attenzione dei media e con la violenza davano l'impressione di guidare rivolte di massa.

Ed effettivamente non erano molti, come cantava Pietrangeli "il primo marzo sì me lo rammento, saremo stati mille e cinquecento...". Erano a Valle Giulia, davanti alla facoltà di architettura, era il 1° marzo del 1968 e cominciava quella breve stagione di movimento, seguita da una lunga stagione di movimenti.
Che la maggioranza silenziosa fosse effettivamente tale ne abbiamo avuto però conferma poco dopo, con le elezioni in Francia, e anche con quelle anticipate in Italia del 1972.
Ora sembra che il concetto di maggioranza silenziosa sia stato recuperato anche da qualcuno di sinistra, ad esempio dall'acuto Michele Serra, a proposito dell'effetto mediatico che conquistano regolarmente gli "autonomi", conculcando i diritti di chi vorrebbe tornare a casa con il treno, o vivere tranquillo.

carra_rumoreChiaro che sto pensando agli incidenti di sabato a Roma, dei pochi determinati a lasciare comunque un segno ("le bombe delle sei non fanno male" cantava Venditti, ma sto divagando troppo), e dei molti altri episodi analoghi, ad esempio quelli di Milano a pochi giorni dalle elezioni di aprile 2006.
In realtà non è tanto il numero che conta, quanto cosa se ne fa e chi è disposto a seguire. Anche nella lontana e dimenticata rivoluzione di ottobre le guardie rosse al comando di Antonov-Ovseeenko all'assalto al Palazzo d'inverno non erano certo molte. Ma si è detto poi che erano una "avanguardia", appunto l'avanguardia della classe operaia e contadina che era pronta a seguire quei temerari. Che poi sia stato veramente così, almeno fino al 1923, è oggetto di discussione, e quanto al dopo ....

Avevano ragione dunque loro, le destre, a sostenere la supremazia della maggioranza che esprime la sua volontà con il democratico voto? Qualcuno seguiva effettivamente quelle avanguardie sessantottine o apparivano ai più marziani incomprensibili come gli attuali mitici "black-blocs"?
Sì, la democrazia si è dimostrata superiore, unico modello di società che in condizioni favorevoli riesce a condurre una comunità di persone verso un obbiettivo comune (anche se il '68 ha lasciato ben altri segni). Ma abbiamo anche imparato che è una condizione necessaria ma non sufficiente, che la costruzione del consenso dipende dalla cultura che la stessa comunità riesce a redistribuire, dipende dal controllo dei mezzi di informazione,  che il progresso non è rettilineo ma a volte procede a strappi, non necessariamente morbidi, e che su questi strappi non si può ragionare per schemi. In una parola, la democrazia è qualcosa da costruire e da difendere e da divulgare incessantemente.

sabato 9 giugno 2007

tasse tasse tasse tasse tasse tasse

Un tizio su due che chiama Prima pagina o Radio 24 parla di tasse, pare che nel cervello degli italiani non ci sia altra ossessione che i soldi prelevati dallo stato. Un mondo felice si aprirebbe per tutte queste persone regolarmente "indignate" e prodighe di esempi esteri e di suggerimenti, se le tasse fossero ridotte, magari annullate del tutto. Dovrei essere solidale anche io, leggendo la voce "ritenute" del mio CUD di lavoratore dipendente (+ o - pari a quello di 3 gioiellieri, e non perché la mia dichiarazione sia particolarmente alta), ma sento un insopprimibile fastidio dovuto a due riflessioni: 1) mai vengono messe in relazione le tasse con i servizi; 2) mai si capisce, poi, cosa farebbero tutte queste persone indignate con i soldi recuperati.

Lo sappiamo in realtà e dovrebbero confessarlo: le spenderebbero per ulteriori consumi, la X5 invece della X3, il viaggio ai Caraibi, la TV al plasma, la Harley-Davidson e così via.

Anni fa un dirigente della società multinazionale dove lavoravo abbandonò l'azienda per fare proselitismo, era un catecumenale e andava nel Nord Europa per cercare di contrastare il "neopaganesimo", l'abbandono di ogni obiettivo comune e indirizzato alla comunità, o alla crescita spirituale, a favore del puro godimento immediato di gratificazioni effimere, proposte incessantemente dalla società dei consumi.

Non sono un catecumenale, ma questo episodio mi ha molto colpito e mi ritorna in mente regolarmente, quando sento gli "indignati" che hanno come unica preoccupazione nella vita: i soldi accumulati da difendere.

Mi vengono anche in mente i commercianti di Orvieto, che si sono tassati pesantemente per più di una generazione, per costruire il duomo della cittadina umbra, gioiello dell'umanità. Eravamo alla fine del Medio Evo e qualche attenzione maggiore alla spiritualità c'era. Ma se gli attuali indignati fossero vissuti nelle epoche passate l'Italia sarebbe un paese spoglio e privo di monumenti e ricchezze artistiche, a confronto del quale il Dubai sarebbe un patrimonio mondiale dell'Unesco!

Che tristezza quando un popolo vola così basso, e vive solo nel presente, senza alcun progetto per il futuro, senza alcun interesse per quello che si lascia ai figli, senza alcun orizzonte che vada oltre la porta di casa o il recinto del giardinetto della villetta.

Bisognerebbe proprio avere il coraggio di lanciare lo slogan: più tasse per dare di più a tutti.


venerdì 8 giugno 2007

Visite rinviate e grandi proteste

Bush ha rinunciato ad andare di persona a Piazza Sant'Egidio a Trastevere a visitare appunto la Comunità di Sant'Egidio. Si vedranno da qualche altra parte (come peraltro è logico). Motivo: preoccupazioni sulla sicurezza (degli stessi americani).

E subito Berlusconi fa dichiarazioni in cui dice che si vergogna di essere italiano, che è tornata la solita Italietta (sottinteso, quando c'era lui era un'altra cosa) e così via.

Pare essersi dimenticato che il suo governo nel 2001 ha organizzato l'incontro G8 con il maggior numero di incidenti della storia, incluso purtroppo un morto (dopo quell'esperienza hanno smesso di tenerlo in città importanti per anni). Dimentica che proprio nei giorni scorsi gli efficientissimi tedeschi non sono riusciti ad impedire scontri prolungati, con pesanti conseguenze per molte persone, in un altro incontro G8.

Queste manifestazioni violente senza alcuna logica apparente ("rebel without a cause" cantava Tom Petty) e il motivo per cui il G8 (evento inutile come pochi altri al mondo) eccita così tanto gli animi è un tema che andrebbe casomai analizzato e interpretato psicologicamente, magari con l'aiuto del grande Bollea. Ma a quanto pare le uniche cose che interessano sono la propaganda e i messaggi al proprio elettorato di riferimento.


Aggressività non gratuita

Dalle reazioni degli organi di informazioni al voto in Senato (esempio Radio 24 stamattina) si capisce il perchè dell'aggressività e della maleducazione del polo.
Invece di parlare di "vittoria del CS" si parla di "forti proteste della CdL" che "contesta il voto" e lo dichiara "illegittimo".

In questo modo diminuiscono la frustrazione dei loro elettori per la sconfitta e per il fatto di essere in minoranza in parlamento.

Quindi, sono azioni di disturbo e di pressione progettate a freddo, e realizzate da fedeli pasdaran del polo messi lì apposta, che hanno il compito di trascinare gli altri.

E il CS? Non una protesta, seppur flebile. Io avrei denunciato con forza la mancanza di rispetto per il Senato. Avrei fatto il parallelo con gli autonomi e il loro modo di concepire le assemblee, avrei rimarcato singole espressioni e insulti facendo nomi e cognomi dei responsabili.

Questa timidezza continua e invincibile fa male al CS, viene interpretata come debolezza dagli elettori.




giovedì 7 giugno 2007

Questo blog

Questo blog. come dice il motto iniziale, è dedicato a brevi commenti sulla situazione politica, ma anche su fatti vicini e lontani che influenzano il nostro presente. Il nesso con le foto non sempre è immediatamente evidente (neanche a me) ma sicuramente c'è, almeno credo.
Un saluto a tutti e benvenuti sul blog

Devo aggiungere solo che questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicita' . Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
Si declina ogni responsabilità per contenuti, commenti e collegamenti ad altri siti.

Alberto (Jtobal) - Contatto tramite i commenti




Promoveatur ut amoveatur

Scoglio superato sul caso Visco. Di Pietro citato ieri non ha fatto scherzi ma ha fatto una domanda sulla quale chiede un chiarimento: "come mai se il generale aveva tutte queste mancanze era stato proposto alla Corte dei Conti?". Se il messaggio è: "bisogna avere più coraggio e decisione" è condivisibile, chissà che dopo questa piccola lezione il governo non la accolga. Se è una vera domanda e vuol far credere che non conosce il detto latino "promoveatur ut amoveatur" ... non sa che i sistemi complessi hanno bisogno di questi strumenti di regolazione.

Quello che però è insopportabile, anche se pare tutti lo diano per scontato e lo accettino senza protestare, è l'eterna enfasi dei toni, la "gazzarra al Senato", le interruzioni, l'impossibilità di parlare. Mi ricordano le assemblee del '77 con gli Autonomi, l'assoluto disinteresse ad ascoltare qualsiasi argomento del nemico, l'assoluta presunzione non tanto di stare nel giusto, ma di far parte dell'unica fazione che ha il diritto di avere il potere. Fini insulta Bersani e lui cerca di difendersi, D'Onofrio insulta Padoa Schioppa e lui cerca di continuare a parlare. E con quali titoli insultano, cosa hanno fatto mai, cosa potrebbero mettere nel loro CV?

Unica reazione possibile sarebbe il metodo Cuccia (quando Staffelli voleva dargli il tapiro e lui l'ha trattato come se fosse l'"uomo invisibile"): ignorarli e, quando non ci sono conseguenze, andarsene. E usare il potere, ad esempio un cameraman e un regista che per dieci minuti filati inquadra solo ed ossessivamente Schifani urlante. E poi mandarlo su Blob per una settimana di fila. E fare una ventina di clip da mandare su YouTube.


mercoledì 6 giugno 2007

Di Pietro non me la conta giusta

Di Pietro non me la conta giusta. Prima presenta lo sconosciuto De Gregorio al Senato, titolare del marchio Italiani nel mondo e transfuga da parecchi partiti, tra cui Forza Italia. Dura pochissimo, passa dall'altra parte alla prima elezione della prima seduta del Senato. Poi il suo partito, l'Italia dei Valori, non tiene fede al nome in diverse città della Campania, ad esempio a San Giorgio a Cremano (popoloso comune alle porte di Napoli) dove si presenta alle recenti amministrative assieme  a Forza Italia (ebbene sì) e a tutta la destra con un candidato sindaco UDEUR (ebbene sì, e aveva fieramente contestato Mastella per l'indulto).

Infine, proprio quando la destra avvia uno dei suoi rituali attacchi, tanto per vedere che effetto che fa (il caso Speciale, un generale prossimo alla pensione che tira fuori una storia dell'anno prima) e mentre il CS si appresta alla solita difesa (spoiling system, anche voi avete fatto così, avvicendamenti di routine, ecc.) rilascia un'intervista fortemente critica a Visco (suo collega nel governo) sul Corriere della Sera e si appresta anche a presentare una mozione contro di lui.

E a questo punto Mastella, a cui non manca la verve, decide che tre indizi fanno una prova e butta lì, una boutade: non è che si sta preparando un inedito e incredibile governo Berlusconi-Di Pietro?

Amministrative 2007

Berlusconi con i risultati del 28 maggio avrebbe gridato vittoria su tutti i telegiornali. Avrebbe esaltato i risultati "straordinari" de L'Aquila e di Agrigento e avrebbe detto che il risultato di Verona era "scontato". Avrebbe detto che l'unico risultato che contava veramente era quello di Genova, una metropoli, e le altre erano realtà locali di scarsa valenza nazionale.

Invece nei giornali e su Radio 24 il risultato era definito "devastante" per il CS. Non so come avrebbe dovuto essere definito quello di Buttiglione a Torino dell'anno scorso (il candidato del CS, Chiamparino, era al 66% o giù di lì).

In realtà è stato un pareggio, ma in marketing il CS ha perso 20 a 0. Un mio amico dice che è perché sono troppo onesti per sparare balle. Userei una parola diversa anziché "onesto", e direi che avrebbe bisogno di un portavoce con un accenno di faccia di bronzo, requisito indispensabile per qualsiasi portavoce.

Anzi avrebbe bisogno di un portavoce tout-court.


La bufala delle auto blu

Secondo il quotidiano La Stampa, che ha ripreso i dati da uno sconosciuto sito web (http://www.contribuenti.it/), che avrebbe fatto una inchiesta, ci sarebbero in Italia oltre 570.000 auto blu o auto di servizio nelle varie amministrazioni pubbliche italiane. Secondo me hanno contato anche le volanti della polizia e le jeep dell'esercito.

Ora, saranno molte e più del necessario, ma un'auto blu senza autista non serve a niente, e anche per un direttore di seconda classe servono almeno due autisti, perché tra un giorno di lavoro e il successivo non possono passare per legge meno di 11 ore, quindi se un autista accompagna l'"uomo potente" la sera alle 9 non può poi andarlo a prendere il giorno dopo a casa alle 7.

Quindi 570.000 auto blu = 1 milione di autisti, poichè nello stato ci sono circa 4 milioni di dipendenti, verrebbe fuori che 1 su 4 fa l'autista ... BUFALA (e pure di quelle grosse).

Neanche quando l'esercito era di leva c'erano 500.000 soldati in forza. Ma com'è facile distribuire bufale nel mondo dell'informazione (la notizia è stata ripresa acriticamente un po' da tutti), se nessuno controlla o neanche fa la fatica di pensarci su due minuti.