martedì 19 giugno 2007

Come fa un gioielliere ad arrivare alla fine del mese?

Continua la querelle sugli studi di settore, vessatori per i contribuenti interessati. Da un articolo di Repubblica (Barbara Ardu) si apprende che (dichiarazione 2005) in realtà solo il 50% di autonomi e professionisti hanno aderito agli studi, ovvero hanno accettato i parametri. Gli altri (il 40%) hanno presentato una propria dichiarazione, ovviamente ridotta. Come si legge nell'articolo "... chi si ritiene non congruo ad aderire agli studi di settore (il 50 per cento degli autonomi) dichiara di guadagnare in media tra i 10 mila e i 20 mila euro.".

Ma anche chi accetta gli studi di settore non ha in media un reddito troppo alto:  " ... coloro che hanno aderito agli studi di settore, che si sono dunque riconosciuti nei calcoli dell'Agenzia delle entrate, ..., dichiarano in media 25 mila euro. "

Dunque perché tutta questa retorica sugli operai che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese? Questo casomai è un problema (serio) per metà degli autonomi, che hanno un reddito minore di un pensionato al minimo, e anche l'altra metà, non se la passa troppo bene, si trova intorno al reddito di un bidello.

Dovremmo aspettarci dagli interessati un atteggiamento sobrio e attento a non attirare assolutamente l'attenzione sui loro redditi. Invece assistiamo a proteste veementi, tentativi di dimostrare l'indimostrabile (vedere i commenti al pacato e documentato intervento sugli studi di settore sul sito LaVoce.Info - di solito contestano il fatto che sono dati medi; le medie si fanno per tutti:  aumenti medi, stipendi medi dei dirigenti e dei quadri, bocciati alla maturità, ecc, vai a capire perché solo per i lavoratori autonomi sono inapplicabili.), fino all'aggressione rumorosa  a Prodi al convegno di oggi della Confesercenti (che poi sarebbe l'organizzazione dei commercianti "di sinistra").

Vuol dire che si sentono proprio vessati, oltre ogni limite della sopportazione, da una pressione fiscale che per un lavoratore dipendente è la norma (o anche meno). Cerchiamo di capire il perché, senza pregiudizi. Anche per non cadere in una sterile contrapposizione aprioristica dipendenti versus autonomi.

Il fatto è che il reddito residuo reale che rimane all'autonomo tipo, se la pressione fiscale ritorna nella norma, non è tale da garantire il tenore di vita "premium" al quale è abituato. Un tenore di vita che è considerato la logica e naturale compensazione al rischio elevato della libera professione o attività, e l'unica motivazione per proseguirla. Bloccare il recupero dell'evasione sul nascere, intuendo una debolezza intrinseca dell'attuale governo, rappresenta quindi un modo per mantenere questo differenziale (peraltro corretto). L'unico modo, essendo l'altro, l'aumento della competitività e del valore delle prestazione, ben più difficile da raggiungere, anche a causa delle tipiche criticità italiane (dimensione delle ditte e loro quantità).

A veder bene, anche questo è un problema di solidarietà, mentre invece sta diventando paradossalmente una specie di sfida a chi sorpassa gli altri in liberismo.

2 commenti:

  1. Innanzitutto, benvenuto nella blogsfera! Post impegnativo, se si accettano semplificazioni in materia dovremmo proprio indagare sul ruolo dell'evasione come "contributo statale nascosto" alle imprese..

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  2. Più che sull'evasione fiscale la mia attenzione era sulle reazioni dei lavoratori autonomi. Sulla evasione fiscale noi italiani sappiamo in realtà tutto, proprio tutto, facciamo finta di stupirci, ma tutti siamo un po' autonomi, magari da parte di moglie, di marito, di padre o di zio. Quindi sappiamo come gira il mondo. Poi quando chiamiamo Prima pagina o Radio 24 o rispondiamo al sito lavoce.info facciamo dotte dissertazioni sugli studi di settore e sulla loro applicazione troppo rude o sulla loro eccessiva semplificazione.

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