lunedì 11 giugno 2007

Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa

Parecchi anni fa la destra italiana (la DC, o almeno la sua ala destra, qualcuno ricorda un certo Massimo De Carolis?) e anche quella francese (un certo De Gaulle) inventavano il concetto di "maggioranza silenziosa", contrapposta alla "minoranza rumorosa" dei contestatori, dei protestatari del maggio francese che facevano un uso creativo del popolare pavé o delle griglie che nei boulevard proteggono i tronchi degli alberi, o dei sessantottini che usavano in Italia le automobili come barricate, quelli ricordati anche da De André ("Storia di un impiegato e di una bomba": se il fuoco ha risparmiato le vostre millecento anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti ...)
Era sottinteso che le brave persone rimanevano in casa e non facevano nulla contro la proprietà pubblica e privata, mentre pochi facinorosi conquistavano l'attenzione dei media e con la violenza davano l'impressione di guidare rivolte di massa.

Ed effettivamente non erano molti, come cantava Pietrangeli "il primo marzo sì me lo rammento, saremo stati mille e cinquecento...". Erano a Valle Giulia, davanti alla facoltà di architettura, era il 1° marzo del 1968 e cominciava quella breve stagione di movimento, seguita da una lunga stagione di movimenti.
Che la maggioranza silenziosa fosse effettivamente tale ne abbiamo avuto però conferma poco dopo, con le elezioni in Francia, e anche con quelle anticipate in Italia del 1972.
Ora sembra che il concetto di maggioranza silenziosa sia stato recuperato anche da qualcuno di sinistra, ad esempio dall'acuto Michele Serra, a proposito dell'effetto mediatico che conquistano regolarmente gli "autonomi", conculcando i diritti di chi vorrebbe tornare a casa con il treno, o vivere tranquillo.

carra_rumoreChiaro che sto pensando agli incidenti di sabato a Roma, dei pochi determinati a lasciare comunque un segno ("le bombe delle sei non fanno male" cantava Venditti, ma sto divagando troppo), e dei molti altri episodi analoghi, ad esempio quelli di Milano a pochi giorni dalle elezioni di aprile 2006.
In realtà non è tanto il numero che conta, quanto cosa se ne fa e chi è disposto a seguire. Anche nella lontana e dimenticata rivoluzione di ottobre le guardie rosse al comando di Antonov-Ovseeenko all'assalto al Palazzo d'inverno non erano certo molte. Ma si è detto poi che erano una "avanguardia", appunto l'avanguardia della classe operaia e contadina che era pronta a seguire quei temerari. Che poi sia stato veramente così, almeno fino al 1923, è oggetto di discussione, e quanto al dopo ....

Avevano ragione dunque loro, le destre, a sostenere la supremazia della maggioranza che esprime la sua volontà con il democratico voto? Qualcuno seguiva effettivamente quelle avanguardie sessantottine o apparivano ai più marziani incomprensibili come gli attuali mitici "black-blocs"?
Sì, la democrazia si è dimostrata superiore, unico modello di società che in condizioni favorevoli riesce a condurre una comunità di persone verso un obbiettivo comune (anche se il '68 ha lasciato ben altri segni). Ma abbiamo anche imparato che è una condizione necessaria ma non sufficiente, che la costruzione del consenso dipende dalla cultura che la stessa comunità riesce a redistribuire, dipende dal controllo dei mezzi di informazione,  che il progresso non è rettilineo ma a volte procede a strappi, non necessariamente morbidi, e che su questi strappi non si può ragionare per schemi. In una parola, la democrazia è qualcosa da costruire e da difendere e da divulgare incessantemente.

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