sabato 28 luglio 2007

Sinistra radicale

Dopo qualche giorno i quattro partiti della oramai ufficialmente battezzata "Sinistra radicale" si sono di nuovo compattati, avendo trovato un nuovo terreno unitario di polemica con il governo: la modifica della legge Biagi e gli interventi sul precariato. E' necessario quindi aggiornare il post  Pensioni e governi  pubblicato il 24 luglio.

Per qualche giorno ho letto soltanto dicharazioni del tipo "non va" oppure che sollevavano un problema di metodo ("non è possibile che un terzo della coalizione non conti quando bisogna definire obiettivi strategici" - Ferrero).

Finalmente oggi in una intervista all'Unità Cesare Salvi ha indicato alcuni punti secondo lui (e secondo la sinistra radicale) non ricevibili:
a) il mancato divieto di reiterazione dei contratti a tempo determinato; b) la reiterazione dopo 36 mesi all'ispettorato del lavoro "secondo lei cosa sceglie un giovane tra la prospettiva di perdere un contratto, anche se a tempo determinato , e andarsene a casa, e la possibilità di andare a mettere un timbro?" (e qui mi dispiace dirlo, ma Salvi, che pure è stato ministro del lavoro, sembra non capire che la formalizzazione del nuovo contratto all'ispettorato del lavoro e con la presenza del sindacato, non è certo un problema del lavoratore, ma casomai del datore di lavoro ... ) e c) la mancata abolizione del lavoro interinale e dello staff leasing (che non viene usato praticamente da nessuno).

Il tema del lavoro flessibile meriterebbe un libro, quindi non mi addentro ad approfondire i vari temi sollevati. Noto soltanto che la regolamentazione per legge di dinamiche economiche per loro natura "liquide" è operazione difficile e spesso destinata al fallimento.

Mi soffermo invece su un punto di totale coerenza con Diliberto sulle pensioni. A proposito del ministro Damiano infatti Cesare Salvi dice: "Ha diviso il sindacato e isolato la CGIL. Non soltanto non c'è niente di inemendabile ma se non lo si fa si finisce male. Sulle pensioni siamo stati responsabili. Lì c'era un problema di soldi. Qui no". Dove "qui no" spero che si riferisca al problema di soldi e non al fatto di essere responsabili.In ogni caso è il solito buon vecchio ricatto che accompagna il governo dell'Unione dalla nascita. O fate come dico io o faccio cadere il governo. Ma, in questo caso, perchè?, se cade il governo evidentemente la legge rimane quella attuale. Saranno contenti di questo i precari?

La antica strategia del tutto o niente è quindi tornata tra noi.  Una strategia perdente come poche, nel 99% dei casi si ottiene niente.

giovedì 26 luglio 2007

Indulto, do you remember?

Indulto, un anno fa veniva deciso l'indulto. Devo dire che sono l'unica persona che conosco che è favorevole all'indulto. Per sovrappiù, nonostante lunghe discussione e brillanti (a mio parere) argomentazioni, non sono riuscito mai a convincere nessuno della necessità del provvedimento, neanche parenti e amici più stretti.

Eppure le cose sono così semplici. Era necessario intervenire su una situazione di disumano affollamento nelle carceri, e i sistemi potevano essere soltanto tre: indulto, amnistia (più forte dell'indulto: cancella anche la memoria del reato) e costruzione veloce di nuove carceri (raddoppiando quelle attuali). Mi pare che l'unico intervento accettabile per una persona di sinistra fosse il primo.

Eppure mi dicono: non è così che si risolve il problema, bisogna risalire alle cause. Vero, ma quando un fiume straripa non è che si lasciano le persone annegare perché bisogna prima individuare i colpevoli del disastro.
Mi dicono: il provvedimento era troppo ampio, ha fatto uscire anche i colpevoli di reati amministrativi, ha fatto uscire dei criminali incalliti, soprattutto, ha fatto uscire Previti! A parte che Previti era già uscito per un'altra legge del suo ex cliente Berlusconi, faccio inutilmente notare che nelle carceri non sono trattenute delle brave persone, ma che in genere hanno commesso dei reati, e che questi reati forse possono essere "lievi" per qualcuno, ma sicuramente non per chi lo ha subito. Un indulto e un'amnistia sicuramente mette in libertà persone che starebbero meglio rinchiuse per un'altro bel po', ma una democrazia funzionante prevede come pena la privazione della libertà (vedi il post  Quante libertà ) e non condizioni di vita inumane.
Allora mi dicono che non è così che si risolve il problema, che dopo un anno le carceri sarebbero state sovraffollate come prima. Può darsi (anche se non è stato così) ma allora questa sarebbe una scusa per non fare niente? Siccome il problema è complesso si lasciano le cose come stanno senza intervenire sull'emergenza? Immaginate se qualcuno proponesse qualcosa del genere per l'emergenza rifiuti in Campania: inutile intervenire, tanto l'anno prossimo il problema si ripresenterà uguale...
A questo punto mi tirano fuori di nuovo Previti.

Gratta gratta viene fuori il problema vero: anche il popolo di sinistra i carcerati vuole vederli in galera e possibilmente buttare la chiave. Parla del "povero" Previti (che ha anche la faccia giusta per il ruolo) ma in realtà pensa a qualcosa di più concreto: al ladro che ha rubato l'autoradio guadagnando 50 € e provocando un danno di 500 (non rimborsato dall'assicurazione) al borseggiatore in bus e agli svaligiatori di case al mare.
Altro che vecchi miti di sinistra anarcoide coltivati dal grande De Andrè (La ballata del Michè, Il pescatore che dava acqua e vino all'assassino in fuga, il testamento di Tito ...), qui vediamo all'esordio, scusate la provocazione, una inedita sinistra forcaiola, pronta a protestare contro le inumane condizioni nella prigione di Guantanamo ma insorgente unanime contro l'indulto per le nostre carceri, come mi raccontava mio cugino delle sezioni DS della mia nativa Emilia (mio cugino, beninteso, era anche lui contrario all'indulto).

Non è che i cattolici fossero molto più coerenti, il Papa, quello di prima, aveva fatto appelli accorati, fino a un intervento diretto e di persona, già malato, in parlamento. I teo-con e gli atei devoti in questo caso avevano fatto finta di non sentire, con tutto il CD. E anche dopo l'indulto soltanto un cattolico - personaggio pubblico è rimasto a favore, Mastella, gli altri personaggi del CD e anche del CS sempre pronti a dar ragione alla chiesa sono rimasti prudentemente muti, avendo fiutato l'aria. E anche la chiesa è rimasta buona e zitta, a parte gli operatori nelle carceri, quelli che i problemi li vedevano e conoscevano.

Dopo tutti questi argomenti sono sicuro solo di una cosa: non ho convinto ancora nessuno. Qualcuno, linea elettorale,  mi vorrebbe dire che proprio con l'indulto è iniziata la perdita di consensi del CS, qualcuno che i detenuti liberati sono tornati a delinquere, qualcuno che non sono stati ancora risolti i problemi della giustizia e della lunghezza abnorme dei processi. Potrei continuare ad argomentare su ciascuno di questi temi. ma anche se fossero fondate le critiche, non dovrebbe essere sempre l'uomo, la persona, la prima delle nostre preoccupazioni, indipendentemente dai suoi debiti con la società, credendo fermamente nella lezione positivista di Beccaria, nel recupero e nella redenzione?

(ascolto consigliato: Redemption Song di Bob Marley)

mercoledì 25 luglio 2007

Liberalizzazioni, do you remember?

Ad un anno dalle liberalizzazioni (e dall'indulto) è tempo di bilanci. Il Ministero dello sviluppo ha commissionato una indagine sulla percezione dei benefici e sulle aspettative degli italiani. L'indagine (effettuata dalla SWG) era su un campione piuttosto ampio (2000 interviste) e ha mostrato una forte aspettativa e sensibilità su questo tema, e una richiesta implicita di proseguire con determinazione.

Riguardo ai risparmi per il sistema paese, dalla newsletter del governo si legge: "Secondo le prime stime parziali, condotte dagli uffici del Ministero, proiettando nell’arco temporale di un anno gli effetti rilevati ad oggi, è possibile fotografare in una soglia compresa tra 2,4 e 2,8 miliardi di euro il risparmio annuo sulla spesa dei consumatori derivante da 5 misure di liberalizzazione, fra le oltre 30 varate. Tale stima è stato calcolata sulla base di ipotesi prudenziali e minime, derivanti da una valutazione tecnica riferita al settore della telefonia (abolizione dei costi fissi di ricarica), ai minori oneri per il trasferimento di proprietà dei beni mobili e per la cancellazione delle ipoteche ed, infine, ad una valutazione dei primi effetti degli sconti sui farmaci da banco e dell’abbassamento delle tariffe aeree."

Un'ampia sintesi della ricerca e la presentazione completa sono disponibili (sempre dal sito del governo) e costituiscono una lettura interessante (cercare "Indagine SWG Liberalizzazioni): Attenzione: Il documento PPS zippato è superiore a 3MB.


martedì 24 luglio 2007

Pensioni e governi

"Pensioni, non va!" - "La lotta prosegue".  Così esclamano i manifesti affissi in giro per la città dai "comunisti italiani" di Diliberto. La lotta contro chi? (qualcuno contro cui lottare è indispensabile perchè ci sia la lotta). Contro chi ha sottoscritto l'accordo, il governo e i sindacati. Altri soggetti coinvolti non ci sono. Solo che il PdCI fa parte del governo con suoi ministri e sottosegretari e che fa riferimento ad uno dei sindacati, il maggiore, la CGIL.

Altra domanda: cos'è che non va? Ho sentito interviste e interventi indignati di Diliberto ma cos'è che non va non l'ho capito. Si suppone che sia l'intervento in sè sulle pensioni, che l'unica soluzione accettabile sia quella di tornare al sistema precedente, prima della legge maroni-Tremonti, il famoso "scalone". Sembra che non ci sia neanche bisogno di spiegarlo, è sottinteso.

Ma non voglio addentrarmi su discorsi sentiti a ripetizione in questi giorni sulla compatibilità finanziaria, il futuro pensionistico dei giovani, e così via. Proviamo a praticare l'avantilogia, che è l'inverso della dietrologia, non chiediamoci quali siano gli obbiettivi nascosti di Diliberto e di RC, diamo per scontato che siano proprio quelli (implicitamente) dichiarati: abolire lo scalone e basta.

Qual è la strategia, allora? La strategia per raggiungere questo obiettivo. In condizioni sicuramente difficili, perchè la grande maggioranza dei partiti politici non la condivide. Neanche tutti quelli della cosiddetta sinistra radicale sono uniti su questo obbiettivo. Verdi e SD non condividono e la "cosa rossa", la vagheggiata unità a sinistra è stata fermata prima di nascere proprio da questa vicenda. Anche la stragrande maggioranza degli italiani e degli elettori non condivide, non per motivi ideologici, ma banalmente perchè non è coinvolta nel problema. Un problema che riguarda al massimo 1-2 milioni di persone e le loro famiglie, e dubito anche che per tutti loro sia un problema (vedi altro post I futuri 58 enni).

Per conseguire un obbiettivo quando si è in forte svantaggio esistono solo due sistemi: convincere la maggioranza o cercare un compromesso. Dato che la seconda strada è quella che è stata seguita e fortemente criticata, rimarrebbe soltanto l'altra, ovvero convincere il 50%+1 degli italiani a votare RC e PdCI nelle prossime elezioni.

Può darsi sia questa la strategia, ma ne dubito. Penso che sia una strategia più semplice e quasi di routine da quando c'è il governo dell'Unione: o si fa come diciamo noi o cade il governo. Una strategia che è all'origine del calo di consensi del CS (altri motivi non ci sono). Ma quando cade il governo sparisce lo scalone? No, anzi ritorna più alto e spigoloso di prima. Obbiettivo non raggiunto neanche in questo caso.

Rimane però un altro interrogativo: dopo aver fatto cadere per la seconda volta (dopo il '98) un governo di sinistra e aperto presumibilmente la porta a un duraturo governo di centro destra, la cosiddetta sinistra radicale parteciperà mai più al governo del paese?

(Per approfondimenti: il testo completo del protocollo di accordo sul welfare tra governo e parti sociali.)

il cannocchiale

venerdì 20 luglio 2007

La bici

Altro che motore all'idrogeno. Il mezzo ecologico per eccellenza esiste da più di cento anni, ed è la bicicletta. Girando in bici è sempre sorprendente scoprire come si possono fare chilometri con ben poco sforzo e ritrovarsi in poco tempo da una parte all'altra della città. E' anche sorprendente scoprire che un ciclista che fa la tua strada arriva a destinazione nello stesso tempo di te in macchina. Certo sarebbe necessario che a Roma non ci fossero macchine o quasi, sparissero i sampietrini e fossero spianate le salite.

La bici con noi
Esisteva però un tempo in cui la bicicletta faceva parte della vita quotidiana, non della vita artificiale legata al tempo dello svago e degli hobby. Lo capivi per esempio dalla frequenza con cui trovavi negozi che riparavano le bici, se foravi in città era sufficiente camminare un po' con la bici a mano per trovare un negozietto, di solito gestito da qualche pittoresco artigiano, con il locale pieno di biciclette di tutte le epoche. Facevano parte della vita di tutti i giorni anche una serie di modi d'uso e convivenza con il mezzo interiorizzati già dall'infanzia. Per esempio come si fa a portare una bicicletta a qualcuno andando in bicicletta? Semplice, si guida con una mano e si tiene a fianco quell'altra. Certo, serve un po' di agilità, soprattutto in curva o quando e necessario frenare o fermarsi, ma il dominio completo del mezzo faceva parte della dotazione standard di qualsiasi ragazzo dell'epoca e, una volta conquistato, non si perdeva più. 

Altra abilità ai limiti del virtuosismo era quella necessaria per portare una bicicletta oversize, per esempio una 28" da uomo, con la canna, quando avevi 8 anni ed eri alto un metro e venti o giu' di li', e non solo non arrivavi ai pedali, ma neanche riuscivi ad arrampicarti sulla sella. Allora si faceva cosi, si metteva la bicicletta di traverso, e si faceva passare una gamba sotto alla canna, ad inforcare il pedale opposto, poi si partiva mantenendo la bicicletta inclinata, e sfruttando il noto effetto giroscopico per il quale una bicicletta, quando parte, sta miracolosamente in piedi e non e facile farla cadere.   

In effetti un ricercatore pazzo degli anni '60 si era impegnato nella realizzazione della URB, unbearable bicycle, per cercare di scoprire quale principio tenesse su la bicicletta, procedeva togliendo un elemento alla volta fino ad ottenere una bicicletta che ti faceva cadere non appena partito. Mi pare che arrivò al terzo prototipo, chiamato URB3, che aveva credo ruote piccolissime ed ellittiche, per raggiungere così lo scopo, e pubblicare tutta la ricerca su Scientific American.  

Una bicicletta per due
Altra abilità opposta era invece quella di dare un passaggio a qualcuno, adulto, celebrata in tanti film degli anni '60, come Il ferroviere, o anche successivi, come Ricomincio da tre di Troisi, con Arena che si faceva "leggiero leggiero" . Il sistema classico richiedeva una bicicletta con la canna, una persona da portare (solitamente ragazza o donna) con il sedere naturalmente imbottito, oppure in alternativa un cuscino da mettere sulla canna, una buona preparazione atletica (per le salite, ma in alternativa si poteva scendere ed andare a piedi, perdendo però qualche punto con la passeggera), e un buon senso dell'equilibrio, dopodiché la ragazza sulla canna risultava veramente molto vicina, quasi avvolta tra le braccia, in una piacevole intimita'.

E se la canna non c'era? Ai tempi delle bici di taglia piccola, tipo Graziella, qualche ragazzo spericolato ha trovato la soluzione, si saliva a piedi uniti sul piccolo portapacchi. le mani sulle spalle del pilota e, sempre sfruttando la fantastica stabilità giroscopica del mezzo e la concentrazione del peso in un punto, si andava ancora più comodamente, ma, naturalmente, a rischio della testa nel caso non remoto di caduta, macchina che taglia la strada o apre all'improvviso lo sportello e così via. 

Lo zen e l'arte della manutenzione della bicicletta
Poi c'erano gesti usuali, come umidificare con la saliva il pirulino della valvola della camera d'aria se era bloccato, oppure prendere tra le gambe la ruota anteriore per rimettere in asse il manubrio, rimettere nella corona la catena quando usciva, rivoltando la biciletta a ruote in su e lottando con le inevitabile macchie di "morchia" (il grasso nero con il quale si lubrificava la catena) oppure la operazione con la quale si ripristinava il fermo finale del cavo dei freni, un pallino di piombo alla fine del cavo di acciaio. E strumenti  persi nel tempo, come la potente pompa da terra, quella che stava in piedi da sola su un piccolo treppiede  e si usava con due mani, e poteva gonfiare anche le gomme dei motorini.

Niente a che vedere con le  attuali pompe tecnologiche, pressoché' inutilizzabili perché sostituiscono il cavetto filettato di tessuto (che  evidentemente sembrava troppo old style) con un incavo per la valvola da tenere a pressione. Il problema  è che servono tre mani delle quali una, quella che tiene la pompa pressata sulla valvola, dotata della forza  sovrumana di una morsa. Purtroppo nella attuale era del pensiero unico si trovano praticamente solo  pompe di questo tipo, progettato da un ingegnere non del tutto sano di mente, mentre quelle altre si trovano solo come residuato da qualche ciclista fuori dal tempo. D'altra parte la pompa a  mano è comunque un oggetto residuale, da sostituire quanto prima con un compressore elettrico a  pressione controllata. E non parliamo neanche dei tristi epigoni in plastica delle pompe da terra, fabbricate  in qualche remoto paese orientale, anche queste a pressione, che reagiscono a una energica pompata  esplodendo e lasciando il bocchettone incollato alla valvola e il tubo guizzante per aria.

Oppure ancora la borsettina da fissare sotto la sella, contenente le chiavi inglesi e i mitici tip top per  riparare in fretta le forature. Mitici perché nessuno ne ha mai usato uno, se si forava si cercava un ciclista, e se proprio non si trovava si tornava a casa a piedi, magari salendo sulla bici di un amico, mentre un  terzo guidando con due biciclette si trascinava il mezzo inutilizzabile.

La libertà di scelta
C'era una ben scarsa scelta (ma in un insieme sterminato di marche). Tanto per cominciare esistevano solo due modelli di telaio, quello per uomo con la canna e quello per donne e preti  senza canna. E quello con la canna esisteva soltanto per distinguersi e tagliare fuori chi andava in giro con  la gonna, perché se un telaio era abbastanza rigido anche senza canna, perché questo non diventava il modello universale? Il motivo è che un uomo, e soprattutto un ragazzo, mai avrebbe acquistato una  bicicletta da donna, al massimo la poteva inforcare con nonchalance e ostentata superiorità per qualche breve tragitto, chiarendo nello sguardo distaccato che avevo preso la prima bicicletta di casa che gli era  capitata, che lui era superiore a questi dettagli. Ma quando c'era da fare sul serio aveva la sua bici, con il cambio e tutto il resto. Si perché le biciclette da donna non avevano mai il cambio, perché le donne erano più forti e potevano fare le salite con il rapporto standard. O forse perché le donne andavano sempre  piano e nelle salite non trovavano disdicevole scendere e proseguire a piedi. Non si è mai saputo il motivo. A parte il telaio le varianti risiedevano nel manubrio, nel cambio, e quindi nel carter, nei parafanghi.

manubri in pratica erano di tre tipi, larghi da turismo o da donna, stretti e a corna di bue, di tipo sport,  arcuati e bassi da corsa. Il terzo tipo, scomodissimo, era solo per fanatici o veri sportivi, il secondo era  accoppiato con la bici di tipo sport, con cambio, il primo obbligatoriamente con la bicicletta da uomo,  monomarcia, carter chiuso (e quindi sicuro per i pantaloni larghi) e di solito nera. Anche i parafanghi erano  accoppiati, solo quello anteriore variava, corto una decina di centimetri sotto il fanale per il tipo sport,  ampio e in grado di sfidare il fango per il tipo uomo. Il tipo corsa ovviamente doveva essere privo di parafanghi e di luci, ma qualcuno azzardava il montaggio  del manubrio ricurvo su una bici sport.

L'invidia della moto
Certo per chi andava in bicicletta non era facile stare dietro a qualcuno in motorino, non dico in moto. Al  massimo si poteva prendere un passaggio. L'amico in motorino guidava piano e quello in bici si attaccava  al portapacchi o un braccio e si faceva trascinare. Ovviamente senza casco, nessuno dei due, ma a noi  pensava sempre Santa Pupa. Divertente era staccarsi in curva, quello col motorino girava e quello con la bici sfruttava il momento sfrecciando per qualche decina di metri come se fosse in discesa. Ah già, le  discese e l'ebbrezza della velocità sfrenata, che aumentava sempre di più, e in lontananza la strada faceva  una curva, coperta da insidioso brecciolino ... Ma la moto si poteva anche imitare, per i ragazzini più fantasiosi, puntando alla sua caratteristica più notevole: il rumore.  Bastava mettere un pezzetto di cartone tra i raggi e in velocità si poteva simulare un 50 a due tempi. Ma per un rumore forte, quasi assordante, da due tempi smarmittato, e soprattutto per un effetto duraturo, ci volevano pezzi di plastica dura, ben fissata ai raggi. Certo la bici si frenava un po'.

I grandi invece seguivano un altro sistema, mettevano un piccolo motore a scoppio tra i pedali e la catena  (il mitico Mosquito della Garelli degli anni '40, quando io ero piccolo era praticamente estinto) oppure c'era il  bizzarro sistema francese, un motore che trasmetteva il moto con un rullo alla ruota anteriore. Era il  Velosolex, bastavano però un po' di foglie morte in autunno per eliminare l'attrito e fermare il Velosolex.

La bicicletta nell'era beat
La ventata di novità è arrivata con le bici pieghevoli tipo Graziella ricordate prima. Era un momento creativo un po' in generale, la seconda metà degli anni '60, l' era del beat, tutto doveva  essere moderno, e qualcuno lanciò un nuovo tipo di bicicletta, pieghevole, che poteva stare nel bagagliaio  della macchina. La bicicletta quindi da mezzo di trasporto in proprio, quasi unico, poi sempre piu' relegato  in basso come immagine, veniva riqualificata ufficialmente come mezzo di svago (da ricordare la canzone  di Jannacci "Prendeva il treno per non essere da meno": diceva "ma tu come vai al lavoro, in bicicletta? Ma non è fine, ti credevo un gran signor, prendeva il treno per non essere da meno, prendeva il treno per quel  grande, assurdo, amor"). La Graziella e le sue decine di tentativi di imitazione, avevano un telaio unisex, a canna maggiorata, ruote  piccole, da 20 o 24", un po' come la macchina simbolo di quegli anni, la Mini, che aveva piccole ruote su  cerchi da 10", ma gomme grandi anti buche.

Naturalmente la canna era divisa in due da un giunto, chiuso  con una specie di chiavistello, aprendolo, la bicicletta si poteva piegare a libro, nei modelli più raffinati  anche il manubrio si ripiegava. Non è che entrasse tanto facilmente nei bagagliaio delle macchine  dell'epoca (che spesso erano ancora a motore posteriore, FIAT 850, Renault R8 o R10, Simca 1000,  mitica NSU Prinz), ma almeno in cantina o sul balcone, per il ricovero invernale, occupava meno posto.

Dal punto di vista ciclistico, per essere sinceri, era un cesso, pesava come se fosse di ghisa, non aveva cambio, le  ruote di piccolo diametro non aiutavano le prestazioni ciclistiche, ma un po' la moda un po' la comodità,  spazzava via la competizione tradizionale. Dopo qualche anno le autorità si sono accorte che il giunto  pieghevole era intrinsecamente insicuro, la bici si poteva aprire in corsa, e quindi vietarono quel modello.  Che doveva essere però tutto sommato robusto, visto che a trenta anni di distanza se ne vedono ancora,  tipicamente nei giardini dei residence di vacanza, come bicicletta da battaglia per l'estate. 

L'oblio
Dopo la Graziella ci furono 10 anni o poco più di oblio, con la bicicletta relegata a mezzo per bambini (non  ragazzi, perché ormai andare in giro liberamente per strada era diventato più pericoloso di uno sport  estremo, tipo deltaplano o parapendio, e oltretutto andare in bicicletta denunciava o età o soldi insufficienti  per il motorino), i bambini infatti potevano accontentarsi di brevi giri in parchi protetti, a fianco del genitore che rispolverava la sua vecchia bici, ma certo non aveva per quell'uso problemi di prestazioni. 

La riscossa
Poi arrivarono gli americani con le mountain bike, assurde, pesanti e scomode per l'uso comune, senza parafanghi col fondo bagnato ti sporcavi fino ai capelli, ma erano una ventata di novità e soprattutto, esteticamente belle. Anche la bicicletta diventava finalmente uno status symbol, un elemento di distinzione, materiali esclusivi  ripresi dalla Formula 1, gamma di accessori, e soprattutto un prezzo che sfidava quello di una moto.  Definitivamente inutile oggetto di svago, giocattolo per adulti, per giunta confortati dai benefici effetti sulla salute, poteva nuovamente essere sfoggiata a testa alta. E così in qualche modo la bicicletta è arrivata faticosamente anche al terzo millennio (!) e qualche  temerario praticante di sport estremi la usa anche per andare in giro per Roma, magari addirittura al lavoro.

Su questo tema vedi anche: Motorini e sampietrini.

mercoledì 18 luglio 2007

La berlusconite

La discussione sulla "minoranza di nuovo conio" proposta da Rutelli e altri "coraggiosi" si è arricchita in questi giorni di nuovi elementi: la berlusconite e i berlusconi-elettori. La berlusconite è la malattia che hanno tutti quelli che vedono come principale collante del centro sinistra l'antagonismo a Berlusconi (e al suo sistema di pensiero).

Bisognerebbe invece andare oltre, puntare alle cose da fare, non bloccarsi in una coalizione semplicemente "contro". Tradotto, bisognerebbe avere il coraggio di dividersi dalla sinistra conservatrice e puntare così ai berlusconi-elettori.
I quali non votano per il centro sinistra perché: 1) del CS fa parte la sinistra conservatrice, ovvero i comunisti, e i verdi, a cui sono geneticamente antagonisti;  2) non condividono (evidentemente) il giudizio negativo sul personaggio Berlusconi, ma sarebbero interessati, almeno in parte, ad una alternativa moderata di segno diverso.

Di questo parlava ad esempio ieri Menichini, il direttore di Europa, nel suo editoriale, bisogna pensare a convincere anche quei 19 milioni di elettori che nel 2006 hanno votato per la CdL e, per la metà, direttamente per Berlusconi, bisogna parlare anche a loro.
Tutte cose interessanti, ma la realtà è andata da tempo da un'altra parte. Possiamo analizzare i perchè di questa scelta, ce ne sono molti, possiamo inoltrarci in documentate o spericolate analisi sociologiche, ma la realtà sta lì, ostinata. In tutte le elezioni con il sistema bipolare la consistenza dell'elettorato di CD (e anche di CS) è rimasta stabile, vittorie e sconfitte sono state provocate dalle alleanze e dalle astensioni degli elettori delusi. Lievi, anche se occasionalmente significativi in una situazione di equilibrio come questa, gli spostamenti da uno schieramento all'altro.
Si obietta a questo punto che gli elettori di centro destra non votano per il CS allargato perchè contrari ai comunisti, che RC fa scappare più voti di quanti ne porta e così via.

Ma anche di questa opzione abbiamo una controprova: le elezioni del 2001. RC era fuori dall'Ulivo. E anche quelli con la berlusconite in stadio acuto erano fuori dall'Ulivo (l'Italia dei Valori di Di Pietro). Eppure l'Ulivo non ha vinto. Pur venendo da 5 anni molto positivi sotto tutti i punti di vista (economia, riforme, ruolo internazionale), pur avendo un candidato giovane, moderno moderato e anche cattolico (Rutelli), il CS Ulivo non ha affatto vinto, ha aumentato un poco i voti rispetto al 1996, ma non abbastanza da recuperare i 2-3 milioni che sono comunque andati ai partiti antagonisti.
Nulla fa pensare che variazioni così importanti possano essere ottenute in futuro, almeno se il CD rimane compatto.

Capisco che è una realtà difficile da comprendere e da accettare, e che l'Uniione o il PD vorrebbero che la realtà fosse diversa. Ma volerlo non basta per cambiarla. E a quanto pare neanche i risultati positivi bastano.
Meglio, per l'Unione, concentrarsi sul proprio elettorato, già abbastanza variegato di suo.

il cannocchiale

domenica 15 luglio 2007

Minoranza di nuovo conio

Il "manifesto dei coraggiosi" di Rutelli, Cacciari, Chiamparino e altri, all'ultimo punto parla di una "alleanza di centro sinistra di nuovo conio". Il termine "conio" si riferisce alle monete di nuova emissione, o metaforicamente a qualcosa di nuovo ("nuovo di zecca"). Viene presentata invece come una alternativa vagamente minacciosa: "La maggioranza che ha vinto deve governare i cambiamenti. Sappiamo che potrà essere confermata solo se soddisferà le attese degli elettori. Altrimenti il Partito Democratico dovrà proporre una alleanza di centro sinistra di nuovo conio. Per non riconsegnare l’Italia alle destre. Ma soprattutto per non essere imprigionato dal minoritarismo e dal conservatorismo di sinistra, né dalla paralisi delle decisioni".

Non voglio entrare nel merito della opportunità o meno di introdurre ora un altro elemento di complicazione sul cammino del governo, e sulle responsabilità della cosiddetta sinistra radicale nel creare e alimentare la immagine esterna di un governo diviso e paralizzato da veti incrociati.

Mi voglio chiedere solo se hanno fatto bene i conti. Tutti gli organi di informazione hanno infatti interpretato la "alleanza di nuovo conio" come una alleanza con l'UDC che sostituisce i "conservatori di sinistra" (PRC, Verdi, PDCI, non si sa se la definizione include anche la Sinistra Democratica di Mussi e Angius). Andando semplicemente a controllare i siti della Camera e del Senato si nota subito che alla "alleanza di nuovo conio" mancherebbero 16 voti alla Senato e 39 alla Camera (senza considerare SD).
Infatti al Senato PRC, Verdi e PDCI hanno 36 senatori e l'UDC 20, e alla Camera 73 deputati e l'UDC 34. Senza contare altri elementi (senatori e deputati del gruppo misto, SD, il fatto che non tutti gli eletti dell'UDC sarebbero disposti a passare dall'altra parte).

Insomma, sarebbe forse una alleanza, se l'UDC fosse d'accordo (e nulla fa ritenere che sia così), ma sicuramente non una maggioranza, sarebbe piuttosto una minoranza di nuovo conio. Chi è interessato a dare vita a una minoranza?

Allora devo dedurre che questa "alleanza di nuovo conio" è pensata per future elezioni (anticipate). Ma anche qui mi chiedo per quale misterioso motivo la minoranza nel parlamento attuale dovrebbe trasformarsi in maggioranza nel paese. Da dove arriverebbero i voti in più, tenendo conto che gli elettori dell'UDC sono in buona parte organicamente di centro-destra, e che la alleanza avrebbe ben poco appeal per gli elettori di sinistra? Ancora una volta mi chiedo: chi è interessato a dare vita a una minoranza?

giovedì 12 luglio 2007

Risultati elettorali, ancora?

Si riparla delle elezioni del 2006, delle numerose anomalie e degli ipotetici brogli. Brogli (o eufemisticamente "errori a senso unico") conclamati da Berlusconi e da alcuni suoi seguaci, senza portare però alcuna elemento a sostegno, non dico prove, ma neanche indizi. Brogli denunciati anche da Diario in un famoso DVD "Uccidete la democrazia", poi ribadito nel recente "Gli imbroglioni". Anche qui purtroppo (per la buona opinione che avevamo della rivista e del direttore, non per i brogli in sé) nessuna prova e anche ben pochi se non pochissimi indizi, al massimo sospetti.

Mi sono dedicato a suo tempo ad un'ampia analisi del complesso tema, i risultati, per chi vuole approfondire e vuole dedicarci qualche minuto, si possono leggere qui.

Se parliamo però del risultato del voto all'estero e del mitico riconteggio la questione è molto più semplice e si può commentare in due righe. Il sistema di voto all'estero a suo tempo deciso (con voto bipartisan in questo caso, non si può dare la colpa solo alla CdL) si può definire eufemisticamente "bizzarro". In sostanza è quasi impossibile farlo funzionare ed è basato sulla fiducia, diciamo così. Per dirne solo una: lo scrutinio non è ancora concluso (l'ultimo controllo l'ho fatto un paio di mesi fa, dopodiché nell'archivio storico del Ministero Interno sono spariti i dati del voto estero). Mancano 6 sezioni, (Cambogia, Arabia Saudita e altri luoghi remoti non certo famosi per l'emigrazione italiana) nelle quali evidentemente non è stato possibile organizzare il seggio.

E' chiaro che bisogna pensare con urgenza anche a in sistema gestibile per il voto all'estero, basato ad esempio sulla iscrizione alle liste elettorali, come avviene in altri paesi.

Per il riconteggio, forse non si è fatto abbastanza caso al margine di errore. In uno scrutinio manuale (come è tuttora e come sarà in futuroi) un margine di errore è inevitabile. Questo significa che anche ricontando più volte i voti (40 milioni di voti) i risultati non saranno mai i medesimi. Poichè la legge elettorale attuale prevede in pratica un unico collegio uninominale grande come tutta l'Italia (alla Camera) e il premio di maggioranza scatta senza limite di differenza (anche per un solo voto) avere un risultato certo in caso di schieramenti quasi equivalenti è assai arduo e ogni risultato è contestabile. Qual è un margine d'errore gestibile? Uno per mille? La differenza rilevata nel 2006 era ben inferiore all'uno per mille. Sarebbe necessario come minimo far scattare il premio di maggioranza (anche per le regioni) solo oltre una certa soglia.

Ancora meglio sarebbe abrogare velocemente questa legge elettorale assurda e ormai figlia di nessuna, evitare altri esperimenti (referendum attuale: sono contrario) e tornare velocemente al sistema precedente. Il tanto criticato Mattarellum, legge imperfetta sicuramente, ma altrettanto sicuramente più gestibile e in grado di dare risultati più coerenti. D'altra parte è inutile cercare un sistema elettorale perfetto, lo dimostra il fatto che non ci sono due paesi che hanno la stessa legge elettorale (pensiamo ad esempio a quelli del G7): un motivo ci sarà.

lunedì 9 luglio 2007

Lavori usuranti

Ogni volta che si parla di pensioni escono fuori inevitabilmente i lavori usuranti. Che in quanto tali giustificano una deroga (pensione anticipata) per i lavoratori interessati.
Come dice la parola stessa un lavoro "usurante" è tale in quanto comporta conseguenze sulla salute del lavoratore e di conseguenza un accorciamento dell'aspettativa di vita. Era questo il caso dei minatori di carbone dell'800 che contraevano la silicosi o simili drammatiche memorie della prima società industriale. Voglio sperare che nessun lavoro di oggi abbia queste caratteristiche, se per caso ve ne fosse qualcuno, bisognerebbe come prima cosa e con grande urgenza intervenire, se non altro per rispettare le leggi attuali sulla igiene e sicurezza del lavoro (626/94). Su eventuali situazioni oggettive di questo tipo (che mi auguro siano pochissime) nessuno, neanche i pasdaran dell'innalzamento dell'età pensionistica, avranno alcunché da obbiettare.

Probabilmente si tende a includere in questa definizione anche i lavori che richiedono una perfetta o comunque elevata efficienza fisica. Un caso che tutti conosciamo è quello dei calciatori, che raramente possono restare in attività dopo i 40 anni. Un altro caso è quello dei piloti d'aereo, che tutti noi viaggiatori pretendiamo vadano in pensione presto e quando sono ancora in buona forma fisica.
A parte questi casi particolari la maggior parte dei lavori, anche manuali, sono alla portata di un ultra 50 enne in buona forma fisica, o fuori portata anche di un 30 enne non in buona forma fisica. In altre parole, l'età conta relativamente, conta maggiormente la condizione della singola persona.

Esistono però situazioni in cui il lavoratore ha bisogno di andare in pensione, ma in modo sostanzialmente indipendente dal tipo di lavoro che sta facendo. Prendiamo ad esempio una insegnante che ha raggiunto e superato i 35 anni di servizio. Potrebbe aspettare con ansia il collocamento in pensione per necessità famigliari (magari deve fare la nonna-sitter). Oppure un impiegato progressivamente messo ai margini dei processi produttivi della sua azienda e a cui arrivano messaggi espliciti o impliciti dalla direzione del personale per accelerare l'uscita, o ancora il dipendente di una azienda in crisi, che vuole togliersi da una situazione di scarsa sicurezza sul futuro.
Tutte situazioni di incertezza o esigenze esterne che fanno superare uno svantaggio economico: infatti la pensione sarà sempre inferiore alla retribuzione percepita.
Possiamo parlare in questi casi (e molti altri simili) di usura psicologica piuttosto che fisica. Come tale, ben difficile da regolamentare in una legge.

E veniamo al caso più enfatizzato: l'usura psicologica e/o fisica degli operai. Un operaio che lavora da 35 anni ha il diritto di andare in pensione, si dice, perché il suo lavoro, di tipo manuale, è più usurante degli altri. Riguardo all'usura fisica, o alla necessità di una ottima forma fisica, osserviamo però che un operaio non lavora certo dietro una scrivania, ma non sempre fa una attività completamente manuale, e quindi per definizione faticosa e che richiede forza fisica; nell'era della robotica più frequentemente sarà un utilizzatore di macchinari di vario tipo.

La usura psicologica invece dovrebbe derivare dalla ripetitività e dalla mancanza di prospettive di un lavoro puramente esecutivo.
Qui devo dire che proprio non sono d'accordo, sembra che ancora siamo schiavi della vecchia divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Tra lavoro da faticatori e lavori nobili. Quando i lavoratori intellettuali e non manuali del nostro Sud, fossero anche impiegati ai più bassi livelli, facevano crescere l'unghia del mignolo della mano sinistra di un paio di centimetri per dimostrare (e far sapere a tutti) che loro erano affrancati dal lavoro manuale.
Stupisce che proprio chi dovrebbe aver letto Gramsci e quindi avere la giusta considerazione del lavoro operaio e della possibilità di realizzazione e di crescita in qualsiasi lavoro, possa indirettamente avallare il concetto che il lavoro operaio non consente alcuna forma di realizzazione e l'unico sbocco possibile è il pensionamento al più presto. Sulla possibilità di realizzazione nel lavoro operaio consiglio di leggere, ad esempio, "La chiave a stella" di Primo Levi.
Questo non significa che non ci siano situazioni nelle quali oggettivamente la pensione sia una soluzione, come il caso della nonna-sitter fatto prima, e di molti operai, ma la mia obiezione è sulla generalizzazione a tutta una classe, alla mancanza di criteri oggettivi per definire tale un lavoro, a meno di pochissimi casi.

In sintesi non concordo sull'eufemismo dei "lavori usuranti" per ridurre la platea degli interessati allo scalone e trovare quindi una soluzione che salvi capra e cavoli. Per quanto detto prima la inclusione di questa e quella categoria sarebbe per forza arbitraria e oggetto di trattativa. Sarebbe molto meglio delimitare i veri confini dei richiedenti, fornire a tutti un quadro certo per almeno 5 anni, e non in continua modifica (peggiorativa) e chiarire l'entità dello scalino economico, ovvero della riduzione del reddito conseguente all'andata in pensione, primo disincentivo, in situazioni normali.

sabato 7 luglio 2007

La notte bianca del 2003

Visto l'interesse per questo evento ho deciso di pubblicare una selezione delle foto che ho fatto passeggiando per Roma durante la prima notte bianca, quella del 2003 e del famoso black-out.

Cominciamo dal piazzale del Colosseo (già regno delle auto).


Il Colosseo illuminato e il passeggio sotto al monumento (1 di notte circa)



Via dei Fori Imperiali dalla terrazza Cederna e dalla Basilica di Massenzio.




La gente si infila nella notte ancora agli inizi, confidando in una esperienza da raccontare.


Una peformance dentro la Basilica di Massenzio. Confesso di non aver capito bene di cosa si trattava. Sembrava una proiezione di diapositive con grafismi insignificanti accompagnata da una musica elettronica che non partiva mai.



 I mercati di Traiano aperti in piena notte, con diversi eventi, tra cui mostre fotografiche.




Una vista degli antichi negozi nei mercati.


L'altare della Patria ripreso dalla terrazza dei mercati di Traiano. Su Via dei Fori si vede la folla diretta a Via del Corso.





La torre delle Milizie illuminata.



Piazza Venezia dai Fori.


La folla a Piazza Venezia (verso le 3 di notte)


... e qui ha incominciato a piovere leggermente, sembrava un garbato invito a tornare verso casa.
Invito che ho prontamente raccolto.

(Vedi per il seguito il post sul black out del 2003)

venerdì 6 luglio 2007

I futuri 58 enni

I futuri 58 enni sono al centro dell'attenzione. Sulla possibilità per loro di andare in pensione l'anno prossimo oppure no è in atto uno scontro politico, sindacale e industriale che rischia di rompere non solo gli equilibri del governo.

Sono pochi, dicono, per giustificare questa attenzione, 100 mila (quelli nati nel 1951 e ancora in attività, penso). Però costano, e molto: 40 miliardi (Sole 24 Ore) o addirittura 65 (Corriere della Sera) . Ci costerebbero 400 mila Euro l'uno i futuri 58 enni. Ma quanto guadagnano? Il governo invece dice che il costo è 5 miliardi, che non è la stessa cosa. Ma è il costo dell'"ammorbidimento" dello scalone.

Come calcolano queste cifre i vari pasdaran dello scalone? E il costo per chi è ed è composto da cosa? Lo scalone di Tremonti e Maroni non faceva altro che innalzare di colpo l'età di pensionamento incidendo su 5 classi di età, quindi sui nati dal 1951 al 1956 (mi viene in mente Miguel Bosè). Quindi penso che i 65 mila miliardi siano il totale delle pensioni che dovrebbero essere erogate dalla previdenza pubblica eliminando questo differimento. Quindi 5 anni x 500 mila stipendi, si arriva a 65 miliardi con una erogazione media di 26 mila Euro all'anno, e quindi ci siamo.

Prima osservazione: ma di questi 100 mila o 500 mila quanti sono dipendenti pubblici o che comunque prendono lo stipendio da società finanziate in tutto o in prevalenza dallo stato? Poniamo che siano il 25 o il 30% e già questo enorme importo sarebbe di molto ridotto.

Perché il dipendente pubblico o assimilato è comunque pagato con soldi pubblici, casomai quando va in pensione costa un po' di meno, subito e soprattutto in tendenza.

Seconda osservazione: ma quanti di questi 100 mila futuri 58 enni vogliono andare veramente in pensione? La maggior parte, forse tutti, questo si pensa comunemente. Ma qualcuno lo ha chiesto agli interessati? Non si potrebbe fare una volta tanto un sondaggio utile? Si potrebbe anche chiedere a chi vuole andare il prima possibile in pensione il perchè. Magari si scoprirebbe che da anni in azienda stanno facendo pressing per l'uscita, o che aveva già concordato di continuare come consulente, consentendo all'azienda di scaricare sullo stato la maggior parte della retribuzione.

Terza osservazione: ma andare in pensione è un premio? Si guadagna qualcosa? Sicuramente si lavora di meno, ma si guadagna anche di meno. Il gradino non è molto alto per chi ha ancora il sistema retributivo, ma comunque può arrivare all'80%, e anche di meno se nello stipendio erano comprese indennità e altre  voci temporanee. E nel tempo si allontanerà fatalmente dalla retribuzione percepita rimanendo in servizio. Il vero premio pare quindi un altro: riuscire ad andarci in pensione, facendo lo slalom tra i continui cambiamenti di normativa e mettendosi al sicuro dalle periodiche campagne di riduzione del personale delle varie aziende.

Ma la disfida va avanti inarrestabile, gli interessati sono pochi, ma tutta l'Italia sembra guardare a loro, come affossatori del futuro e dei giovani, o viceversa, baluardo dello stato sociale.

Perchè abolire lo scalone metterebbe a repentaglio il futuro dei giovani d'oggi? L'effetto dello scalone finirà nel 2012, e i giovani d'oggi a quella data saranno ben lontani dall'età della pensione. Ma questi soli 5 anni di anticipazione sarebbero in grado, secondo i critici, di stendere definitivamente e portare fuori equilibrio il sistema a ripartizione. Non è che invece il sistema va fuori equilibrio per conto suo, semplicemente perchè si riduce progressivamente il numero di chi contribuisce rispetto a chi percepisce? E' chiaro che i secondi con l'abolizione dello scalone aumenterebbero ancor di più, ma se non si inverte l'andamento e non si aumenta la platea dei contribuenti al sistema previdenziale non si risolverà comunque il problema. E per aumentare chi contribuisce esistono solo 3 sistemi: aumentare le giornate di lavoro all'anno di chi lavora (= meno lavoro a tempo determinato), disincentivare i contratti a bassi contributi (collaborazioni e consulenze), aumentare i lavoratori attivi (più donne e più over 50 e più extra comunitari al lavoro).

Mentre invece va avanti una battaglia per simboli, dove le contraddizioni ci sono per tutti.

La Confindustria, che sostiene a spada tratta l'innalzamento dell'età pensionabile (vai a capire perché, devo dedicarci un altro post) fino a perorare la crisi di governo su questo tema (Sole 24 Ore del 3 luglio, editoriale di Guido Gentili). Però le industrie associate fanno di tutto per mettere fuori dalla porta i dipendenti non appena superano i 50 anni e non ci pensano proprio ad avere in organico impiegati o quadri di 60 anni e oltre. Perchè non fanno un esercizio di coerenza e avviano una grande campagna verso i loro associati per la valorizzazione dell'esperienza?

I sindacati, che giustamente difendono le aspirazioni degli iscritti e dei lavoratori in genere a vedere confermati i diritti acquisiti, ma che a suo tempo, quando Tremonti con un blitz inventò lo scalone per trarsi d'impaccio dal mega sforamento dei parametri europei (e all'epoca l'Europa, con guida a destra, era molto più tollerante e distratta rispetto agli sforamenti italiani: due pesi e sue misure) non ricordo abbiano organizzato grandi azioni di contrasto. Sembra che pensassero che il governo di centro destra era di passaggio, e poi ci avrebbe pensato il centro sinistra a rimettere a posto le cose. Invece rischia di caderci sopra. Lasciando lo scalone com'è.

Il centro destra. Ma i futuri 58 enni votano tutti per il centro sinistra? Anche gli altri, quelli dal '52 in poi? Sarebbe una bizzarria statistica, eppure tutto il centro destra compatto sostiene l’impopolare scalone e l'innalzamento dell'età pensionabile. Strano, rischiano di avere parecchi voti in meno. Diciamo almeno 200 mila, più tutti i familiari degli interessati o quasi. Di solito sono più prudenti. Forse ho ragione io a pensare che non proprio tutti gli over 50 abbiano fretta di andare in pensione.

In sintesi, sarebbe una buona cosa se tutti i soggetti interessati si mettessero intorno a un tavolo non per strappare una vittoria-simbolo, ma dicendo, “bene, abbiamo un problema, che riguarda tutti, vediamo di farci venire qualche buona idea per risolverlo, mettendo in discussione, se necessario, anche le posizioni di principio”. Così mi pare che si fece nel ’93 e nel ’96. Il mio sogno è che si recuperi quello spirito.

Studi di settore anche in America

Gli studi di settore ci sono anche in America

In una puntata di un telefilm americano in onda ieri sera (Ghost Whisperer su Rai 2, con Jennifer Love Hewitt, sui fenomeni paranormali) alla protagonista arriva un accertamento presuntivo di 15 mila dollari basato sulla media dei guadagni dei negozi dello stesso tipo (antiquariato, in questo caso.

Ma allora i tanto deprecati studi di settore, deprecati in quanto presuntivi e dimostrazione di un fisco non in grado di accertare il reddito, esistono anche in USA! Peraltro la giovane protagonista, dopo aver ricevuto questa tegola in testa, non ci pensa proprio a ricorsi legali, ma si preoccupa di come pagare, alla fine ci pensa una sua amica a sua insaputa. Sempre a proposito di fisco amico e dalla parte dei cittadini. Penso che anche il fisco del paese vicino sia sempre più verde del nostro. Probabilmente all'estero invidiano il nostro, con tutti quei bei condoni.



giovedì 5 luglio 2007

Beppe Grillo è in loop?

Si può criticare Beppe Grillo o è entrato anche lui tra gli intoccabili? Va all'assemblea della Telecom a parlare a nome dei piccoli azionisti bistrattati e ottiene grande eco nei media, va al parlamento europeo a parlare di ecologia e a dire che la politica italiana fa schifo (per sintetizzare, ma più o meno il senso era quello) e tutti (gli italiani) a ripetere e riportare le sue veementi e sarcastiche tirate, riempie i palasport da anni di folle plaudenti che si indignano con lui di come soluzioni semplicissime siano regolarmente affossate dai "poteri forti". I suoi blog sono frequentatissimi, spezzoni delle sue performance sono da anni nella top-10 dei forward, allegati alla posta elettronica dagli impiegati di tutta Italia in pausa da lavoro.
Ma ragioniamoci sopra un momento. Iniziando dalla ecologia urlata. La soluzione per l'aria pulita c'è già! E' il motore all'idrogeno! Guardate qui, uno coi fumi di scarico ci può fare i suffumigi per il raffreddore!

E perché queste soluzioni meravigliose ai problemi del mondo rimangono segrete, se non fosse per il grande Grillo? Perché sono bloccate dai poteri forti! C'è un complotto mondiale per bloccare lo sviluppo alle tecnologie attuali, al motore a combustione interna.
 
Ragioniamo 5 minuti su questa grande soluzione (è un esempio, ne è proposta un'ampia gamma, per altri grandi problemi della terra) e su chi la frena. Nel caso dei petrolieri, il sospetto viene (ma non è detto, chi mai avrebbe la forza economica e produttiva per organizzare la distribuzione dell'idrogeno liquido?), ma per i produttori di auto sicuramente no. Sarebbe un sogno materializzato per loro: tutti gli automobilisti del mondo obbligati a sostituire l'auto nel giro di pochi anni, con una sicuramente più costosa. Per legge.

Probabile che ci stiano alacremente lavorando, in questa o in altre direzioni, se non decollano sarà perché i costi sono ancora troppo alti, anche per i paesi più virtuosi. E richiederebbero comunque forti sostegni statali (in tempi di ipersensibilità fiscale). Conoscete un salto tecnologico realizzabile per il quale l'industria e il mercato si sono fermati davanti alla complessità della migrazione? Casomai li cercano anche quando non se ne sente il bisogno.

Ma esistono altre soluzioni già alla portata di qualunque paese, ad esempio incrementare l'uso dei mezzi pubblici (ogni autobus pieno sono 60 macchine in meno che circolano, e non parliamo delle metropolitane), spingere all'uso delle pool car, favorire la estensione del telelavoro. Ma sono soluzioni veltroniane, gli spettatori inizierebbero a sbadigliare e i palasport si svuoterebbero. Vuoi mettere con una soluzione miracolosa che non intacca le nostre abitudini, che ci consente di andare in giro da soli in un SUV o in un monovolume che occupa 10 metri quadrati senza inquinare e senza sensi di colpa?

Molte persone che conosco non prendono un autobus o un mezzo pubblico dai tempi del liceo, non sanno neanche dove si comprano i biglietti e se si entra davanti o dietro. Se magari ogni tanto lo prendono è perché sono in vacanza all'estero.

E continuiamo a ragionare. Gli spettacoli di Grillo a base ecologica proseguono più o meno uguali da 10 anni, confortati e supportati dall'Italia plaudente. E' cambiato qualcosa? Qualche provvedimento efficace per limitare l'inquinamento, magari a prezzo di qualche marginale sacrificio (tipo prendere l'autobus ogni tanto, magari una volta alla settimana, la Domenica)? Partiti verdi o priorità ai temi ecologici nei programmi elettorali?

A quanto dicono tutti i media (Corriere della sera in testa) la prima o forse unica preoccupazione degli italiani sono le tasse. Ma forse hanno coscienza, anche i più naif, che le regole per inquinare meno hanno un costo e sono in rotta di collisione con l'agognata riduzione della pressione fiscale.

L'ultimo bersaglio di Grillo è ancora più originale. I politici. Tutti ladri. L'Italia non è cambiata dal dopoguerra ad oggi. I pregiudicati in parlamento. Proprio un bersaglio ardito, da chi non guarda in faccia a nessuno. Ma come? I politici sono il bersaglio preferito degli italiani da tempo immemorabile. Salvo votarli regolarmente a ogni elezione, con percentuali di votanti sconosciute ad altri paesi.

Un copione notissimo e abusato, recitato però molto bene.

Non mi associo invece alle critiche sulla sincerità di Grillo, che predica bene e razzola male (come dicono quelli di Striscia e il suo nemico personale Antonio Ricci) o che fa tutto per soldi.

Penso soltanto che sia un predicatore che ha successo perché propone soluzioni apparentemente facili, purtroppo poco o nulla realizzabili o dagli effetti marginali, a tipici italiani eternamente alla ricerca della scorciatoia più comoda (ma, ahimè, col tappo in fondo).

mercoledì 4 luglio 2007

Senatori o calciatori?

Berlusconi ha fatto sapere che sta trattando il cartellino di due o tre senatori per rafforzare la formazione del centro-destra al Senato. Forse pensa di essere al Milan. Tra questi senatori, secondo alcuni organi di informazione, dovrebbe esserci anche Lamberto Dini. Se fosse vero (ne dubito) dovremmo dedurne che Dini è veramente una persona che non porta rancore, considerando le palate di mota che i giornali e le riviste di Berlusconi hanno scaricato su sua moglie (foto) e i veleni e le insinuazioni (totalmente false) della commissione Telecom-Serbia.
Un'altra cosa a cui Berlusconi probabilmente non ha fatto caso è che alla Camera invece la maggioranza dell'Unione è intorno ai 70 seggi.

lunedì 2 luglio 2007

"Credo nei sondaggi"

"Credo nei sondaggi", diceva Linus, candidato alle elezioni scolastiche come rappresentante degli studenti (alle scuole elementari ...) in lontane fantastiche tavole dei Peanuts di Charles M. Schulz, quando gli comunicavano che era in testa. In precedenza, ripeteva sempre "Non credo nei sondaggi". E i sondaggisti erano protagonisti di un altro storico, splendido fumetto, Pogo di Walt Kelly, erano tre pipistrelli che infestavano la palude di Okefenokee e importunavano gli animali con le più inopportune domande. Alla fine, tirando le somme, concludevano che "Il 100% dice che aborre i sondaggi e non risponderà più ad alcuna domanda".

Erano due fumetti degli anni '60 e riflettevano la mania già consolidata in USA per sondaggi su tutto, e in particolare sulle elezioni. In Italia invece erano negletti, in quanto superflui, infatti i risultati elettorali erano scontati e ii quadro politico assolutamente immobile (nel contesto della guerra fredda e del mondo diviso in blocchi).

Poi i sondaggi e i sondaggisti sono arrivati anche da noi e non ci hanno lasciato più, ormai "monitorizzano" la popolarità dei governi e le intenzioni di voto a cadenza settimanale. E sono regolarmente comunicati e commentati come se fossero la verità.

Eppure or sono un anno fa e proprio da noi i sondaggi e i sondaggisti sono stati protagonisti del più clamoroso abbaglio di tutta la storia mondiale delle previsioni statistiche. L'errore macroscopico nella previsione elettorale del 2006, non solo dei sondaggi, ma addirittura degli exit poll, e in misura enorme: 5 punti percentuali, 8 punti percentuali... Tanto che gli stessi sondaggisti (qualcuno di loro) hanno avanzato  la ipotesi di un gigantesco broglio elettorale, senza il quale le loro previsioni sarebbero state corrette. Una ipotesi affascinante, ma sembra proprio che siano stati i sondaggisti a sbagliare e non gli elettori (si può leggere qui una ampia analisi del voto del 2006 e delle ipotesi di brogli).

Come facciano i sondaggisti a proporre ancora i loro servizi e qualcuno a comprarli dopo questa plastica dimostrazione della impossibilità di fare una qualsiasi previsione elettorale attendibile in Italia è un mistero. E pensare che anche la tanto deprecata e deprecabile legge elettorale dipende dai sondaggi.

Infatti la CdL era data 8 punti sotto, impossibile recuperare, e quindi hanno di corsa imposto una legge elettorale che favorisce il secondo e rende quasi impossibile governare per il primo. Non c'è dubbio che erano convinti di arrivare secondi.

Ma perché penso che i sondaggi di questi giorni, che danno il governo a un livello di consenso attorno al 25%, il CS sotto di 10 punti, Fini sicuro vincitore contro Veltroni,  del tutto inattendibili, quanto e più quelli dell'anno scorso? Sono forse un esperto di sondaggi? Posso contestare i criteri "scientifici" adottati? Anche l'equilibrato e competente prof. Ilvo Diamanti li commenta come se avessero un qualche valore.

Provo però ad applicare qualche ragionamento banale. Il campione: 1519 persone, su 40 milioni, parecchi meno dei famosi 24 mila. Scelte con criteri scientifici per rappresentare tutte le categorie. In un paese frammentato come il nostro saranno però 5 o 10 per categoria. Saranno equamente divisi tra CS e CD come nella realtà, o per puro caso hanno selezionato 2/3 di elettori del CD? E domani 2/3 del CS?

Le interviste telefoniche. A qualcuno è mai capitato di essere chiamato? Di solito la telefonata arriva alle 8 dopo la prima forchettata, è assai probabile che una buona parte degli intervistati della lista rifiutino di rispondere alle domande.
L'attendibilità delle risposte. Gli italiani mantengono segreto il voto anche con la moglie e con la mamma. E poi, come hanno detto gli stessi sondaggisti per spiegare il flop degli exit poll, sono propensi a mentire.
Le domande. Io farei domande indirette, per esempio chi è il cantante preferito o quali sono gli ultimi film visti, e da questi dati, con raffinati algoritmi, trarrei la inclinazione elettorale. Invece pare che facciano domande dirette, del tipo "chi ritieni che vincerà le prossime elezioni?". Che ne so, risponderei io, non sono mica un sondaggista.

Comunque è abbastanza probabile che un certo numero di reali elettori del CS , intervistati, abbiano espresso un parere negativo sul governo. Non c'è da stupirsi, tutta la stampa e l'informazione, Corriere della sera in testa, non fa altro che criticare ogni azione del governo sin dalla finanziaria (deprecando ogni azione e il suo esatto contrario). E poi risponde in base alle ultime notizie dei TG, quelle che rimangono più impresse, una settimana dopo, con notizie diverse, risultati diversi. Ma esiste anche un altro motivo: con 10 partiti e 25 ministri ogni elettore del CS ha almeno un partito e un ministro che gli sta sulle scatole, e in occasione del sondaggio, se è appena appena mal disposto, è a quello che pensa, e risponde di conseguenza.

Ma si può trarre da questa risposta contingente, da parte di 750 persone (la metà presunta del campione di CS) un presagio valido per tutti noi italiani? Ovvio che no, per il margine di errore contenuto in un rilevamento statistico così parziale, ma anche per un altro motivo.

Qualcuno come me avrà osservato che in tutte le ultime elezioni politiche italiane l'elettorato si è spostato di molto poco. I risultati sono stati determinati essenzialmente dalle alleanze. CS diviso e CD unito (1994), vince il CD (ma poi si disunisce). CD diviso e CS unito e il CS vince (1996, ma poi il CS si disunisce, e anche il CD, solo in parte, ma quanto basta per far completare la legislatura all'Ulivo). CD unito e CS diviso e vince il CD (2001, e questa volta rimane unito fino alla fine). CD e CS uniti: quasi pareggio (2006). Le percentuali dei due schieramenti "allargati" e i voti assoluti sono rimasti nelle varie elezioni molto stabili. Anche le elezioni del 2001 sono state un buon esempio di sondaggi sballati. Doveva vincere il CD con 5 o 10 punti di vantaggi. Invece è arrivato (di poco) sopra al 50% dei voti solo alla Camera, ed è rimasto un filo sotto al Senato. Con diversi accordi elettorali neanche vinceva. Certo la legge elettorale maggioritaria ha poi consentito un'ampia maggioranza di seggi. Ma tutti ricordano questo grande vantaggio e nessuno ricorda la risicata maggioranza di voti (e il CS - Ulivo aveva preso più voti nel 2001 che nel 1996).

No, tutto fa pensare che i sondaggi di questi giorni abbiano una relazione vicino allo zero con i risultati elettorali di una prossima elezione politica, che sia nel 2011 o nel 2009. Questo non significa che il CS debba vincere ancora o meno, semplicemente stiamo sondando qualcosa che ancora non c'è, uno schieramento un candidato dei leader e anche degli antagonisti che non ci sono ancora.

In sintesi, "non credo nei sondaggi".