venerdì 6 luglio 2007

I futuri 58 enni

I futuri 58 enni sono al centro dell'attenzione. Sulla possibilità per loro di andare in pensione l'anno prossimo oppure no è in atto uno scontro politico, sindacale e industriale che rischia di rompere non solo gli equilibri del governo.

Sono pochi, dicono, per giustificare questa attenzione, 100 mila (quelli nati nel 1951 e ancora in attività, penso). Però costano, e molto: 40 miliardi (Sole 24 Ore) o addirittura 65 (Corriere della Sera) . Ci costerebbero 400 mila Euro l'uno i futuri 58 enni. Ma quanto guadagnano? Il governo invece dice che il costo è 5 miliardi, che non è la stessa cosa. Ma è il costo dell'"ammorbidimento" dello scalone.

Come calcolano queste cifre i vari pasdaran dello scalone? E il costo per chi è ed è composto da cosa? Lo scalone di Tremonti e Maroni non faceva altro che innalzare di colpo l'età di pensionamento incidendo su 5 classi di età, quindi sui nati dal 1951 al 1956 (mi viene in mente Miguel Bosè). Quindi penso che i 65 mila miliardi siano il totale delle pensioni che dovrebbero essere erogate dalla previdenza pubblica eliminando questo differimento. Quindi 5 anni x 500 mila stipendi, si arriva a 65 miliardi con una erogazione media di 26 mila Euro all'anno, e quindi ci siamo.

Prima osservazione: ma di questi 100 mila o 500 mila quanti sono dipendenti pubblici o che comunque prendono lo stipendio da società finanziate in tutto o in prevalenza dallo stato? Poniamo che siano il 25 o il 30% e già questo enorme importo sarebbe di molto ridotto.

Perché il dipendente pubblico o assimilato è comunque pagato con soldi pubblici, casomai quando va in pensione costa un po' di meno, subito e soprattutto in tendenza.

Seconda osservazione: ma quanti di questi 100 mila futuri 58 enni vogliono andare veramente in pensione? La maggior parte, forse tutti, questo si pensa comunemente. Ma qualcuno lo ha chiesto agli interessati? Non si potrebbe fare una volta tanto un sondaggio utile? Si potrebbe anche chiedere a chi vuole andare il prima possibile in pensione il perchè. Magari si scoprirebbe che da anni in azienda stanno facendo pressing per l'uscita, o che aveva già concordato di continuare come consulente, consentendo all'azienda di scaricare sullo stato la maggior parte della retribuzione.

Terza osservazione: ma andare in pensione è un premio? Si guadagna qualcosa? Sicuramente si lavora di meno, ma si guadagna anche di meno. Il gradino non è molto alto per chi ha ancora il sistema retributivo, ma comunque può arrivare all'80%, e anche di meno se nello stipendio erano comprese indennità e altre  voci temporanee. E nel tempo si allontanerà fatalmente dalla retribuzione percepita rimanendo in servizio. Il vero premio pare quindi un altro: riuscire ad andarci in pensione, facendo lo slalom tra i continui cambiamenti di normativa e mettendosi al sicuro dalle periodiche campagne di riduzione del personale delle varie aziende.

Ma la disfida va avanti inarrestabile, gli interessati sono pochi, ma tutta l'Italia sembra guardare a loro, come affossatori del futuro e dei giovani, o viceversa, baluardo dello stato sociale.

Perchè abolire lo scalone metterebbe a repentaglio il futuro dei giovani d'oggi? L'effetto dello scalone finirà nel 2012, e i giovani d'oggi a quella data saranno ben lontani dall'età della pensione. Ma questi soli 5 anni di anticipazione sarebbero in grado, secondo i critici, di stendere definitivamente e portare fuori equilibrio il sistema a ripartizione. Non è che invece il sistema va fuori equilibrio per conto suo, semplicemente perchè si riduce progressivamente il numero di chi contribuisce rispetto a chi percepisce? E' chiaro che i secondi con l'abolizione dello scalone aumenterebbero ancor di più, ma se non si inverte l'andamento e non si aumenta la platea dei contribuenti al sistema previdenziale non si risolverà comunque il problema. E per aumentare chi contribuisce esistono solo 3 sistemi: aumentare le giornate di lavoro all'anno di chi lavora (= meno lavoro a tempo determinato), disincentivare i contratti a bassi contributi (collaborazioni e consulenze), aumentare i lavoratori attivi (più donne e più over 50 e più extra comunitari al lavoro).

Mentre invece va avanti una battaglia per simboli, dove le contraddizioni ci sono per tutti.

La Confindustria, che sostiene a spada tratta l'innalzamento dell'età pensionabile (vai a capire perché, devo dedicarci un altro post) fino a perorare la crisi di governo su questo tema (Sole 24 Ore del 3 luglio, editoriale di Guido Gentili). Però le industrie associate fanno di tutto per mettere fuori dalla porta i dipendenti non appena superano i 50 anni e non ci pensano proprio ad avere in organico impiegati o quadri di 60 anni e oltre. Perchè non fanno un esercizio di coerenza e avviano una grande campagna verso i loro associati per la valorizzazione dell'esperienza?

I sindacati, che giustamente difendono le aspirazioni degli iscritti e dei lavoratori in genere a vedere confermati i diritti acquisiti, ma che a suo tempo, quando Tremonti con un blitz inventò lo scalone per trarsi d'impaccio dal mega sforamento dei parametri europei (e all'epoca l'Europa, con guida a destra, era molto più tollerante e distratta rispetto agli sforamenti italiani: due pesi e sue misure) non ricordo abbiano organizzato grandi azioni di contrasto. Sembra che pensassero che il governo di centro destra era di passaggio, e poi ci avrebbe pensato il centro sinistra a rimettere a posto le cose. Invece rischia di caderci sopra. Lasciando lo scalone com'è.

Il centro destra. Ma i futuri 58 enni votano tutti per il centro sinistra? Anche gli altri, quelli dal '52 in poi? Sarebbe una bizzarria statistica, eppure tutto il centro destra compatto sostiene l’impopolare scalone e l'innalzamento dell'età pensionabile. Strano, rischiano di avere parecchi voti in meno. Diciamo almeno 200 mila, più tutti i familiari degli interessati o quasi. Di solito sono più prudenti. Forse ho ragione io a pensare che non proprio tutti gli over 50 abbiano fretta di andare in pensione.

In sintesi, sarebbe una buona cosa se tutti i soggetti interessati si mettessero intorno a un tavolo non per strappare una vittoria-simbolo, ma dicendo, “bene, abbiamo un problema, che riguarda tutti, vediamo di farci venire qualche buona idea per risolverlo, mettendo in discussione, se necessario, anche le posizioni di principio”. Così mi pare che si fece nel ’93 e nel ’96. Il mio sogno è che si recuperi quello spirito.

4 commenti:

  1. Corradoinblog6 luglio 2007 20:14

    Purtroppo tutta la discussione sulle pensione è diventata un doppio mantra ideologico. Da una parte i "veri riformisti" alla Giavazzi che, sulla base di statistiche opinabili che mischiano previdenza e assistenza e quindi truccano i confronti internazionali, attaccano la spesa pensionistica "a priori". Dall'altra la sinistra sinistra che ne fa una questione di principio senza nemmeno provare a controllare qualche dato.

    Mai che si possa affrontare i problemi per il verso giusto, senza farli diventare risse.

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  2. Ragazzi, non scherzo, ma ho capito di più dal post e dal commento di Corrado che dagli articoli dei giornali di questi giorni.

    Mi sento presa in giro dall'informazione "ufficiale", sembra sia fatto apposta, ti dicono "opinioni" -di Montezemolo, dell'europa, della Cgil, eccetera- nessuno che spiegasse REALMENTE conti, fatti, pro e contro.

    Eli

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  3. Grazie a Elisabetta per il suo apprezzamento. Anche perchè non mi proponevo di scrivere una trattazione esaustiva (ci vorrebbe un libro), ma piuttosto di stimolare qualche salutare dubbio e riflessione.

    Noto anche con piacere che le mie considerazioni sulle posizioni del sindacato e sulla necessità di rimettere al centro l'interesse generale del paese sono oggetto dell'editoriale di oggi di Scalfari su Repubblica (piuttosto critico nei confronti dei sindacati).

    Saluti

    Alberto

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  4. e se provassimo ad abolire la confindustria tout court per tre anni e poi ridiscutere l'effetto che fa?

    cc

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