venerdì 20 luglio 2007

La bici

Altro che motore all'idrogeno. Il mezzo ecologico per eccellenza esiste da più di cento anni, ed è la bicicletta. Girando in bici è sempre sorprendente scoprire come si possono fare chilometri con ben poco sforzo e ritrovarsi in poco tempo da una parte all'altra della città. E' anche sorprendente scoprire che un ciclista che fa la tua strada arriva a destinazione nello stesso tempo di te in macchina. Certo sarebbe necessario che a Roma non ci fossero macchine o quasi, sparissero i sampietrini e fossero spianate le salite.

La bici con noi
Esisteva però un tempo in cui la bicicletta faceva parte della vita quotidiana, non della vita artificiale legata al tempo dello svago e degli hobby. Lo capivi per esempio dalla frequenza con cui trovavi negozi che riparavano le bici, se foravi in città era sufficiente camminare un po' con la bici a mano per trovare un negozietto, di solito gestito da qualche pittoresco artigiano, con il locale pieno di biciclette di tutte le epoche. Facevano parte della vita di tutti i giorni anche una serie di modi d'uso e convivenza con il mezzo interiorizzati già dall'infanzia. Per esempio come si fa a portare una bicicletta a qualcuno andando in bicicletta? Semplice, si guida con una mano e si tiene a fianco quell'altra. Certo, serve un po' di agilità, soprattutto in curva o quando e necessario frenare o fermarsi, ma il dominio completo del mezzo faceva parte della dotazione standard di qualsiasi ragazzo dell'epoca e, una volta conquistato, non si perdeva più. 

Altra abilità ai limiti del virtuosismo era quella necessaria per portare una bicicletta oversize, per esempio una 28" da uomo, con la canna, quando avevi 8 anni ed eri alto un metro e venti o giu' di li', e non solo non arrivavi ai pedali, ma neanche riuscivi ad arrampicarti sulla sella. Allora si faceva cosi, si metteva la bicicletta di traverso, e si faceva passare una gamba sotto alla canna, ad inforcare il pedale opposto, poi si partiva mantenendo la bicicletta inclinata, e sfruttando il noto effetto giroscopico per il quale una bicicletta, quando parte, sta miracolosamente in piedi e non e facile farla cadere.   

In effetti un ricercatore pazzo degli anni '60 si era impegnato nella realizzazione della URB, unbearable bicycle, per cercare di scoprire quale principio tenesse su la bicicletta, procedeva togliendo un elemento alla volta fino ad ottenere una bicicletta che ti faceva cadere non appena partito. Mi pare che arrivò al terzo prototipo, chiamato URB3, che aveva credo ruote piccolissime ed ellittiche, per raggiungere così lo scopo, e pubblicare tutta la ricerca su Scientific American.  

Una bicicletta per due
Altra abilità opposta era invece quella di dare un passaggio a qualcuno, adulto, celebrata in tanti film degli anni '60, come Il ferroviere, o anche successivi, come Ricomincio da tre di Troisi, con Arena che si faceva "leggiero leggiero" . Il sistema classico richiedeva una bicicletta con la canna, una persona da portare (solitamente ragazza o donna) con il sedere naturalmente imbottito, oppure in alternativa un cuscino da mettere sulla canna, una buona preparazione atletica (per le salite, ma in alternativa si poteva scendere ed andare a piedi, perdendo però qualche punto con la passeggera), e un buon senso dell'equilibrio, dopodiché la ragazza sulla canna risultava veramente molto vicina, quasi avvolta tra le braccia, in una piacevole intimita'.

E se la canna non c'era? Ai tempi delle bici di taglia piccola, tipo Graziella, qualche ragazzo spericolato ha trovato la soluzione, si saliva a piedi uniti sul piccolo portapacchi. le mani sulle spalle del pilota e, sempre sfruttando la fantastica stabilità giroscopica del mezzo e la concentrazione del peso in un punto, si andava ancora più comodamente, ma, naturalmente, a rischio della testa nel caso non remoto di caduta, macchina che taglia la strada o apre all'improvviso lo sportello e così via. 

Lo zen e l'arte della manutenzione della bicicletta
Poi c'erano gesti usuali, come umidificare con la saliva il pirulino della valvola della camera d'aria se era bloccato, oppure prendere tra le gambe la ruota anteriore per rimettere in asse il manubrio, rimettere nella corona la catena quando usciva, rivoltando la biciletta a ruote in su e lottando con le inevitabile macchie di "morchia" (il grasso nero con il quale si lubrificava la catena) oppure la operazione con la quale si ripristinava il fermo finale del cavo dei freni, un pallino di piombo alla fine del cavo di acciaio. E strumenti  persi nel tempo, come la potente pompa da terra, quella che stava in piedi da sola su un piccolo treppiede  e si usava con due mani, e poteva gonfiare anche le gomme dei motorini.

Niente a che vedere con le  attuali pompe tecnologiche, pressoché' inutilizzabili perché sostituiscono il cavetto filettato di tessuto (che  evidentemente sembrava troppo old style) con un incavo per la valvola da tenere a pressione. Il problema  è che servono tre mani delle quali una, quella che tiene la pompa pressata sulla valvola, dotata della forza  sovrumana di una morsa. Purtroppo nella attuale era del pensiero unico si trovano praticamente solo  pompe di questo tipo, progettato da un ingegnere non del tutto sano di mente, mentre quelle altre si trovano solo come residuato da qualche ciclista fuori dal tempo. D'altra parte la pompa a  mano è comunque un oggetto residuale, da sostituire quanto prima con un compressore elettrico a  pressione controllata. E non parliamo neanche dei tristi epigoni in plastica delle pompe da terra, fabbricate  in qualche remoto paese orientale, anche queste a pressione, che reagiscono a una energica pompata  esplodendo e lasciando il bocchettone incollato alla valvola e il tubo guizzante per aria.

Oppure ancora la borsettina da fissare sotto la sella, contenente le chiavi inglesi e i mitici tip top per  riparare in fretta le forature. Mitici perché nessuno ne ha mai usato uno, se si forava si cercava un ciclista, e se proprio non si trovava si tornava a casa a piedi, magari salendo sulla bici di un amico, mentre un  terzo guidando con due biciclette si trascinava il mezzo inutilizzabile.

La libertà di scelta
C'era una ben scarsa scelta (ma in un insieme sterminato di marche). Tanto per cominciare esistevano solo due modelli di telaio, quello per uomo con la canna e quello per donne e preti  senza canna. E quello con la canna esisteva soltanto per distinguersi e tagliare fuori chi andava in giro con  la gonna, perché se un telaio era abbastanza rigido anche senza canna, perché questo non diventava il modello universale? Il motivo è che un uomo, e soprattutto un ragazzo, mai avrebbe acquistato una  bicicletta da donna, al massimo la poteva inforcare con nonchalance e ostentata superiorità per qualche breve tragitto, chiarendo nello sguardo distaccato che avevo preso la prima bicicletta di casa che gli era  capitata, che lui era superiore a questi dettagli. Ma quando c'era da fare sul serio aveva la sua bici, con il cambio e tutto il resto. Si perché le biciclette da donna non avevano mai il cambio, perché le donne erano più forti e potevano fare le salite con il rapporto standard. O forse perché le donne andavano sempre  piano e nelle salite non trovavano disdicevole scendere e proseguire a piedi. Non si è mai saputo il motivo. A parte il telaio le varianti risiedevano nel manubrio, nel cambio, e quindi nel carter, nei parafanghi.

manubri in pratica erano di tre tipi, larghi da turismo o da donna, stretti e a corna di bue, di tipo sport,  arcuati e bassi da corsa. Il terzo tipo, scomodissimo, era solo per fanatici o veri sportivi, il secondo era  accoppiato con la bici di tipo sport, con cambio, il primo obbligatoriamente con la bicicletta da uomo,  monomarcia, carter chiuso (e quindi sicuro per i pantaloni larghi) e di solito nera. Anche i parafanghi erano  accoppiati, solo quello anteriore variava, corto una decina di centimetri sotto il fanale per il tipo sport,  ampio e in grado di sfidare il fango per il tipo uomo. Il tipo corsa ovviamente doveva essere privo di parafanghi e di luci, ma qualcuno azzardava il montaggio  del manubrio ricurvo su una bici sport.

L'invidia della moto
Certo per chi andava in bicicletta non era facile stare dietro a qualcuno in motorino, non dico in moto. Al  massimo si poteva prendere un passaggio. L'amico in motorino guidava piano e quello in bici si attaccava  al portapacchi o un braccio e si faceva trascinare. Ovviamente senza casco, nessuno dei due, ma a noi  pensava sempre Santa Pupa. Divertente era staccarsi in curva, quello col motorino girava e quello con la bici sfruttava il momento sfrecciando per qualche decina di metri come se fosse in discesa. Ah già, le  discese e l'ebbrezza della velocità sfrenata, che aumentava sempre di più, e in lontananza la strada faceva  una curva, coperta da insidioso brecciolino ... Ma la moto si poteva anche imitare, per i ragazzini più fantasiosi, puntando alla sua caratteristica più notevole: il rumore.  Bastava mettere un pezzetto di cartone tra i raggi e in velocità si poteva simulare un 50 a due tempi. Ma per un rumore forte, quasi assordante, da due tempi smarmittato, e soprattutto per un effetto duraturo, ci volevano pezzi di plastica dura, ben fissata ai raggi. Certo la bici si frenava un po'.

I grandi invece seguivano un altro sistema, mettevano un piccolo motore a scoppio tra i pedali e la catena  (il mitico Mosquito della Garelli degli anni '40, quando io ero piccolo era praticamente estinto) oppure c'era il  bizzarro sistema francese, un motore che trasmetteva il moto con un rullo alla ruota anteriore. Era il  Velosolex, bastavano però un po' di foglie morte in autunno per eliminare l'attrito e fermare il Velosolex.

La bicicletta nell'era beat
La ventata di novità è arrivata con le bici pieghevoli tipo Graziella ricordate prima. Era un momento creativo un po' in generale, la seconda metà degli anni '60, l' era del beat, tutto doveva  essere moderno, e qualcuno lanciò un nuovo tipo di bicicletta, pieghevole, che poteva stare nel bagagliaio  della macchina. La bicicletta quindi da mezzo di trasporto in proprio, quasi unico, poi sempre piu' relegato  in basso come immagine, veniva riqualificata ufficialmente come mezzo di svago (da ricordare la canzone  di Jannacci "Prendeva il treno per non essere da meno": diceva "ma tu come vai al lavoro, in bicicletta? Ma non è fine, ti credevo un gran signor, prendeva il treno per non essere da meno, prendeva il treno per quel  grande, assurdo, amor"). La Graziella e le sue decine di tentativi di imitazione, avevano un telaio unisex, a canna maggiorata, ruote  piccole, da 20 o 24", un po' come la macchina simbolo di quegli anni, la Mini, che aveva piccole ruote su  cerchi da 10", ma gomme grandi anti buche.

Naturalmente la canna era divisa in due da un giunto, chiuso  con una specie di chiavistello, aprendolo, la bicicletta si poteva piegare a libro, nei modelli più raffinati  anche il manubrio si ripiegava. Non è che entrasse tanto facilmente nei bagagliaio delle macchine  dell'epoca (che spesso erano ancora a motore posteriore, FIAT 850, Renault R8 o R10, Simca 1000,  mitica NSU Prinz), ma almeno in cantina o sul balcone, per il ricovero invernale, occupava meno posto.

Dal punto di vista ciclistico, per essere sinceri, era un cesso, pesava come se fosse di ghisa, non aveva cambio, le  ruote di piccolo diametro non aiutavano le prestazioni ciclistiche, ma un po' la moda un po' la comodità,  spazzava via la competizione tradizionale. Dopo qualche anno le autorità si sono accorte che il giunto  pieghevole era intrinsecamente insicuro, la bici si poteva aprire in corsa, e quindi vietarono quel modello.  Che doveva essere però tutto sommato robusto, visto che a trenta anni di distanza se ne vedono ancora,  tipicamente nei giardini dei residence di vacanza, come bicicletta da battaglia per l'estate. 

L'oblio
Dopo la Graziella ci furono 10 anni o poco più di oblio, con la bicicletta relegata a mezzo per bambini (non  ragazzi, perché ormai andare in giro liberamente per strada era diventato più pericoloso di uno sport  estremo, tipo deltaplano o parapendio, e oltretutto andare in bicicletta denunciava o età o soldi insufficienti  per il motorino), i bambini infatti potevano accontentarsi di brevi giri in parchi protetti, a fianco del genitore che rispolverava la sua vecchia bici, ma certo non aveva per quell'uso problemi di prestazioni. 

La riscossa
Poi arrivarono gli americani con le mountain bike, assurde, pesanti e scomode per l'uso comune, senza parafanghi col fondo bagnato ti sporcavi fino ai capelli, ma erano una ventata di novità e soprattutto, esteticamente belle. Anche la bicicletta diventava finalmente uno status symbol, un elemento di distinzione, materiali esclusivi  ripresi dalla Formula 1, gamma di accessori, e soprattutto un prezzo che sfidava quello di una moto.  Definitivamente inutile oggetto di svago, giocattolo per adulti, per giunta confortati dai benefici effetti sulla salute, poteva nuovamente essere sfoggiata a testa alta. E così in qualche modo la bicicletta è arrivata faticosamente anche al terzo millennio (!) e qualche  temerario praticante di sport estremi la usa anche per andare in giro per Roma, magari addirittura al lavoro.

Su questo tema vedi anche: Motorini e sampietrini.

2 commenti:

  1. Bello il post peccato per la chiusura, non ci sono (solo) praticanti di sport estremi in giro in bici per Roma ma anche persone normalissime.

    Non fraintendiamo non sono dispiaciuto per il fatto che tu creda che sia cosi, ma solo perche' chi legge senza approfondire puo' pensare che sia vero.

    Per approfondire vedi romapedala.splinder.com e bicyclemobilityforum.org

    Marco

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  2. Bè, il commento voleva essere ironico e segnalare l'assurdo degrado delle strade di Roma e la ostinazione ottusa sull'utilizzo dei sampietrini (vedi altro post in tema "motorini e sampietrini"). E anche la mia ammirazione per chi sfida questi ostacoli, come fa ad esempio mio fratello (io lo faccio solo la Domenica in ZTL, lo confesso).

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