martedì 7 agosto 2007

36 mesi ovvero 3 anni

Altro punto di contrasto tra sinistra radicale e governo sul lavoro precario è la proposta di "rinnovo informato" dopo 36 mesi di contratto a tempo determinato.
Anche qui, come per lo staff leasing, mi pare che le idee siano poco chiare. Tanto per cominciare non si tratta di  contratti che derivano dalla legge Biagi, ma da una legge precedente, la 368 dell'ottobre 2001, sul lavoro a tempo determinato, tuttora in vigore. La 368 rinnovava la precedente legge 230 del 1962, peggiorandola notevolmente (ma senza che si ricordino proteste).

La legge citata già oggi pone un limite alla durata dei contratti a tempo determinato: 3 anni con un massimo di una proroga nei 3 anni. Quindi 36 mesi. Tra un contratto e un eventuale contratto successivo (rinnovo) devono passare un minimo di 20 giorni (di meno solo se il contratto era più breve di un tot). Se l'intervallo è inferiore a 20 giorni il contratto diventa automaticamente a tempo indeterminato. Inutile aggiungere che non si ricorda a memoria d'uomo una interruzione inferiore a 20 giorni. Mentre è frequente il caso di successivi contratti con interruzioni che si susseguono per 7,8, 10 anni ed oltre.
La novità sarebbe che il rinnovo, a parte i 20 giorni, dovrebbe essere siglato alla presenza di un rappresentante sindacale (indicato dal lavoratore). In questa sede il datore di lavoro dovrebbe rispondere, presumibilmente, ad imbarazzanti domande sulla effettiva natura a tempo determinato del lavoro che sta offrendo, o sulla entità del ricorso ai contratti  a tempo nella sua organizzazione. Organizzazione che potrebbe essere anche pubblica (anzi in questo caso spesso lo è).

Il rinnovo in questi termini costituisce quindi un deterrente efficace alle storture più evidenti, anche se non un divieto alla reiterazione dei contratti, e l'idea di Damiano a me pare quindi abbastanza buona.

Ancora una volta (vedi post sullo staff leasing) l'intervento riguarda però i contratti ad alto costo, quindi quelli meno interessanti per le imprese e meno utilizzati, soprattutto nel caso del lavoro intellettuale, dove è molto più conveniente la collaborazione a progetto. Per questo tipo di contratti si prevede nel protocollo sul welfare una intensificazione dei controlli, per individuare i casi di lavoro subordinato camuffato da collaborazione. Purtroppo però, in tema di controlli ed elusione di regole in Italia siamo sempre in affanno.

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