sabato 29 settembre 2007

I tic

Nei commenti dei giornali e della televisioni si sentono spesso, più che luoghi comuni in senso stretto, dei veri e propri tic. Reazioni incontrollate e automatiche di origine incerta. Che non richiedono spiegazioni, si auto-spiegano. La finanziaria e la necessità di commentarla (possibilmente criticandola) è un tipico generatore di tic.

Un esempio di tic sono i provvedimenti a pioggia. I provvedimenti a pioggia non vanno bene perché intervengono su molte cose in modo parziale, non risolvendo i problemi. Sarebbe meglio concentrarsi su poche priorità. In questa finanziaria varata oggi la CdL, dopo aver dichiarato per qualche mese che sarebbe stata lacrime e sangue (altro tic), non potendo più sostenerlo neanche con la più noncurante faccia tosta, ha ripiegato sui provvedimenti a pioggia.

E' un pretesto propagandistico, ma da sempre commentatori economici criticano questo modo di operare. Qundi non sono soli. Ma come si riconoscono i provvedimenti a pioggia? In una realtà complessa e frammentata come quella italiana, o di qualsiasi grande paese moderno, è necessario dominare la complessità e non trascurare alcun settore e nessuna dinamica sociale e produttiva. Una priorità è sicuramente il lavoro per i giovani e la spinta allo sviluppo e alla ricerca. Ma questa doverosa attenzione per il futuro consente di trascurare il sostegno a chi è al di fuori del mondo del lavoro per età?

Alla fine i provvedimenti a pioggia (quelli giudicati inutili), rischiano di essere quelli che non ci interessano, nel senso che non toccano i nostri interessi.

L'altro punto di criticità è la tensione a risolvere il problema. Un provvedimento limitato non risolve il problema. Ci vorrebbe ben altro. Ad esempio qualche senatore della vera sinistra radicale ha subito detto che i 150 € agli "incapienti" non risolvono il problema. Così come la cosiddetta "quattordicesima" alle pensioni minime non risolveva il problema. A parte che sono a testa (quindi in una famiglia di quattro persone monoreddito diventano 600 €), è' vero, probabilmente neanche 1500 € a testa avrebbero trasformato la vita di queste persone, non mi avventuro neanche ad esaminare problemi e possibili soluzioni. Era però possibile redistribuire qui e ora una parte dell'extra gettito (recuperato dagli ottimi Visco e Romano, il direttore dell'Agenzia delle entrate) e il governo si è ricordato di loro.

Qualcun altro, più economicista, sostiene che polverizzando la somma su una vasta platea (12 milioni di persone, pare) la cifra è troppo bassa. Però prima bisognerebbe chiederlo agli interessati (non credo che non sarà apprezzata). Soluzione (a parte non fare nulla)? Come si pensa di selezionare i soggetti (escludendo giochi a premi e simili)? Si rischia anche qui che la guida per la selezione risponda ad altri interessi. Spero solo che facciano accurate verifiche per evitare che non rientrino tra i beneficiati anche gli evasori che viaggiano allegramente in Cayenne.

Ma andando anche oltre con il ragionamento: è la finanziaria la sede per risolvere i problemi? Il piano di bilancio annuale dello stato? La maggior parte dei problemi non sono come gli esercizi di matematica: si risolvono e poi si passa al successivo. Sono qualcosa con cui si convive sempre, e che bisogna mantenere sotto una certa soglia, come è il caso della criminalità, o della disoccupazione. Se anche raggiungiamo una situazione felice di azzeramento del problema, sappiamo che dobbiamo occuparcene lo stesso, per sempre, perché si può ripresentare. Una ovvietà, ma solo per confermare che in una legge di bilancio ci possono essere al massimo interventi, e se ne valuterà l'efficacia l'anno successivo.

Certo sarebbe più efficace e gestibile una "legge finanziaria" come quella utilizzata in Gran Bretagna, incentrata sul metodo della spending review e su programmi a lungo termine, che diventano però la legge di budget annuale, e non rimangono a livello di indicazioni, come il nostro DPEF. Un modello preso a rifermento anche dal recente Libro verde sulla spesa pubblica, diffuso dal MEF. Per chi voglia approfondire allego la Comprehensive Spendig Review (la sintesi) del 2004 (per il triennio 2004-2007). Esiste anche il budget 2007 ma è meno facile trovare un documento di sintesi altrettanto efficace.

I tic del nostro sistema dell'informazione sono una buona fonte di disinformazione e di distorsione dei giudizi. Mi piacciono quei rari giornalisti che non si fermano al titolo, e perdono qualche ora (o qualche minuto) a chiedersi cosa c'è sotto la superficie.

(La prossima puntata sui tic: i tagli)
 





lunedì 24 settembre 2007

Lo svincolo di Capalbio

Capalbio, come tutti sanno, è un caratteristico borgo di origine medievale, con castello, mura e tutto il resto, come ce ne sono altri in Toscana e nell'alto Lazio, con una caratteristica particolare: è a  15 Km dal mare e 125 Km da Roma.
La vera popolarità è però arrivata con i mondiali di calcio del 1990 (quelli di Donadoni e Schillaci), quando un gruppo di intellettuali di sinistra, capeggiati dal solito Asor Rosa,  ha involontariamente fatto una efficacissima operazione di marketing promuovendolo come luogo esclusivo, lontano dai clamori estivi, meta di persone che sanno godersi la vita ma sono anche in possesso di una distintiva cultura.
Se non ricordo male i frequentatori di Capalbio e del suo più famoso stabilimento, dal nome simbolico L'ultima spiaggia, avevano fatto sapere ai giornali che avrebbero fatto una specie di sciopero del calcio, per reazione all'orgia di nazionalismo e chiacchiere calcistiche che tracimava da ogni rivolo di quell'Italia ancora craxiana.

Miracolati da questa improvvisa notorietà i capalbiesi (e altri investitori) hanno prontamente cercato di sfruttare il successo costruendo altri residence e case di vacanze. Ma, vuoi per spirito pragmatico o innato amore del bello del popolo toscano-maremmano, vuoi perché la zona aveva diversi vincoli, vuoi per la supervisione attenta della regione Toscana, almeno qui l'operazione "distruzione del bello" non ha avuto successo.
Certo la zona non è meravigliosamente fuori dal mondo come l'ho vista la prima volta (nel '75) o la seconda in cui ci sono stato (proprio nel '90). Qualche residence di troppo c'è (piazzato però perfidamente a pochi metri sia della ferrovia sia della Statale 1 Aurelia), le quattro case di Capalbio Scalo sono diventate quaranta, i prezzi delle case ovviamente hanno raggiunto e superato quelli di Tokyo, gli stabilimenti (che erano tre in tutto, gli altri due erano Macchiatonda e il "caraibico" Frigidaire) si  sono moltiplicati. E temo che sia meno frequente ora incontrare un istrice che trotterella davanti alla macchina di notte, o una famigliola di cinghiali.
Ma insomma, è ancora un luogo piacevole e con pochi confronti per gli amanti della vacanza "minimal", soprattutto a giugno o a settembre.

Tranne un particolare, non dovuto però a speculazioni economiche, comune complice e colluso o architetti troppo estrosi, ma all'Anas: l'orrido svincolo di Capalbio.


E' vero che in precedenza l'immissione sull'Aurelia era a raso e arrivava dopo un rettifilo che, prima della patente a punti, si percorreva a 120 Km/h. Chi non lo sapeva trovava (dopo un dosso) sempre una sorpresa: un trattore con un enorme rimorchio pieno di balle di paglia (che seminava sull'Aurela) intento ad una lentissima svolta a sinistra, una mamma alternativa in bicicletta, con bambino dietro sul seggiolino, intenta a attraversare verso Selva Nera, un calesse trainato da un cavallo, un aitante sportivo in mountain-bike (sempre impegnato nella svolta a sinistra sull'Aurelia). Non ricordo, in molti anni, incidenti a quell'incrocio totalmente affidato a Santa Pupa, ma credo che costei abbia avuto parecchio lavoro da fare.

Uno svincolo quindi non era una cattiva idea. Ma era necessario realizzare uno dei sette orrori del mondo? Una apoteosi di strisce bianche, frecce blu, guard-rail a tre piani luccicanti, che si estende per centinaia di metri, come se quello fosse lo svincolo per Milano?

Una ferita inferta alla dolce campagna Toscana (vedi le foto - DSCF0674 -, ma non rendono, bisogna passarci o farle da un elicottero) da un ingegnere dell'Anas totalmente ignaro di ogni concezione del bello (non riesco a immaginare come possa essere casa sua). E con nessun rispetto per la principale risorsa del nostro amato paese: appunto, la bellezza. Eppure bastava fare un sottopassaggio con muri a secco come quello che si trova poco più avanti, verso Ansedonia.

Ma l'amore e il piacere per l'armonia e il paesaggio, anche in queste piccole opere laterali, paiono scomparire progressivamente, se rimangono da qualche parte sembra che sia per caso o perché qualcuno ce le ha lasciate.

(Nella prossima puntata: il passaggio a livello di Capalbio Marina)

mercoledì 19 settembre 2007

Viva Massimo Boldi

Tanto per ricordarcelo tra qualche anno (o qualche mese):

«Fassino ha un solo globulo rosso che gli dà quel colorito grigio. Una volta ha avuto un’erezione e il globulo gli è andato giù»

«Prodi-Halzeimer» (il prossimo insulto? mongoloide? spastico?)
«Baffetto-D’Alema? Lui parla del V-day come di fascismo latente? Ma taccia, che poche settimane prima delle elezioni telefonava a quello in mutande, Fiorani, per dirgli: dai, compriamoci una banchetta, la Bnl. Lo facciamo per i lavoratori »

«i sindaci pezzi di merda che se la prendono con i lavavetri. Sono solo dei funzionari di partito, ecco perché i partiti devono togliersi dai coglioni»

(... i partiti ) «da eliminare, la cancrena della democrazia »

(... Mastella) « ambigua e carica di doppi sensi invece la sua dichiarazione sulla sua verginità pre matrimoniale, non è mai stato chiarito fino in fondo a quale tipo di relazione sessuale facesse riferimento»


Possiamo dedurre che per parlare al popolo è obbligatoria la volgarità (ovviamente a sfondo sessuale), la deformazione della verità (D'Alema casomai telefonava a Consorte), la generalizzazione (tutti uguali).

Nel campo volgarità allora preferisco di gran lunga Massimo Boldi, almeno non pretende di insegnarci a vivere.

Ma ritengo che, anche se lui non se ne è accorto, lo ha già seppellito una battuta, fulminante, del grande Altan:

"EMOZIONATEMI, SENNO' MI TOCCA DI PENSARE"
 



Università aperte e numeri chiusi


Il numero chiuso all'università è stato Il simbolo stesso della scuola di classe per il movimento del 68 e negli anni a venire.

Poi è stato pian piano introdotto da alcune facoltà ed è diventato legge nel 2002, quella in vigore.

L'esigenza, onestamente, c'è, almeno per le facoltà effettivamente a numero chiusa (Medicina, Odontoiatria, Architettura; ecc.) ed è legata alla necessità di effettuare un tirocinio pratico prima della laurea.

Siamo tutti d'accordo che un medico debba obbligatoriamente fare una esperienza controllata prima di averci a che fare in una guardia medica estiva. E siamo consapevoli che, se gli aspiranti medici sono 70 mila, come quest'anno, e i posti di tirocinante in numero tale da non poter accogliere più di 7000 laureandi, una qualche forma di selezione all'ingresso è necessaria.

Il sistema di selezione che si usava dopo il 68, ai tempi della DC, era molto semplice e del tutto in linea con il metodo "tutto e mai" (versione DC del "tutto e subito").

Si potevano iscrivere tutti, ma poi si creava un esame di sbarramento. A Medicina era Chimica I, a Ingegneria era Fisica I. Era bloccante per il passaggio al triennio e così un buon numero di studenti non raggiungeva il tirocinio (e la laurea) e il numero chiuso era realizzato senza clamore.

Visto che il numero di laureati non è diminuito con il nuovo sistema, direi che anche questo sbarramento dissimulato funzionava.

Aveva però lo svantaggio di gonfiare a dismisura il biennio e di far scoppiare le strutture universitarie, oltre che di creare studenti fuori corso, frustrazioni da abbandono ("mortalità studentesca", in una assemblea di Ingegneria se ne parlò e un paio di studenti si preoccuparono non poco) e così via.

Sembrava impossibile trovare una soluzione peggiore, eppure ci sono riusciti, impostando la selezione sui test a risposta multipla in stile USA. Quelli che venivano già truccati, negli stessi Stati Uniti, ai tempi del film Animal House.

Per sovrappiù ci hanno inserito dentro test di cultura generale, quindi del tutto arbitrari e non preparabili (possono riguardare l'intero universo umano).

Facile prevedere, in Italia soprattutto, il diffondersi del sospetto, pare in molti casi fondato, che le prove siano truccate con un metodo semplicissimo (lo stesso inventato da John Belushi): sapere i test prima.

Solo che sapere prima l'argomento del tema di italiano alla maturità aiuta fino a un certo punto (bisogna almeno sapere scrivere in italiano). Conoscere le risposte dei test consente invece di superare il test anche a un giapponese. E naturalmente esistono molti altri sistemi per raggiungere lo scopo (ad esempio essere collegati a qualcuno che ha accesso a google).

Ma non è solo un problema di attendibilità dei test. Anche se i controlli fossero perfetti rimarrebbe l'arbitrarietà della scelta: nel corso degli studi non si useranno i test a risposta multipla. Con questo sistema di selezione è possibile anzi, probabile, che vengano scartati i talenti.

La semplicità e velocità del sistema di selezione (orientato alla rapida e non contestabile correzione) non ha però fatto sì che gli studenti lo abbiano preso sottogamba. Al contrario si è creata dal nulla un'altra fase del percorso di selezione, a valle dell'esame di maturità. Mesi di preparazione sui test degli anni prima, con il supporto di società di formazione specializzata. E' stato creato dal nulla un nuovo mercato. Quindi massimo rispetto per l'impegno dei candidati che hanno superato i test studiando duramente.

Altro risultato (spero) inatteso è stato l'allungamento del ciclo di studi. In perfetta antitesi con la riforma 3+2 è accaduto che i candidati delle facoltà a numero chiuso abbiano di frequente ritentato l'anno successivo. Evidentemente la loro ferma determinazione nel conseguire proprio quel tipo di laurea (in primis Medicina) era più forte dell'handicap di perdere un anno.

In sintesi, non si salva proprio niente nel sistema dei test.

Altri sistemi di selezione?
Il più semplice sarebbe l'aggancio all'esito del ciclo precedente, cioè al voto alla maturità.

Il problema è che i voti della maturità non sono affatto allineati per tipo di scuola e istituto. Si creerebbero disparità tra i candidati.

L'altro sistema classico è il concorso, che può essere sui contenuti del nuovo ciclo o su quelli del precedente. Il primo sistema sembra più coerente, ma non è così. Infatti non ha molto senso verificare la preparazione su temi che saranno oggetto della futura formazione.

L'altro sistema è quello utilizzato per l'abilitazione dei professori delle superiori. Apparentemente assurdo perchè consiste nella ri-verifica di quello che era stato già oggetto della votazione di laurea. Ma ha il pregio di verificare solo quello che dovrebbe essere già acquisito nel bagaglio culturale del candidato e di uniformare i criteri di votazione.

Il concorso ha però un costo molto superiore, in questo caso proibitivo, essendo i corsi di accesso moltepici (classico, scientifico, ecc.).

Come si vede non è affatto semplice individuare un sistema di selezione all'ingresso equo e praticabile, in presenza di una forte disparità tra posti disponibili e aspiranti.

Il sistema giusto, usato negli altri paesi, è la programmazione. Distribuire attraverso la fomazione e la integrazione tra scuola secondaria, università e mondo del lavoro i giovani in modo bilanciato tra i vari corsi di laurea.

Riducendo così il gap tra posti e candidati e consentendo loro di orientare la scelta in modo realistico.

Per la specifica situazione italiana, si potrebbero poi eliminare gli sbarramenti all'ingresso inutili, quelli praticati dalle facoltà che hanno capienza (eventualmente ricorrendo a un controllato overbooking), ma che ricorrono comunque al test di ingresso per ragioni di immagine. E pensare a un sistema per recuperare al sistema universitario, senza perdere anni, i ragazzi che eventualmente non superino gli esami d'ammissione.

Programmazione, previsione, coordinamento, tutte cose noiose e poco enusiasmanti, da paese nordico. Le uniche soluzioni alternative, insoddisfacenti ma più in linea con le abitudini e italiane, sono abolire del tutto i test, e ricadere subito nel vecchio sistema democristiano "tutto e mai", oppure lasciare i test come sono, criticandoli ad ogni settembre e poi dimenticandosene negli 11 mesi successivi.

giovedì 13 settembre 2007

Il libro verde sulla spesa pubblica

Ignoro il perchè del colore verde attribuito a questo studio, ma la lettura è molto interessante. Si trovano molte informazioni non sempre disponibili in questa forma sintetica, molto utili per discutere con cognizione di causa su molti fenomeni molto dibattuti nel nostro ambito del nascente PD.

Per esempio il numero di dipendenti della PP.AA. suddiviso per ministeri (vedi post sulla bufala delle auto blu). Oppure il numero di dipendenti a tempo determinato e il loro andamento negli anni. Oppure ancora i dati confrontati per regione sui risultati della spesa pubblica e sulla distribuzione dei dipendenti della P.A.
Interessanti anche i confronti con la realtà europea, nelle classifiche sulla efficacia della spesa si vede l'Italia al penultimo posto. Al primo, in modo del tutto coerente con il post di qualche giorno fa di Corrado, proprio la verde Finlandia.

In generale il documento ruota intorno alla introduzione di metodologie di spending review anche nel nostro paese, sulla scorta di quanto stanno facendo altri paesi europei ed in modo più convinto e completo, soprattutto il Regno Unito. Si tratta di passare ad un sistema di controlo di budget impostato su piani pluriennali e sul controllo periodico e continuo della efficacia della spesa, orientato a fornire "di più con meno", più servizi con meno spese, come scrivevo nel mio commento al post sulle tasse nel blog di Corrado

Si capisce anche che il compito è di una difficoltà improba, per la stratificazione di leggi e poteri, che rappresentano altrettantio interessi consolidati.

Il sistema e il piano di budget attuale è ampiamente riportato nel sito del Ministero del tesoro inglese. Leggendo l'introduzione del piano (che è triennale, periodo ben più coerente delle nostre leggi finanziarie annuali) si può anche verificare che Tony Blair non è stato poi quel reazionario camuffato e continuatore della Thatcher che viene superficialmente rappresentato. Leggete soltanto quanti obbiettivi nella istruzione, o nella casa, o per lo sviluppo del trasporto pubblico. Piacerebbero forse anche ai critici del nostro accordo sul welfare.

Ecco infine il libro verde. Buona lettura.

Libro verde della spesa pubblica


domenica 9 settembre 2007

Tolleranza infinito

Ma Rifondazione e gli altri della "cosa rossa" sono così sicuri che i loro elettori siano contrari a
maggiori controlli nelle città per lavavetri, writers e così via?

Sono partiti tutti lancia in resta contro provvedimenti (ventilati) pensando forse di essere ancora negli anni '70, il ministro dell'interno che ha deciso di fare qualcosa è "il bandito Giuliano" (Il Manifesto), il PD che sostiene questi provvedimenti è in preda a una "deriva reazionaria".


Non hanno fatto caso, evidentemente, a quello che è successo un anno fa con l' indulto, quando i loro elettori di sinistra, anche "radicale", non hanno affatto solidarizzato con ladri, spacciatori e piccola criminalità varia considerandoli "vittime della società" come negli anni '70. Al contrario, sono insorti contro il provvedimento (vedi precedente post), esagerandone anche gli effetti-

D'altra parte non è sorprendente che legge e ordine nelle città interessino più il popolo di sinistra e la gente comune che il popolo di destra e i ricchi. I secondi vivono, o vorrebbero vivere, in comprensori all'Olgiata o a Milano 5 protetti da vigilianza armata, dove writers e mendicanti non si vedono mai (i ladri d'appartamento magari invece sì). Vanno in centro una volta all'anno, e mai in metropolitana, e il degrado urbano non li tocca. Preferiscono le piazzette caratteristiche riprodotte nei centri commerciali o, obbiettivo massimo, le meraviglie del mondo artificiale di Dubai.

Invece a noi piacciono i centri storici e fa male vedere  vedere all'opera il mitico writer Kotone (e un po' che non si vede, però) impegnato nello scrivere il suo insulso nome con vernice indelebile argentata su un antico muro romano, o a "decorare" completamente le carrozze della metropolitana.

Dice RC che non si può trattare un writer come un mafioso. E' vero, infatti nel caso improbabile che prendano Kotone non lo manderanno di certo all'Asinara con il 41bis.
Passerebbe qualche ora al commissariato e prenderebbe una bella multa.

Ma sarebbe sufficiente, se avvenisse soltanto in occasione del 50% delle sue gesta. Non servono leggi speciali. Non è necessario impiegare i NOCS o l'antimafia contro writers e soci, distogliendoli dai loro compiti primari. Basta quel po' di attenzione e di organizzazione che sta impostando il ministro Amato.
Non è questione di tolleranza zero, molto più banalmente è non adagiarsi nella tolleranza infinito.

giovedì 6 settembre 2007

Illusioni del comunismo

Su Venerdì di Repubblica la brava scrittrice e regista Cristina Comencini annuncia l'apertura di un nuovo fronte: l'anticomunismo di sinistra. Il protagonista del suo nuovo romanzo L'illusione del bene è infatti un ex giovane degli anni '70 che riflette sui suoi errori passati. L'occasione gliela dà la conoscenza con una russa, figlia di una desaparecida nei gulag sovietici. Il gesto simbolico è il divieto al figlio adolescente di attaccare nella sua stanzetta il poster di Che Guevara, profeta di un ideale che si è dimostrato fallace.

Dal che dovremmo dedurre che gli ingenui seguaci delle utopie anni '70 sono stati ingannati dalla scarsa conoscenza della realtà. Credevano che il comunismo in URSS e in Cina fosse un meraviglioso progetto egualitarista realizzato, se solo avessero saputo dei crimini ...

Ma non è mica vero. I seguaci di Lotta Continua (come la Comencini adolescente) e degli altri gruppi extra-parlamentari quelle vicende lì le conoscevano, in linea di massima. Solo che non le chiamavano crimini. Le chiamavano lotta politica. Nel 1973 si attaccavano in giro per Roma manifesti per i vent'anni dalla morte del "compagno Giuseppe Stalin, terrore dei fascisti e dei falsi comunisti". Alle manifestazioni cantavano L'ora del fucile, versione "adulterata" di Eve Of Destruction di Barry McGuire, dove si favoleggiava degli operai di Danzica che cantavano l'Internazionale scendendo in piazza contro i revisionisti.
Dei crimini di Stalin sapevamo da anni, c'era già stato il XX congresso del PCUS (nel '56) e il "rapporto segreto" di Krusciov, che poi era stato ampiamente pubblicato. Nelle feste dell'Unità si poteva comprare Lo scherzo di Milan Kundera (il libro migliore per capire l'oppressione del socialismo reale) e alla libreria Rinascita era in vendita Una giornata di Ivan Denisovic, e cosa era successo era raccontato senza remore nella Storia del PCI di Spriano o in altri libri di storici di sinistra sul Cominform e sugli anni dello stalinismo. Non c'era mica bisogno di aspettare che ce lo rivelasse Berlusconi e il suo libro nero sul comunismo. Anche sulla radiosa rivoluzione culturale del sempre sorridente Mao (così lo definiva Dario Fo) avevamo qualche dubbio: ad esempio, che fine aveva fatto l'arci nemico Liu Sciao Ci (e i suoi seguaci)?

Solo che noi eravamo appunto i revisionisti, contro cui si scagliavano la Comencini e gli altri suoi numerosi (e ora ottimamente piazzati) amici di Lotta Continua. I socialdemocratici, tanto invisi a Claudio Lolli e alla sua colonna sonora del 1977 . Siamo stati magari un po' lenti ad arrivare alle conseguenze.

Aspettando di leggere il libro (che uscirà tra qualche giorno) ho il sospetto che l'indagine della Comencini fsarebbe stata più efficace se si fosse orientata a riflettere sul rapporto con la violenza e con il giustificazionismo di quella generazione che sosteneva, quasi sempre senza crederci (per fortuna) che "L'unica soluzione è la rivoluzione".
E lasciare magari in pace l'incolpevole Che Guevara, che non ha mai perseguitato nessuno e tolto la democrazia a nessun altro, e che anche col comunismo c'entra fino a un certo punto.

(Le foto sono di Mosca nel 1968 e ritraggono i casermoni di Krusciov, costruiti per risolvere l'annoso problema della coabitazione, e il traffico, si fa per dire, di sole auto Volga)

domenica 2 settembre 2007

Televisione digitale terrestre

Bisognerebbe puntare con decisione alla televisione digitale terrestre (o DTT: Digital Terrestrial Television). So che molti a sinistra la associano agli interessi privati di Mediaset e alla legge Gasparri.
So che molti blogger e utilizzatori di Internet considerano la televisione generalista un sistema di informazione destinato al declino.

Ma le cose non stanno proprio così. Cominciamo dalla legge Gasparri. L'aspetto criticabile è l'innalzamento artificioso della soglia per lo stato di monopolista, con la invenzione del SIC (sistema integrato delle comunicazioni). Un artificio pro Mediaset censurato anche dalla UE.

Ma gli altri aspetti della legge sono utilizzabili, in particolare quelli che puntano allo sviluppo della DTT. Perché la DTT favorisce il pluralismo? Perché: 1) aumenta di 3-4 volte il numero di canali nazionali e 2) la tecnologia digitale consente costi più bassi, e decrescenti, per la produzione dei contenuti.

Come dovrebbe essere costituito il sistema televisivo del futuro? Tre o quattro gestori di rete che forniscono l'infrastruttura a decine di editori, o produttori di contenuti. L'equivalente delle grandi tipografie e dei giornali e periodici distribuiti tramite la rete delle edicole. E' questo il modello spinto dalla Agenzia delle comunicazioni, e che il CS farebbe bene a sostenere con decisione.

Mediaset ottiene vantaggi dalla DTT? No, in prospettiva, il principale vantaggio è stato nel breve periodo: il salvataggio di Rete 4. Altro vantaggio è stata la possibilità di rientrare nella pay-per-view, ma è una opportunità sfruttata sinora in modo molto ridotto, in particolare nel cinema Mediaset Premium procede col freno a mano tirato. Il motivo è il timore di diminuire gli ascolti della TV generalista in chiaro, la macchina per fare soldi (grazie al sistema perfetto pubblicità-Auditel) dell'azienda dei Berlusconi.

La migrazione dall'analogico al digitale non comporta alcun vantaggio in prospettiva per Mediaset, perché la soluzione attuale di duopolio e di mancanza di concorrenti, e di numero di ore passate davanti al video TV dagli italiani, è la migliore possibile per l'azienda. Mediaset ha scritto e imposto a legge Gasparri solo perchè: 1) doveva salvare Rete 4 dalla sentenza della Corte Costituzionele 2) la DTT era una iniziativa europea con termine 2012 e conveniva saltarci sopra piuttosto che contrastarla 3) con l'occasione poteva anche rallentare la crescita costante dell'unico concorrente privato (Sky - Murdoch).

Perchè Internet non ucciderà mai la TV generalista? Internet è interattiva, vasta, flessibile e sempre nuova. La televisione generalista è passiva e sempre uguale, ma proprio per questo consente una fruizione pigra. Una funzione di relax e di scarico delle tensioni, ricercata non soltanto dai vecchietti ma da molti, l'audience sarà erosa in percentuale, ma rimarrà importante. La platea broadcast (da 1 a molti, antenna trasmittente invece che connessioni 1 a 1 rimarrà di diversi ordini di grandezza superiore a quella Internet. 5.000 accessi al giorno sono numeri di tutto rispetto in Internet, 50.000 sono numeri importanti raggiunti da pochissimi siti, 500.000, concentrati in un'ora, sono numeri da programma flop in TV.

Il CS e il PD non devono quindi trascurare la TV nella aspettativa che il consenso e la informazione corretta si costruiscono su Internet. Come Mediaset è saltata sopra alla DTT trasformando un possibile rischio in un vantaggio, così il CS dovrebbe saltare sopra la legge Gasparri e portarla alle estreme conseguenze, facendo saltare il duopolio (molto pericoloso soprattutto in caso di governo delle destre) e facendo anche scoppiare, superandolo, il paradosso RAI.

Per approfondimenti: http://www.musicaememoria.com/dtt_televisione_digitale_terrestre.htm