mercoledì 19 settembre 2007

Università aperte e numeri chiusi


Il numero chiuso all'università è stato Il simbolo stesso della scuola di classe per il movimento del 68 e negli anni a venire.

Poi è stato pian piano introdotto da alcune facoltà ed è diventato legge nel 2002, quella in vigore.

L'esigenza, onestamente, c'è, almeno per le facoltà effettivamente a numero chiusa (Medicina, Odontoiatria, Architettura; ecc.) ed è legata alla necessità di effettuare un tirocinio pratico prima della laurea.

Siamo tutti d'accordo che un medico debba obbligatoriamente fare una esperienza controllata prima di averci a che fare in una guardia medica estiva. E siamo consapevoli che, se gli aspiranti medici sono 70 mila, come quest'anno, e i posti di tirocinante in numero tale da non poter accogliere più di 7000 laureandi, una qualche forma di selezione all'ingresso è necessaria.

Il sistema di selezione che si usava dopo il 68, ai tempi della DC, era molto semplice e del tutto in linea con il metodo "tutto e mai" (versione DC del "tutto e subito").

Si potevano iscrivere tutti, ma poi si creava un esame di sbarramento. A Medicina era Chimica I, a Ingegneria era Fisica I. Era bloccante per il passaggio al triennio e così un buon numero di studenti non raggiungeva il tirocinio (e la laurea) e il numero chiuso era realizzato senza clamore.

Visto che il numero di laureati non è diminuito con il nuovo sistema, direi che anche questo sbarramento dissimulato funzionava.

Aveva però lo svantaggio di gonfiare a dismisura il biennio e di far scoppiare le strutture universitarie, oltre che di creare studenti fuori corso, frustrazioni da abbandono ("mortalità studentesca", in una assemblea di Ingegneria se ne parlò e un paio di studenti si preoccuparono non poco) e così via.

Sembrava impossibile trovare una soluzione peggiore, eppure ci sono riusciti, impostando la selezione sui test a risposta multipla in stile USA. Quelli che venivano già truccati, negli stessi Stati Uniti, ai tempi del film Animal House.

Per sovrappiù ci hanno inserito dentro test di cultura generale, quindi del tutto arbitrari e non preparabili (possono riguardare l'intero universo umano).

Facile prevedere, in Italia soprattutto, il diffondersi del sospetto, pare in molti casi fondato, che le prove siano truccate con un metodo semplicissimo (lo stesso inventato da John Belushi): sapere i test prima.

Solo che sapere prima l'argomento del tema di italiano alla maturità aiuta fino a un certo punto (bisogna almeno sapere scrivere in italiano). Conoscere le risposte dei test consente invece di superare il test anche a un giapponese. E naturalmente esistono molti altri sistemi per raggiungere lo scopo (ad esempio essere collegati a qualcuno che ha accesso a google).

Ma non è solo un problema di attendibilità dei test. Anche se i controlli fossero perfetti rimarrebbe l'arbitrarietà della scelta: nel corso degli studi non si useranno i test a risposta multipla. Con questo sistema di selezione è possibile anzi, probabile, che vengano scartati i talenti.

La semplicità e velocità del sistema di selezione (orientato alla rapida e non contestabile correzione) non ha però fatto sì che gli studenti lo abbiano preso sottogamba. Al contrario si è creata dal nulla un'altra fase del percorso di selezione, a valle dell'esame di maturità. Mesi di preparazione sui test degli anni prima, con il supporto di società di formazione specializzata. E' stato creato dal nulla un nuovo mercato. Quindi massimo rispetto per l'impegno dei candidati che hanno superato i test studiando duramente.

Altro risultato (spero) inatteso è stato l'allungamento del ciclo di studi. In perfetta antitesi con la riforma 3+2 è accaduto che i candidati delle facoltà a numero chiuso abbiano di frequente ritentato l'anno successivo. Evidentemente la loro ferma determinazione nel conseguire proprio quel tipo di laurea (in primis Medicina) era più forte dell'handicap di perdere un anno.

In sintesi, non si salva proprio niente nel sistema dei test.

Altri sistemi di selezione?
Il più semplice sarebbe l'aggancio all'esito del ciclo precedente, cioè al voto alla maturità.

Il problema è che i voti della maturità non sono affatto allineati per tipo di scuola e istituto. Si creerebbero disparità tra i candidati.

L'altro sistema classico è il concorso, che può essere sui contenuti del nuovo ciclo o su quelli del precedente. Il primo sistema sembra più coerente, ma non è così. Infatti non ha molto senso verificare la preparazione su temi che saranno oggetto della futura formazione.

L'altro sistema è quello utilizzato per l'abilitazione dei professori delle superiori. Apparentemente assurdo perchè consiste nella ri-verifica di quello che era stato già oggetto della votazione di laurea. Ma ha il pregio di verificare solo quello che dovrebbe essere già acquisito nel bagaglio culturale del candidato e di uniformare i criteri di votazione.

Il concorso ha però un costo molto superiore, in questo caso proibitivo, essendo i corsi di accesso moltepici (classico, scientifico, ecc.).

Come si vede non è affatto semplice individuare un sistema di selezione all'ingresso equo e praticabile, in presenza di una forte disparità tra posti disponibili e aspiranti.

Il sistema giusto, usato negli altri paesi, è la programmazione. Distribuire attraverso la fomazione e la integrazione tra scuola secondaria, università e mondo del lavoro i giovani in modo bilanciato tra i vari corsi di laurea.

Riducendo così il gap tra posti e candidati e consentendo loro di orientare la scelta in modo realistico.

Per la specifica situazione italiana, si potrebbero poi eliminare gli sbarramenti all'ingresso inutili, quelli praticati dalle facoltà che hanno capienza (eventualmente ricorrendo a un controllato overbooking), ma che ricorrono comunque al test di ingresso per ragioni di immagine. E pensare a un sistema per recuperare al sistema universitario, senza perdere anni, i ragazzi che eventualmente non superino gli esami d'ammissione.

Programmazione, previsione, coordinamento, tutte cose noiose e poco enusiasmanti, da paese nordico. Le uniche soluzioni alternative, insoddisfacenti ma più in linea con le abitudini e italiane, sono abolire del tutto i test, e ricadere subito nel vecchio sistema democristiano "tutto e mai", oppure lasciare i test come sono, criticandoli ad ogni settembre e poi dimenticandosene negli 11 mesi successivi.

2 commenti:

  1. Ciao, quello che tu dici è quello che penso anche io...ma è davvero così difficile il nostro ragionamento?O siamo dei geni?

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  2. Ciao a te. Non sono riuscito a trovare l'indirizzo del tuo blog.

    Me lo indichi?

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