martedì 30 ottobre 2007

L'illusione del bene. Again

Ritorno sul libro di Cristina Comencini, del quale avevo commentato a suo tempo la promozione sulla stampa. Nel frattempo il libro è uscito, l'ho letto e ieri c'è stata anche una interessante presentazione del libro con Veltroni, l'autrice e Margherita Buy che ha letto alcuni brani, alla galleria Alberto Sordi di Roma.

E' da un lato un romanzo nello stile tipico della Comencini, molto calato nella realtà di oggi e nella vita delle persone del nostro tempo, con un occhio attento e partecipe, senza pudori, rivolto alla sfera dei sentimenti e alle infinite contraddizioni nel percorso di ognuno di noi. Cogliendo questo lato Veltroni l'ha definito, giustamente, un libro lieve, in grado di condurre il lettore senza forzature e messaggi imposti dall'alto nel mondo dei personaggi che lo animano.

Ma è anche un libro politico, per il tema di fondo: le riflessioni da fare sulla sottovalutazione dell'importanza della libertà. L'illusione del bene è l'errore di fondo di scusare la privazione della libertà in nome di un fine superiore.

La domanda che pone il libro quindi è: la sinistra, tutta la sinistra, ha giustificato per decenni i crimini del comunismo?

La risposta della Comencini è sostanzialmente affermativa e ad essa segue come logica conseguenza la spinta a occuparsi con maggiore interesse e partecipazione di questo passato (rimosso anche nei paesi coinvolti) e a fare coraggiosamente i conti con questi errori.

Non si può che essere d'accordo sulle conclusioni, e anche Walter (a destra la galleria gremita) l'ha ribadito con energia ieri, mentre l'analisi su quello che è successo merita, secondo me, un approfondimento su più dimensioni e angolazioni, che provo a sintetizzare (è un post!) in:

- giustificazione (e condivisione)
- scusa (e difesa)
- riformabilità (e revisionismo)
- conoscenza (e curiosità)

L'unica soluzione è la rivoluzione

Nei paesi del socialismo reale, in Cina, a Cuba, la rivoluzione l'avevano fatta e quindi stavano più avanti di noi, per tutta la parte politica, ampia, che si riconosceva negli anni '70 in questo slogan, o ne era affascinata a vario grado. Casomai la critica era verso la rivoluzione tradita, la nuova borghesia e burocrazia di partito che aveva occupato il potere in URSS, ma nessuno metteva sotto critica la mancanza di libertà e di costruzione dialettica delle decisioni. Erano per la dittatura del proletariato, e in fondo l'applicavano anche nella vita politica da noi. Erano ben poco democratiche le assemblee a Lettere o nei licei, chi si attardava a sostenere il sistema dei rappresentanti di classe e di istituto era bollato come un sostenitore dei "parlamentini". E tutto il sistema elettorale era negato (non a caso si chiamavano "gruppi extra-parlamentari") o ironizzato. Nell'assemblea tutto era più semplice, i leader di diritto occupavano la presidenza e poi guidavano i partecipanti verso le decisioni.

Quindi la giustificazione della necessità di reprimere i nemici del comunismo era implicita ed assodata nel fine superiore, chi criticava faceva "il gioco del nemico".

Scusa e difesa

Una condivisione e giustificazione che sfumava nella scusa per chi invece inclinava, più che alla giustificazione, alla minimizzazione e all'eterno argomento "lui è peggio di me". I bombardamenti a tappeto in Vietnam, l'appoggio a ogni dittatura fascista in Europa, i golpe pilotati e supportati in Cile, in Brasile in Argentina, erano il piatto della bilancia che rendeva più leggere le colpe e le privazioni della libertà nei paesi del socialismo reale, ad iniziare dall'URSS, che comunque appoggiava il Vietnam e consentiva la sua strenua resistenza, oppure ospitava i profughi scappati dalle tremende dittature sudamericane. Quante volte abbiamo sentito persone di destra o dichiaratamente fasciste, in occasione del giorno della memoria o dopo una proiezione di Schlinder's List, glissare sulle complicità dei fascisti italiani, o addirittura dei nazisti, e passare a parlare dei Gulag, o della Cambogia, o delle foibe, o delle fosse di Katin?

Bè, è un errore in cui siamo caduti anche noi di sinistra. Quando si parla di un genocidio, si parla di un atto contro un insieme più grande di quanto non sia la sinistra o la destra, i progressisti o i reazionari: la comunità delle persone. La ragioneria dei morti lasciamola ad altri. Non rinunciamo però a capire le motivazioni storiche, economiche, antropologiche per passare ad una indifferenziata e generica condanna, capire è il modo migliore per prevenire.

In sintesi, un errore, ma non una negazione dell'errore e dell'orrore.

"Il sistema è ancora riformabile?"

Riconosciuti i crimini di Stalin, gli errori dei suoi successori, la distorsione nel consenso data dalla mancanza di libertà, minimizzati tatticamente gli errori nella dialettica e polemica politica, alla sinistra internazionale (non solo al PCI e ai comunisti) rimaneva per lunghi anni attuale la domanda: "Ma il sistema è ancora riformabile?".

Era la domanda del revisionista, che dava il giusto valore all'opera di Marx, ma ne vedeva gli aspetti superati dalla evoluzione della tecnologia e della società, che aveva letto Keynes (in evidenza anche nel libro), che puntava ad una revisione del modello socialista e ad una conseguente o parallela evoluzione in senso di partecipazione democratica nei paesi del socialismo reale.

praga-1968-1Fino a quando è durata questa speranza e fino a quando è stata attuale questa domanda? Fino a Bad Godesborg? Fino all'allontanamento di Chruscev?  Probabilmente fino al 20 agosto del 1968, invasione della Cecoslovacchia. Dall'interno dello stesso partito comunista cecoslovacco stava arrivando la spinta per un allargamento del consenso e della partecipazione, senza alcuna opzione di ritorno puro e semplice al capitalismo. Ma anche questa era una minaccia intollerabile, evidentemente, per la oligarchia al potere nei paesi del socialismo reale. Dopo questo evento traumatico, che ha visto il PCI (non fa male ricordarlo) schierato, come il PSI, nettamente a favore dei riformatori cecoslovacchi, era ben difficile pensare che ci fossero ancora spazi per una ripresa della "spinta propulsiva", per una autoriforma del sistema.
E infatti non molti anni dopo (era il 1976) Berlinguer chiudeva questa fase (e sorvoliamo con le speranze poi deluse del tentativo di Gorbacév a fine anni '80).

praga-1968-4Conoscenza e curiosità
 
Ma sapevamo veramente quello che avveniva nei paesi dell'Est, o in Cina? Oppure, ancor peggio, ci mancava la curiosità per approfondire? Mi verrebbe da dire che sapevamo tutto l'essenziale: gran parte delle informazioni venivano dall'interno stesso del sistema, gli atti del XX congresso del PCUS, i film e le opere letterarie del disgelo, le testimonianze sulle persecuzioni in epoca stalinista e poi quelle successive alla invasione della Cecoslovacchia. Inoltre, avevamo ben chiaro che in quei paesi non c'era democrazia, bastava notare che non si votava se non per un partito unico, che non si poteva viaggiare liberamente, che non si potevano stampare giornali indipendenti né aprire stazioni radio.
Posso aggiungere anche qualche ricordo personale, perché in quei paesi ho viaggiato abbastanza, negli anni '70.

praga-1968-2Ricordo ad esempio il confine tra Austria e Cocoslovacchia, eravamo nel 1974 e la strada che partiva da Vienna diventava sempre più stretta, le auto si diradavano e rimanevano solo pochi occidentali, turisti e viaggiatori. Prati non coltivati e in fondo la stazione per il controllo dei documenti, presidiata da militari armatissimi. A perdita d'occhio nella pianura mitteleuropea una recinzione di filo spinato, con tanto di fossato e corredo standard. Eretta evidentemente non ad impedire che gli austriaci invadessero la Cecoslovacchia a piedi, ma il contrario. Una immagine che ricordava decisamente quella di una prigione. 
 
Anche il muro di Berlino, visto dalla parte Ovest nel 1975 faceva una certa impressione, non tanto l'altezza (sarà stato 2 metri e mezzo) quanto la terra di nessuno che lo precedeva e le torrette che si ripetevano a intervallo regolari, con i soldati di guardia sopra. Dalla parte Est era forse più dissimulato, la terra di nessuno più ampia, e c'era una grande attenzione a presentare al meglio i risultati della DDR (la torre della televisione ecc.).

In Polonia ho girato a lungo con due amici e per qualche tempo anche da solo, negli stessi anni. Si faceva amicizia facilmente perché di occidentali, figuriamoci di italiani, se ne vedevano ben pochi. Devo dire subito che tra le molte persone con cui ho parlato non ne ho trovato una che fosse in qualche modo, anche parzialmente  critico, d'accordo con il regime. Erano tutte persone comuni, non si interessavano di politica o di grandi sistemi, e all'epoca consideravo che anche in Italia uno straniero avrebbe ben difficilmente trovato qualcuno disposto a parlare bene dei governi DC. Non erano neanche particolarmente preoccupati di esprimersi con sconosciuti, seppur occidentali. Ricordo una lunga serata in un ostello della gioventù con il gestore, una conversazione nell'unica lingua che avevamo in comune (il latino ... noi andavamo al liceo ma lui, avrà avuto 30 anni, come tutti i polacchi se lo ricordava ancora molto bene) e le sue tesi sul ruolo della Polonia come baluardo dell'occidente contro i russi e i bolscevichi.

praga-1968-7Cambiavamo i nostri dollari al mercato nero nel centro delle città, mantenendo soltanto un minimo di attenzione, con persone conosciute da pochi minuti. Tornato in Italia osservavo con mio padre che non mi sembrava un regime di polizia, ma lui mi disse "tu prova però a distribuire un volantino o a passare a qualcuno un documento, e vedrai che come dal nulla si materializzano 4 o 5 uomini della milizia e ti portano istantaneamente al commissariato".
Questa era la realtà, assieme alla mancanza della libertà di muoversi.

Un paio di anni dopo una ragazza conosciuta in Polonia è venuta in Italia per un mese a trovare uno dei miei amici. Per ottenere il permesso temporaneo di uscita aveva dovuto lasciare in ostaggio il resto della famiglia in Polonia, se fosse rimasta da noi avrebbero passato i loro guai. E certo avevano dovuto passare verifiche preliminari attente. Tutti insieme non sarebbero potuti venire. Un altro nostro amico abitava proprio a Via dei Taurini, dove c'era la sede sia de l'Unità sia di Paese Sera. Spiegato cosa erano questi giornali il suo commento, dopo che aveva passato un paio di settimane in giro per Roma, è stato uno solo: "questi sono matti". Ho cercato di argomentare le nostre differenze e la via italiana e democratica al socialismo, ma temo di non esserci riuscito.

(Grande ironia della storia che venti e più anni dopo, quando loro hanno avuto la libertà di muoversi nel mondo, siamo stati noi a stendere mura e recinzioni di filo spinato, reali e virtuali, per impedirgli di entrare nel nostro mondo ...)

La curiosità e il desiderio di andare a fondo quindi c'era o no? In alcuni certamente sì, ma proprio il libro della Comencini, con la sua ricerca sui samizdat russi e sulla estensione del fenomeno (fino agli anni della prestrojka!), ci fa sapere quanto altro ci sarebbe stato da scoprire. In generale, occorre riconoscerlo, si preferiva sapere solo l'essenziale che citavo sopra, e non insistere troppo.

In sintesi: abbiamo giustificato i crimini in nome di un presunto bene superiore? Da quanto ho scritto sopra è chiaro che la mia risposta è no. Ma, col senno di poi, bisogna riconoscere che avremmo potuto prima e con maggiore convinzione separare la nostra storia e i nostri obbiettivi, tirando le conclusioni da quei fatti dell'agosto del 1968.


(Le foto dell'invasione di Praga sono di Fernando Scianna, 1968, e sono tratte dalla rivista Popular Photography di ottobre 1968)

1 commento:

  1. il 3 dicembre del 1968

    [..] Il 3 dicembre del 1968 si teneva a Roma la prima manifestazione del movimento studentesco delle scuole superiori. Parlo del movimento studentesco con la "m" minuscola, non di quello fondato poco dopo da Mario Capanna e da Raul Mordenti (a Rom [..]

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