giovedì 29 novembre 2007

Perché Berlusconi preferisce Veltroni a Prodi?

Leggete questa breve dichiarazione virgolettata di un fido di Berlusconi (è come se parlasse lui), Nucara, un ex ministro cosiddetto "repubblicano".

"E fa bene a non fidarsi perché quando al Senato il governo si salva come è successo in queste ore grazie alle assenze di Dell'Utri e Pera - non due senatori qualsiasi - allora vuole dire che il Cavaliere l'accordo con Veltroni vuol farlo davvero. Per ora Prodi non cadrà, ma se venerdì "Walter e Silvio" trovano una sintonia, allora per lui [Prodi, ndr] il 2008 sarà davvero breve". (Da Repubblica di oggi)

Traspare anche qui tutto l'odio per la persona e l'ansia di far cadere Prodi che leggo tutte le settimane su Panorama, ma anche una chiara preferenza per Veltroni come avversario del cav.
Leggete ad esempio questo titoletto presente sull'ultimo numero (sulla legge elettorale proposta da Veltroni):

"Berlusconi e Veltroni puntano su un nuovo modello di voto per cambiare il sistema politico. Ecco perché hanno deciso di farlo, cosa hanno in testa e quali ostacoli devono superare"

Un titolo che accredita un tandem, una coppia affiatata, infatti nella copertina dello stesso numero appaiono assieme. (A parte il fatto che nella foto, accuratamente ritoccata da amorevoli mani, Berlusconi 71 enne appare più giovane, liscio e tonico di Veltroni ...).

Eppure Prodi dovrebbe essere "bollito", ha dichiarato che dopo questa presidenza lascia, ha una popolarità ai minimi livelli (dicono i sondaggi ...), mentre Veltroni è nuovo, è popolare, è moderno.

Io tra un avversario debole ed uno forte preferirei uno debole.

Ma Berlusconi raramente sbaglia. Ritiene che Veltroni avversario sia meglio perchè la premessa sarebbe la caduta di Prodi e le agognate elezioni anticipate nel 2008, con annessa rivincita e ripresa del potere.

Ma secondo lui è meglio anche per un altro elemento, che ho sottolineato più volte: Prodi è temibile perché si porta dietro l'alleanza con la sinistra radicale e quindi un blocco di voti tale da rendere la vittoria della destra problematica o impossibile.

Veltroni nella testa di Berlusconi e dei suoi cari si porta dietro la inevitabile divisione a sinistra. Mentre lui non dubita di poter comunque ricomporre l'alleanza della destra, qualunque sia il sistema elettorale. Una competizione non ad armi pari, sicuramente quella che lui preferisce.

In sintesi, a parte che la presuzione del CD sono convinto sia errata, al CS conviene che questo governo duri il più a lungo possibile (anche perché possa fare le molte cose che deve fare) e, quindi, dovrebbe prestare la massima attenzione a questa trattativa adulterata all'origine da interessi diversi se non contrapposti, attenzione al metodo Lucy Van Pelt; il CS non faccia come il fiducioso e immemore Charlie Brown ma piuttosto come Schroeder versus Lucy.


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(Disegni di C.M.Schulz, copyright implicito)

giovedì 22 novembre 2007

Bicamerale, do you remember?

Gli eventi e gli annunci di questi giorni mi hanno fatto venire in mente la bicamerale del 1996-1997. Non sono bei ricordi. Era cominciato tutto per il meglio, con obiettivi assolutamente condivisibili. Che poi sono gli stessi di ora. L'adeguamento della Costituzione del 1946 al nuovo scenario bipolare. Il superamento del bicameralismo perfetto. La sfiducia costruttiva. La riduzione del numero dei parlamentari (questo sempre). La semplificazione e l'aumento di efficienza degli organi di controllo (TAR, Corte dei Conti, Consiglio di Stato). E infine, come sempre, la legge elettorale.

Il CD (il Polo), la Lega (allora era divisa) e Berlusconi in prima persona avevano condiviso questi obiettivi e partecipato attivamente ai lavori. Erano stati conclusi accordi e, con votazioni a volte anche a sorpresa (proprio quella sulla legge elettorale) erano state prese decisioni, praticamente su tutti i punti che erano stati messi sul tavolo.
Restava solo da tramutare questi accordi in leggi o avviarne il percorso. Quando però gli accordi sono stati portati al parlamento, Berlusconi ci ha ripensato. Ne diede l'annuncio un divertito Cossiga. Pareva impossibile disattendere in modo così plateale gli accordi appena presi, ma l'ha fatto. Senza pensarci due volte e senza che nessuno dei giornali "indipendenti" facesse una piega. E gli accordi sono restati lettera morta. Si ricorda questo esito come un insuccesso della politica, di tutti i partecipanti? Niente affatto, si ricorda come un insuccesso del CS e di D'Alema in particolare.
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Il fatto è che Berlusconi aveva raggiunto il suo scopo e la bicamerale non serviva più. E dei suoi risultati a lui importava evidentemente meno di zero. Il suo scopo era prendere tempo in un momento difficile (dopo la sconfitta del '96), ricostruire un'alleanza con la Lega (ci arriverà un paio d'anni dopo) e mettere in difficoltà l'Ulivo con una inizativa che poteva dividerlo (la famosa contrapposizione tra Prodi e D'Alema, vera o falsa che fosse).

Vi ricorda nulla questo schema? Anche ora Berlusconi è in difficoltà e deve prendere tempo. Il CD è diviso e palesemente gli altri due leader non hanno nessuna intenzione di presentarsi ancora alle elezioni con una coalizione guidata da lui.

La soluzione però è a portata di mano, e si chiama referendum elettorale. Per il leader del CD il sistema elettorale attuale (il porcellum) con premio di maggioranza va benissimo. E' quello che gli dà le maggiori probabilità di vittoria. Il sistema che uscirebbe dal referendum andrebbe ancora meglio. Non sarebbe neanche obbligato a stringere alleanze con UDC e AN. Per questo ha fondato in una Domenica pomeriggio un nuovo partito. Non è stata una improvvisazione o un colpo di testa.

Con il referendum Segni-Guzzetta il partito di maggioranza relativa vince tutto. E il nuovo Partito del Popolo delle Libertà (o come si chiama) può competere con il PD (i sondaggi attuali, se sono attendibili, lo confermano). D'altronde da anni sappiamo che almeno un italiano su tre segue Berluconi qualsiasi cosa faccia.

Se riesce ad arrivare al referendum ha già vinto, qualsiasi sia il risultato. Se non si raggiunge il quorum viene confermato il porcellum, e quindi potrà dire che la tanto vituperata riforma elettorale del 2005 è stata in realtà accettata dagli italiani. Se si raggiunge il quorum e questa riforma viene emendata avremo un porcellum col fard, un intervento cosmetico che non elimina (anzi amplifica) le distorsioni del sistema, favorisce ancor di più il centro destra e rende ancor più ardua, quasi impossibile, una vittoria del PD.

Rimarrebbe soltanto da far cadere il governo Prodi entro l'anno (2008) ma, dopo la conclusione infelice dei tentativi di accordo e il referendum (qualsiasi sia il risultato) non dovrebbe essere impresa difficile (e poi c'è sempre il protocollo welfare,se tutto il resto non dovesse funzionare).

In sintesi, la lista di quelli che hanno ricevuto un bidone da Berlusconi è lunga.  I bidonati sono personaggi anche di prima grandezza. Da Scalfari e Leonardo Mondadori (ai tempi di Rete 4), a Giovanni Agnelli, alla Confindustria di D'Amato, della bicamerale ho già detto, poi c'è il vertice RCS e il tentativo di controllo del Corriere, e si può continuare. Il problema è che sopravvalutano sé stessi e sottovalutano lui. Tra i bidonati alcuni (ad esempio Scalfari) non se lo sono dimenticato mai più, altri appaiono più immemori e/o incauti. Altri ancora, come Montezemolo, sono sempre stati alla larga e mantengono una grande cautela.

Lo stesso vale per il nostro Uòlter. Restiamo con le dita incrociate e speriamo vivamente che non adotti anche lui il metodo Charlie Brown versus Lucy.

(Disegno di C.M.Schulz, copyright implicito)

mercoledì 21 novembre 2007

Mistero Dini

Cosa vuole Dini? Questo si chiedono i giornali. Era uno dei leader della Margherita, aveva votato a favore dello scioglimento nel PD, era pronto a entrarvi quando, all'improvviso e senza che nell'intorno fosse cambiato qualcosa, si è sganciato. Ora pratica la politica delle "mani libere" con il suo micro-gruppo parlamentare (sono 3 in tutto, come noto) con la motivazione che, essendo nato il PD, i precedenti accordi sarebbero azzerati. Come se il PD fosse disceso da Marte e non fosse invece nato dalla fusione delle due principali forze presenti nell'Unione, più altre provenienti dalla società civile, ma comunque nell'ambito del CS.


Quando non esiste una motivazione logica partono i dietrologi con le spiegazioni. Nell'editoriale di Domenica su Repubblica Scalfari riferiva di una di queste ipotesi dietrologiche; un patto di ferro siglato con Berlusconi, che molti danno per certo. In cambio di cosa? Lo stesso Scalfari concludeva che non esiste una merce di scambio e quindi, a parte la considerazione sulla moralità del nostro (che, fino a prova contraria, non è in discussione), si tratta con ogni probabilità di una diceria senza fondamento.

Altri sostengono che la crisi abbia origine dalla mancata partecipazione alla compagine governativa, e che quindi tutto sarebbe finalizzato a una nomina ministeriale di peso.

Ma anche questa mi pare una maldicenza, non risulta che sia un carrierista, e comunque lo sganciamento non sarebbe una strada efficace per raggiungere lo scopo.


Infine ci sono le ipotesi che lo vedono puntare al mitico "governo istituzionale", che peraltro vorrebbe guidare, in un remake del 1995. Un obiettivo ben difficile da raggiungere se fosse proprio lui a provocare la crisi, evidentemente non sarebbe sopra le parti e fuori dai giochi.

La spiegazione potrebbe essere più semplice: Dini sta operando come punto di riferimento della Confindustria nel CS.

Il cuore degli industriali batte a destra, c'è poco da fare, ma al governo c'è il CS e bisogna essere realisti.

La Confindustria ha sottoscritto il protocollo welfare, ha fatto alcune concessioni, ma non vuole andare oltre. La Confindustria non vuole un incremento dei costi della previdenza (abbassamento dell'età pensionabile) perchè potrebbe mettere a rischio le agognate riduzioni del carico fiscale. La Confindustria non vuole il superamento e neanche la riduzione del lavoro flessibile (o precario) perchè costa meno e soprattutto fornisce al datore di lavoro il potere del ricatto.

senato-aula-vuotaSu tutti questi punti critici il gruppo Dini ha fatto e sta facendo la sua opposizione, coerenete sicuramente anche con la sua idea politica, giocando un ruolo di contrappeso alla cosiddetta sinistra radicale.

Utilizzando beninteso il sistema ben collaudato e ampiamente utilizzato in questa legislatura, in questa maggioranza e in questo sistema elettorale (non mi ricordo neanche chi abbia iniziato): il ricatto sulla tenuta del governo al Senato.

domenica 18 novembre 2007

Il protocollo welfare. Ancora?

La vicenda del voto di fiducia al Senato e della spallata andata a vuoto ha messo in grande difficoltà Berlusconi. Non sarà "finito" come dicono frettolosamente alcuni commentatori, perché ha sempre avuto notevoli risorse (economiche e televisive) di recupero, ma certo qualche rischio lo corre.

Bisogna fare qualcosa per rimetterlo in pista, e presto.

Niente paura, a risolvere questo piccolo problema ci pensa la "cosa rossa". Come?

Riesumando la questione "protocollo welfare".
Il risultato del referendum tra i lavoratori non era stato abbastanza imbarazzante? Una percentuale pari all'82% di un numero di lavoratori molto elevato aveva approvato il protocollo, sconfessando in modo netto le posizioni della "sinistra radicale" e della "vera sinistra radicale" (o "sinistra critica").
Questa parte politica, che si propone come punto di riferimento per i lavoratori dipendenti, aveva raccolto tra gli stessi lavoratori dipendenti un consenso pari appena al 18%, peraltro su posizioni molto facili (chiedendo di più).
Ce n'era abbastanza per intraprendere una imbarazzata ritirata strategica, metterci una pietra sopra e fare magari anche qualche riflessione.
Gavino Angius, ad esempio, aveva detto con onestà intellettuale che la manifestazione prevista per il 20 ottobre dopo il referendum non aveva più senso, sarebbe stato come dare degli sprovveduti all'82% dei lavoratori.

Invece è bastata questa manifestazione, che ovviamente si è fatta lo stesso, peraltro assieme alla "sinistra critica" di cui sopra (che considera quelli della "cosa rossa" niente altro che dei traditori della classe operaia) per cancellare l'imbarazzato ricordo. Hanno detto che in piazza c'erano un milione di persone (erano in realtà 150 mila, ma da quando Berlusconi ha iniziato con le manifestazioni di piazza si è verificato un fenomeno inflazionistico anche qui) ed è cominciata la litania del "milione in piazza contro il welfare".
 
Lo schema lo conosciamo a memoria, non c'è bisogno di nessuna analisi dietrologica, su qualche pretesto assolutamente secondario (magari l'inutilizzato staff leasing) comincerà il tiro alla fune, senza preoccuparsi se poi la fune si spezza.
E da domani Berlusconi potrà dire ai suoi critici "non cantate vittoria, non vi siete ancora liberati di me, c'è ancora la sinistra radicale che può rimettermi in pista".
Spero ardentemente che la sua aspettativa sia infondata.

martedì 13 novembre 2007

Bipolarismo? Meglio il bipartitismo.

La proposta di nuova legge elettorale Veltroni-Vassallo fa discutere, per l'abbandono vero o presunto del bipolarismo.  Non mi addentro nell'analisi del complesso sistema proposto, mi limito ad allegare in fondo una buona sintesi di Sebastiano Messina da Repubblica.
Riguardo al bipolarismo la criticità è rappresentata dalla abolizione del "leader della coalizione". A dire il vero questa indicazione esplicita è stata introdotta soltanto con l'attuale legge elettorale, il cosiddetto porcellum, mentre non c'era con il precedente mattarellum.

Le coalizioni, il Polo, l'Ulivo, la Casa delle Libertà, l'Unione, si sono formate lo stesso, a partire dal 1996, perché lo volevano gli elettori, e per trascinamento della buona prova e della buona accoglienza che il bipolarismo aveva avuto a livello di comuni, province e regioni.

Le coalizioni quindi, con il nuovo sistema proposto, sarebbero ancora possibili, ma non ineluttabili. Con il porcellum, infatti (vedi l'analisi precedente) sono  ineluttabili perché il premio di maggioranza, soprattutto alla Camera, penalizza in modo anche molto pesante chi vuole uscire da una logica di coalizione.

Cerco di astrarmi dall'analisi del tipo "a chi giova". Come ricordavo in un precedente post i sistemi elettorali in Italia si sono sempre rivoltati contro chi li aveva proposti, e quindi incrociamo le dita. E poi bisognerebbe mettere sul tavolo troppe variabili, alleanze, previsioni di voto, per tirare fuori qualcosa di utile. Ci sono i politologi per questi raffinati esercizi.

L'efficacia non basta
Concentriamo invece l'analisi sulla efficacia di un sistema elettorale per il sistema paese; avevo sintetizzato l'efficacia di un sistema (come tradizionalmente si fa) in:
> alternanza: la scelta è dell'elettore
> efficienza: dopo un paio di giorni si sa chi ha vinto
> stabilità: ribaltoni, ricatti e passaggi di maggioranza sono difficili o impossibili

Veltroni invece ha puntato l'attenzione sulla efficacia del governo che segue le elezioni, con i quattro principi: «Un sistema su base proporzionale, senza premio di maggioranza, per evitare che le alleanze siano fatte dopo il voto, un sistema che riduca la frammentazione e che dia agli elettori la possibilità di scegliere i rappresentanti», che puntano a creare «un vero bipolarismo, una democrazia dell’alternanza, un bipolarismo virtuoso che non nasca per costrizione e che produce alleanze basate non sul minimo comun denominatore ma sul massimo comun denominatore».

In effetti, quello che abbiamo visto in questi anni è stato un successo del bipolarismo a livello locale ed un insuccesso a livello centrale. Perché? E' colpa dei sistemi elettorali diversi?

Non mi pare sia questa la spiegazione, a livello locale il massimo comune denominatore è più ampio, perché i compiti sono più circoscritti. Le alleanze da Rifondazione ad Udeur quindi funzionano, da Roma a Torino a Bari, gli scontri che pure ci possono essere sono ricomponibili o comunque riconducibili a un normale contrasto tra alleati che hanno un obiettivo comune. Che in fondo non è altro che "buona amministrazione".

A livello centrale invece occorre fare scelte strategiche, e quando la strategia su punti qualificanti come la regolamentazione del mondo del lavoro o la collocazione e il ruolo internazionale dell'Italia sono divergenti (ma ce ne sono anche altri). Il risultato è che il massimo comune denominatore diventa minimo, e lascia fuori tanti problemi e tanti temi che non vengono affrontati per prudenza, perché non si troverebbe un accordo. Ma i problemi lasciati fuori interessano a tanti elettori, e da qui nasce il livello elevato (rispetto alla media, un po' è fisiologico in qualsiasi sistema) di insoddisfazione e delusione che tutti i giornali e i media percepiscono e enfatizzano rumorosamente.
(Sarà poi vero o sarà nella media? Supponiamo che sia vero, altrimenti non ci sarebbe neanche tutta questa fretta di intervenire).

ATT00241-varianteE' un problema solo delle coalizioni di CS, eterogenee per definizione perché costruite solo in funzione anti-Berlusconi? Niente affatto, anche la coalizione di CD è stata paralizzata nella sua peraltro timida (al di là dei proclami) spinta riformatrice dai contrasti interni. Non tanto tra UDC e FI, ma tra i "liberisti" e i "sociali". La riforma delle tasse "epocale" di Berlusconi puntava a una operazione reaganista e thatcheriana in Italia, ma è stata bloccata dalla "destra sociale" di Alemanno e anche dall'UDC. Altrimenti sarebbe stata veramente epocale (ma non per questo positiva). Alla fine, a parte il rumore mediatico, è stato un governo che ha galleggiato per cinque anni senza dare risposte neanche al suo elettorato di riferimento, che se ne è accorto.

Il "massimo" comune multiplo
Il nuovo sistema elettorale Veltroni-Vassallo quindi non è efficace ai fini dell'alternanza, del vincitore, della stabilità, nel senso che non impone questi effetti. Punta invece a recuperare l'efficacia del sistema politico.
Come?
Accettando la realtà e rinunciando a intervenire per mezzo del solo sistema elettorale. La realtà è che su un programma di sinistra europea in Italia non si riesce a raccogliere il consenso della maggioranza assoluta degli elettori. Non ci si riesce neanche negli altri paesi europei, ma: 1) in molti di essi il sistema elettorale consente di governare a chi raggiunge la maggioranza relativa,  2) anche la destra europea, in tutti i paesi, si trova nella stessa situazione, e 3) la percentuale di votanti è solitamente molto inferiore che in Italia.

In Italia invece un sistema elettorale maggioritario puro non si può realizzare, perché evidentemente gradito solo a due partiti su 25 e per aggiunta il CD è sempre pronto ad imbarcare chiunque senza alcun pudore (vergognosa e mai abbastanza stigmatizzata l'alleanza con la Fiamma tricolore e Azione sociale nel 2006, peraltro tuttora in piedi).

Non esistendo e non potendo imporre le altre due condizioni, a questo punto il male minore potrebbe essere un sistema che consente a due partiti di raggiungere un forte peso relativo rispetto agli altri, e poi di comporre il governo in base ad alleanze con altri partiti, comunque di peso (soglia sostanziale al 5%-8%) su un massimo comune denominatore più ampio, perché contrattato tra un numero minore di soggetti.

Un accordo (non necessariamente attorno al partito di maggioranza relativa, attenzione), che potrebbe arrivare prima delle elezioni, come sarebbe auspicabile, e che poi sarebbe attuato in maggiore o minore misura in base al gradimento reciproco degli elettori. Oppure anche dopo (il sistema non lo esclude). Con tutti i rischi di ricaduta nei vizi della prima repubblica che possiamo immaginare, ma sui quali preferisco sorvolare.
Per inciso, anche il bicameralismo perfetto sarebbe meno critico con questo sistema.

Il blocco ai processi di frammentazione sarebbe però molto efficace e dovrebbe portare ad una ricomposizione dell'intero sistema.

Se l'elettorato seguirà questo processo e si concentrerà progressivamente sui partiti in grado di governare la ricomposizione potrebbe arrivare anche ad un auspicabile minimo comune multiplo (che però io chiamerei in questo caso massimo comune multiplo, perchè dovrebbe essere un multiplo di un numero grande a piacere di elementi).

Un partito che, come il suddetto numero multiplio, è aperto e contiene all'interno in modo armonico più elementi, e raggiunge una dimensione sufficiente per assumere un ruolo di governo senza ricorrere ad alleanze, oppure con alleati naturali.

In una parola, il bipartitismo, un sistema più efficiente e più chiaro del bipolarismo e, nonostante le apparenze, anche più adatto a rispondere alle aspettative di trasparenza e di efficienza degli italiani. Uno sviluppo che potrebbe essere consolidato da una seconda e più radicale riforma elettorale, in parallelo ad una riforma costituzionale che adatti il sistema dei reciproci contrappesi ad un meccanismo elettorale radicalmente diverso di quello del '46.

Non è una strada facile, continuo a pensare che sarebbe meglio incamminarsi su di essa verso il 2010, e che la impopolarità del governo sia molto amplificata rispetto alla realtà, ma devo riconoscere che esiste un rischio di logoramento che potrebbe compromettere qualsiasi sviluppo positivo futuro.
E devo aggiungere anche che i rischi di instabilità, di frammentazione e di separazione tra elettori ed eletti che comporta il porcellum, e anche il porcellum col fard (quello che uscirebbe dal referendum) rendono questa opzione sicuramente preferibile.

Il sistema elettorale Veltroni - Vassallo (da Repubblica 12 novembre 2007 - Sebastiano Messina)

Ci sono il tedesco, lo spagnolo e l'italiano. Non è l'inizio di una barzelletta:

E’ la formula inedita e originale su cui sta lavorando Walter Veltroni per la riforma elettorale. L'inedito incrocio tra due sistemi elettorali si regge su un equilibrio fragilissimo. Un progetto messo a punto da un giovane e brillante politologo, Salvatore Vassallo, che ha convinto lo stato maggiore del Partito democratico. I referendari sono divisi, il centrosinistra e il centrodestra pure. Il primo, immediato risultato di questa proposta, dunque, è stato quello di sparigliare un gioco ormai fermo per i veti incrociati. Ma mettiamo da parte le considerazioni sulla tattica politica e domandiamoci: dal punto di vista dell'elettore, cosa cambierebbe?

La prima e più evidente novità è il ritorno al collegio uninominale, un sistema che gli italiani hanno mostrato di preferire di gran lunga a quello delle liste bloccate perché seleziona la classe politica attraverso trasparenti battaglie di collegio e sottrae ai partiti il potere di scegliere, nome per nome, i membri del Parlamento. Metà dei deputati sono eletti proprio nei collegi uninominali, dove basta la maggioranza relativa per vincere. I partiti poi presentano delle liste bloccate (fino a 8 nomi) in ogni circoscrizione (grande in media quanto una provincia), per il riequilibrio proporzionale dei seggi, ma si attinge a quei nomi solo dopo aver ripescato tutti i "migliori perdenti" nei collegi (dunque solo in pochi casi).

Scompare anche il premio di maggioranza (grazie al quale oggi il centrosinistra ha il 54 per cento dei deputati, pur avendo ottenuto solo 25 mila voti in più dell'opposizione) e non è introdotta nessuna clausola di sbarramento (in Germania è al 5 per cento, in Spagna al 3). Così un partito magari piccolo ma con alcune isole di consenso forte (la Lega o persino l'Udeur) può ottenere seggi.

In compenso i seggi della quota proporzionale - la metà del totale - vengono assegnati circoscrizione per circoscrizione, non in base alla cifra nazionale di ciascuna lista. E se un partito ha fatto il pieno dei collegi uninominali, conquistando più seggi di quanti gliene spetterebbero con la proporzionale, il suo risultato non viene corretto: gli altri si divideranno i seggi restanti. Questo produce un effetto maggioritario dolce, non apparente ma evidente, a favore dei partiti più forti (dal 3 al 4 per cento di seggi in più). Dettaglio fondamentale: non c'è recupero dei resti. I partiti che sono piccoli e deboli dappertutto non hanno speranze.

Eliminando il premio di maggioranza che lo giustificava, viene cancellato anche l'obbligo per i partiti di dichiarare il "leader della coalizione", l'uomo che poi diventerà il presidente del Consiglio o il capo dell'opposizione. Non è più necessario neanche accordarsi su un programma prima delle elezioni.

Proprio qui sta la novità più importante della proposta Vassallo. Per capirla bisogna fare un passo indietro, e ricordare che fino a poche settimane fa Veltroni è stato un ferreo difensore di un bipolarismo inteso come "una democrazia in cui sono i cittadini a scegliere il governo". Ebbene, il sistema italo-ispano-tedesco rinuncia a questo obiettivo, e infatti ieri Veltroni parlava di "un nuovo bipolarismo, fondato sulla coesione e non sulla coercizione". "Bisogna preservare la dinamica bipolare - scrive Vassallo, nella sua proposta - senza rendere però ineluttabile la formazione di coalizioni pre-elettorali". In concreto, i partiti potranno stringere delle alleanze prima del voto. Ma potranno anche non farlo.

Qualche esempio, non troppo a caso. Rifondazione si presenterà per conto suo, magari dopo aver dato vita alla Cosa Rossa grazie alla paura di scomparire che si diffonderà nelle altre formazioni della sinistra radicale. La stessa cosa farà, sul fronte opposto, l'Udc di Casini, puntando a diventare l'ago della bilancia del nuovo sistema, tenendosi le mani libere. Quanto ai Verdi, ai radicali, ai socialisti, al Pdci, a Di Pietro, a Rotondi e agli altri partiti che l'ultima volta ebbero meno del 3 per cento, dovranno aggregarsi ai più forti o formare dei cartelli elettorali, se vorranno sopravvivere.

Questo, naturalmente, sulla carta. Ovvero presumendo che la proposta Vassallo venga approvata così com'è stata scritta (con l'aiuto di due eccellenti esperti di sistemi elettorali come Stefano Ceccanti e Alessandro Chiaramonte). L'esperienza induce però a ritenere probabile una sua correzione, al tavolo delle trattative con alleati e oppositori. Il problema è: fino a che punto sarà corretta?

Questo inedito incrocio tra tre diversi sistemi elettorali si regge infatti su un equilibrio delicatissimo: basta allargare i confini delle circoscrizioni per far scomparire la componente maggioritaria spagnola e avvicinarsi pericolosamente al ceppo proporzionale tedesco, che sarebbe - per usare le parole dello stesso Vassallo - "la tomba del bipolarismo". Dopo aver rinunciato al suo principio fondamentale (far scegliere ai cittadini le alleanze di governo) l'impresa di difendere i confini del maggioritario potrebbe risultare, per Veltroni, più dura del previsto.

giovedì 8 novembre 2007

tagli tagli tagli tagli

In alternativa al mantra economico-politico tasse tasse tasse tasse abbiamo il mantra tagli tagli tagli tagli. Contraddistingue gli economisti e gli elettori non dichiaratamente thatcheriani. Quelli consapevoli che, se diminuiscono le entrate dello stato, dovrebbero diminuire anche le uscite, e di conseguenza i servizi. Quindi, ecco la soluzione: le spese inutili!
L'ultimo è Tito Boeri su lavoce.info di un paio di giorni fa. Ma sono convinto che cercando bene si poteva trovare lo stesso articolo con parole diverse in almeno altri 3 o 4 giornali economici (o sul Corriere).

Quello che non dicono mai è che i famosi tagli, per essere efficaci, dovrebbero riguardare anche i posti di lavoro.

In questo senso la razionalizzazione della spesa nello stato non è affatto diversa da quella che si fa di solito in una societΰ privata, dove si inizia sempre, come noto, dalle spese ricorrenti rappresentate dal monte stipendi.

Il mitico "ente inutile"
Vediamo come mai i tagli, per essere efficaci e avere effetto sulla spesa pubblica, debbano incidere sulla base lavorativa.
Partiamo dall'esempio più classico: l'abolizione del mitico ente inutile.
Prendiamo l"Ente per la protezione della trota di mare", 100 dipendenti, una sede di 1000 mq, 1 presidente, 1 direttore generale, 5 consiglieri di amministrazione, 2 auto aziendali ... interamente finanziato dallo stato con una apposita voce nella legge finanziaria o in qualche bilancio regionale.
Facciamo un bilancio semplificato dell'ente: affitto (a 200 €/mq anno): 200 mila euro, appannaggi presidente e DG e gettoni consiglieri 500 mila, 2 auto aziendali 40 mila (a noleggio),
energia 50 mila, informatica (100 PC e un paio di server), telefoniche, dati e altre spese generali ..diciamo che per le spese essenziali l'ente non spende meno di 1 milione di euro all'anno.
 
Poi ci sono 100 stipendi, incluse tasse, contributi previdenziali, TFR e altri oneri, potrebbero costare una media di 40 mila euro, per un totale di 4 milioni all'anno.
Nell'ipotetico ente quindi il monte stipendi inciderebbe, con questa composizione della spesa, per l'80% del totale, se le spese fossero realisticamente un poco più elevate (1,3-1,5) sarebbe ell'ordine del 75%.

"Aboliamo gli enti inutili"
Se venisse sciolto, è probabile che il sistema paese non ne avrebbe alcun danno (è un ente inutile ...), e la spesa pubblica si ridurrebbe di 5 milioni di Euro (1 millesimo dei tagli di questa finanziaria 2008).
Però 100 persone rimarrebbero senza lavoro. In Italia e più probabile (per fortuna, diciamolo) che vengano invece riassorbiti in altri settori della PA. Il taglio si ridurrebbe a questo punto teoricamente a 1 milione, quindi 0,25 millesimi dell'obiettivo indicato sopra.
 
Ma anche in questo caso la riduzione dei costi sarebbe solo parziale, infatti buona parte dei costi generali sono in proporzione al numero di dipendenti (affitto locali, telefoniche, informatica) e quindi tagliabili soltanto con la riduzione del personale.

Il metodo Billy Elliot"
Supponiamo invece per un momento che veramente si voglia prendere questa strada. Dove andrebbero i 100 dipendenti dell'ente "Ente per la protezione della trota di mare"? In pensionamento anticipato? Sempre oneri per lo stato sono. Sussidio disoccupazione? Idem. Rinuncerebbero al lavoro se donne? Si ridurrebbe il reddito delle loro famiglie con effetti sul sistema economico generale.
L'unica alternativa economicamente corretta, nella quale i tagli sarebbero effettivamente tali, sarebbe l'assorbimento da parte del sistema privato.
Ipotesi di molto ardua applicazione se si pensa a una ricollocazione come dipendenti, e problematica anche nel settore del commercio e della piccola impresa.

Ma il nostro esempio è ancora ottimistico, perchè l'incidenza dei costi generali diminuisce con l'aumentare dei dipendenti. Con 500 potrebbe essere già all'80% , fino ad arrivare a ben oltre il 90%, come noto, nel caso del datore di lavoro con più dipendenti in Italia: il Ministero della pubblica istruzione.

Questo è un esempio molto semplice e molto diretto. Ma in generale tutta la famosa spesa pubblica si trasforma in lavoro per qualcuno. Anche i tanto deprecati convegni (troppi, dicono, non mi ricordo quanti al giorno) danno lavoro all'industria della convegnistica. I soldi delle tasse in fondo generano un turnover (sperando che una parte non venga intercettata e dirottata verso qualche conto).
 
In sintesi, è facile, per gli economisti (che peraltro di solito sono professori universitari, quindi dipendenti pubblici anche loro), fare lezione sui tagli, è un po' più difficile praticarli.
 
Questo non significa che le spese inutili non debbano essere affrontate e eliminate, ma nella chiave, purtroppo più complicata, della razionalizzazione. I dipendenti del nostro esempio potrebbero essere ocupati nella produzione di servizi utili, anzichè inutili. I costi di struttura dell'ente potrebbero essere ridotti sciogliendolo e accorpandolo ad altre organizzazioni pubbliche. Con tecnologie di lavoro a distanza i dipendenti potrebbero occuparsi delle nuove attività anche senza mettere in gioco problemi di mobilità, e così via.
Una logica di miglioramento dei servizi con riduzione della spesa, di dare "di più con meno", nel quadro di tecniche di controllo del tipo "spending review" come quelle promosse dal libro verde sulla spesa pubblica.

sabato 3 novembre 2007

Sistema elettorale all'italiana

Come si sarà capito il tema del sistema elettorale (e dei sistemi per vincere le elezioni) mi interessa molto, e ho quindi deciso di investire un po' di tempo andando in profondità e cercando una sintesi tra le molte opzioni in gioco, e di mettere in comune le mie riflessioni, che magari saranno utili anche a qualcun altro.

Appendisti stregoniOgni sistema elettorale si è rivoltato contro gli apprendisti stregoni che l'hanno creato. L'elezione diretta dei sindaci, a cui doveva seguire il presidenzialismo (il "sindaco d'Italia") era spinto da Mariotto Segni che voleva creare una destra europea senza i socialisti. Invece, complice il fenomeno Lega e tangentopoli ha rimesso in gioco il PCI-PdS e anche i missini.
Il mattarellum doveva consentire al nuovo Partito Popolare di svolgere un ruolo comunque centrale, invece l'ha spazzato via e ha dato spazio a una nuova destra "pagana" cioè a Forza Italia e alla sua coalizione.
Il porcellum doveva servire a mettere il CS in condizioni di governare con maggiore difficoltà e tutelare il CD dopo la sconfitta, considerata inevitabile, del 2006. Un sistema che favoriva il secondo classificato. Invece ha consentito al CS di vincere ugualmente (assieme alla folle legge per il voto all'estero, alla quale sembra che nessuno pensi) con risultati che l'avrebbero portato alla sconfitta nel sistema precedente.

Io se fossi un leader politico sarei quindi molto preoccupato a proporre un nuovo sistema.
L'unico sistema che si è rilevato all'altezza delle astettaive è stato il tatarellum (quello delle regionali), non piaceva neanche questo all'incontentabile Sartori, ma non ha dato problemi.

Cosa vogliamo?
Il tatarellum può anche essere usato come esempio di COSA dovrebbe garantire un buon sistema elettorale:
> bipolarismo e alternanza: per vincere è necessario formare una coalizione
> efficienza: dopo un paio di giorni si sa chi ha vinto
> stabilità: ribaltoni, ricatti e passaggi di maggioranza sono difficili (e infatti non sono mai avvenuti dal '95 ad oggi).
COME ottenere lo stesso risultato per il parlamento nazionale?

Vincoli e impicci
Diciamo subito che nel parlamento nazionale il risultato certo è minato all'origine, come noto, dal bicameralismo perfetto. Occorre una riforma costituzionale, con le note criticità, ma senza questa riforma con qualsiasi sistema che possiamo inventarci si potranno avere maggioranze diverse a Camera e Senato.
La libera riaggregazione dei partiti e la formazione di nuovi gruppi parlamentari che non si erano presentati alle elezioni dipende invece dalla elasticità dei regolamenti delle camere. Veltroni si propone di intervenire anche su questo. Ma non si potrà impedire i passaggi di singoli deputati o senatori senza introdurre il vincolo di mandato o tutte quelle tagliole presenti nella riforma costituzionale della CdL, giustamentee bocciata da noi cittadini l'anno scorso.

Il fatto è che la frammentazione è strettamente dipendente dalla società nella quale il sistema elettorale è calato. Il sistema tedesco consente in realtà la frammentazione (potrebbero entrarci anche 10 partiti e più) ma la società tedesca tende alla aggregazione e da sempre i partiti sono al massimo 4 o 5. Per contro la società olandese, altrettanto ben gestita e organizzata, tende a una forte caratterizzazione e di conseguenza sono presenti da sempre un elevato numero di partiti, anche piccoli.

E in Italia? Gli elettori sono estremamente insofferenti verso partitini e "cespugli" del proprio e altrui schieramento. Lo stesso vale per gli opinion leader e i media in generale. Ma al momento delle elezioni 400 mila elettori (l'1%) disposto a votare il partitino si trova sempre. Moltiplicato magari per cinque o sei.
Da aggiungere, per complicare le cose, che la tendenza a premiare i partitini è maggiore tra l'elettorato di CS che tra quello di CD (per questo hanno creato il porcellum).

Bipartitismo vs bipolarismo
Qual è il sistema che ostacola al massimo la frammentazione? Il sistema inglese, maggioritario uninominale secco a turno unico. Potevamo già avere questo sistema se passava il referendum del 2000, che non ha raggiunto il quorum per pochi voti (e sorvoliamo come).

Tramontato quel tentativo, che ha visto peraltro impegnato in prima persona il nostro Uòlter, i piccoli partiti hanno ripreso posto in parlamento, sono diventati decisivi per la maggioranza, e naturalmente ostacolano qualsiasi sistema che punti a ridurre la frammentazione.

I quattro sistemi
Consci che la perfezione è negata all'uomo dopo la cacciata dal paradiso terrestre e che qualsiasi sistema elettorale potrà comunque fallire i suoi obbiettivi per i vincoli riassunti sopra, vediamo le quattro opzioni che abbiamo davanti:

(1) il porcellum viene corretto dal referendum
(2) si passa al sistema tedesco
(3) rimane il porcellum
(4) si torna al matterellum

Il tedesco dà più garanzie?La opzione (2) è la più rischiosa tra le quattro: si va verso l'ignoto ed è sicuro che il sistema tedesco verrebbe interpretato e variato, con ulteriore indeterminatezza dei risultati.
Ulteriore elemento di variabilità sarebbe l'intervento in parallelo per il Senato. In Germania non c'è il bicameralismo perfetto, se fosse adottato anche il loro sistema per la "camera delle regioni" sarebbe uno scenario, se fosse adottato il loro sistema per la "camera bassa" per entrambi i rami del parlamento sarebbe uno scenario ben diverso e ben più problematico.

Supponiamo di essere in questo secondo scenario.In pratica sarebbe un sistema proporzionale con sbarramento. Possiamo pensare al nostro vecchio sistema elettorale proporzionale, quello della prima repubblica, con uno sbarramento del 5% per accedere alla assegnazione dei seggi.

I voti dei partiti che non raggiungono il quorum (se dovesse accadere) verrebbero spartiti tra gli altri, e quindi non si avrebbe una proporzione tra eletti ed elettori.

Ma ci sarebbero veramente partiti che rischiano? Nella storia recente è avvenuto per Rinnovamento Italiano di Dini nel '96 (ed è andata bene, anche se con un margine basso) e poi l'Italia dei Valori di Di Pietro nel 2001 (ed è andata male a lui). Può darsi quindi che qualche atto d'orgoglio ci sarebbe.

Ma è più probabile che venga adottato il sistema del partito omnibus. In questo caso lo sbarramento sarebbe aggirato e la frammentazione rimarrebbe, magari un poco ridotta.

Gli ottimisti sostengono infatti che il sistema del partito omnibus o del listone unico non è comunque gradito ai piccoli partiti perchè non possono contarsi. Di conseguenza la soglia di sbarramento spingerebbe comunque alla aggregazione.
in Italia però anche il problema di contarsi si risolve facilmente: i partiti si contano nelle altre elezioni (sono frequenti) e soprattutto nelle europee (che sono a proporzionale puro) e poi contrattano il numero di candidati e di posizioni in lista sulla base dello "storico".

Bipolarismo a rischioRiguardo a sapere chi vince e avere poi garanzia di governabilità il sistema tedesco è un punto interrogativo. Il sistema non impedisce che si formino più di due schieramenti, e in teoria potrebbero anche entrare in parlamento 10 e più partiti. Il bipolarismo tedesco, con occasionali alleanze, è frutto di quel paese e non è imposto dal sistema.
Succederebbe così anche da noi, essendo bipolari ormai tutti gli altri sistemi elettorali (sindaci, province, regioni) e considerando che ormai l'elettorato richiede questo? Oppure si penserà di forzare questo esito con premi di maggioranza e indicazione del premier?

Restando al sistema tedesco così com'è la possibilità di un ritorno alla situazione della prima repubblica c'è, quindi maggioranze variabili, partiti ago della bilancia, elezioni anticipate e tutto il corredo che conosciamo.
Rispetto al porcellum avrebbe solo il vantaggio di essere meno a rischio di macroscopiche sproporzioni tra eletti e numero di voti, oltre a restituire la possibilità di scegliere il proprio rappresentante alle Camere.
Chiaro è che se venisse corretto in senso bipolare farei altre considerazioni, ma al momento non ci sono gli elementi per una analisi.

Il porcellum col fardPer salvare il maggioritario, il bipolarismo e l'alternanza sembrerebbe quindi preferibile puntare al referendum, almeno quello che rimarrebbe dopo l'approvazione dei quesiti sarebbe un sistema con premio di maggioranza, che spinge quindi al bipolarismo.

I quesiti del referendum Guzzetta-Segni sono soltanto 3 e riguardano:
1. la possibilità per partiti di coalizzarsi (verrebbe abolita)
2. il premio di maggioranza (sarebbe attribuito di conseguenza al partito di maggioranza relativa)
3. la possibilità per un candidato di presentarsi in più circoscrizioni (e poi rinunciare e far entrare il 2° o il 3° e così via)
Osservato che siamo tutti d'accordo sul terzo e che rimarrebbero comunque le liste bloccate e imposte dai partiti e la impossibilità di scegliere i rappresentanti, solo i primi due quesiti hanno influenza sul sistema di formazione della maggioranza e del governo.

In pratica verrebbero abolite le coalizioni e parteciperebbero alla gara per il premio di maggioranza di 340 deputati (un bel malloppo) soltanto i partiti. Cosa avverrebbe in pratica in Italia? Anche il CD dovrebbe arrivare al partito unico, mentre il CS ci è già arrivato. Quanto agli altri, dovrebbero per forza ricorrere al sistema del partito omnibus (vale quanto detto prima per il sistema tedesco). Sarebbero però fatalmente destinati alla opposizione (o ad un appoggio aggiuntivo e non decisivo). Questo dovrebbe (forse) convincerli progressivamente a confluire nei due partiti unici, a meno che vogliano rimanere come partiti "di testimonianza" (o di presenza).
 
Gli aspetti negativi del porcellum, in particolare la possibile difformità anche elevata nei risultati tra Camera e Senato e la sproporzione potenzialmente anche molto forte tra voti ed eletti rimarrebbero invariati. Soprattutto, rimarrebbe la separazione totale tra eletti ed elettori.

Tra il ritorno del proporzionale alla tedesca e il porcellum con un po' di fard referendario non saprei quale soluzione sarebbe la meno peggio.
Per il CS le opportunità migliori le darebbe il sistema tedesco, mentre il porcellum con il fard rimarrebbe ostico come l'originale (vedi altro post apposito).
Inoltre il referendum potrebbe anche andare a vuoto, come al solito, santificando e cristallizzando il porcellum (che rimane comunque il peggio).

La soluzione migliore senza se e senza ma resta la più semplice: il ritorno al mattarellum. L'aveva proposta a suo tempo il buon Castagnetti e credo l'abbia fatta propria anche la Finocchiaro.

I partiti minori questa legge elettorale la conoscono e hanno convissuto con essa, potrebbero anche preferirla alle incognite di altri sistemi nuovi. Il bipolarismo sarebbe preservato, con la possibilità di arrivare a un vero bipartitismo accompagnando una progressiva maturazìone dell'elettorato. Si tornerebbe finalmente ai collegi e a deputati e senatori che ci mettono la faccia.
La soluzione migliore, che rimane per ora sotto traccia, spero e confido che riemerga per tempo.