sabato 29 dicembre 2007

Come fermare il governo istituzionale

Non abbiamo fatto in tempo a rallegrarci perché l’anno è andato, e meglio del previsto (vedi post precedente) ed ecco che arriva Dini.

Qualche tempo fa avevo cercato di svelare il mistero Dini. Benevolmente escludevo mire personali e vedevo nel suo movimentismo una posizione di referente per gli ambienti confindustriali. Invece pare proprio che sia stato troppo ottimista, la molla potrebbe essere l'ambizione personale.

L'obiettivo però non sarebbe quello di diventare presidente del consiglio. Pare effettivamente un po' troppo far mancare i voti a un governo per rendere indispensabile un governo istituzionale e poi presentarsi come uomo sopra le parti per dirigere lo stesso governo.

Secondo il piano segreto l'uomo sopra le parti sarebbe Marini, che dovrebbe quindi lasciare la presidenza del Senato. E Dini prenderebbe il suo posto assumendo la seconda carica dello Stato. Un buon punto di partenza per diventare poi in seguito presidente della Repubblica. Effettivamente, alla fine del mandato di Napolitano, Dini avrebbe solo 82 anni. Tanto i numeri in Senato li avrebbe, tutto il CD più i suoi senatori (votati da noi).

Il piano segreto prevede che a prendersi la colpa di far cadere il governo Prodi sia la sinistra radicale. Dini e/o Bordon (non si capisce ancora) proporranno un programma - ultimatum contenente punti irricevibili (in pensione a 82 anni? flat tax? esami di ammissione all'asilo?) e loro faranno la parte dei cattivi.

triciclo-2Quindi l'attenta regia di Natale (una notizia cattiva per il governo per scacciare quella buona) avrebbe un regista, sempre lui (Silvio, intendo). Diciamo che, puntando a un nuovo ribaltone, si è affidato ad un esperto in ribaltoni, appunto il buon Dini (dimentico delle badilate di mota ricevute a suo tempo dal Giornale e da Guzzanti).

Non mi dilungo sul fatto che il piano segreto è noto a tutti, che Marini non è disponibile, che il sistema escogitato sembra troppo puerile anche per un bimbo di terza elementare. Continuo a pensare che i giornalisti (e i loro suggeritori) siano partiti di fantasia.

Voglio invece occuparmi del minaccioso fantasma del governo istituzionale. Minaccioso soprattutto per il centro-sinistra e in massimo grado per il PD. Nel governo istituzionale sarebbero infatti assieme ministri del PD, di Forza Italia e di AN. Un connubio incomprensibile e indigeribile con chi persegue obiettivi opposti con metodi inaccettabili (la confessata e conclamata compravendita di senatori, per restare solo all'ultima).

Un connubio dagli effetti devastanti sull'elettorato. Anche se il PD rimanesse unito (ne dubito) l'esodo degli elettori verso altri partiti e verso il non voto (soprattutto) sarebbe talmente massiccio da rendere impossibile una vittoria del CS nelle inevitabili successive elezioni anticipate. Neanche se il candidato premier fosse Sandro Bondi avremmo una possibilità.

Eppure un sistema per fermare sul nascere l’ipotesi governo istituzionale e il piano di Dini, vero o presunto che sia, esiste. Sarebbe sufficiente far firmare a tutti i deputati del PD (che sono 186) un documento di due righe, con qualcosa del tipo “mi impegno a non votare mai e per nessun motivo un governo nel quale siano presenti esponenti indicati da partiti che fanno parte della coalizione avversa, per coerenza con il mandato ricevuto dai miei elettori."

Come si vede dal file excel che allego, nel quale sono riportati i seggi alla Camera (dal sito della Camera), l’eventuale governo istituzionale non avrebbe la maggioranza. Al CD mancano 35+1 deputati, anche nella ipotesi che l’Udeur si associ (ne dubito) e che lo facciano anche i 6 deputati non iscritti a nessun partito (ma uno è un fuoriuscito da RC) rimarrebbero sempre 16 deputati (14 Udeur + 6 = 20) da trovare. Improbabile che provengano dalla sinistra radicale, o dal gruppo Di Pietro, o dai Radicali. I partiti delle minoranze linguistiche si assocerebbero solo se non fossero indispensabili, per ovvi motivi. Qualcuno del PD potrebbe passare dall’altra parte, ma 16 (che comunque darebbero una maggioranza di un voto su 630 …) sono parecchi.

Quindi ecco perché Prodi parla, con il suo invidiabile ottimismo, di una maggioranza impossibile alla Camera.

Ma sarebbe meglio far firmare questo impegno, proprio per stroncare da subito ogni manovra e per verificare la tenuta e la coerenza, sulla linea di Veltroni, di tutto il PD.


domenica 23 dicembre 2007

Grazie, Prodi

Si avvicina la fine dell'anno, si dovrebbero tirare le somme, molti argomenti sarebbero da approfondire, anche se spesso sono auto esplicativi (vedi le intercettazioni, alla fine ci è caduto dentro pure lui). E non parliamo della telenovela sistema elettorale. E poi, sentiamo tutti il bisogno di una pausa, credo.

Ma voglio limitarmi a un grazie alla persona che alla fine ha portato a casa il risultato più importante per la sinistra quest'anno. Voi direte: "ma la popolarità del presidente del consiglio e della coalizione è ai minimi storici, e rischia di trascinare in basso il PD", oppure "non può andare avanti così, con questa litigiosità endemica e continuamente esibita".

Sulla popolarità, a parte i miei dubbi di fondo sui sondaggi (sono attendibili più o meno come quelli pre nascita: al 50% è maschio) temo che con tutti i vincoli e i potericchi che abbiamo inventato noi italiani (il TAR, il federalismo all'italiana, i tassisti, i padroncini, l'Alitalia, la finanziaria, la fiducia e la sfiducia, i senatori con le mani libere, i 25 partiti...) e con le attese derivanti dal nostro inguaribile ottimismo da noi non sarebbero popolari come presidenti del consiglio neanche Sarkozy, o Blair, o John Fitzgerald Kennedy o Madre Teresa.

Anzi questi personaggi messi alla guida di una astronave più difficile da guidare di quella di Independence Day se ne sarebbero andati sbattendo la porta dopo due settimane.

Invece puntiamo ai due anni, e poi a tre .... Ed è proprio questa la strategia giusta, e sono convinto che sia condivisa anche dal nostro Uòlter. Governare, risolvere problemi (la finanziaria è molto superiore alle aspettative, e non è stata stravolta dal lavoro parlamentare) e logorare così una destra senza idee e senza programmi, divisa ma prigioniera dell'equivoco Berlusconi. Aiutando con il semplice fattore tempo la risoluzione di questo equivoco, e la nascita di un sistema di vera alternanza. Non tra destra e sinistra simili e intercambiabili, ma tra due schieramenti opposti, rivali e agguerriti. Come in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna. Mai più, invece, una destra che mette a rischio il futuro dei nostri figli, che mette avanti la peggiore furbizia come sistema, che rimette in campo i fascisti.

venerdì 21 dicembre 2007

Welfare ultimo atto

Questa sera si dovrebbe concludere la telenovela del protocollo welfare con la approvazione definitiva. Ho dedicato diversi post all'argomento, quindi provo a tirare le somme.

Messo a punto con le migliori intenzioni, originariamente incentrato sul famoso scalone Maroni-Tremonti, concordato faticosamente tra le parti sociali, oggetto di scontro tra correnti della sinistra sindacale e non, sottoposto a referendum con approvazione amplissima (82% su 5 milioni di votanti) ma non ancora arrivato ad una fase di quieta tranquillità, con le ultime modifiche introdotte il protocollo welfare rischia di trasformarsi in un classico boomerang, proprio nella delicata parte che riguarda il lavoro flessibile, o precariato.

Nella formulazione iniziale, quella approvata dai lavoratori, l'intervento più incisivo era infatti quello sul lavoro a tempo determinato (legge 368/2001 e successive). Per scoraggiarne l'utilizzo e spingere i datori di lavoro (privati e pubblici) verso il tempo indeterminato veniva introdotto il rinnovo informato, un passaggio obbligatorio all'ispettorato del lavoro, nel caso di un nuovo contratto, nel corso del quale il lavoratore doveva essere supportato da un sindacato a sua scelta, e il nuovo contratto era limitato ad ulteriori 36 mesi.

Ai lavoratori andava bene, ma alla sinistra radicale, in cerca di rivincita dopo la botta del referendum, no, e quindi si sono adoperati in parlamento e nel governo per "migliorare" questo aspetto. Di conseguenza:
- il successivo contratto non potrà essere superiore a 8 mesi
- salvo che nel lavoro stagionale il contratto successivo sarà al massimo uno;
- l'efficacia della norma riguarda la somma dei contratti a tempo determinato intercorsi tra il lavoratore e il datore di lavoro.

Chi ha pensato a questo miglioramento non ha tenuto conto di un piccolo particolare: nel settore privato l'assunzione non è obbligatoria. L'effetto della pensata quindi dovrebbe essere (salvo auspicabili interventi correttivi):
- tutti i nuovi contratti a tempo determinato dal 1 gennaio 2008 saranno a  8 mesi, anche se potevano essere a 36 mesi;
- questo varrà anche per chi proviene da un contratto inferiore a 36 mesi, ma ha avuto in precedenza altri contratti con lo stesso datore di lavoro che superano questa somma totale;
- i successivi contratti non potranno essere più di uno (ancora ancora se erano a 36 mesi ...)

Voi direte: "ma allora saranno costretti ad assumerli a tempo indeterminato". Sì, se sono indispensabili, ma, a parte il motto di Gianni Agnelli (in azienda molti sono utili, nessuno è indispensabile), nel 99,9% se sono indispensabili o sono ritenuti tali sono già a tempo indeterminato.

Gli altri? Quelli soltanto utili ma comunque sostituibili? Se tutto va bene avranno una collaborazione a progetto, oppure un lavoro interinale.

Ora si capisce perché la Confindustria non ha fatto una piega di fronte a questa modifica del protocollo welfare, per i datori di lavoro privati è più conveniente così.

Gli altri post sulla telenovela welfare:

proviamo a leggere il protocollo welfare (1/10/2007)
Il meccanismo del rinnovo informato (7/8/2007)
Il falso problema dello staff leasing (6/8/2007)
sindacato versus sinistra radicale sulle modifiche al protocollo (16/10/2007)
il problematico iter di conversione in legge del protocollo welfare (18/11/2007)

martedì 18 dicembre 2007

Un governo, tanti amici

Panorama continua ad essere una lettura assai interessante. La prima rubrica che leggo è sempre quella dell'ospite, la tribuna lasciata a chi è di diversa opinione (cioè di sinistra) dal direttore Belpietro.
Ho notato che gli ospiti tendono a ruotare e a ripresentarsi, per esempio è frequente la presenza del deputato PD ed ex direttore de L'Unità Caldarola. ma soprattutto è assiduo un altro ex (vice) direttore de L'Unità, Piero Sansonetti.

Il titolo del suo più recente intervento, della settimana scorsa, non mostra dubbi nè ecumenismo di tipo veltroniano: "ORA È MEGLIO FAR CADERE IL GOVERNO". E non si tratta di una forzatura dell'editor del settimanale berlusconiano (musica per le sue orecchie, in ogni caso), infatti l'incipit dell'articolo prosegue

"Sarebbe molto ragionevole, credo, se la sinistra facesse cadere questo gover­no. Per la semplice ragione che l'alleanza di centrosinistra si è dissolta e non esistono possibilità che si ricomponga. Perché si è dissolta? Credo per due motivi. Il primo riguarda i partiti e le loro burocrazie, il secondo riguarda i poteri veri (quelli che io chiamo i poteri veri, cioè prin­cipalmente la Confindustria).

Forse qualcuno ricorda il precedente intervento di Sansonetti che commentavo, con il PD sponsorizzato dalla Confindustria, ovvero da Montezemolo, quindi si nota una certa continuità di pensiero. Però rimane la domanda, dov'è la novità, dov'è il punto di discontinuità rispetto alla partenza del governo nel 2006? Ecco subito la risposta:

"L'alleanza di centrosini­stra, cioè l'Unione, era nata sulla base di un patto po­litico che aveva la sua forza nell'asse preferenziale tra i Ds e Rifondazione, cioè fra il partito più forte della si­nistra riformista e il partito più forte della sinistra ra­dicale. Su quest'asse era stato costruito un programma di governo, di mediazione, che prevedeva riforme for­ti e un visibile cambio di direzione (sui temi sociali, nel campo dell'economia, sulle grandi questioni rela­tive ai diritti individuali, ai diritti civili, ai diritti col­lettivi) rispetto alle politiche del centrodestra."

Ora, a me pareva di ricordare che il leader della suddetta Unione, certificato da 4 milioni di voti o giù di lì, era un ex democristiano, Prodi, e che il risultato delle elezioni avesse evidenziato anche la presenza determinante di 3-4 partiti del tutto fuori da questo presunto asse di sinistra-sinistra. Mi riferisco ovviamente a UDEUR, Radicali, Italia dei Valori e Margherita.

A un osservatore attento, che dirige addirittura un giornale politico, evidentemente questo particolare era sfuggito. Dopo un annetto e mezzo però si è accorto che il governo non aveva come faro e obbiettivo né la "democrazia progressiva" né "la terza via" tra capitalismo e comunismo (ma forse anche questa sarebbe stata troppo poco).

Più pragmaticamente, si riprometteva di rimettere in sesto il paese dopo il dissesto generale lasciato da cinque anni di governo di destra, e di traghettarlo a uno scenario di bipolarismo "normale". Non va bene, almeno per Sansonetti (per Bertinotti, non si sa) e quindi a RC tocca un compito storico (ma non nuovo):

E qual è la forza politica in grado, con la sua iniziativa, di provocarne la fine e di condizionare questo at­to, questo avvenimento, in modo da evitare che il crollo del centrosinistra travolga e annienti tutta la sinistra? L'unica forza, nell'Unione, che mantiene ancora la sua autonomia politica e il suo profilo e la sua capacità di iniziativa è Rifondazione comunista: per questo, credo, il compito tocca a lei.

Compito già svolto con successo nel '98, e che Panorama e il suo editore Berlusconi attendono con ansia. All'epoca non ottennero ringraziamenti diretti, come rimarcò Nanni Moretti ricevendo il premio a Cannes per "La stanza del figlio". Quando disse (era poco dopo l'elezione del 2001) "Non capisco perché Berlusconi abbia detto che ringrazia milioni di italiani, quando ne deve ringraziare uno solo", intendeva Bertinotti, che si offese moltissimo. Ma gli elettori di RC vennero presi da un  improvviso e tradivo senso di colpa, e si recarono in massa a votare al secondo turno delle elezioni per il sindaco di Roma. E Veltroni divenne sindaco. In pratica, deve ringraziare Moretti.

Senso di colpa che è durato per cinque anni e oltre, e ha consentito la costituzione dell'Unione, ma che per Sansonetti ha cessato ogni effetto con la nascita del PD (non so perchè). 

Rimane magari da capire la coesistenza tra Liberazione e RC al governo (e alla presidenza della Camera) e tra il ruolo di guidatore unico della "cosa rossa" assegnato a RC e gli altri comprimari, ma le domande messe sul tavolo mi paiono già sufficienti per un sereno 2008.

Dimenticavo lo scenario post caduta del governo Prodi auspicato da Sansonetti. Anche qui è poco originale: governo istituzionale (con chi? non certo con RC, a bruciarsi i voti ci pensi qualcun altro), nuovo sistema elettorale (qui però con l'accordo con RC) e poi al voto con la sinistra non annientata, ma all'opposizione.

martedì 11 dicembre 2007

Il cubo di Rubik elettorale

Dice Curzio Maltese che l'Italia ha bisogno di riforme del sistema di governo, ma i partiti l'unica cosa che riescono a fare sono nuove leggi elettorali, che si rivelano però regolarmente peggiori delle precedenti che vanno a sostituire.

Dice il mitico e intervistatissimo prof. Sartori che le leggi elettorali in Italia si possono fare soltanto con un blitz a fine legislatura o mediante referendum. Perché è impossibile che sulla legge elettorale si formi una maggioranza tra i partiti che ne avrebbero un beneficio e quelli che ne sarebbero danneggiati, in termini di seggi.

Dice Fini che il sistema proposto da Veltroni e Vassallo (che qualcuno già chiama "vassallum") è una legge truffa, immagino perché non garantisce la proporzione tra voti degli elettori ed eletti. Ma Fini non era un presidenzialista e seguace del maggioritario?

Dicono Bindi, Parisi e ora, pare, anche Fioroni che il bipolarismo con alleanza preannunciata agli elettori è una conquista dalla quale non si può tornare indietro. Ma se i partiti o gli eletti poi pretendono e/o praticano tutti quanti, o quasi,  le mani libere, come ora?

Dice Mastella che lui non farà questo e quello (varia di giorno in giorno) se soltanto ci provano a mettere uno sbarramento per diminuire la frammentazione. Lui e il suo partito infatti sono una delle frammentazioni.

Dice Diliberto che l'accordo elettorale è innaturale per la sinistra perché richiede obbligatoriamente un accordo con l'arcinemico Berlusconi. Un accordo innaturale che l'elettorato di riferimento non capirebbe. Deduco quindi che la legge elettorale attuale, il porcellum, gli stia benissimo.

Non dice nulla il suddetto Berlusconi, il quale ritiene che vada bene sia il porcellum, sia il porcellum col fard che uscirebbe dal referendum, e anche il vassallum. E poi dopo la nuova legge elettorale di solito si vota, ed è quello che lui vuole fervidamente (anche perchè il tempo passa inesorabile).

E' un rompicapo, un rebus, un cubo di Rubik quello nel quale si è infilato Veltroni con il suo gruppo di collaboratori? Chi glielo ha fatto fare, dicono in tanti. Tenendo anche conto che tutti i sistemi elettorali si sono rivoltati contro i loro creatori?  A suo tempo ho cercato di spiegarlo. Di sicuro è un non facile obiettivo. Qualcuno può pensare che si potrebbe intanto iniziare con le riforme costituzionali (senato, sfiducia costruttiva ecc.) ma sono sfrettamente connesse con il sistema elettorale.

Ma alcune cose sono sicure, o almeno mi paiono assai chiare. a) Qualcosa non va bene nel sistema attuale (è un eufemismo, naturalmente). b) Qualcosa bisogna fare e non è possibile che non abbia effetto su nessuno dei 25 o 34 partiti presenti in parlamento, altrimenti tutto rimarrebbe come prima. c) I cambiamenti fanno paura ai partiti, piccoli e medi, e da qui nasce la loro agitazione.

Toni che si spiegano con il solo motivo che i suddetti partiti (o segretari, ormai in molti casi c'è sovrapposizione) temono la sparizione. Toni e reazioni che non includono mai e in nessun caso l'interesse generale. Vale a dire che nessun partito, tra quelli che si sentono a torto o ragione minacciati, mette in primo piano il punto a), tutti indistintamente mettono in primo piano il punto z (per l'Italia e per tutti gli altri elettori), ovvero la prosecuzione di sé stessi.

Non è tanto un problema di scarso altruismo gandhiano, nessuno, tra il personale politico dei suddetti partiti rimarrebbe a piedi, al massimo diventerebbero "secondi a Roma" anzichè essere "primi a Frascati", come si dice.  Ma non c'è niente da fare. Toni ultimativi e drammatici si sprecano. Un dramma ovviamente non condiviso dagli elettori, che osservano tra l'infastidito e lo stupito tutta questa agitazione.

Non so se Veltroni riuscirà a trovare la soluzione del cubo di Rubik elettorale, rimettendo a posto tutti i tasselli e tutti i colori. Lo spero proprio.


Ma se non ci si riesce, ritorno alla sommessa osservazione che ho fatto altre volte, e che riprende quanto proposto a suo tempo da Castagnetti, dalla Finocchiaro e persino da Fini: torniamo al mattarellum.
Basterebbe una legge di un solo articolo, che abroga l'attuale porcellum e quindi automaticamente ripristina il sistema precedente.
Non risolve tutti i problemi neanche questo, ma almeno rimette a posto il rapporto tra eletti ed elettori con i collegi uninominali, c'è uno sbarramento al 4,5% e la necessità di un accordo preventivo. I partitiniattuali lo conoscono e hanno convissuto con esso e potrebbero accettarlo come male minore. Peraltro, se non ci fosse stato l'incidente del porcellum, non avremmo proprio pensato di cambiarlo.

Col tempo e la maturità degli elettori si potrebbe anche ritornare al referendum incompiuto del 2000 e abolire la parte proporzionale, arrivando a un maggioritario secco, e quindi finalmente ad un sistema efficiente.



Oggi (12/12) è stata pubblicata anche la ulteriore proposta di riforma elettorale della commissione Bianco. Un improbabile monstrellum. Vedi il commento al post.



lunedì 3 dicembre 2007

Quel 3 dicembre del 1968

Il 3 dicembre del 1968 si teneva a Roma la prima manifestazione del movimento studentesco delle scuole superiori. Parlo del movimento studentesco con la "m" minuscola, non di quello fondato poco dopo da Mario Capanna e da Raul Mordenti (a Roma) che era uno dei molti gruppi extra parlamentari che seguirono quella stagione.
Era un movimento studentesco in larga parte spontaneo, indifferenziato, non settario e ben poco schierato, animato dall'obiettivo comune di esserci e di essere protagonisti, come gli studenti universitari, di un grande cambiamento che si percepiva nell'aria.

Nella mia scuola, un liceo piazzato proprio nel centro del popolare quartiere di San Lorenzo, a Roma, il giorno prima si era tenuta una riunione dei rappresentanti di classe (c'erano ancora i cosiddetti parlamentini, sarebbero durati ancora per qualche settimana ...) che aveva deciso a maggioranza l'adesione alla manifestazione. Dopo di che avevamo fatto tutto per il meglio, i picchetti per avvertire gli (eventuali) ignari studenti della decisione erano piazzati sino a centinaia di metri dalla scuola. Una delegazione era anche andata in questura per concordare il percorso del corteo. Un compito che sarebbe toccato anche a me un paio di anni dopo. Ricordo il cortese funzionario che discuteva con noi ragazzini i dettagli del percorso, chissà cosa pensava.

Alla manifestazione del 3 dicembre ero al primo anno, il primo marzo e al tempo del maggio francese andavo ancora alle medie e leggevo con invidia le notizie o sentivo per radio le cronache. Era il tempo migliore per essere studente, mi sembrava.
Davanti alla scuola, mentre il corteo si formava, ho litigato con un ragazzo più grande che si preoccupava delle conseguenze della manifestazione e ci invitava alla prudenza. Ho scoperto dopo che era il padre della mia compagna di classe Isabella, io l'avevo preso per uno studente universitario democristiano (o socialista).

Nei pressi della stazione il nostro corteo, che ci sembrava già molto grande (saremo stati 500, praticamente tutta la scuola) ha raggiunto il grosso degli studenti che si era già raccolto a piazza Esedra e si incamminava per Via Cavour.
Mi sembrava una manifestazione immensa, ma bisogna dire che era la prima che vedevo, e quindi non avevo punti di riferimento. A memoria la grande strada di Roma era piena  di ragazzi, anche piuttosto fitti, saranno stati 50 mila, forse anche di più. Con i criteri ottimistici di oggi qualcuno sarebbe salito su un palco esultando "siamo in 500 mila!".

Era un martedì, il giorno prima ad Avola, in Sicilia, una manifestazione sindacale di braccianti (e studenti che solidarizzavano con loro) si era conclusa tragicamente, con una specie di ritorno al peggio degli anni '50, in pieno centro sinistra (dell'epoca); la polizia aveva caricato con i lacrimogeni e poi, spiazzata dal vento che aveva ricacciato verso di loro il fumo urticante, aveva sparato numerosi colpi ad altezza d'uomo, lasciando uccisi due braccianti, e feriti molti altri.

Nella manifestazione si sentivano slogan improvvisati che ricordavano questo avvenimento e altri tipici di quell'anno, come "No alla scuola borghese" o contro la scuola di classe o inneggianti all'anarchia (c'erano diversi studenti che si dichiaravano anarchici, l'anarchia affascinava per la sua diversità). Io ero rimasto colpito però da uno slogan ritmato del quale non capivo le parole. Ho chiesto alla mia compagna di classe Anna, che sembrava la più esperta (su tutto) e mi ha detto che era uno slogan del maggio francese, di origine anarchica.  E che infatti gli anarchici del mio liceo (una delle roccaforti della capitale) ripetevano entusiasti.

Ovviamente era "ce n'est qu'un dèbut, continuons le combat" diventato poi addirittura un tormentone calcistico ("ciccio cordovà, cappellini, del sol, ogni tiro, un gol!" urlavano gli ultras romanisti), ma tutto appariva molto nuovo allora.
All'altezza di San Pietro in Vincoli il corteo costeggiava la sede della facoltà di Ingegneria che si trova, per chi non conosce Roma, in un antico complesso separato dalla strada da un altissimo muraglione (più o meno come una casa di 4 piani) e gli studenti universitari dall'alto salutavano la manifestazione. Alcuni temerari erano persino seduti sul muretto.

Ma uno, che ricorderò sempre, era addirittura salito in piedi su di esso e salutava sorridente col pugno chiuso. Aveva i capelli lunghi fino alle spalle, gli stivali e un cappotto di pelle scamosciata e pelliccia come andavano allora. Sotto di lui migliaia di ragazzi che rispondevano al suo saluto e al suo silenzioso incitamento. Chissà come si sarà sentito e cosa starà facendo ora, quasi 40 anni dopo.

Sinceramente non ricordo come sia finita quella grande manifestazione, se qualcuno abbia parlato davanti al Ministero della Pubblica istruzione (dove, credo, era diretta). Era una manifestazione di un movimento con la m minuscola, e quindi senza leader, o con leader diffusi.
E' stata la prima, ma anche l'ultima manifestazione unitaria di quella stagione. Subito dopo sono nati i "gruppi", si sono organizzati, le manifestazioni seguivano ben definiti rituali, tutti i seguaci dei vari gruppi e gruppetti extraparlamentari ben separati tra loro, se pure la manifestazione era unica, con slogan preparati e approvati nella riunione nell'aula di Lettere il giorno prima, il cosiddetto "intergruppi".

Ma quella manifestazione unitaria che sto ricordando oggi è stata una semplice marcia, un modo per incontrarsi e fare amicizia con le ragazze, e poi magari avere dei bei ricordi?
Per una volta, no. Dopo quella imponente manifestazione e altre in altre parti d'Italia il ministro dell'istruzione dell'epoca, Fiorentino Sullo, ha accettato le proposte degli studenti. E' stato abolito l'esame alla fine della V ginnasio. E' stato concesso il diritto all'assemblea. E' stata introdotta una sperimentazione per l'esame di maturità, da svolgere su sole 4 materie (una sperimentazione che poi è durata incredibilmente per 28 anni, fino alla riforma Berlinguer), soprattutto sono stati aboliti gli sbarramenti, per cui dal Liceo classico potevi prendere tutte le facoltà, dallo scientifico erano escluse lettere e filosofia, e dalle scuole tecniche tutte le facoltà umanistiche e quelle di tecniche diverse.

Ora si critica questo abbattimento, per gli effetti che ha avuto sulla qualità della scuola. Ma a noi sembrava la applicazione pratica di quello che aveva predicato anni prima Don Lorenzo Milani nel suo libro 'Lettera a una professoressa", il libro del '68 italiano (l'avevo letto qualche mese prima e, ironia del nome, la mia professoressa di lettere delle medie me l'aveva chiesto in prestito).
La scuola non era più di classe, il gradino di ingresso non era più tenuto artificialmente alto per selezionare chi poteva accedere.

Certo, Don Milani voleva che la qualità rimanesse quella di prima, anzi aumentasse ancora, anche nel senso della quantità dei temi affronati. Invece la tecnica democristiana del "tutto e mai" contrapposta al "tutto e subito" dei sessantottini ha consegnato una scuola non più di classe, ma svuotata.

Quel giorno e nei mesi successivi non ci preoccupavamo però delle contraddizioni che potevano seguire, anzi non ne eravamo proprio consapevoli. Il mondo stava cambiando e sembrava che lo facesse anche per mano nostra. Avremmo avuto poi tutto il tempo per accorgerci che i cambiamenti non sempre sono per il meglio e che le migliori intenzioni possono dare i peggiori risultati. Ma, nonostante questo, anche adesso che vediamo con chiarezza cause, effetti e conclusioni, credo e spero che ci siamo vaccinati almeno dal rimpianto per i "bei tempi andati".

(le foto, ovviamente, sono del maggio francese, quel 3 dicembre non avevo portato la mia macchina fotografica)