lunedì 3 dicembre 2007

Quel 3 dicembre del 1968

Il 3 dicembre del 1968 si teneva a Roma la prima manifestazione del movimento studentesco delle scuole superiori. Parlo del movimento studentesco con la "m" minuscola, non di quello fondato poco dopo da Mario Capanna e da Raul Mordenti (a Roma) che era uno dei molti gruppi extra parlamentari che seguirono quella stagione.
Era un movimento studentesco in larga parte spontaneo, indifferenziato, non settario e ben poco schierato, animato dall'obiettivo comune di esserci e di essere protagonisti, come gli studenti universitari, di un grande cambiamento che si percepiva nell'aria.

Nella mia scuola, un liceo piazzato proprio nel centro del popolare quartiere di San Lorenzo, a Roma, il giorno prima si era tenuta una riunione dei rappresentanti di classe (c'erano ancora i cosiddetti parlamentini, sarebbero durati ancora per qualche settimana ...) che aveva deciso a maggioranza l'adesione alla manifestazione. Dopo di che avevamo fatto tutto per il meglio, i picchetti per avvertire gli (eventuali) ignari studenti della decisione erano piazzati sino a centinaia di metri dalla scuola. Una delegazione era anche andata in questura per concordare il percorso del corteo. Un compito che sarebbe toccato anche a me un paio di anni dopo. Ricordo il cortese funzionario che discuteva con noi ragazzini i dettagli del percorso, chissà cosa pensava.

Alla manifestazione del 3 dicembre ero al primo anno, il primo marzo e al tempo del maggio francese andavo ancora alle medie e leggevo con invidia le notizie o sentivo per radio le cronache. Era il tempo migliore per essere studente, mi sembrava.
Davanti alla scuola, mentre il corteo si formava, ho litigato con un ragazzo più grande che si preoccupava delle conseguenze della manifestazione e ci invitava alla prudenza. Ho scoperto dopo che era il padre della mia compagna di classe Isabella, io l'avevo preso per uno studente universitario democristiano (o socialista).

Nei pressi della stazione il nostro corteo, che ci sembrava già molto grande (saremo stati 500, praticamente tutta la scuola) ha raggiunto il grosso degli studenti che si era già raccolto a piazza Esedra e si incamminava per Via Cavour.
Mi sembrava una manifestazione immensa, ma bisogna dire che era la prima che vedevo, e quindi non avevo punti di riferimento. A memoria la grande strada di Roma era piena  di ragazzi, anche piuttosto fitti, saranno stati 50 mila, forse anche di più. Con i criteri ottimistici di oggi qualcuno sarebbe salito su un palco esultando "siamo in 500 mila!".

Era un martedì, il giorno prima ad Avola, in Sicilia, una manifestazione sindacale di braccianti (e studenti che solidarizzavano con loro) si era conclusa tragicamente, con una specie di ritorno al peggio degli anni '50, in pieno centro sinistra (dell'epoca); la polizia aveva caricato con i lacrimogeni e poi, spiazzata dal vento che aveva ricacciato verso di loro il fumo urticante, aveva sparato numerosi colpi ad altezza d'uomo, lasciando uccisi due braccianti, e feriti molti altri.

Nella manifestazione si sentivano slogan improvvisati che ricordavano questo avvenimento e altri tipici di quell'anno, come "No alla scuola borghese" o contro la scuola di classe o inneggianti all'anarchia (c'erano diversi studenti che si dichiaravano anarchici, l'anarchia affascinava per la sua diversità). Io ero rimasto colpito però da uno slogan ritmato del quale non capivo le parole. Ho chiesto alla mia compagna di classe Anna, che sembrava la più esperta (su tutto) e mi ha detto che era uno slogan del maggio francese, di origine anarchica.  E che infatti gli anarchici del mio liceo (una delle roccaforti della capitale) ripetevano entusiasti.

Ovviamente era "ce n'est qu'un dèbut, continuons le combat" diventato poi addirittura un tormentone calcistico ("ciccio cordovà, cappellini, del sol, ogni tiro, un gol!" urlavano gli ultras romanisti), ma tutto appariva molto nuovo allora.
All'altezza di San Pietro in Vincoli il corteo costeggiava la sede della facoltà di Ingegneria che si trova, per chi non conosce Roma, in un antico complesso separato dalla strada da un altissimo muraglione (più o meno come una casa di 4 piani) e gli studenti universitari dall'alto salutavano la manifestazione. Alcuni temerari erano persino seduti sul muretto.

Ma uno, che ricorderò sempre, era addirittura salito in piedi su di esso e salutava sorridente col pugno chiuso. Aveva i capelli lunghi fino alle spalle, gli stivali e un cappotto di pelle scamosciata e pelliccia come andavano allora. Sotto di lui migliaia di ragazzi che rispondevano al suo saluto e al suo silenzioso incitamento. Chissà come si sarà sentito e cosa starà facendo ora, quasi 40 anni dopo.

Sinceramente non ricordo come sia finita quella grande manifestazione, se qualcuno abbia parlato davanti al Ministero della Pubblica istruzione (dove, credo, era diretta). Era una manifestazione di un movimento con la m minuscola, e quindi senza leader, o con leader diffusi.
E' stata la prima, ma anche l'ultima manifestazione unitaria di quella stagione. Subito dopo sono nati i "gruppi", si sono organizzati, le manifestazioni seguivano ben definiti rituali, tutti i seguaci dei vari gruppi e gruppetti extraparlamentari ben separati tra loro, se pure la manifestazione era unica, con slogan preparati e approvati nella riunione nell'aula di Lettere il giorno prima, il cosiddetto "intergruppi".

Ma quella manifestazione unitaria che sto ricordando oggi è stata una semplice marcia, un modo per incontrarsi e fare amicizia con le ragazze, e poi magari avere dei bei ricordi?
Per una volta, no. Dopo quella imponente manifestazione e altre in altre parti d'Italia il ministro dell'istruzione dell'epoca, Fiorentino Sullo, ha accettato le proposte degli studenti. E' stato abolito l'esame alla fine della V ginnasio. E' stato concesso il diritto all'assemblea. E' stata introdotta una sperimentazione per l'esame di maturità, da svolgere su sole 4 materie (una sperimentazione che poi è durata incredibilmente per 28 anni, fino alla riforma Berlinguer), soprattutto sono stati aboliti gli sbarramenti, per cui dal Liceo classico potevi prendere tutte le facoltà, dallo scientifico erano escluse lettere e filosofia, e dalle scuole tecniche tutte le facoltà umanistiche e quelle di tecniche diverse.

Ora si critica questo abbattimento, per gli effetti che ha avuto sulla qualità della scuola. Ma a noi sembrava la applicazione pratica di quello che aveva predicato anni prima Don Lorenzo Milani nel suo libro 'Lettera a una professoressa", il libro del '68 italiano (l'avevo letto qualche mese prima e, ironia del nome, la mia professoressa di lettere delle medie me l'aveva chiesto in prestito).
La scuola non era più di classe, il gradino di ingresso non era più tenuto artificialmente alto per selezionare chi poteva accedere.

Certo, Don Milani voleva che la qualità rimanesse quella di prima, anzi aumentasse ancora, anche nel senso della quantità dei temi affronati. Invece la tecnica democristiana del "tutto e mai" contrapposta al "tutto e subito" dei sessantottini ha consegnato una scuola non più di classe, ma svuotata.

Quel giorno e nei mesi successivi non ci preoccupavamo però delle contraddizioni che potevano seguire, anzi non ne eravamo proprio consapevoli. Il mondo stava cambiando e sembrava che lo facesse anche per mano nostra. Avremmo avuto poi tutto il tempo per accorgerci che i cambiamenti non sempre sono per il meglio e che le migliori intenzioni possono dare i peggiori risultati. Ma, nonostante questo, anche adesso che vediamo con chiarezza cause, effetti e conclusioni, credo e spero che ci siamo vaccinati almeno dal rimpianto per i "bei tempi andati".

(le foto, ovviamente, sono del maggio francese, quel 3 dicembre non avevo portato la mia macchina fotografica)

1 commento:

  1. Bella questa testimonianza diretta, soprattutto per chi non c'era o era troppo piccolo/a per ricordare.


    Anch'io spesso mi chiedo, benché sia passato meno tempo, che fine abbiano fatto i miei compagni di scuola...

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