venerdì 29 febbraio 2008

Berlusconi versus Michael Jackson

NOTA: Questo post è precedente la prematura scomparsa di Michael Jackson e alcune informazioni che si sono avute riguardo alla sua salute. Lo manteniamo per completezza ricordando che è un post che vuole semplicemente fare un po' di ironia.

Un uomo a 71 anni può essere lucido di mente e resistente allo stress e alla fatica come un trentenne, con in più il vantaggio delle relazioni acquisite, della esperienza, della capacità di prendere decisioni che deriva da quelle situazioni che gli anglosassoni chiamano eufemisticamente "lessons learned" (errori).


Gli effetti degli anni sul fisico non sono uguali per tutti, alcuni si mantengono in perfetta forma grazie a buone abitudini o buon DNA, ed è questo in generale l'obiettivo di noi tutti.
Però la natura prevede "di default" che un settantenne abbia un aspetto diverso da un 50enne o da un 30enne. Eugenio Scalfari a 70 anni era un energico uomo maturo, lo è ancora oggi che ha superato gli 80, il suo aspetto però era quello di un uomo della sua età, il volto incorniciato da una orgogliosa barba bianca. Anche mio nonno a 70 anni era energico come quando ne aveva molti di meno, e poi è vissuto fino a quasi 100 anni, ma non lo prendevi per un giovanotto se lo incontrava nelle strade del suo paese nella Cispadania. Per restare nell'ambiente dei media Rupert Murdoch è un potente boss, energico e pienamente in sella, ma i suoi oltre 70 anni si vedono tutti.

Anni fa vedevo un programma televisivo sullo spionaggio nella seconda guerra mondiale. Intervistavano vari agenti segreti dell'epoca, tra i quali mi colpì una donna, apparentemente all'inizio di una piacente maturità. In realtà aveva operato nel Regno Unito come agente coperto del controspionaggio americano quando aveva poco più di vent'anni e al tempo della intervista aveva ben più di settant'anni. Come diceva il curatore del programma la necessità di cambiare aspetto legata al suo lavoro e, forse, la vanità, l'avevano trasformata in quella donna snella ed elegante dall'apparente età di 40 anni o poco più.

L'impressione era abbastanza inquietante, c'è di mezzo il camuffamento, il nascondersi, ma anche il tentativo di ingannare il tempo (nostro giudice).

L'apparenza e l'immagine

catherine_deneuve_vuittonVengono in mente subito molti altri esempi di personaggi dello spettacolo, soprattutto attrici, che usano le risorse della chirurgia estetica per proteggere un loro asset importante, se non fondamentale. Cher è tornata in prima fila dopo i fasti di reginetta del beat negli anni '60, arrivando fino all'Oscar con Stregata dalla Luna e diventatndo una delle più importanti testimonial della chirurgia estetica. Demi Moore sembra una splendida 30 enne pur se se è del '62. Anche la nostra adorabile Catherine Deneuve è una splendida 60 enne grazie, anche, a qualche aiuto estetico.

Ma siamo consapevoli che la bellezza è un dono di natura e mantenerla è un' altra predisposizione, e che i risultati più eclatanti dipendono da questa fortuna di base. Ci aspettiamo anche che chi ha regalato al mondo questo dono lo mantenga con cura, presentando un aspetto gradevole anche se non decide di camuffarsi e di contrastare il tempo, e quindi ci dispiace vedere, ad esempio, la resa totale agli anni di Brigitte Bardot, mito di una intera generazione.
Poi ci sono i casi di incauto cedimento alle scorciatoie dell'intervento estetico, come quello di Emmanuelle Beart che si rifà le labbra a 27 anni, operazione in perdita della quale si è pentita lei stessa, come leggiamo in questi giorni.

Ma tutto questo è apparenza, immagine, e suo utilizzo nel mondo, è qualcosa al quale l'essere umano è abituato sin dai tempi della regina Cleopatra. Quello che mi affascina e e di cui volevo parlare è proprio il camuffamento, l'inganno.

Il re del camuffamento

michael_jackson_teenagerQui il re, riconosciuto e proclamato, ma a quanto pare ora in disgrazia, è Michael Jackson. Il suo vero aspetto lo conosciamo, o meglio lo immaginiamo, vedendo le sue foto di bambino prodigio con i Jackson Five, simpatico negretto con i capelli crespi.
La sua scelta (anche se forse imposta o suggerita da una malattia della pelle e delle cartilagini) è stata un'altra, diventare nel tempo un essere unico, né giovane né adulto, né uomo né donna, né bianco né nero. Un ermafrodito al cubo, l'immagine dell'ambiguità e della potenza del corpo come veicolo di messaggi.
Saranno le mode che passano, l'orgoglio nero degli ingioiellati campioni dell'hip-hop, il fatto che la musica ha le sue leggi e deve riuscire a entrare nelle menti, o gli effetti delle sue scelte, ma la parabola dell'essere indefinibile pare stia volgendo al termine, con la vendita all'asta della sua villa-castello di Neverland e il rifugio in Bahrein.
Lui però non molla, e sembra avviato ora ad un'altra battaglia, sino ad ora nel suo caso non necessaria, quella contro il tempo (quest'anno compie 50 anni).

Il nostro Michael Jackson

michael_jackson_2007Ma anche noi abbiamo ormai un emulo, consapevole o inconsapevole del musicista americano.
Tutti i politici devono comunicare anche con l'aspetto, oggi. I tempi dei Rumor, degli Zaccagnini o dei Pietro Longo sono lontani. Qualcuno, come De Gregorio, lancia esplicitamente (forse) sui muri una immagine che ricorda inesorabilmente uno dei tre porcellini, ma la maggior parte dei politici cerca di dare una immagine di uomo (o donna) giovanile ed energico.

Solo che nel caso del nostro uomo, dall'iniziale ringiovanimento estetico, con i soliti mezzi (capelli tinti, autotrapianto dei capelli, secondo la leggenda presi dalle ascelle della sorella, lifting, blefaroplastica e così via) con l'andare degli anni si è scivolati verso il camuffamento.

Così l'immagine di Berlusconi è diventata progressivamente inquietante come quella di Michael Jackson. Vediamo in TV un uomo dall'apparente età di 50 anni, o meno. ma sappiamo che è nato nel 1936 (il 29 settembre, Mogol sapeva già tutto nel lontano 1967) e un uomo di quell'età non può essere così. Può essere, volendo, anche meglio, ma non così.

E questa immagine distonica ci incuriosisce e contemporaneamente ci inquieta. Riflettiamo sul tempo e sulla possibilità di ingannarlo, e il personaggio ci rafforza in queste riflessioni vagheggiando di tecniche di allungamento della vita sino a 120 anni (lui, si capisce, sarà una delle cavie).
Cerchiamo conferme dell'inganno e dei trucchi. E le troviamo anche. Nelle orecchie.

Le orecchie di Berlusconi
 
Secondo una nota leggenda le orecchie sono l'unica parte del corpo umano che continua a crescere, secondo un mito orientale e tibetano la dimensione delle orecchie misura la posizione raggiunta nell'infinito ciclo di vite che dobbiamo attraversare per giungere all'assoluto.
Le orecchie di Berlusconi sono grandissime, sproporzionate. Tradiscono l'età, ne sono una non nascondibile spia? O sono segno di una saggezza, peraltro inconsapevole, secondo la teoria della metempsicosi?
Lo capisco e sono solidale, io potrei avere lo stesso problema. Mia figlia per prendermi in giro mi dice che dovrei essere piuttosto vicino alla meta nell'infinito ciclo di vite e nella prossima vita probabilmente sarò un monaco tibetano (lei invece dovrebbe essere al massimo uno scoiattolo).

La deviazione dell'obiettivo
 
jackson_cerottiSta di fatto che la nostra attenzione è quasi totalmente distolta dal camuffamento, dalla sua efficacia, dalle spie che lascia trasparire della realtà sottostante.
E questo è stato il motivo del progressivo appannamento del successo (un tempo enorme) di Michael Jackson: nessuno ascolta più la sua musica, ben pochi sono interessati a quello che propone e che canta. L'interesse è tutto rivolto all'involucro.

Succederà lo stesso anche al nostro Michael Jackson?

(Nelle foto Michael Jackson bambino, poi adolescente, e oggi in una foto ufficiale e, a lato, incerottato dopo ennesime operazioni [foto Daily Mail], e Catherine Deneuve, 64 anni, nella pubblicità Vuitton)

venerdì 22 febbraio 2008

Il programma del PD: l'eliminazione del precariato.

Riportare il reddito dei lavoratori in equilibrio con il tenore di vita medio. Questo è in sintesi il risultato, sacrosanto, che si propone il punto 9 del programma del PD.

Un obiettivo che indirizza IL problema del lavoro flessibile in Italia: la disequità tra differenti contratti a parità di competenze e di merito. Una disequità casuale, fonte di frustrazione e tensioni e quindi dannosa, a pensarci bene, anche per lo stesso datore di lavoro, oltre che per gli interessati.
La realizzazione dell'obiettivo passa però necessariamente per l'abolizione delle collaborazioni a progetto, o per la radicale trasformazione di questa tipologia contrattuale.

Mi spiego, partendo dalla prima contraddizione del nostro attuale sistema. La scala del reddito e del tenore di vita dovrebbe essere proporzionale al livello di rischio scelto nei rapporti di lavoro. Limitandoci, per semplicità, al lavoro intellettuale, la scala (1) dovrebbe apparire (da reddito maggiore in giù), in questo ordine:

Imprenditore
Libero professionista
Dirigente a tempo determinato (temporary management)
Consulente tecnologico / organizzativo
Dirigente a tempo indeterminato
Collaboratore a progetto
Dipendente a tempo determinato
Dipendente a tempo indeterminato

Così è, sostanzialmente, nei paesi in cui il sistema è in equilibrio. In Italia invece la scala (2) appare così:

Imprenditore
Libero professionista
Dirigente a tempo indeterminato
Dirigente a tempo determinato (temporary management)
Consulente tecnologico / organizzativo
Dipendente a tempo indeterminato
Dipendente a tempo determinato
Collaboratore a progetto

A livello di competenze paragonabili, considerando il reddito effettivo, quindi su un periodo tipico di un anno, il lavoro a tempo determinato o a contratto infatti, che sul breve periodo può anche essere retribuito maggiormente, viene ridotto dalle pause senza lavoro o con lavoro ridotto.

E' questo, tra l'altro, il motivo per cui gli stipendi nei paesi che adottano completamente il modello flessibile, come ad esempio il Regno Unito, sono (apparentemente) più alti che in Italia. Evidentemente devono scontare il rischio di una interruzione del rapporto per volontà del datore di lavoro, e il successivo periodo di ricerca di una nuova occupazione.

La disequità che osserviamo in Italia dipende dal fatto che il "premio" per il rischio non viene riconosciuto nè ai dipendenti e dirigenti a tempo determinato (salvo alcuni rari casi di effettivo temporary management) né, e in modo ancora più sensibile, ai collaboratori a progetto (i cosiddetti co.co.pro.).

Per i lavoratori a tempo determinato (legge 368/2001 + protocollo welfare) e per gli interinali questo riequilibrio sarebbe piuttosto facile, basterebbe considerarlo nei contratti di lavoro (non si nota però una grande attenzione da parte dei sindacati in tal senso).

Per i contratti di collaborazione il riequilibrio è molto più difficile, anche la semplice introduzione di un reddito minimo.

Senza addentrarci nella storia dei contratti di collaborazione e ai motivi della loro nascita e affermazione in Italia dal '97 in poi, è sufficiente considerare che il valore di un contratto di questo tipo è dato (nella quasi totalità dei casi) dalla combinazione di:

- numero di giornate nel periodo
- tariffa giornaliera

Il numero di giornate del contratto può essere anche inferiore alle giornate lavorative nel mese (22 in media) perchè dipende dalla natura dell'incarico affidato.
Se il contratto ad esempio consiste nella consuntivazione dei risultati settimanali di un gruppo di vendita, potrebbe essere limitato ad una giornata alla settimana. Il contabile che lavora a progetto potrebbe però coprire una buona parte del mese con altri contratti a progetto con altre società.

Certo, in molti casi il cliente è unico e le giornate sono in numero tale da coprire tutto il mese. Ma sono sempre 22?

Non sempre, potrebbe essere utilizzata una combinazione tra tariffa e numero di giorni. La tariffa infatti è dettata dalla competenza e dalle quotazioni di mercato. Le più basse sono attorno ai 90 €, che per il datore di lavoro corrispondono a ca. 120 €. (Per fare un raffronto le tariffe minime previste per alcune categorie operative sono nell'ordine dei 114,5 € [es. facchini])
E' difficile pensare di scendere ancora sotto a questi livelli, però 90x22 fa 1980 € al mese e questo livello è considerato più che adeguato da molti datori di lavoro (e comunque superiore ai 1000 € del punto 9).
Per questo molti datori di lavoro, anche con collaboratori "mono cliente" giocano sul numero di giornate. Che potrebbero essere ad esempio 10 a 150 €. In questo modo equilibrano anche le tariffe ed evitano sia tariffe troppo basse sia troppo alte (costo elevato se le giornate aumentano).
Normalmente esiste nelle organizzazioni una scala di tariffe proporzionata alla competenze ed esperienze (tra 90 e 400-500 € al giorno, nella norma) e questo è un ulteriore vincolo per la determinazione del reddito.

In sintesi, perchè un contratto di collaborazione arrivi a un reddito equivalente a 1000 € al mese netti, sull'anno, è necessario un contratto da 22 giornate al mese a tariffa minima di mercato, o altre combinazioni che portino i mesi effettivamente lavorati nell'intorno dei 1800 €. Dovranno essere infatti coperte anche le interruzioni per ferie estive e invernali, l'assenza di tredicesima e le tasse sul reddito l'anno successivo, e magari anche qualche tutela volontaria previdenziale e assicurativa.

Non si può però imporre per legge che tutti i contratti siano di questo tipo,  come nell'esempio che facevo prima possono esserci effettive esigenze limitate nel tempo o nell'impegno. Non si può neanche applicare la regola soltanto ai contratti a tempo pieno e con un solo datore di lavore ((quelli che il punto 9 chiama "collaboatori economicamente dipendenti").

Fatalmente tutti i contratti diventerebbero in modo fittizio a tempo parziale (riducendo il numero di giornate e compensando la tariffa).

In realtà è proprio il contratto di collaborazione che non ha raggiunto nel tempo il valore che dovrebbe avere, in base al rischio e alla competenza necessaria (non subordinata, con elevati livelli di autonomia, solo coordinata).
E' stato svalorizzato nella pratica ed è stato usato come sistema per definire contratti di prova lunghi (nel migliore dei casi) ovvero per abbassare il costo del lavoro intellettuale, garantendo anche maggiore controllo.

La collaborazione ha ormai una sua precisa collocazione e un suo valore sul mercato del lavoro, sia dal punto di vista del datore di lavoro sia da quello del collaboratore. Un suo recupero di valore e quindi di retribuzione è ormai improbabile. Gli interventi che sono stati fatti, già con la legge Biagi e ora con il protocollo welfare, tendevano a inserire tutele tipiche dei contratti tradizionali, ma hanno avuto, e temo che avranno, effetti marginali o nulli.

Se il contratto di collaborazione diventa progressivamente costoso e vincolante come un contratto di assunzione a tempo o un interinale, perderà d'interesse. Soprattutto, per questa via diventerà ancora minore il suo valore per l'azienda (diminuendo la scala di rischio) e quindi non si inciderà sulla scala (2) mostrata all'inizio del post.

Per questo ritengo che sia preferibile, forse indefinibile, pensare alla eliminazione delle collaborazioni dalla legislazione sul lavoro. Sostituendole dal lato alto (alta retribuzione, alto rischio) con i contratti di consulenza e dal lato basso (minore retribuzione, minor rischio) con i contratti a tempo.

I secondi dovrebbero essere maggiormente tutelati dal punto di vista del reddito (anche il sindacato dovrebbe finalmente occuparsene). Non è difficile in questo caso.

Sul lato della consulenza il problema era ed è la mancanza di tutela previdenziale. Per questo motivo erano state "inventate" le collaborazioni con la legge Treu del '97 (196/97).
Si è visto poi che anche la tutela previdenziale di una collaborazione estesa nel tempo è molto debole e richiede una forte  integrazione con la previdenza privata.

A questo punto risulta preferibile (secondo me) spingere il lato imprenditoriale della consulenza, rendendo più agevole meno onerosa la costituzione di associazioni e società a nome collettivo tra consulenti, e abbattere le barriere erette dai vari ordini professionali, se del caso. E separare così in modo più netto chi sceglie il lavoro dipendente, e la sua sicurezza, e chi sceglie  il lavoro autonomo e il suo reddito superiore.

Eliminando l'ibrido della collaborazione, tre volte svantaggiosa per il lavoratore (massima precarietà, minor reddito, nessun prestigio sociale).

Sul versante del lavoro dipendente, come dice giustamente il punto 9, si potrà anche ricondurre in modo più deciso il lavoro flessibile ad una fase della vita professionale, reintroducendo il concetto di apprendistato (quello che noi ex "filo-americani" chiamavamo semplicemente training on the job), favorendo con la leva fiscale le aziende che provvedono alla stabilizzazione dei dipendenti, ottenendo così anche un proprio vantaggio nella fidelizzazione dei lavoratori alla organizzazione.

Il punto 9 per esteso (la parte sul precariato):

(...) bisogna, inoltre, avviare la sperimentazione di un compenso minimo legale, concertato tra le parti sociali e il governo, per i collaboratori economicamente dipendenti, con l'obiettivo di raggiungere 1.000 euro mensili.
Troppi giovani sono ora “intrappolati” troppo a lungo, spesso per anni, in rapporti di lavoro precari.
Noi contrasteremo questa situazione, facendo costare di più i lavori atipici e favorendo un percorso graduale verso il lavoro stabile e garantito. Un percorso che preveda un allungamento del periodo di prova e una incentivazione e modulazione del contratto di apprendistato come strumento principale di formazione e di ingresso dei giovani nel lavoro. 


(L'immagine è tratta dalla ironica copertina dell'album di Franco Battiato Ferro Battuto, del 2001)






  

lunedì 18 febbraio 2008

Moratorie e logica comune

Ma cosa significa il termine moratoria, della quale ultimamente si fa un grande uso ed abuso? Dal dizionario Gabrielli: "sospensione temporanea, rinvio a data da destinarsi". Si nota subito che la moratoria della pena di morte, efficacemente conquistata da Bonino e D'Alema alcuni mesi fa, aveva un preciso senso logico. Comminare nuove condanne a morte può essere una pratica temporaneamente sospesa in un paese che prevede questa pena, e in alternativa i reati più gravi potranno essere puniti con pene comunque proporzionate alla loro pericolosità sociale, come l'ergastolo o una lunga detenzione.

Si vede anche con altrettanta immediatezza che la moratoria dell'aborto, sulla quale si è lanciato Giuliano Ferrara, seguito con entusiasmo dalla gerarchia cattolica, cardinale Ruini e Avvenire in testa, è priva di senso logico.
Non parlo qui della giustezza o meno della legalizzazione dell'aborto o della sua equiparazione a un omicidio. O a una pena di morte (evidente intenzione di Ferrara, sfruttando la risonanza mediatica della precedente moratoria).

Dico soltanto che per una interruzione di gravidanza il termine stesso e la pratica della moratoria non ha senso perché non prevede alternativa. La moratoria, ovvero la sospensione della legge, cosa lascerebbe come alternativa? La persecuzione dell'aborto come reato, con il relativo corredo di pene? E quali pene e come regolate? Dovrebbe essere riscritta la legge, quindi abolita la 194 per tornare alla situazione precedente. Non sarebbe una moratoria.

Oppure dovrebbe essere sospesa l'assistenza da parte del servizio sanitario pubblico? Quindi l'aborto potrebbe ancora essere praticato, ma solo privatamente. Questa sarebbe una sotto specie di moratoria, totalmente illogica perché non eliminerebbe il problema introducendo però una selezione dei soggetti coinvolti in base alle possibilità economica. Altra idea totalmente assurda.

Ma probabilmente gli integralisti cattolici pensano ad un'altra soluzione ancora (si deduce da diverse azioni in tal senso): la sostituzione dell'adozione alla interruzione di gravidanza. Come nell'800 i figli non  voluti sarebbero presi in carico dalla comunità caritatevole.

La "ruota". Una specie di sportello girevole come quello degli alberghi, o di apertura doppia, che non consentiva di vedere alla suora di servizio all'orfanotrofio chi lasciava sull'altro lato il figlio della colpa, o il bambino con problemi. E così nascevano i tanti Esposito a Napoli ("esposto" appunto sulla ruota), Proietti a Roma ("scagliati", "lanciati" sulla ruota), Trovati a Milano, Di Dio, Sperandio, Dioguardi e gli altri mille cognomi inventati dalle suore e diventati poi, come possiamo notare, tra i più diffusi e tipici nelle rispettive città. Erano i "trovatelli", destinati apartire dai gradini più bassi nella scala sociale. Quando non erano putroppo destinati ad un futuro ancora più triste per i problemi fisici che avevano ereditato. (A questo link una esauriente ricerca sul funzionamento della "rota": http://www.rigocamerano.org/laruotagut.htm )
Funzionava così, in ogni importante città esistevano orfanatrofi con

Rimane ancora fuori dalla improbabile "moratoria" il caso delle madri che non possono portare avanti una gravidanza perché a rischio sarebbe la loro salute, ma credo che bastino gli esempi che ho fatto per dimostrare l'assoluta mancanza di logica e di applicabilità della proposta di Ferrara. Quindi l'assoluta pretestuosità. Quello che si vuole è il divieto dell'aborto e del controllo delle nascite.

Sarebbe stato più apprezzabile che avessero avuto il coraggio di dirlo esplicitamente. Ma, come al solito, si è preferito una strada allusiva e tangenziale.

Altra cosa è il problema (reale) della natalità, che richiede una trattazione a parte, ma non ha alcuna relazione, come sappiamo tutti, con l'aborto e con il controllo delle nascite.

Nessuno però appare curioso di chiedere a Ferrara e ai suoi supporter questi particolari, si rimane a livello di slogan e contro-slogan. E sarebbe anche vano leggere nei numerosi interventi di Ferrara, immaginifici e densi di riferimenti filosofici e teologici, qualsiasi indicazione pratica (non ne ho trovato traccia).

(Nelle foto i trovatelli del Pio Albergo Trivulzio di Milano nell'800, i "martinitt", erano i maschi, e le "stelline", le bambine; l'organizzazione caritatevole e pubblica dava loro un mestiere e auspicabilmente un futuro).

domenica 17 febbraio 2008

Neanche la mamma sta con Casini

Prima lo ha abbandonato Mastella (era il '99) poi Follini, poi Giovanardi, poi Baccini, poi Tabacci, e infine la separazione più dura, proprio quella con Berlusconi, a cui era fedele senza tentennamenti sin dal lontano 1994. E ora apprendiamo (ad Anno zero) che neanche la mamma di Casini sta dalla sua parte, è una berlusconiana. Neanche la mamma sta dalla sua parte. La mamma italiana disposta a perdonare e scusare il figlio anche se si chiama Donato Bilancia.
Ma cosa ha fatto di male? Perchè l'astuto Silvio lo ha inopinatamente scaricato? Con il porcellum conta arrivare alla maggioranza relativa, quindi anche un 2% in più può essere decisivo, figuriamoci il 6 o 7% dell'UDC.

Eppure Silvio lo ha scaricato brutalmente.
E' impazzito? E' in delirio di onnipotenza e vuole liberarsi preventivamente di potenziali alleati infedeli o comunque problematici e inutilmente moderati? E' stata una scelta umorale?
Può darsi che la spiegazione sia un mix di queste. Ma secondo me c'è anche un doppio calcolo. In primo luogo potrebbe aver pensato di usare il partito di Casini come scudo umano contro il PD, per frenare il (da sempre vagheggiato) sfondamento al centro del centro-sinistra (o ora del PD).
Supponendo che gli elettori di centro tentati dal PD fossero quelli che non sopportavano più l'eterno predominio del miliardario delle televisioni, viene proposta loro una alternativa meno preoccupante per la maggioranza relativa del PDL: un partito moderato ex democristiano.
Il secondo motivo sarebbe quello di liberarsi dello scomodo abbraccio del cardinale Ruini. Che così diventerebbe il più illustre tra i bidonati da Berlusconi. Libero dall'UDC e dal suo ruolo di portavoce della gerarchia cattolica, Berlusconi potrebbe essere anche libero di applicare o non applicare, in base alle sue convenienze e umori, i "suggerimenti" pressantemente e continuamente inviati dalla gerarchia ecclesiastica. Selezionando quelli tranquillamente accettabili da parte del suo elettorato (ad esempio il veto ai matrimoni gay) da quelli molto più indigesti (restrizioni all'aborto o al divorzio).
Conoscendo l'uomo, furbo come una faina, penso proprio che questo calcolo ci sia stato.
Ma penso anche che in politica di troppa furbizia si muore.
E forse alla fine saranno proprio questi voti a mancargli, e non saranno in grado di calamitare voti aggiuntivi di centro là dove (a lui) serve (al Nord, nel Lazio) ma dove sono aggiuntivi e non decisivi.

(Nella foto l'immagine della campagna 2006 di "Pierferdi". L'idea diversa, non se lo sarebbe mai aspettato, è venuta proprio al suo leader Berlusconi)

 

giovedì 14 febbraio 2008

I gggiovani

Ho letto con grande interesse il dialogo tra Cristiana Alicata e mio fratello Corrado sugli spazi e i ruoli dei vecchi e dei giovani, e i numerosi commenti che sono stati sollecitati, e che contengono molti altri elementi di interesse. Mi ha colpito un commento che diceva che il problema non è "che non si può fare a meno dei vecchi" ma piuttosto "che non si può fare a meno dei giovani!".

Effettivamente la situazione del mondo del lavoro e dell'impegno sociale vista con gli occhi di un giovane (per definizione pieno di entusiasmo) non è esattamente quella che lui si aspetta, e che una società equilibrata dovrebbe dare. Assomiglia piuttosto ad una sala d'aspetto con tutti i posti occupati, solo posti in piedi. Quando va bene, in qualche caso ricorda anche una sala d'aspetto con la porta chiusa, con su scritto "ci dispiace, tutto esaurito, anche i posti in piedi sono finiti".

Ma come? Un ragazzo o una ragazza investono in cultura, in studi, in competenze, in impegno politico, in partecipazione. Alla conclusione del loro percorso si aspettano giustamente che qualcuno aspetti loro perché ha bisogno di loro. Come una squadra di calcio (o di rugby, meglio) che non ha abbastanza giocatori, o ha giocatori stanchi che hanno bisogno di sostituzione, e attende con ansia i rinforzi.

Invece si trovano una sala d'aspetto. Quando sarà il loro turno (36 mesi? Due volte 36 mesi? 36 anni?) l'usciere chiamerà il loro nome e potranno entrare nel ristretto circolo dei lavoratori a tempo indeterminato. Per intanto potranno sedersi in sala d'aspetto come lavoratori a tempo determinato. O rimanere scomodamente in piedi come co.co.pro. O restare addirittura fuori come stagisti, perché anche i posti da co.co.pro. sono tutti occupati.

Uso la metafora del lavoro per parlare, ovviamente, di tutti gli spazi che i giovani vogliono conquistare, anzi soltanto occupare, occupare come il loro giusto posto nel mondo.

Sinora non avevano avuto grandi problemi. Certo c'erano i genitori ad accompagnarli all'asilo, o alle elementari, i più ansiosi anche alle medie. Ma un banco per sedersi, magari un po' acciaccato, non l'aveva mai messo in discussione nessuno. All'università hanno magari trovato una porta da superare (i test d'ingresso) ma avevano sempre altre soluzioni alternative, altre facoltà, magari non esattamente la loro preferita.
E ora invece, dopo aver tanto investito su di loro, dopo aver pagato decine di educatori di ogni ordine e grado, personale ATA, corsi d'inglese, professori e maestri, la società, la comunità non si presenta a richiedere indietro il frutto di quell'investimento, a pretendere la loro partecipazione allo sviluppo della stessa comunità?

Ai tempi della SIP la società telefonica non assumeva direttamente gli ingegneri, faceva fare prima 10-12 mesi di corso di formazione (con rimborso) all'Aquila, alla scuola Reiss Romoli. Una specie di secondo servizio militare (i maschi erano circa il 99%) che forgiava per sempre e in modo indelebile le menti dei futuri uomini SIP. Ovviamente alla fine erano tutti assunti, sarebbe stato anti economico il contrario, anche per il monopolista delle TLC. Eventuali casi disperati venivano risolti in corso d'opera.

Cosa avrebbero pensato gli ingegneri di cui sopra se la SIP, dopo aver rimborsato le loro spese, aver dato loro alloggio negli asettici ma piacevoli ambienti della scuola, averli alimentati nel molto formale ristorante affacciato sugli Appennini, averli riaccompagnati in pullman ogni venerdì alle città d'origine, alla fine dei corsi avesse comunicato che possibilità di entrare in SIP non ce n'erano, bisognava aspettare, che qualcuno andasse in pensione, che qualcuna andasse in maternità? Al massimo, potevano lavorare gratis, o per periodi limitati.
Avrebbero pensato di essere capitati in un posto guidato da persone non sane di mente, totalmente incoerenti.

Eppure è proprio quello che avviene oggi su larga scala nella nostra società. Più marcatamente in Italia (siamo i primi in questo campo) ma non solo da noi. Chiaramente non per tutti, non per tutti i settori, a macchia di leopardo.

Ma di sale d'aspetto in giro ce ne sono purtroppo una quantità. Nulla di strano che un giovane in sala d'aspetto sviluppi una istintiva avversione per quelli che sono dentro quella porta che non si apre mai. E che sono, in una società che sfugge accuratamente la meritocrazia (anche in questo siamo i primi) per forza di cose persone che come ricchezza principale hanno gli anni. Vecchi. Anche se in Italia siamo benevoli normalmente e chiamiamo occasionalmente ragazzi anche gli ultra quarantenni, per loro, per Cristiana Alicata ad esempio (o meglio per i giovani cui dà voce), quelli non sono altro che vecchi.

Lungi da me tentare, nello spazio di un post, una analisi dei veri motivi di questi "tappi" al naturale fluire delle generazioni. Che certo non sono legati all'egoismo dei vecchi, al loro attaccamento alle poltrone, alla sordità rispetto alle istanze delle nuove generazioni. Chiunque, arrivato a conquistare una sedia, giovane o vecchio che sia, se si trova bene. o anche se non si trova bene ma non vuole tornare a stare in piedi, cercherà di rimanere seduto. Se entra uno in stanza e chiede "per favore potresti lasciare il posto che stai occupando? è tanto che aspetto là fuori e vorrei fare io il tuo lavoro da oggi in poi" esisterà mai qualcuno che dice "prego, accomodati"?. Magari in un tram, se chi lo chiede è una donna incinta. Ma domani passerà un altro tram e può essere che sia anche quasi vuoto.

Sono i meccanismi dello sviluppo e della organizzazione della società della programmazione e della informazione che richiedono una radicale messa a punto. L'assurdo è che la società (la nostra in particolare), nell'attuale modello di sviluppo, rinunciando ai giovani (e alle donne) rinuncia a quote aggiuntive di PIL, la chimera che tutti vanno cercando.

In compenso la gioventù è un luogo comune onnipresente. La birra è giovane. L'azienda è giovane. La musica è giovane. La vacanza (in Spagna) è giovane. La notte è giovane. I vecchi sono giovanil, o almeno giovanili. Qualsiasi prodotto, servizio, partito o movimento deve essere giovane. Il mondo è dei gggiovani, dagli anni '60 in qua, almeno.

Allora arriva il giovane (vero) e si presenta al mondo: "eccomi, sono io il giovane che cercate tutti, sono pronto".

E allora dobbiamo cercare di aprire queste porte e di abolire queste sale di aspetto, questi innumerevoli sbarramenti e queste scale che si allungano mentre ci sali sopra.
E' possibile? Certo che è possibile, se altre comunità e paesi riescono a creare un equilibrio tra le generazioni, perchè non dovremmo riuscirci noi? E' la massima priorità per noi, assieme alla cura e tutela della terra e dell'ambiente che ci ospita, perchè riguarda la cosa che dovremmo avere più a cuore: il futuro.

(L'immagine è tratta dall'albo delle foto di classe del Liceo Parini)

giovedì 7 febbraio 2008

Dialogo immaginario sul protocollo welfare

Dipendente: Buongiorno, ho chiesto un appuntamento per sapere notizie sul mio contratto. Scade tra 15 giorni e non ho saputo ancora niente. Il mio dirigente mi ha detto che aspetta indicazioni. A questa data altre volte avevo già avuto assicurazioni sul rinnovo.
Capo del personale. Eh, le altre volte non c'era il protocollo welfare. Ora è operativo, pubblicato sulla gazzetta ufficiale, e dobbiamo tenerne conto.
Dipendente: Ma non era stato introdotto per tutelare il lavoro flessibile?
Capo del personale. Vede, il suo problema è che lei, sommando i vari periodi che ha lavorato con noi, supera i 36 mesi complessivi.
Dipendente: Questa dovrebbe essere una conferma che lavoro bene.
Capo del personale. Ma la legge non si occupa di questo, dice solo che per farle un nuovo contratto dobbiamo o assumerla in una mansione non equivalente, ma lei ci serve per quello che sa fare e che conosciamo, oppure che ci rechiamo presso la direzione provinciale del lavoro, alla presenza di un rappresentante sindacale scelto da lei, per concordare un nuovo contratto a termine.
Legga lei stesso:
"... un ulteriore successivo contratto a termine fra gli stessi soggetti può essere stipulato per una sola volta, a condizione che la stipula avvenga presso la direzione provinciale del lavoro competente per territorio e con l’assistenza di un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale cui il lavoratore sia iscritto o conferisca mandato."
Dipendente: E non possiamo fare così?
Capo del personale. Per ora no. Tanto per cominciare, che durata dovrebbe avere questo nuovo contratto?
Dipendente. Il massimo possibile.
Capo del personale. Le pare semplice, nella prima formulazione della legge erano altri 36 mesi, poi la cosiddetta sinistra radicale ha protestato e minacciato di far cadere il governo, nonostante l'esito favorevole del referendum tra i lavoratori, non so se ricorda, e ha introdotto un limite di 8 mesi
Dipendente. 8 mesi?
Capo del personale. Sì, ma poi anche questo limite è sparito nell'ultima formulazione, votata con la fiducia il 21 dicembre, e la legge non specifica più nulla, vede?
"Le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale stabiliscono con avvisi comuni la durata del predetto ulteriore contratto."
Dipendente. E non l'hanno ancora fatto?
Capo del personale. No, ma anche se l'avessero fatto non potremmo procedere lo stesso.
Dipendente. E perché?
Capo del personale. Perché la direzione provinciale del lavoro non è pronta. Aspetta le circolari esplicative per organizzarsi, poi dicono, a quanto ne so, che non hanno sufficiente personale preparato per questo nuovo compito.
Dipendente. Ma non è possibile!
Capo del personale. Abbiamo chiesto subito, quelli di Roma ci hanno risposto informalmente così
Dipendente. Ma è così in tutta Italia?
Capo del personale. Non lo so, un amico mi ha detto che al Nord si stanno già attrezzando, ma non ho conferme.
Dipendente: E quindi?
Capo del personale. L'unica alternativa è aspettare, speriamo che i nodi vengano chiariti presto. Certo il fatto che il governo sia caduto e si vada a elezioni anticipate non aiuta. C'erano parecchi decreti attuativi e circolari necessarie per completare la legge.
Dipendente. Ma io non posso stare senza lavorare per un periodo così lungo. La solita interruzione di 20 giorni non era un problema, la coprivo con la liquidazione del periodo precedente ... ma scusi, qui proprio sopra al comma che ha letto lei, vedo scritto:
"All’articolo 1 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, è premesso il seguente comma:
«Il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato».

Capo del personale. Un bellissimo concetto, recepisce le direttive della comunità europea.
Dipendente. E allora non potete assumermi a tempo indeterminato? Ormai mi conoscete, e poi se questo è lo spirito della legge ...
Capo del personale. Ma mi stupisce che lei non sappia com'è la nostra situazione, con la concorrenza imprevista che ci fanno i coreani e le voci ormai sempre più attendibili di una acquisizione da parte dei francesi, come fa il consiglio di amministrazione a prendere decisioni così a lungo termine? Già un anno è un orizzonte temporale lungo ...
Dipendente. Ma, l'Europa ...
Capo del personale. Già, l'ho detto, belle parole
Dipendente. Ma ho dimostrato di essere indispendabile, avete bisogno di me, mi avete richiamato
Capo del personale. Sa cosa diceva l'avvocato Agnelli? In azienda tutti sono utili, nessuno è indispensabile. Lei poi ha una qualifica abbastanza alta, non la prenda come una affermazione troppo diretta, ma possiamo facilmente sostituirla con una persona più giovane, a minore costo per noi
Dipendente. Comincio a preoccuparmi veramente
Capo del personale. Ma non si preoccupi, la nostra società non lascia mai nessuno a piedi, soprattutto se ha lavorato bene e con attaccamento agli obiettivi generali. C'è sempre la alternativa di un contratto di collaborazione
Dipendente. Un co.co.co, alla mia età?
Capo del personale. Co.co.pro, elaboriamo un progetto e vedrà che il compenso sarà interessante
Dipendente. Ma senza ferie pagate, contributi minimi, senza assicurazione medica, senza tredicesima ... e dovrò pagarci le tasse l'anno prossimo, il mio reddito effettivo diminuirà inevitabilmente ... a parte l'immagine con i colleghi
Capo del personale. Se lei invece preferisce aspettare ...
Dipendente. Vorrei, ma non posso, insomma, ci devo pensare
Capo del personale. Decida però in fretta, consideri però che anche per le collaborazioni ci sono rischi, la scelta preferita del nostro servizio legale, per evitare problemi, sarebbe la consulenza a partita IVA, ma per lei faremmo una eccezione, in considerazione di tutta la sua storia, così almeno metterà da parte un po' di contributi
Dipendente. Ma il protocollo welfare non nasceva per eliminare il precariato? Così io faccio un passo indietro.
Capo del personale (non riesce a nascondere un accenno di sorriso). Non lo dica a me, non l'ho certo chiesto io di cambiare la legge.
Dipendente. Non doveva facilitare il passaggio a tempo indeterminato?
Capo del personale. Forse nel pubblico, da noi la situazione la conosce, c'è crisi. Ma a quanto so anche nel pubblico non la stanno applicando in questo senso la legge, per gli stessi problemi. Ora se non le dispiace ho una riunione, ci pensi e mi dia una risposta, ma entro due giorni.
Dipendente. Un momento, ma dopo che saranno chiariti quei punti, la durata, la direzione del lavoro, o come si chiama, si è organizzata, potrò avere un altro contratto?
Capo del personale. Certamente, proprio per questo il contratto di collaborazione pensiamo di farglielo limitato a tre mesi. Tenga conto però che il successivo contratto potrà essere soltanto uno, senza ulteriori rinnovi.
Dipendente. Non capisco il senso di questa osservazione
Capo del personale.Il senso è che alla fine si troverà ad un bivio tra restare con noi a collaborazione o consulenza, o tentare altre strade e altre società per il tempo indeterminato. O sperare che risolviamo i nostri problemi e ritorniamo alla situazione prima della crisi.
Dipendente. Ma non dovreste essere voi a trovarvi davanti a un bivio nella scelta del rapporto di lavoro?
Capo del personale. Noi no, non esiste mica l'assunzione obbligatoria.


Note:
- Il dialogo è ovviamente totalmente immaginario
- La situazione attuale (si spera transitoria) è però purtroppo veritiera
- L'ispirazione della legge è meritoria
- La realtà è più complicata
- La prima formulazione 36+36 mesi era applicabile
- Le leggi è meglio farle complete e applicabili, ascoltando chi conosce la materia (i sindacati)
- Il vero problema italiano è la disequità casuale
- Se l'ipotetico lavoratore a tempo fosse un esecutivo il capo del personale gli avrebbe proposto un lavoro interinale (e potrebbe anche essere meglio)
- La situazione di crisi non è un esempio a caso, non si conosce a memoria d'uomo una società che, per il capo del personale, non sia in situazione di crisi o di difficoltà (se dice che tutto va a gonfie vele la persona seduta dall'altra parte gli chiede subito un aumento). E' come quando chiedi a un commerciante come vanno gli affari. Mai successo che non si lamenti di qualcosa.
- Per fortuna molte società private usano il tempo determinato come una sorta di periodo di prova prolungato, poi il passaggio a tempo indeterminato per chi è ritenuto adeguato per entrare nel nucleo della società è possibile, e avviene. (Ma in base a strette considerazioni di convenienza economica non è affatto scontato.)
- Le opinioni del fittizio capo del personale non sono le mie opinioni


Per un approfondimento, allego qualcosa che non si trova in rete: la legge sul lavoro a tempo determinato (368/2001) emendata dal protocollo welfare (247/2007).