venerdì 22 febbraio 2008

Il programma del PD: l'eliminazione del precariato.

Riportare il reddito dei lavoratori in equilibrio con il tenore di vita medio. Questo è in sintesi il risultato, sacrosanto, che si propone il punto 9 del programma del PD.

Un obiettivo che indirizza IL problema del lavoro flessibile in Italia: la disequità tra differenti contratti a parità di competenze e di merito. Una disequità casuale, fonte di frustrazione e tensioni e quindi dannosa, a pensarci bene, anche per lo stesso datore di lavoro, oltre che per gli interessati.
La realizzazione dell'obiettivo passa però necessariamente per l'abolizione delle collaborazioni a progetto, o per la radicale trasformazione di questa tipologia contrattuale.

Mi spiego, partendo dalla prima contraddizione del nostro attuale sistema. La scala del reddito e del tenore di vita dovrebbe essere proporzionale al livello di rischio scelto nei rapporti di lavoro. Limitandoci, per semplicità, al lavoro intellettuale, la scala (1) dovrebbe apparire (da reddito maggiore in giù), in questo ordine:

Imprenditore
Libero professionista
Dirigente a tempo determinato (temporary management)
Consulente tecnologico / organizzativo
Dirigente a tempo indeterminato
Collaboratore a progetto
Dipendente a tempo determinato
Dipendente a tempo indeterminato

Così è, sostanzialmente, nei paesi in cui il sistema è in equilibrio. In Italia invece la scala (2) appare così:

Imprenditore
Libero professionista
Dirigente a tempo indeterminato
Dirigente a tempo determinato (temporary management)
Consulente tecnologico / organizzativo
Dipendente a tempo indeterminato
Dipendente a tempo determinato
Collaboratore a progetto

A livello di competenze paragonabili, considerando il reddito effettivo, quindi su un periodo tipico di un anno, il lavoro a tempo determinato o a contratto infatti, che sul breve periodo può anche essere retribuito maggiormente, viene ridotto dalle pause senza lavoro o con lavoro ridotto.

E' questo, tra l'altro, il motivo per cui gli stipendi nei paesi che adottano completamente il modello flessibile, come ad esempio il Regno Unito, sono (apparentemente) più alti che in Italia. Evidentemente devono scontare il rischio di una interruzione del rapporto per volontà del datore di lavoro, e il successivo periodo di ricerca di una nuova occupazione.

La disequità che osserviamo in Italia dipende dal fatto che il "premio" per il rischio non viene riconosciuto nè ai dipendenti e dirigenti a tempo determinato (salvo alcuni rari casi di effettivo temporary management) né, e in modo ancora più sensibile, ai collaboratori a progetto (i cosiddetti co.co.pro.).

Per i lavoratori a tempo determinato (legge 368/2001 + protocollo welfare) e per gli interinali questo riequilibrio sarebbe piuttosto facile, basterebbe considerarlo nei contratti di lavoro (non si nota però una grande attenzione da parte dei sindacati in tal senso).

Per i contratti di collaborazione il riequilibrio è molto più difficile, anche la semplice introduzione di un reddito minimo.

Senza addentrarci nella storia dei contratti di collaborazione e ai motivi della loro nascita e affermazione in Italia dal '97 in poi, è sufficiente considerare che il valore di un contratto di questo tipo è dato (nella quasi totalità dei casi) dalla combinazione di:

- numero di giornate nel periodo
- tariffa giornaliera

Il numero di giornate del contratto può essere anche inferiore alle giornate lavorative nel mese (22 in media) perchè dipende dalla natura dell'incarico affidato.
Se il contratto ad esempio consiste nella consuntivazione dei risultati settimanali di un gruppo di vendita, potrebbe essere limitato ad una giornata alla settimana. Il contabile che lavora a progetto potrebbe però coprire una buona parte del mese con altri contratti a progetto con altre società.

Certo, in molti casi il cliente è unico e le giornate sono in numero tale da coprire tutto il mese. Ma sono sempre 22?

Non sempre, potrebbe essere utilizzata una combinazione tra tariffa e numero di giorni. La tariffa infatti è dettata dalla competenza e dalle quotazioni di mercato. Le più basse sono attorno ai 90 €, che per il datore di lavoro corrispondono a ca. 120 €. (Per fare un raffronto le tariffe minime previste per alcune categorie operative sono nell'ordine dei 114,5 € [es. facchini])
E' difficile pensare di scendere ancora sotto a questi livelli, però 90x22 fa 1980 € al mese e questo livello è considerato più che adeguato da molti datori di lavoro (e comunque superiore ai 1000 € del punto 9).
Per questo molti datori di lavoro, anche con collaboratori "mono cliente" giocano sul numero di giornate. Che potrebbero essere ad esempio 10 a 150 €. In questo modo equilibrano anche le tariffe ed evitano sia tariffe troppo basse sia troppo alte (costo elevato se le giornate aumentano).
Normalmente esiste nelle organizzazioni una scala di tariffe proporzionata alla competenze ed esperienze (tra 90 e 400-500 € al giorno, nella norma) e questo è un ulteriore vincolo per la determinazione del reddito.

In sintesi, perchè un contratto di collaborazione arrivi a un reddito equivalente a 1000 € al mese netti, sull'anno, è necessario un contratto da 22 giornate al mese a tariffa minima di mercato, o altre combinazioni che portino i mesi effettivamente lavorati nell'intorno dei 1800 €. Dovranno essere infatti coperte anche le interruzioni per ferie estive e invernali, l'assenza di tredicesima e le tasse sul reddito l'anno successivo, e magari anche qualche tutela volontaria previdenziale e assicurativa.

Non si può però imporre per legge che tutti i contratti siano di questo tipo,  come nell'esempio che facevo prima possono esserci effettive esigenze limitate nel tempo o nell'impegno. Non si può neanche applicare la regola soltanto ai contratti a tempo pieno e con un solo datore di lavore ((quelli che il punto 9 chiama "collaboatori economicamente dipendenti").

Fatalmente tutti i contratti diventerebbero in modo fittizio a tempo parziale (riducendo il numero di giornate e compensando la tariffa).

In realtà è proprio il contratto di collaborazione che non ha raggiunto nel tempo il valore che dovrebbe avere, in base al rischio e alla competenza necessaria (non subordinata, con elevati livelli di autonomia, solo coordinata).
E' stato svalorizzato nella pratica ed è stato usato come sistema per definire contratti di prova lunghi (nel migliore dei casi) ovvero per abbassare il costo del lavoro intellettuale, garantendo anche maggiore controllo.

La collaborazione ha ormai una sua precisa collocazione e un suo valore sul mercato del lavoro, sia dal punto di vista del datore di lavoro sia da quello del collaboratore. Un suo recupero di valore e quindi di retribuzione è ormai improbabile. Gli interventi che sono stati fatti, già con la legge Biagi e ora con il protocollo welfare, tendevano a inserire tutele tipiche dei contratti tradizionali, ma hanno avuto, e temo che avranno, effetti marginali o nulli.

Se il contratto di collaborazione diventa progressivamente costoso e vincolante come un contratto di assunzione a tempo o un interinale, perderà d'interesse. Soprattutto, per questa via diventerà ancora minore il suo valore per l'azienda (diminuendo la scala di rischio) e quindi non si inciderà sulla scala (2) mostrata all'inizio del post.

Per questo ritengo che sia preferibile, forse indefinibile, pensare alla eliminazione delle collaborazioni dalla legislazione sul lavoro. Sostituendole dal lato alto (alta retribuzione, alto rischio) con i contratti di consulenza e dal lato basso (minore retribuzione, minor rischio) con i contratti a tempo.

I secondi dovrebbero essere maggiormente tutelati dal punto di vista del reddito (anche il sindacato dovrebbe finalmente occuparsene). Non è difficile in questo caso.

Sul lato della consulenza il problema era ed è la mancanza di tutela previdenziale. Per questo motivo erano state "inventate" le collaborazioni con la legge Treu del '97 (196/97).
Si è visto poi che anche la tutela previdenziale di una collaborazione estesa nel tempo è molto debole e richiede una forte  integrazione con la previdenza privata.

A questo punto risulta preferibile (secondo me) spingere il lato imprenditoriale della consulenza, rendendo più agevole meno onerosa la costituzione di associazioni e società a nome collettivo tra consulenti, e abbattere le barriere erette dai vari ordini professionali, se del caso. E separare così in modo più netto chi sceglie il lavoro dipendente, e la sua sicurezza, e chi sceglie  il lavoro autonomo e il suo reddito superiore.

Eliminando l'ibrido della collaborazione, tre volte svantaggiosa per il lavoratore (massima precarietà, minor reddito, nessun prestigio sociale).

Sul versante del lavoro dipendente, come dice giustamente il punto 9, si potrà anche ricondurre in modo più deciso il lavoro flessibile ad una fase della vita professionale, reintroducendo il concetto di apprendistato (quello che noi ex "filo-americani" chiamavamo semplicemente training on the job), favorendo con la leva fiscale le aziende che provvedono alla stabilizzazione dei dipendenti, ottenendo così anche un proprio vantaggio nella fidelizzazione dei lavoratori alla organizzazione.

Il punto 9 per esteso (la parte sul precariato):

(...) bisogna, inoltre, avviare la sperimentazione di un compenso minimo legale, concertato tra le parti sociali e il governo, per i collaboratori economicamente dipendenti, con l'obiettivo di raggiungere 1.000 euro mensili.
Troppi giovani sono ora “intrappolati” troppo a lungo, spesso per anni, in rapporti di lavoro precari.
Noi contrasteremo questa situazione, facendo costare di più i lavori atipici e favorendo un percorso graduale verso il lavoro stabile e garantito. Un percorso che preveda un allungamento del periodo di prova e una incentivazione e modulazione del contratto di apprendistato come strumento principale di formazione e di ingresso dei giovani nel lavoro. 


(L'immagine è tratta dalla ironica copertina dell'album di Franco Battiato Ferro Battuto, del 2001)






  

1 commento:

  1. Nel frattempo il punto 9 è diventato il punto 6 nel programma esteso del PD (Stato sociale). Il "come" si pensa di raggiungere l'obiettivo del riequilibrio retributivo e dell'equità tra lavoratori è spiegato in maggiore dettaglio. Leggendo il testo (sul sito del PD: www.partitodemocratico.it) mi pare confermata la mia tesi sulla necessità di superare il contratto di collaborazione, al quale non sembra rimanere alcun ruolo.

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