martedì 29 aprile 2008

Una settimana di follia

Questo blog ha come linea guida la celebra massima di Gramsci "il presente comprende tutto il passato", che non si è dimostrata mai così vera come in questi giorni. Come ricordava anche Padellaro in un articolo di qualche giorno fa, le premesse per la situazione attuale c'erano già tutte in quella settimana di due anni fa, dal 3 al 7 aprile 2006, nella quale l'Unione ha perso un vantaggio stimato in 8 punti (oltre 3 milioni di voti), stimato peraltro non dai sondaggi, ma dalle elezioni di tutti gli anni precedenti.

Una settimana che era iniziata con il secondo confronto Prodi - Berlusconi. Nel quale Berlusconi avrebbe parlato per ultimo. Molti (io tra questi) temevano un colpo finale, una scorrettezza, sapendo che l'uomo applica il sistema "con ogni mezzo lecito" (o meglio, non esplicitamente vietato).

Primo: avere sempre l'ultima parola

Ad esempio in questo caso: il vantaggio dell'ultima parola è stato ottenuto con destrezza. Il sorteggio aveva assegnato l'ultima parola nel primo confronto a Berlusconi, e quindi nel secondo a Prodi. Nel primo confronto, moderato da Clemente Mimun, quindi uno stipendiato del "cavaliere" (anche se allora lo pagava da RAI), il suddetto giornalista si era sbagliato e aveva fatto la prima domanda a Berlusconi. Così sarebbe toccato chiudere a Prodi, ma nella seconda volta (quella che contava di più) sarebbe toccato al suo padrone. E' chiaro che la mossa era concordata, ma Prodi non ha potuto che fare il cavaliere (vero) ed accettare lo scambio. Se avesse protestato sarebbe apparso antipatico e timoroso.

L'odiata ICI sarà abbattuta

L'ultima parola l'ha usata, come sappiamo, per sparare la mossa più efficace della sua campagna, l'abolizione dell'ICI sulla prima casa. Me lo ricordo bene, perché mi è passato un brivido lungo la schiena quando ho sentito il capo del CD che diceva, con sorriso da venditore, rivolto ai suoi elettori (e anche a quelli del CS pronti a passare con lui, e anche al popolo delle schede bianche), scandendo bene le parole: "avete capito bene, aboliremo l'ICI sulla prima casa".

Un  brivido, perché riconoscevo subito l'efficacia estrema del messaggio, amplificata dalla posizione nel programma, nel momento di massima attenzione, e senza possibilità di confronto, e quindi di poter essere annegata e confusa in discussioni e contro deduzioni.

Una mossa scorretta al massimo, alla quale Prodi non ha tentato neanche di rispondere o di abbozzare una protesta, ricordo una mesta e quasi rassegnata stretta di mano. Io non gli avrei neanche stretto la mano, me ne sarei andato. E lui, a ruoli invertiti, non sarebbe stato certo zitto, sarebbe saltato in piedi come una molla. Ma sarebbe stato anche necessario inventare una contro mossa immediata nei pochi giorni successivi, una risposta, una diversione.

Invece abbiamo sentito soltanto dichiarazioni dei vari leader che sostenevano che l'operazione era impossibile, che avrebbe messo sul lastrico i comuni. tanto impossibile che due anni dopo l'ha fatta il CS questa operazione, ma nella realtà, nella finanziaria 2008, non in televisione.

Sarebbe stato più semplice e meno deleterio dire semplicemente "ottima idea, lo faremo anche noi".
Ma evidentemente si sottovalutava la pericolosità della mossa.

Chi tocca la casa si fa del male

Non bastava però, un'altra palla alzata la forniva direttamente il programma dell'Unione: l'abolizione della tassa di successione. Ovviamente il nostro si è lanciato anche su questo punto. Bisogna ammettere che, pur essendo un miliardario, conosce meglio la realtà minuta di molti politici del CS che pure dovrebbero avere più a che fare con queste cose. E ha notato che, con l'aumento molto rapido dei prezzi delle case, qualunque persona avanti con gli anni si trova con un patrimonio da dare in eredità di diverse centinaia di migliaia di Euro, anche più di un milione in alcuni casi, pur essendo magari una persona di reddito medio. D'altra parte quasi l'80% delle case sono di proprietà, in Italia.

Quindi l'80% delle persone o giù di lì si trovava potenzialmente esposta ad una tassa che un tempo interessava ben pochi ricchi.

Quindi, attacco frontale anche su questa tassa, particolarmente amata dalla ideologia sin dai tempi dei laburisti inglesi del dopoguerra, perché punta a equiparare i punti di partenza dei cittadini, quindi è orientata alla giustizia sociale. In teoria, perché in pratica dai tempi dei tempi chi ha un patrimonio consistente usa mille sistemi per eludere la suddetta tassa.

Qui abbiamo assistito al balletto più surreale, con  vari partiti e leader dell'Unione in ordine sparso impegnati a perdere qualche centinaio di migliaio di voti al giorno.  Ricordo Fini a Ballarò il giovedì prima del voto (mi pare) che chiedeva ossessivamente a Rutelli e Fassino "ma qual è questo limite?", perché difatti l'unica risposta balbettata dai vari leader era che ci sarebbe stato comunque un limite di esenzione "molto alto". Sì ma quanto alto? chiedevano Lucia Annunziata e tutti gli altri giornalisti, e Bertinotti non ricordo dove che rispondeva incauto (o ignaro dei prezzi delle case) 350 mila Euro, suscitando prevedibili incredule proteste. Poi Rutelli correggeva in "patrimoni di molti milioni", ma queste voci dissonanti preoccupavano gli interessati, la dissonanza rendeva poco credibile la promessa o l'impegno, forse il primo si era lasciato scappare la verità, pensavano.

Agire prima che sia troppo tardi

E quindi succedeva l'incredibile, in quella stessa settimana, centinaia, forse migliaia di donazioni all"ultimo momento" per sfruttare ancora la esenzione piena. Persone anziane che donavano la casa o la nuda proprietà a figli e nipoti per non pagare poi la tassa di successione. E che però pagavano fior di migliaia di Euro ai notai. U altro interessante sensore di quanto il paese fosse sensibile a questo punto, e quanto possano essere sprovveduti gli italiani (e saremmo il paese dei furbi). Pensavano evidentemente che una promessa nel programma elettorale sarebbe diventata legge il giorno dopo le elezioni ...

La prova

A questo punto ci saremmo aspettati una nota ufficiale, una voce unica (quella di Prodi) che dava i limiti della legge, ma nulla da fare, e quindi Berlusconi ha tirato fuori il suo terzo asso: la donazione nella famiglia Prodi. Grazie a insider nel ministero delle finanze che avevano accesso all'Anagrafe tributaria (ci ho lavorato, non è necessario coinvolgere il ministro, centinaia di persone hanno accesso ai dati per lavoro, la individuazione univoca della interrogazione non è sempre certa e inequivocabile, ma Prodi è stato troppo gentleman a non ordinare una inchiesta interna) è stata estratta questa informazione che è stata subito lanciata sul "mercato" con il massimo clamore.

Il messaggio per i suddetti italiani già preoccupati e malfidati era chiarissimo: "vedete? questa è la prova che vogliono tassare le vostre sudate case e patrimoni; infatti il loro capo si è affrettato a sistemare i suoi conti prima delle elezioni". Elezioni che quindi venivano drammatizzate come un momento di rottura tra due epoche, un evento senza ritorno.

Hanno organizzato catene di Sant'Antonio di SMS che dicevano così:

Da: +393xxxxxxxxx PRODI TASSA GLI ALTRI PERCHE  LUI HA GIA DONATO:

ATTO 16 /5/2003 rep. 94916 fasc. 21915 NOTAIO  VICO. UNITAMENTE ALLA MOGLIE FRANZONI FLAVIA HA DONATO AI FIGLI GIORGIO E ANTONIO € 870.000,00  A TASSE ZERO.

PASSA QUESTO SMS A PIU CHE PUOI ENTRO DOMENICA P. V .


(SMS ricevuto il 7 aprile 2006 sera da conoscenti della CdL)

Anche qui, anche dopo questo ulteriore colpo basso, nessuna risposta univoca, nessuna smentita. Rifondazione voleva a tutti i costi mantenere questa "tassa giusta", quindi non si poteva neanche qui fare la cosa più semplice, dire "abbiamo fatto meglio i conti, è una tassa che dà meno soldi di quanto costa per raccoglierli, lasciamo perdere e lasciamo la legge così com'è", firmato da tutti i leader, davanti a un notaio.

Rimaneva un'altra tassa collegata alla casa

Restava un quarto asso a Silvio B., e l'ha giocato proprio venerdì 7 aprile, la mattina a Radio Anch'Io, l'abolizione della TARSU, la tassa sui rifiuti. Chiaramente i leader del CS ci hanno ironizzato sopra, con battute del tipo "se la campagna elettorale dura un'altra settimana non rimane più neanche una tassa", hanno scrollato le spalle, insomma.

Eppure anche qui Silvio (o i suoi ottimi e ignoti collaboratori) ha mostrato una conoscenza della realtà e del suo target ben superiore a loro. Io abito vicino a Via dei Normanni, dove per anni ha avuto sede la esattoria comunale, e dove di conseguenza molti romani andavano di persona a pagare questa tassa, e a protestare per errori o eccessi. Ne incontravo spesso che mi chiedevano la strada, erano quasi sempre persone anziane, tra il disperato e l'arrabbiato spinto (la parola sarebbe un'altra) alle prese con una tassa che, chissà perché, ritenevano sommamente ingiusta.

E' una tassa di scopo, ha una destinazione evidente, è in realtà una tariffa, costa intrno ai 100 Euro all'anno per una casa media, si può dichiarare qualsiasi estensione dell'appartamento (è il parametro) perché i vari sistemi informatici non sono collegati (e neanche aggiornati), ma per qualche misterioso motivo è considerata un balzello odioso e ingiusto. Probabilmente perché si può confrontare il servizio reso, che non sempre è impeccabile. O perché non è diluita nel tempo. O perché è piena di regole ottocentesche che impegnano i suddetti vecchietti in lunghe diatribe con l'amministrazione nemica.

Sta di fatto che anche questa mossa, rivolta palesemente alle persone anziane a basso reddito, ha avuto il suo peso ed è stata ingiustamente sottovalutata dal CS. Un peso comunque inferiore, tanto che quest'anno non l'ha ritirata fuori (a meno che se ne sia dimenticato, ma è più probabile che abbia deciso di puntare su poche cose di sicuro effetto).

Epilogo

Risultato di tutto questo balbettio proprio nella settimana decisiva è stata l'erosione quasi totale del vantaggio accumulato in quattro fruttuosi anni di efficace opposizione. E il passaggio in svantaggio al Senato, dove sono prevalenti gli elettori anziani (guarda caso). E in realtà negli ultimi sondaggi, quelli non pubblicabili, a quanto ne so, il famoso vantaggio era ridotto a meno del 2%, quindi il risultato di quasi pareggio non era certo imprevedibile.

E' stato però così clamoroso il calo che molti hanno ipotizzato i famosi brogli, anche per le numerose incongruenze nel giorno del conteggio dei voti. Anche io confesso di essere stato affascinato dalla ipotesi, ho comprato subito il libro anonimo di "Agente italiano" (che pare sia in realtà il sondaggista Crespi) e poi il DVD di Deaglio con Diario.

L'analisi approfondita che ho fatto mi ha portato però a escludere i brogli e a trovare spiegazioni sia per il recupero del CD, sia per il crollo della bianche e sia per la difformità tra Camera e Senato. Una settimana di follia, che non derivava però, purtroppo per il CS, solo da una gestione maldestra o disattenta, ma anche dalla incapacità di comunicazione che avrebbe minato anche in seguito il cammino del governo Prodi.

venerdì 25 aprile 2008

FAQ sulla Resistenza

Avevo preparato un altro intervento sulla vicenda Alitalia (molto istruttiva) ma oggi è il 25 aprile, festa minacciata dalla lontananza dai fatti e dalla routine, più che da (comunque preoccupanti) attacchi negazionisti della destra. E quindi propongo ai navigatori una mia idea che coltivo da tempo: una FAQ sulla Resistenza.

Raccontarne la storia nella forma sintetica ed efficace di "frequently asked questions", confutando anche le molte inesattezze interessate accumulate negli anni, sarebbe a mio parere un modo molto attuale per parlare della lotta partigiana.

Non sono uno storico e un'opera di questo genere è un po' al di fuori delle mie possibilità ma, mia madre è stata partigiana e staffetta da giovanissima e ha raccontato quegli anni in un libro molto bello e per niente pedante, piuttosto noto (link a destra), e i miei nonni e i miei zii in Emilia amavano raccontare le storie di quel periodo, e io bambino amavo ascoltarle, tanto che mi pare, se non di averle vissute, almeno di conoscerle bene.

Quindi propongo, a titolo di esempio, 9 voci di questa ipotetica FAQ, cominciando proprio dalle leggende metropolitane sulla Resistenza. Qualsiasi integrazione o contributo, anche critico, è come sempre il benvenuto.

Gli italiani in molte guerre, e in particolare nella seconda guerra mondiale, hanno iniziato la guerra da una parte e poi sono passati dall'altra. La Resistenza può essere considerata un tradimento?

Il popolo italiano non ha tradito proprio nessuno perché non ha dichiarato la guerra a nessuno e non ha neanche siglato alleanze con i tedeschi e i giapponesi. Le alleanze e l'entrata in guerra sono state decisioni di un governo illegittimo, che era arrivato al potere con un colpo di stato nel 1922, sospeso la democrazia nel 1925 con le "leggi speciali" e aveva poi mantenuto il potere per quasi un ventennio con metodi dittatoriali reprimendo ogni dissenso.

La Resistenza ha avuto un ruolo marginale nelle operazioni di guerra. I tedeschi sono stati espulsi dal suolo italiano dagli alleati anglo-americani.

Nessuna guerra di resistenza in nessuna parte del mondo ha mai ottenuto vittorie militari dirette. Questo modo di combattere e di resistere è stato sperimentato per primi proprio dai tedeschi durante la prima guerra mondiale, in Tanganica, sotto la guida del colonnello Paul Lettow-Vorbeck, che può esserne considerato l'inventore. Pochi uomini con perfetta  conoscenza del territorio, in massima parte indigeni, hanno tenuto in scacco le forze preponderanti inglesi fino alla fine della guerra. Questa è la caratteristica della guerra di resistenza, o guerra partigiana, o guerra di guerriglia, impegnare importanti forze avversarie pur essendo in svantaggio di uomini, armamenti e numero.

Ma allora si può considerare veramente una guerra vittoriosa?

Proprio la sproporzione di armamenti (basti pensare a uomini armati di mitra leggero contro carri armati e mitragliatrici pesanti) rende impossibile la vittoria sul campo, ma consente di logorare l'avversario sino a sconfiggerlo in modo indiretto. E di impegnare forze che il nemico avrebbe potuto usare altrove (per esempio per contrastare l'avanzata degli alleati, nel nostro caso).

La guerra di resistenza di maggiore successo che si ricordi, quella dei Vietcong contro gli USA (qualsiasi sia il giudizio che si dà sulle vicende successive del paese asiatico) segue lo stesso schema: logoramento e abbandono del territorio, con aiuto decisivo degli alleati nord-vietnamiti.

La guerra di resistenza italiana ha avuto una importanza strategica e militare inferiore a quella di altri paesi europei?

Riportata nel contesto sopra ricordato la Resistenza italiana è stata particolarmente efficace, ha coinvolto una grande quantità di persone (fino a 500 mila combattenti, che significano milioni di persone coinvolte, considerando le loro famiglie, in un'Italia meno popolata di adesso) in un territorio molto esteso, ha impegnato per due anni importanti forze tedesche che non potevano essere utilizzate su altri fronti, ha distrutto il consenso residuo che poteva avere il regime fascista. In ambito europeo è stato anzi uno dei movimenti di maggiore peso, allo stesso livello, se non superiore, alle celebrate vicende della resistenza francese e greca.


L'attentato di Via Rasella a Roma in cosa si differenzia dagli atti terroristici di oggi? I GAP sapevano che potevano innescare rappresaglie.

Con questo ragionamento anche gli inglesi avrebbero dovuto arrendersi per evitare le vittime civili dei razzi V2 tedeschi che nel primo anno di guerra distruggevano, senza poter essere intercettati, le città britanniche. L'attentato di Via Rasella è stato un legittimo atto di guerra, compiuto durante la guerra, contro un esercito occupante il territorio nazionale, e contro soldati di occupazione (polizia militare), non solo in base alle sentenze definitive della Cassazione (1957, 1998, 2007) ma anche in base alla logica comune e al confronto con analoghe operazioni svolte in tutti gli altri paesi europei durante l'ultima guerra. Era la rappresaglia sui civili ad essere illeggittima per qualsiasi regola di guerra ed umana.

I partigiani, i GAP di Via Rasella avrebbero potuto consegnarsi per evitare la rappresaglia tedesca e la strage delle Fosse Ardeatine?

No. Perché la rappresaglia è stata comunicata dopo essere stata eseguita. Non è stata avviata e neanche ipotizzata nessuna trattativa da parte dei tedeschi. I tedeschi occupanti non seguivano le logiche di scambio che conosciamo oggi, ma le logiche di guerra. Non avevano alcun interesse a trasformare in martiri i partigiani o a innescare contatti e trattative, con inevitabili mediatori, che avrebbero legittimato la Resistenza. Unico obiettivo era mandare alla popolazione un messaggio di terrore e tentare di isolare così le forze della Resistenza. Lo stesso metodo usato in tutti gli altri teatri di guerra in Europa.

La Resistenza è stata una guerra civile?

No. E' stata una guerra di resistenza (vedi risposta sopra). La guerra civile vede un popolo diviso in due parti, che si combattono con le armi. Sono state una guerra civile la guerra di secessione americana, o la prima fase della rivoluzione francese con la rivolta della Vandea. In Italia era invece presente una forza di occupazione straniera, e la resistenza era focalizzata a liberare l'Italia da questa forza occupante, appoggiandosi ai loro antagonisti anglo-americani.

Allora perché si parla spesso di guerra partigiana come guerra civile?

Essenzialmente a vantaggio di quella parte dell'Italia che è rimasta a fianco dei tedeschi. Come belligeranti in una guerra civile possono essere considerati combattenti per un ideale, seppure radicalmente sbagliato. Come semplici truppe di appoggio dell'occupante dovrebbero essere considerati dei traditori della loro nazione e del loro popolo, il cui potere derivava dalla presenza dell'occupante.

Ma anche la storiografia non fascista ha parlato spesso di guerra civile.

Il consenso raggiunto dal fascismo alla fine del ventennio era effettivamente molto ampio. La ricostruzione schematica secondo la quale nel 1943 dalla parte della repubblica di Salò rimaneva solo una minima minoranza di italiani per sole ragioni di interesse immediato è effettivamente troppo schematica. Una parte del consenso conquistato non poteva non essere rimasto nella parte avversa alla Resistenza ed è per questo che alcuni storici hanno parlato anche, per essere proprio precisi, di caratteristiche riconducibili alla guerra civile.

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... e si potrebbe continuare con altre 100 domande e risposte (per esempio sul "sangue dei vinti" e sui libri di Pansa) 

Per finire ricordando il 25 aprile in musica, propongo tre canzoni sulla Resistenza meno note e con tasso di retorica zero:

lunedì 21 aprile 2008

Tu ci credi nei sondaggi?


Perché spendere soldi nei sondaggi se non riescono a prevedere mai la realtà? Neanche in modo approssimato? Ormai in Italia è come dare credito alle lettrici delle carte delle TV locali. Quelle che dicono alla telespettatrice che le ha chiamate in pseudo diretta "Capisco dalla tua voce che tu hai un problema. Sei sposata?" "Sì" "Secondo me il problema riguarda tuo marito" "Sei bravissima Magda, come hai fatto a indovinarlo!?"

Questa volta i sondaggisti sono tutti rinfrancati perché secondo loro ci hanno preso, cioè hanno azzeccato il risultato principale. Senza spendere una lira e senza telefonate, ma utilizzando solo la serie storica delle precedenti elezioni, ero arrivato agli stessi risultati anche io (gli amici possono confermare). Solo che i sondaggi veri non hanno previsto, neanche di sfuggita, neanche come sospetto, i due risultati clamorosi di queste elezioni: l'affermazione della lega e il tracollo (-70%!) della neo-battezzata sinistra radicale. Gli elettori leghisti non hanno il telefono fisso perché odiano il canone Telecom (e quindi non sono sondabili perché hanno solo il telefonino)? Gli elettori della sinistra radicale amano parlare di politica e quindi sono più visibili ai sondaggi (non si rifiutano di rispondere)?

Non si sa, in ogni caso questi flussi elettorali che hanno interessato milioni di persone, con effetti pesanti su tutto il cosiddetto quadro politico sono sfuggiti ai sondaggisti. E anche ai leader. Certamente agli interessati e a Veltroni e Bettini. Ma anche al molto lodato Berlusconi. Molto lodato per il suo fiuto elettorale, in particolare nel dopo elezioni da un Roberto Maroni in versione simil-Fede (ci siamo capiti) che parlava della inutilità dei sondaggi essendoci in Italia un uomo che li indovina sempre come se fosse onnipotente, appunto l'innominato Silvio B.

In realtà entrambi i fenomeni di cui sopra non li prevedeva neanche lui e i suoi sondaggisti di fiducia. Certo aveva previsto che senza la Lega il suo PdL poteva perdere, almeno al Senato. Non ci voleva molto fiuto però, era scontato, anche se la Lega fosse rimasta al 5% o nei dintorni.

Riguardo agli exit-poll è incomprensibile il motivo per cui si facciano ancora, anche questa volta erano totalmente sbagliati. Certo allargando sempre di più la forchetta il risultato in qualche modo si coglie. La prossima volta daranno le previsioni + o - il 10%. E' come ingrandire sempre di più il bersaglio e avvicinarlo a pochi metri. Anche un miope senza occhiali riuscirebbe a fare qualche punto con il tiro con l'arco. Qui invece la motivazione è che gli elettori del centro destra mentono. Sono dispettosi. Sono malfidati, pensano che in qualche modo si venga a sapere come votano. E il voto è segreto, come noto, in modo particolare per chi (evidentemente) se ne vergogna un po'. Eppure avranno applicato un fattore correttivo. Ma quanto mentono?

Io, senza pretendere di essere un esperto di statistiche e meno che mai di sondaggi, a questo punto abbandonerei le domande dirette del tipo "lei per chi pensa di votare?" per domande tangenziali del tipo "che acqua minerale usa?", "che macchina comprerebbe entro un budget massimo di 40 mila Euro?" "quand'è l'ultima volta che è andato all'estero?"  "lei ha mai sentito nominare un  certo giornalista di nome Panebianco?" "ha mai letto un suo articolo in vita sua?" "che tipo di zucchero usa?" e così via.
I risultati che si otterrerebbero sarebbero più attendibili, ne sono certo.

sabato 19 aprile 2008

Arrivano i russi

Come era prevedibile e previsto, nell'incontro con l"amico Putin" è venuta fuori l'Alitalia. L'Aeroflot. storica compagnia di bandiera sovietica con cui ai tempi si volava solo se obbligati, e che aveva però un plus per gli appassionati: il caviale (vero) gratis, tornerebbe sulla sua idea di qualche tempo fa. Comprare Alitalia e farne una specie di marca di lusso del gruppo, come la Jaguar per la Ford (che però l'ha appena venduta).

In occasione della prima asta avevano però mollato, probabilmente dopo aver fatto due conti e calcolato dopo quanto tempo la apparentemente brillante operazione avrebbe raggiunto il pareggio.

Perché nel frattempo la compagnia russa che effettuava una specie di servizio pubblico di autobus alato nell'immenso paese con i vecchi Antonov ad ala alta (a elica), dove salivano anziane contadine con le borse piene di verdura, (non sto esagerando per amore di note folkloristiche, è proprio vero) si era trasformata in una compagnia di tipo occidentale, con i conti a posto. Altra amara lezione per la nostra Alitalia e per la nostra spocchia del "made in Italy".

Ora Putin (che in Russia comanda su tutto, anche sull'Aeroflot) pare ci abbia ripensato, sono pronti a rientrare nella partita.

Nel frattempo non è che i conti siano migliorati e che l'Alitalia costi meno. E neanche la situazione di Aeroflot è cambiata radicalmente, tanto da far sì  che abbiano soldi da buttare.

Diciamo che c'è da fare un favore a un amico. Con Putin nella parte di Berlusconi e Berlusconi nella parte di Craxi. E Prodi nella parte di Prodi. In una riedizione della telenovela "vendita SME", con un acquirente vero con i soldi, ma sgradito al potere politico, e un acquirente finto, senza soldi ma complice. E l'obiettivo vero di mandare a monte la privatizzazione.

Perché alla destra italiana, alla faccia della Thatcher (che le privatizzazioni le faceva davvero) le privatizzazioni le sfugge come la peste. Dai vini siciliani Corvo, vrndita bloccata come prima azione del governo Berlusconi 2001, all'Enel multiutility di Tatò, a Sviluppo Italia diventata una nuova IRI (o EFIM, per chi ricorda questo carrozzone) nel quinquienno 2001-2006, e ora all'Alitalia.

D'altra parte, ora che comandano loro, perché dovrebbero privarsi di una fetta di potere, di consiglieri di amministrazione, amministratori e presidenti da nominare? E di tutto l'indotto che si può muover e influenzare?

Liberisti immaginari, capitalisti buoni solo per interviste a giornalisti a contratto.

In sottordine può anche essere un giochetto tra venditori e acquirenti. Il fnto concorrente serve per alzare il prezzo, per togliere potere all'Air France che sentendosi unico acquirente interessato stava ponendo condizioni sempre più duro.

Giochetti che si fanno, ma che a poker si chiamano bluff, e sono basati solo sulla credibilità (di chi bluffa) e sulla credulità (di chi abbocca).

In sottordine nel senso che è il secondo obiettivo se il primo salta.

Ora tutto si può pensare dei francesi (non sono molto simpatici, Zidane a parte) ma non che siano disposti a prendere bidoni dagli italiani e in particolare da Berlusconi. Meno che mai Sarkozy che certo non aumenterebbe la sua popolarità, non altissima, facendo favori all'amico italiano.

Trattandosi di un giochetto che capirebbe anche un ragazzino di 10 anni mediamente sveglio, è improbabile che ci caschino e che stiano lì ad abbassare le condizioni. Piuttosto faranno l'incontrario, abbandoneranno il tavolo chiedendo a Aeroflot di tirare fuori le carte (i soldi). A poker si chiama "vedo", in questo caso è più semplice (o più complesso) perché la mano non finisce qui e si possono fare ancora quanti giri si vuole.

Anzi più giri si fanno più l'Alitalia si strangola nel suo buco finanziario, e più si abbassa il suo prezzo per Air France. Che quindi ha interesse ad aspettare. Oltre a tutto, se proprio dovesse sfumare l'acquisto di Alitalia, non si tratterebbe di un danno irreparabile per Air France, forse neanche di un danno, propriamente. Infatti quando la trattativa è fallita per la opposizione dei sindacati il titolo alla borsa francese è salito.

Ma c'è una possibilità che invece i russi siano disposti a tirare fuori soldi veri? E a metterli sull'Alitalia che diventerebbe loro?

Secondo me sì, ma solo se i soldi glieli diamo noi, sotto forma di minori sconti sul gas o qualche altro marchingegno. Altrimenti, anche se fossero aiutati in parte, se ne guarderebbero bene dall'impelagarsi.

Resta il mistero del perché per la destra italiana e per i suoli elettori  la vendita ai russi è cosa buona e ai francesi è cosa cattiva. La italianità di Alitalia mi pare che sarebbe compromessa come e più della prima ipotesi. E sui posti di lavoro arriverebbero gli stessi tagli.

Intanto sta arrivando il "prestito ponte" che Berlusconi chiedeva già all'inizio della vicenda. E che Prodi e Letta (Enrico) si appresterebbero a concedere. Io lascerei a questo punto del tutto la palla al Silvio. Si è voluto mettere in mezzo, non so neanche se la cosa abbia avuto un effetto elettorale. Ma adesso le mani se le bruci lui con la patatona bollente che ha creato.

E il centro sinistra dovrebbe battere la grancassa su tutti i giornali (peccato che non ci sia un "Libero" di sinistra) con titoli del tipo "1 miliardo di denaro pubblico pronto a essere inghiottito dall'Alitalia" (è dieci volte tanto, lo so, ma Libero non avrebbe problemi a arrotondare), "Forse slittamento dell'abolizione dell'ICI per trovare i fondi per Alitalia" e così via.

Quello che è sicuro è che, anche a elezioni finite e risultati acquisiti, la cordata italiana continua a latitare. Imprenditori disposti a buttare soldi nel gratta e vinci Alitalia non se ne trovano.
 

giovedì 10 aprile 2008

Ma, dov'è finita la cordata italiana?

Ancora due giorni e la famosa cordata italiana non servirà più allo scopo. Sarà il colpo di scena finale a Matrix di Silvio B? Hanno ancora poco tempo gli imprenditori italiani per aderire e aiutare il prossimo presidente del consiglio (spera lui) come si dice "in tempi non sospetti" (i nostri nonni dicevano "antemarcia"). Aderire alla cordata dopo, magari con una fiche (ma si gioca alla roulette?), a cose fatte, sapendo il risultato delle elezioni, ha un valore molto più ridotto in questo particolare mercato.

Eppure, anche se basta una fiche (o un cip, ho sentito che qualcun altro la riferiva così, in stile poker), questi imprenditori proprio non vogliono venire fuori.

Sarà che, come dicevo io e, più autorevolmente Turani, non pare una grande idea investire denaro oggi in una compagnia aerea, sarà che gli imprenditori preferiscono investire nel loro settore, nel caso (non certo) di avere dei soldi da investire. Oppure sarà che a forza di tirare bidoni il buon Silvio si è fatto la terra bruciata attorno. Va bene essere fiduciosi, va bene essere di destra, va bene essere contro i sindacati e la concertazione, ma forse hanno fatto caso agli ultimi due casi clamorosi.

Prima il povero Mastella, utilizzato come insider nell'Unione per le cose che stavano più a cuore al capo (la legge sulle TV, il CDA della RAI, la commissione d'inchiesta sul G8), poi utilizzato per far cadere il governo Prodi. Con la promessa di candidare Lady Mastella per il CD alla presidenza della regione Campania non appena Bassolino si fosse dimesso. Ed era scontata la presenza dell'Udeur nella coalizione di CD alle politiche. Poi, sappiamo come è andata, Mister e Lady Mastella totalmente appiedati, con tutto il resto del partito in fuga.

Poi è arrivato Casini, voleva a tutti i costi il governo istituzionale, lo voleva dall'11 aprile 2006. Ma il capo lo ha minacciato, se rompi e non segui la linea sei fuori dalla CdL. Lui ha obbedito, si è piegato, ha addirittura subito una scissione da Baccini e Tabacci, siamo arrivati alle sospirate elezioni anticipate. Ed è arrivata la famosa telefonata in Eurostar. Quando Casini, che stava portando la moglie incinta a fare una ecografia a Bologna (ma in tutta Roma non c'era un ecografista all'altezza?) viene informato sul telefonino da Letta che avevano formato un nuovo partito e lui era fuori, a meno che rinunciava a tutto e accettava di fare il numero 3, sullo sfondo. Sui giornali si immaginava la scena con Fini che chiedeva a Berlusconi "adesso a Casini chi glielo dice?" e lui "Letta, ci può pensare lei?" (anche secondo me si danno del lei).
E non parliamo di Dini, che doveva diventare presidente del Consiglio, poi presidente del Senato, ora diventerà un senatore di CD tra i tanti (ma lui spera ancora in qualcosa, secondo me).

Voi direte, ma sono politici, sono presuntuosi, pensano di saperne più di lui, in una parola i candidati ideali per prendere un bidone da Berlusconi. Non sono mica imprenditori. Però c'era stato anche D'Amato, il predecessore di  Montezemolo alla Confindustria. Gli aveva promesso una nuova fase di relazioni industriali. Fine della concertazione, fine dei contratti nazionali, fine del potere dei sindacati. Flessibilità estesa a tutti, abolizione dell'art. 18, e magari poi anche di tutto lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

E invece si è ritrovato con la legge Biagi e il Patto per l'Italia. Sì qualcosa c'era, la cessione del ramo d'azienda, la estensione della deroga all'art. 18 per le imprese che partono sotto ai 15 dipendenti, l'isolamento della CGIL.

Ma c'era anche tutto un marchingegno di regole che rendeva le collaborazioni più a rischio e più costose di quanto fossero prima. E, soprattutto, dopo questo Patto per l'Italia la cosa si è fermata lì. La CGIL di Cofferati si è ripresa come sappiamo. E anche dentro al governo la linea liberista della Confindustra è stata contrastata anche dalla destra sociale e dalla UGL, altro che Thatcher in Italia.

E difatti D'Amato si è ben guardato dall'accettare la candidatura nel PdL, e non è stato neanche poi tanto un "cortese rifiuto". Aveva sentito profumo di un altro bidone anche lui, il secondo. Gli avevano ventilato che sarebbe diventato ministro (lo promettono a tanti, anche a Magdi Allam, pare) ma lui ha capito subito che al momento buono gli avrebbero comunicato con qualche scusa che la cosa non era possibile e si sarebbe trovato parlamentare peone, e isolato.

Sì, penso proprio che gli imprenditori italiani abbiano letto con grande attenzione questi fatti, attenzione sicuramente superiore a quella dei politici. Oppure, non sono affatto sicuri della vittoria certa del PdL e del suo maturo leader.


giovedì 3 aprile 2008

Always Late In Take-off Always Late In Arrival

Per la nostra compagnia, era sottolineata la creatività con la quale, per sempre diversi motivi, si arrivava comunque in ritardo. Per TWA il motto era diventato Try With Another plane, mettendo in evidenza la propensione a cancellare i voli. La disorganizzazione cronica era invece il tratto distintivo della compagnia belga SABENA per la quale era stato creato uno degli slogan più efficaci: Such A Bloody Experience, Never Again!

Altre compagnie erano invece accreditate dalla fama di grande puntualità. Ad esempio Lufthansa. In occasione di un viaggio ho anche sperimentato qual era il loro metodo per ottenere questo risultato. Andavo a Monaco di Baviera e, contrariamente al mio solito, avevo deciso di sperimentare il bagaglio light. Nel senso che avevo messo tutto in valigia e avevo eliminato la valigetta più piccola con le cose indispensabili, che portavo come bagaglio a mano. In pratica ero partito solo con un maglione (era primavera) e una valigetta da ufficio tipo 24 ore, con alcuni documenti di lavoro che volevo guardare durante il volo.

All'arrivo però la valigia che avevo imbarcato non c'era. Anche se per fortuna non dovevo vedere dei clienti il giorno dopo ero piuttosto contrariato. Mi sono arrangiato per la notte con quello che ho trovato in albergo e ho iniziato a prepararmi psicologicamente a una settimana di scomodità. Ma il giorno dopo la valigia è arrivata in albergo. Ho scoperto così di essere stato vittima di un overbooking sui bagagli, prassi che la Lufthansa seguiva comunemente per evitare ritardi.

In effetti il volo che avevo preso era completamente pieno di tedeschi che tornavano da una vacanza a Roma. Erano tutti stracolmi di bagagli e di shopping ed arrivavano quindi tutti al limite dei 20 Kg. La stiva dell'aereo non è sufficiente in questi casi (il dimensionamento è statistico) e la soluzione della compagnia aerea tedesca era di lasciare semplicemente a terra una parte dei bagagli, gli ultimi. Li avrebbero portati con il volo successivo. Io avevo ed ho l'abitudine di arrivare all'aeroporto all'ultimo minuto consentito, e così sono incappato nell'overbooking.

Col senno di poi, visto come sono andate le compagnie aeree citate in precedenza, aveva ragione la Lufthansa a puntare alla puntualità ad ogni costo, anziché allo sforzo di accontentare tutti.

Perché l'Alitalia e i suoi dipendenti, in realtà, ce la mettevano tutta per superare gli imprevisti e la disorganizzazione, che sono un tratto distintivo del nostro amato paese.

Un paio di episodi che ricordo sono legati agli scioperi del personale di terra, che non scaricava i bagagli, scioperi che si sono protratti per mesi a fine anni '80.

L'aereo non partiva da Roma perché a Milano era in corso questo sciopero, dopo una lunga attesa si scopre che forse era possibile atterrare a Malpensa, così partiamo. Arrivati lassù però si scopre che lo sciopero si era esteso anche a quello scalo. Ma il personale di volo dell'Alitalia ha gestito l'emergenza, uno steward e un passeggero volontario sono saliti nel bagagliaio dell'aereo (che era basso per fortuna, il solito MD-80) e tutti noi altri abbiamo formato una catena umana, scaricando in breve tempo i bagagli.


Al momento del ritorno verso Roma, in un viaggio successivo, si è ripresentato lo stesso problema, era la solita sera del venerdì, non c'era la nebbia, l'aereo era arrivato da Roma in orario, ma non si partiva perché nessuno poteva caricare i bagagli. Che erano anche pochi, perché la maggioranza dei viaggiatori, che erano a Milano per lavoro, avevano solo il bagaglio a mano.

Anche in questo caso il personale di servizio dell'Alitalia si è ingegnato per far partire in qualche modo l'aereo. Con una Panda di servizio della compagnia, unico mezzo che poteva circolare sulla pista di Linate, hanno caricato con più viaggi i bagagli. Ricordo una hostess in tacchi alti che si ingegnava di far entrare una enorme valigia nel bagagliaio della Panda (noi osservavamo le operazioni dalla sala di imbarco, mentre scendeva la sera).

Ancora un altro ricordo dell'ingegnosità Alitalia è legato ad un viaggio a Bari, stavolta nei primi anni '90, questa volta lo sciopero riguardava i rifornimenti di carburanti. Partiti i voli principali della mattina il cherosene a Fiumicino era finito.

Dopo la solita attesa agli addetti dell'Alitalia viene l'idea, andare a fare rifornimento a Ciampino, dove ancora si trovava. Comunicata la decisione, alcuni passeggeri a quel punto rinunciavano (sarebbero arrivati troppo tardi) ma altri tenacemente insistevano nel proposito. Tra cui io, che dovevo arrivare a Matera alle 10 (avevo anche noleggiato un'auto all'aeroporto) ma avevo telefonato e mi avevano detto che mi avrebbero aspettato, in ogni caso qualcuno della mia società doveva partecipare a quella riunione.
Quindi abbiamo fatto la traversata di Roma in aereo, da Ovest a Est, ovviamente il velivolo non è andato in quota, è rimasto a 2000 metri, era una bella giornata di sole e abbiamo potuto goderci le bellezze di Roma dall'alto. Ho scoperto così che un jet non è il mezzo più veloce per attraversare Roma, contrariamente alle aspettative, perchè ci sono voluti più di 40' (20' di decollo e 20 di atterraggio).

Per la cronaca, sul far delle 13 la mia costanza è stata premiata e sono arrivato a Matera.

Insomma l'Alitalia era sì una compagnia che ti faceva partire sistematicamente in ritardo e fatalmente anche arrivare non all'ora prevista, ma era piena di gente volonterosa e simpatica, e che oltre a tutto parlava italiano. Quindi alla fine, un po' il nazionalismo, un po' le Mille Miglia, prendevamo lo stesso i loro voli. Naturalmente però, solo quando il biglietto lo pagava l'azienda.

Poi sono arrivate le compagnie low cost ("i loro salatini vi costano salati") e sono cominciati i problemi grossi. A quel punto i manager dell'Alitalia (vai a ricordare chi fossero, ne sono cambiati tanti) avrebbero dovuto pensare una strategia di risposta, ma non l'hanno fatto, forse non si sono neanche accorti di doverlo fare.

E il risultato di questa lunga stagione è la crisi arrivata al capolinea in questi giorni, con un compratore tenace ma non al punto di accollarsi l'Alitalia esattamente così com'è, una fantomatica cordata italiana di altrettanto fantomatici imprenditori disposti a mettere i loro soldi su un mercato con ritorno dell'investimento molto teorico (ma perdite invece assai probabili), ipotetici ma vietati aiuti statali, e italiani così affezionati all'Alitalia da motivare il loro voto in base all'impegno di questo o quel partito per salvare la compagnia. Forse. O forse affezionati sì, ma solo se non devono metterci i soldi (o le tasse) loro, proprio come facevano quando dovevano scegliere la compagnia aerea per andare in vacanza.

martedì 1 aprile 2008

Malpensa


Oltre a tutti gli altri problemi Alitalia si porta (portava) dietro la zavorra dello scalo di Malpensa. Non so quanti siano mai partiti o arrivati a Milano Malpensa, e quindi abbiano un'idea di che zavorra sia. Mi ci portava mio padre quando ero un bambino piccolo (e vivevamo a Novara).


Lui era stato in aviazione durante la guerra e gli aerei lo appassionavano ancora molto. Gli aerei civili, naturalmente, per la funzione che iniziavano ad avere (erano gli anni '60) di porta aperta sul mondo. Infatti se aveva una occasione di viaggiare per lavoro la coglieva sempre. Era una lunga gita, arrivavamo (la Domenica mattina, naturalmente) in quel piccolo aeroporto sperduto in mezzo alla campagna e vicino alle montagne, andavamo sulla terrazza (all'epoca si poteva, bei tempi) e guardavamo gli aerei che partivano e arrivavano. Mio padre ci insegnava i nomi degli aerei e delle compagnie aeree, TWA, PanAm, BOAC, Air France, Sabena, KLM, Lufthansa, Aeroflot (casualmente le prime non ci sono più) e poi le altre esotiche, da paesi lontani, che immaginavamo collegati, quasi vicini, quasi alla portata grazie a quell'elastico rappresentato da quel velivolo, da quel jet (o allora anche turboelica, a volte). Invidiavo con tutte le mie forze quei signori e quelle signore che scendevano e salivano le scalette, e mio padre che ogni tanto partiva anche lui. Non vedevo l'ora di salirci anch'io.

Per l'uso pratico però l'aeroporto di Malpensa era ed è molto meno adatto. Quando all'aeroporto di Roma comunicavano che Linate era chiusa per nebbia e che il volo sarebbe stato operato su Malpensa vedevo i viaggiatori (milanesi) che si disperavano e rinunciavano al volo. Una volta che hanno deviato me ho capito il motivo: l'aeroporto di Milano è a Varese! Va bè che nella pianura padana tutte le città sono abbastanza vicine, ma quel giorno ci ho messo tutta la mattina per arrivare a Milano, all'impegno che avevo, e la sera dovevo tornare.

E tutte le altre volte che ci sono tornato (sempre per caso, voli deviati, scioperi e simili) l'impressione che mi faceva quell'aeroporto non era molto diversa da quella che ricavavo da bambino: una landa desolata, solo molto più tecnologica e molto più grande.

A un certo punto, per motivi misteriosi, ma pare legati in qualche modo alla Lega e al voto del Nord, Malpensa è stata rilanciata, era diventata un hub (mozzo di una ruota, metaforicamente centro, fulcro da cui si dipartono attività, per chi sia interessato al significato di questo termine inglese ripetuto acriticamente), verso quale raggera di attività non era del tutto chiaro. Penso verso le altre località della Padania, da e verso le quali i viaggiatori si sarebbero recati all'hub per poi partire verso ogni angolo del mondo.

Solo che il mozzo della ruota era piuttosto scentrato, vicino a Varese c'è ben poco di interessante per attirare viaggiatori, le montagne della Svizzera, la Valtellina, Como, Milano ... Ma Milano un aeroporto ce l'aveva già, e quasi dentro la città. Così i viaggiatori da Milano o da Pavia o da Lecco o da Lodi trovavano una soluzione molto più semplice per andare a Rio o a New York, prendevano un volo da Linate a Roma e poi salivano su un volo intercontinentale di una tratta molto più battuta e a prezzo molto più basso. Un'ora in più? E che problema c'è con i ritardi che si incontrano nei voli lunghi? A volte è il tempo che si perde ad aspettare i bagagli. I veri viaggiatori sono preparati a questo ed altro.

Se Milano fosse una città turistica Malpensa sarebbe diventata come Stansted per Londra: un aeroporto lontano (in pratica sta ad Oxford) specializzato per i low-cost. Solo che un turista su 10, forse, include nel suo tour italiano Milano (bella o brutta che sia, a me piace come città). Il grosso traffico è commerciale, per lavoro, ma spesso si chiuse in giornata, addirittura in mezza giornata (ricordo riunioni al pomeriggio a Milano). E Linate per questo scopo è l'ideale, casomai è Fiumicino che è un po' lontano.

Non c'è da stupirsi con queste premesse, non difficili da prevedere, che il secondo hub italiano non sia decollato, costituendo l'ennesima zavorra aggiuntiva per schiacciare al suolo l'Alitalia, alla quale ovviamente era stato mollato in gestione. 

Ironia della sorte, è ancora Malpensa a far scendere in campo il cavaliere bianco e le sue cordate italiane. Sono ancora i leghisti che (vai a sapere il perché) vogliono salvare a tutti i costi Malpensa. Penso sia nazionalismo pre-secessionista: nella futura nazione padana, staccata finalmente dall'Italia, non ci sarebbe più un aeroporto internazionale. Deve essere per forza una motivazione come questa: ideologica e immaginaria, per giustificare una ostinazione dimostratasi con ogni evidenza anti economica.

Naturalmente arriva in soccorso tutto il corredo di infrastrutture mancanti: la ferrovia che collega Milano a Malpensa (da fare), la super-autostrada e così via. Pare che chi parla di queste cose non sia mai partito in aereo. La cosa più comoda è arrivare all'aeroporto più vicino e mollare le valigie al check-in, minore è il tragitto e minore e il costo del taxi (che rimane sempre il mezzo più comodo per partire per un viaggio) o si può trovare qualcuno che ci accompagna in auto. I trasbordi da treno, metro, bus sono un tormento quando si è carichi (si nota all'improvviso quante barriere architettoniche esistono) oltre allo stress dei ritardi (che si cumulano) che fanno partire (e arrivare) gli ansiosi un'ora o due prima.

Se le faranno (ne dubito) queste infrastrutture rimarranno, temo, deserte o quasi come Malpensa, monumento (costoso) alla Lega.

Per ora hanno inaugurato un'autostrada da 18 Km (leggo sui giornali di ieri) che però sono un po' meno di quelli necessari per arrivare a Milano.