sabato 31 maggio 2008

Roma trema


La sicurezza continua a tenere banco, è il principale cruccio degli italiani. Non solo Milano trema (come già avveniva,a quanto pare, negli anni '70, generando un intero filone di film "poliziottesco") ma ora anche Roma, nella nuova gestione Alemanno, vive nella paura.

Così dicono tutti i giornali. Così ribadisce l'ultimo numero di Panorama con autorevoli interventi di Ferrara, Vespa e del nuovo acquisto Luca Ricolfi.  Che ribadiscono un concetto: gli italiani hanno paura, hanno ragione ad avere paura (perché sono in maggioranza ad avere paura) e fessa la sinistra, e destinata alla perenne sconfitta, quando nega questo sentimento di paura e non si attrezza per dare ad esso risposte. La destra invece ha capito subito che questa è una priorità e l'ha prontamente messa al centro della sua azione (o forse l'ha semplicemente inventata e messa al centro dei pensieri degli italiani, ma il risultato non cambia).

No, non voglio partire con la solita confutazione statistica basata su confronti comparati con altri paesi dell'Occidente sviluppato, come scriveva giustamente Veltroni nel suo commento alle elezioni, non è con le statistiche che si diminuisce il sentimento di paura. Anch'io dicevo in un intervento di molti mesi fa (Tolleranza infinito, di settembre 2007) che anche se ci sono solo 3 scippi ogni 100 mila abitanti sono tre scippi di troppo, sopratutto per chi li ha subiti. E non voglio partire neanche con la mia esperienza personale di abitante del Rione Monti di Roma. Non voglio portarmi sfiga da solo.

Faccio invece un altro tipo di considerazione, molto netta: non è affatto vero che gli italiani hanno paura. Certo, interrogati o sondati ripetono tutti che la sicurezza è il loro problema principale, ma non si comportano di conseguenza. Non si chiudono in casa alle 10 di sera, ma alle 2 di notte del sabato in centro a Roma ci sono ingorghi neanche confrontabili a quelli delle 9 di mattina. Alle loro figlie, anche non maggiorenni, concedono di tornare a casa entro le 3 o le 4, si raccomandano solo che le accompagni qualche amico, ma lo sanno che non esistono più i ragazzi cavallereschi di una volta. Prendono soldi al Bancomat, li mettono nel portafogli e poi si incamminano tranquilli per le strade dei rioni descritti dai giornali come un Bronx romano. Parcheggiano noncuranti le loro belle auto e i loro enormi scooter in qualsiasi stradina, anche desertica; certo, spendono fortune in antifurto, ma hanno sicuramente fatto caso al totale disinteresse e alla generalizzata inazione che accompagna lo scattare delle sirene dei suddetti antifurto, quindi sono consapevoli, in modo più o meno esplicito, della loro sostanziale inutilità.
Anche la povera signora Reggiani, origine inconsapevole e sfortunata di questa psicosi, non ha avuto abbastanza paura da evitare di tornare a casa di sera alla stazione ferroviaria Tor di Quinto, in stato di colpevole degrado e collegata solo da una stradina privata non illuminata. Ed è stata purtroppo vittima di un infame criminale.

No, i romani non si comportano affatto come un popolo impaurito e ridotto in case trincerate da sacchetti di sabbia ("... e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia / fuori dalla finestra" cantava Lucio Dalla nel lontano '76) per difendersi dall'assalto incessante della malavita. Roma non assomiglia affatto ad una Beirut o una Bagdad con il coprifuoco in vigore.
Certo, un bel numero di persone, soprattutto se in età, non escono di casa e guardano la vita scorrere in televisione. Ma lo fa fanno per scelta, perché arrivano a casa distrutti dal lavoro, perché la movida costa. Sono quelli della vita casalinga, vivrebbero così anche se abitassero nel Liechtestein. Certo chi abita in ville isolate qualche problema statistico ce l'ha, senza confutazioni. Ma per la maggioranza le statistiche funzionano, è la paura che non funziona.

Ma l'origine della paura e del disagio, forse possiamo cominciare a dircelo, non è la cosiddetta micro-criminalità (che non è mai micro per chi la subisce). Questa c'è sempre stata. E' qualcosa di nuovo rispetto all'epoca dei polizieschi anni '70, è qualcosa di nuovo, qualcosa degli ultimi 10 anni, qualcosa che ipocritamente gli interessati non riconoscono di avere; è, banalmente, l'invasione degli immigrati. Qualcosa di ben diverso dalla necessaria prudenza richiesta a chi vive in una comunità complessa, dove una quota di illegalità, a quanto pare, è inevitabile. E dalla costante attenzione che amministratori e governi devono sempre avere per la repressione della criminalità.

Era tutto scritto in un racconto profetico di Ballard di diversi anni fa, "Il giardino del tempo"; ora ci siamo arrivati, nella realtà. Stranieri, estranei al nostro modo di vita, diversi nelle fattezze, nella lingua, nei costumi, si muovono sempre più numerosi nelle nostre città. E noi abbiamo paura, ma non possiamo confessare il perché, per timore di passare per razzisti, e quindi parliamo di sicurezza e inventiamo personali statistiche ("non se ne può più", "una donna appena esce di casa rischia di essere violentata", "una volta potevi lasciare una macchina aperta e non succedeva niente" [mai stato vero, lo so per esperienza], "non si sente parlare d'altro xhe di scippi", "ci vuole il porto d'armi", "chi te l'ha data questa?", "me l'ha data questo!"). Tutta ipocrisia per mascherare il nostro vero sentimento: la paura di essere invasi, di finire in minoranza a casa nostra, di essere sommersi, la difficoltà di vivere a contatto con loro, il senso di colpa per la nostra pigrizia nel fare figli, nell'affrontare sacrifici.

Quindi, prendiamo coraggio e affrontiamo il vero problema: come gestire l'immigrazione.  (nelle prossime puntate)

(Le immagini sono tratte da film polizieschi degli anni '70 sulla criminalità dilagante, la polizia impotente e i bravi cittadini in preda alla paura. Quindi, se i vostri genitori vi dicono che ai loro tempi queste cose non succedevano e si poteva uscire alla sera senza pericoli, mentono.)

lunedì 26 maggio 2008

Lo spirito del '94 (seconda parte: pessimismo cosmico)

Anche sul lato di sinistra si respira lo spirito del '94, dopo la sconfitta elettorale di aprile. Allora la vittoria della destra era stata tanto repentina da gettare in uno sconforto con venature di panico buona parte della sinistra, passata dall'illusione del definitivo tramonto della cultura spregiudicata e priva di regole della "Milano da bere" al trionfo della stessa Milano per mezzo di uno dei più fortunati esponenti di quella stagione. Con in più i missini (non ancora AN) che si apprestavano a partecipare in prima persona al governo. La prima volta dai tempi di Tambroni. E solo 3 anni dopo aver festeggiato tutti assieme (Fini in testa) l'anniversario della marcia su Roma.

Cuore, la indimenticabile rivista satirica di Michele Serra e altri formidabili umoristi (ricordate? "Ustica. Vacilla l'alibi di Cocciolone") era uscita con un numero che associava l'Italia del '94 a quella del '36, con le firme del periodico, Serra in testa, che fingevano di essere già esuli in Francia e di scrivere i loro articoli da laggiù. Corrado Guzzanti aveva inventato il personaggio del giovane speaker di una radio di sinistra che a un certo punto realizzava che tutta la vicenda non poteva essere vera, doveva essere per forza un sogno o uno scherzo, e la prova era che Giuliano Ferrara era ministro, una cosa che non poteva succedere nella realtà (invece ...). Rai 3 era diventata la riserva indiana, con Paolo Rossi nelle vesti del grande irriducibile capo Geronimo, che ospitava Francesco Guccini o Margherita Hack e i loro interventi nei quali mettevano a nudo il nuovo potere. Che però invadeva le altre e ben più frequentate reti con pensionati plaudenti il taglio delle pensioni e yuppies felici della svolta appena avvenuta.

Sabina Guzzanti aveva invece l'idea di proporre il pessimismo nel futuro della sinistra direttamente a Sanremo, presentando il brano Troppo sole, accompagnata da un gruppo che si chiamava proprio La riserva indiana, e subendo persino contestazioni plateali , perché si permetteva di criticare velatamente il nuovo corso. Su Linus Maramotti immaginava le classi di scuola del futuro dove tutti gli alunni si chiamavano Giovansilvio, Marcosilvio, Giansilvio, Lucasilvio e così via.

E i politici di sinistra? Non mi ricordo che facessero proprio niente per contrastare il nuovo potere arrivato attraverso lo schermo delle televisioni (private). Il sindacato invece eresse un muro a difesa dei timidi tentativi di imitazione della Thatcher del capo, un muro efficace non solo per fermare quella riforma delle pensioni, ma anche per minare la tenuta della coalizione che, come si ricorderà, si è ribaltata da sola poche mesi dopo, a neanche un anno dall'insediamento.

Ora percepisco lo stesso pessimismo cosmico, la stessa presunzione di sconfitta perenne verso una una coalizione, anzi ormai un partito unico, guidato da un capo che si è dimostrato inossidabile, impermeabile alle profezie di Montanelli e alle lunghe assenze dal potere. Un pessimismo che nasce soprattutto dalla percezione del tranquillo ottimismo aziendale degli altri, che hanno smesso addirittura di essere aggressivi, tanto si sentono sicuri e poco minacciati da una sinistra ormai irrimediabilmente minoritaria. Un sentimento di solitudine, notando che ogni accenno anche moderato alla difesa di valori che sembravano scontati (che so, il rispetto del diverso, anche se, putacaso, è zingaro) cade in uno sprezzante silenzio, quando va bene, o viene contrastato con decisione, senza alcuna timidezza e nessuna propensione al politically correct.

E la nostra povera Resistenza ridotta a tema per i pochi che continuano a interessarsene, sempre più lontana nel tempo e nello spazio, sempre meno esempio per chiunque, sempre più sconosciuta e confusa nella distanza dei decenni per i giovani, e sempre più soggetta agli attacchi dell'"infame" Pansa, che ha aperto giusto adesso un nuovo fronte, quello dei partigiani che si ammazzavano tra loro, la guerra per bande. Pare i partigiani siano stati impegnati quasi solo a farsi la guerra tra di loro e a uccidere inermi fascisti appena arrivati gli americani. Chissà se dopo tutti questi anni di sforzi Giampaolo Pansa riuscirà finalmente a diventare direttore del Giornale? L'altro giorno c'era in grande evidenza una sua intervista, ovviamente sui cattivi partigiani). Penso che stavolta sia vicino alla meta.

Tanti segnali molto, troppo, chiari, e la sensazione di sentirsi soli e sempre di meno, una tribù accerchiata, come gli apaches di Geronimo sulle montagne del New Mexico.

Eppure, eppure forse non è così. Il centro destra, il PdL e proprio lui, Berlusconi, hanno venduto agli italiani, questa volta, un loro reale elemento di forza, non più un luminoso futuro, qualcosa che possono veramente provare di avere da vendere: la stabilità. Lo hanno dimostrato, lo ha dimostrato nei cinque anni del suo governo. Qualche occasionale contrasto gli è costato molto in termini elettorali, a comprova di quanto un governo stabile, che non litiga, non discute e non disturba, sia importante per gli italiani. Ma è durato comunque cinque anni, nessun altro ci è riuscito. E' vero quindi, la stabilità può essere garantita dal centro destra, e solo dal centro destra, non è una promessa elettorale come le "meno tasse per tutti" o "il nuovo miracolo italiano". Questo è stato il loro prodotto in offerta il 13 e 14 aprile, l'unico, e gli italiani lo hanno comprato.

Ma non basta. La stabilità, certo è una bella cosa, ma non è la risposta.

Gli italiani hanno una domanda nel cervello, non riescono a focalizzarla bene, forse non è neanche la stessa per tutti, ma hanno qualcosa da chiedere a chi li governa. E questo qualcosa indefinibile e sfuggente, variabile con gli influssi esterni, mutevole nel tempo anche per la stessa persona, non è la stabilità. La stabilità è un mezzo, non un fine. E il fine è la risposta. E la destra non ha la risposta.

(L'immagine rappresenta The Spirit of '76, il celebre dipinto di Archibald Willard sulla rivoluzione americana, che mi ha ispirato il titolo del post)

sabato 24 maggio 2008

Cabaret politico n.3 (gli immigrati sono tra noi)

Ci sarebbero molte novità del nuovo corso politico ed economico da commentare, ma preferisco lasciarle decantare ancora un po' (annunci molti, fatti pochi) e dedicarmi per una volta al cabaret politico, ovvero all'umorismo involontario che si può ricavare da dichiarazioni apparentemente serie e ponderate.
Difatti ci arrivano periodicamente dalla radio, o dai giornali, o dalla tele, frasi apparentemente normali, che passano per un attimo per il nostro cervello, lasciando a volte qualche sedimento, altre volte nessuna traccia apparente. Ma che, ad una analisi appena un poco approfondita, si rivelano prive di senso.

Ogni tanto me le segno.

Clandestini a orologeria

Ad esempio il capogruppo della Lega intervistato su un GR Rai qualche giorno fa affermava: "tanti immigrati clandestini costituiscono una bomba a orologeria ..."

Solita posizione della Lega, solito richiamo al proprio elettorato xenofobo (letterale ed esatto: "paura dello straniero"). Ma approfondiamo un momento la coerenza interna della frase.

Com'è l'immigrazione? Sempre "clandestina". Ovvero cattiva, minacciosa, negativa, da contrastare. Avete mai sentito un esponente della Lega pronunciare la parola "immigrazione" senza accompagnarla con l'aggettivo "clandestina"?

Penso mai. Perché per la Lega e per il suo elettorato l'immigrazione è sempre clandestina, L'immigrazione buona non esiste. O, per meglio dire, è una immigrazione utopica, con datori di lavoro italiani che assumono direttamente le badanti e le colf nel loro paese d'origine, in Moldavia e nelle Filippine o in Perù. Andandoci di persona? Per telefono? Scambiandosi le foto?

Una specie di adozione internazionale applicata alla forza lavoro?

Nella quasi totalità dei casi, come sappiamo tutti, l'assunzione è preceduta da un colloquio e da una conoscenza diretta della persona, che deve già essere in Italia, perché già con permesso di soggiorno, oppure entrata in modo semi legale (con visto turistico o simili) o non legale.

L'altra cosa che colpisce è l'uso della parola "bomba". La bomba è qualcosa che può esplodere, anche accidentalmente, e che può fare molto male a chi è nel raggio d'azione. Se poi è ad orologeria c'è un timer che procede inesorabile. Bisogna far presto a disinnescarla.

Un altro modo per associare un sentimento di paura alla parola immigrazione.

Non c'è dubbio che tutti i paesi che hanno vissuto movimenti migratori in ingresso hanno sperimentato anche disagi e problemi di vario tipo. Ma deflagrazioni drammatiche in realtà non se ne ricordano. La più imponente e rapida immigrazione clandestina l'hanno vissuta proprio gli Stati Uniti. Una massa enorme di persone sono entrate con ogni mezzo dal Messico o dal Centro America, nonostante l'uso di ogni mezzo di dissuasione. Nel giro di una sola generazione in America è sorta una comunità ispanica che è diventata una delle principali del paese, e che ormai nella sua parte "arrivata" vota già repubblicano. La California, meta preferenziale, ha vissuto scompensi non lievi, ma è anche diventata una delle zone del mondo con crescita e sviluppo più elevati. Se non facesse già parte degli USA potrebbe entrare da sola nel G7 e sedere nel club dei paesi più industrializzati.

Sanatoria mai!

Maroni invece sostiene che sarebbe la prima volta che si fa un provvedimento di grande rigore ma senza sanatoria. Subito però si è affrettato ad aggiungere che si pensa a qualcosa per risolvere il problema delle badanti.

La prima incoerenza è tanto evidente che non c'è neanche bisogno di sottolinearla. Senza sanatoria vuol dire senza sanatoria, in italiano, risolvere il problema delle badanti da regolarizzare (alias clandestine) vuol dire fare una sanatoria, magari solo per loro, ma sempre una sanatoria è. Che fatalmente si estende a tutti. D'altra parte la Lega e il CD sono esperti in sanatorie. Con la legge Bossi-Fini hanno realizzato la più imponente sanatoria della storia italiana.

Ma la seconda incoerenza, meno evidente, ma a tutti chiara, riguarda gli altri 500 mila lavoratori che hanno fatto domanda di regolarizzazione. Non c'è un solo italiano, meno che mai al ministero dell'Interno, che pensa realmente che questa massa di persone sarà o potrà mai essere espulsa dall'Italia. Non ci riusciremmo neanche se lo volessimo. A parte che innescherebbe un caso internazionale altro che il Tibet, dove li andremmo a cercare, e con chi? L'esercito italiano al momento ha meno di 300 mila effettivi, e non mi risulta che ci siano altre forze dell'ordine inutilizzate o sotto utilizzate. Se fossero concentrati tutti in un solo posto, usando carri armati e autoblindo e mettendo nel conto qualche esito drammatico e requisendo una flotta di navi .... Ma sono sparpagliati in ogni città o borgo d'Italia. E sono indispensabili, al 90%, per gli italiani per i quali lavorano.

L'idea sarebbe evidentemente non questa, ma di tormentare queste persone rendendo loro la vita difficile, con una stretta sul sistema sanitario, sul sistema scolastico, sulle pratiche per prendere una casa in affitto. Convincendoli quindi ad andare via.  Cosa che per qualcuno può anche accadere, peccato però che, per una ben nota legge economica (quella della domanda e dell'offerta) restando la domanda (di lavoro) forte, per ognuno che se ne andrà ne arriveranno altri due.

L'unico modo per fermare l'immigrazione, a pensarci bene, è ridurre la domanda, cioè reprimere il tenore di vita degli italiani e l'attività delle imprese al punto da rendere economicamente non sostenibile il ricorso a personale domestico o a nuovi lavoratori. Non so se sia questo l'obiettivo del governo.

La Spagna ci teme

La terza frase che ho carpito, e questo era un redazionale, del GR3, riguardava le critiche spagnole alla nuova xenofobia italiana. Ispirate probabilmente, diceva la speaker, al timore in Spagna di un aumento degli arrivi di clandestini a seguito della stretta in Italia. Ingenui ministri spagnoli che pensano, con una intervista o con una battuta, di cambiare le priorità di un governo che, se gli togli gli immigrati, non ha molto altro da investire nel mercato dei media per mantenere il consenso? Paura della ben nota efficienza italica, frontiere ermeticamente chiuse che respingono gli inesausti flussi di migranti dall'Africa del Nord, dall'Est Europa ancora non comunitario, dal lontano Oriente? Aspiranti immigrati clandestini che puntano quindi, invadendola, alla più tollerante Spagna (sono di sinistra! devono essere tolleranti per forza)?
Ero in macchina e mi sono messo a ridere da solo.

Forse dovremmo ricordarci che la Spagna punta allo sviluppo ed è in competizione con noi, che la ricchezza di un paese dipende anche da quante sono le persone che lavorano per produrla, e forse avremmo una risposta per il nuovo e più netto antagonismo spagnolo. Siamo noi l'anello debole.

(Le immagini sono tratte da due notevoli film che trattano il  tema dell'immigrazione messicana verso la California, Bread and Roses di Ken Loach e Babel di Alejandro Inarritu)

giovedì 22 maggio 2008

Lo spirito del '94 (prima parte: ottimismo aziendale)

Respiro intorno a me lo spirito del '94, che sembra essere tornato tra noi, quattordici anni dopo. Allora lavoravo in una società multinazionale americana, proprio nel settore commerciale, anzi, da poco ero passato a tutti gli effetti alle vendite.

I venditori e le venditrici che mi circondavano, e con cui collaboravo da anni, che erano anche amici e amiche, erano entusiasti del cambiamento. Molti già da prima, ma ora in massa e in modo ancora più convinto. Dopo quell'annuncio dato alle 10 di sera di un lunedì da una Rosanna Cancellieri che non vedeva l'ora di leggere gli exit poll con la grande notizia. Il nuovo partito appena lanciato da quello che (incautamente) un anno prima era stato definito da Cuore "l'ultimo craxiano a piede libero" aveva vinto a sorpresa le elezioni.

Nei commenti in ufficio i miei colleghi, alcuni del genere yuppies, ma in generale pervasi da un corretto approccio meritocratico, si attendevano un effettivo e percepibile cambiamento. Qualcuno si aspettava che finalmente si aprissero gli armadi dei segreti di stato, qualcun altro liberalizzazioni e riduzioni del settore pubblico. C'era entusiasmo, misto al sollievo di essersi liberati della "vecchia politica". Fiducia che si aprisse una nuova fase, una rinascita dell'Italia. Ovviamente nella direzione reaganiana e thatcheriana, una società stratificata, con la classe dirigente, i manager moderni (loro) da un lato e i lavoratori esecutivi e i loro sindacati dall'altro lato, quello destinato alla progressiva emarginazione.

Mia moglie qualche giorno dopo passando per il centro ha incontrato proprio il vincitore di quella ormai lontana tornata elettorale, era vicino a Piazza Navona, la sua residenza romana era infatti, un poco incongruamente, in Via dell'Umiltà (ora, più coerentemente con le sue aspettative, è in Via del Plebiscito). La gente lo salutava felice e plaudente (gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso del vincitore, diceva Ennio Flaiano) ma soprattutto l'avevano colpita i collaboratori che lo circondavano, giovani e determinati, e vestiti tutti uguali. Le scarpe inglesi, lo spezzato grigio e blu, il polsino della camicia di alta qualità abbondantemente in vista grazie al polso sbottonato della giacca (che quindi era di sartoria), la cravatta blu a minuscoli disegni. lo sguardo deciso e vincente di chi sa cosa vuole e l'ottiene.

La sinistra era sotto choc, la coalizione chiamata "Progressisti" (niente di originale, PDS + Rifondazione) era partita per vincere col suo leader Occhetto e aveva incontrato questo muro imprevisto. Occhetto aveva perso le ultime possibilità di successo proprio nell'ultima settimana, con due trasmissioni televisive disastrose, la prima era stata Samarcanda su Rai3, dove Santoro l'aveva trattato come un poveraccio, uno tra i tanti, un perdente senza carisma, interrompendolo di continuo (con degli amici così non hai neanche bisogno dei nemici).

Poi è arrivato il celebre confronto a Matrix, moderato (si fa per dire) da Mentana, dove Berlusconi ha stravinto con la favoletta del milione di posti di lavoro (ricordate? "ma come fa a promettere una cosa così", chiedeva l'ingenuo Occhetto, "semplice!" rispondeva lui, "in Italia ci sono 4 milioni di imprenditori, basta che uno su 4 abbia fiducia in me!", e gli italiani ci hanno creduto).

Anche allora c'era una specie di UDC che ambiva a fare l'ago della bilancia, il PPI, ma che risultò ininfluente, almeno all'inizio. C'era la Lega e c'era Fini, sempre alleati e sempre portatori di interessi contrapposti.

Qualcosa dello spirito del '94 si percepisce in giro, e nei sondaggi istantanei, aspettative positive, convinzione di aver fatto la scelta giusta, ottimismo. C'è meno fiducia nel futuro (il paese sembra invecchiato, come il leader del CD) e più desiderio di stabilità e navigazione tranquilla. Anche un pizzico di rassegnazione al ruolo destinato all'Italia, di progressiva emarginazione, di satellite altrui.

Lo spirito del '94 non è durato molto, pochi mesi, d'estate una crisi monetaria, in autunno l'imitazione fallita della Thatcher con l'attacco sulle pensioni, il nuovo anno Buttiglione convinceva Bossi e partiva il famoso "ribaltone", un termine ripetuto sino alla noia dai berluscones come colpa storica della sinistra (che invece non stava facendo proprio nulla).

Il repentino fallimento del primo governo Berlusconi era figlio di quelle grandi aspettative, più alte sono, maggiore è la delusione.

Ben consapevole di ciò ora Berlusconi ha provveduto per tempo ad abbassare le aspettative e a limitarsi a quelle che costano poco o nulla. Anzi ha parlato addirittura di scelte impopolari. Così se arriveranno critiche le potrà interpretare e vendere come un successo, una conferma della sua ritrovata serietà e autorevolezza.

Basterà questo per gli incontentabili italiani? Oppure hanno votato Berlusconi ancora fiduciosi che farà dell'Italia una immensa e felice Mediaset, e non lo dice più in modo così sfacciato solo perché ora fa il modesto, e soprattutto perché se no quegli invidiosi di sinistra lo tormentano con le critiche?

Il centro sinistra troverà la strada per riorganizzarsi, come fece già da quello storico 25 aprile 1994 a Milano, o aspetterà un ripetersi delle vicende del '94, con il centro destra che si cappotta da solo in parcheggio?

Non credo proprio che la maggioranza degli italiani rimarrà fiduciosa e benevola a lungo, troppe corporazioni e troppe insanabili contraddizioni per essere dominate da un governo senza un disegno che non sia la costruzione di un nuovo duraturo blocco di potere, ma non credo neanche che torneranno in mutate vesti le vicende del '94 e del '95.

E il PD, l'opposizione che farà, saprà incidere, saprà superare il difficile voto europeo e le elezioni locali che seguiranno?

Mi limito ad osservare che è nelle difficoltà che si vede la capacità di guida. Senza nervosismi, zig zag frettolosi e contrasti inutili, coi tempi giusti. Non sono certo nelle condizioni di dare consigli o suggerimenti, aspetto e guardo, con uno sguardo esterno che abbraccia anche il recente passato si nota più facilmente che nulla è certo e acquisito, e che i punti di forza e di debolezza non sono necessariamente i più visibili e scontati.

(Il bambino della foto è Berlusconi una settantina di anni fa, seguito dalla Thatcher donna dell'anno per Time una 25 ina di anni fa)
 

venerdì 16 maggio 2008

La parola zingaro

Non è una brutta parola. Altre parole, per altri popoli e altre etnie, vengono usate in senso spregiativo, come la parola negro. O addirittura come un insulto, come, a volte, la parola ebreo. I nomi di altri popoli sono usati in modo poco rispettoso, "portoghesi", "lavavetri polacchi", "cose turche", non parliamo poi dei "marochein" della mia terra di origine. Persino la parola "americano" è usata spesso per indicare abitudini e mode assurde e vagamente stupide, come giocare a ping-pong "all'americana".

Non sono pochi gli italiani che amano definirsi "zingaro". O che usano questo soprannome. E' un sinonimo di "libero". "Che colpa ne ho, se il cuore è uno zingaro e va, e va", cantava Nicola Di Bari. E Claudio Lolli rispondeva "Ho visto anche degli zingari felici". Le sigarette per veri fumatori si chiamano "Gitanes", e si fumano anche senza filtro. E quanti camionisti nella rete CB usano il soprannome "zingaro"? E quanti ultras del calcio?

Quando si passa dal singolare al plurale le cose cambiano e gli zingari perdono ogni connotazione positiva. Quando escono dalle foto di Josef Koudelka o dalle musiche di Goran Bregovic o dai film di Emir Kusturica e si materializzano in un campo nomadi vicino alla zona periferica dove faticosamente abbiamo comprato la nostra casa, svanisce ogni caratteristica simbolica di popolo libero da ogni costrizione. Per diventare il problema numero uno dell'intero popolo italiano. O almeno del 75% degli intervistati nei recenti sondaggi. Che saranno sballati come al solito nella raccolta dei dati, ma temo che segnalino, questa volta, una deviazione reale.

Gli zingari (i raffinati li chiamano rom o sinti e conoscono le differenze tra le varie etnie, ma la gente comune li riconosce per strada lo stesso e per semplicità li chiama così) non lavorano, non hanno fissa dimora, rubano, vivono di accattonaggio e così via. Gli amici degli zingari negano e portano esempi positivi, ma temo che nelle accuse ci sia un fondo di verità. E che dipenda dal fatto che ben difficilmente qualcuno assuma una colf o una badante di etnia zingara, o un custode notturno rom. Sarà cominciata prima la pratica della illegalità o il pregiudizio? Non lo sappiamo, si perde nella notte dei tempi, ma ora è così. Certo, ci sono anche gli zingari stanziali, che lavorano, che vivono di solito di commercio. Ma non sono questi che preoccupano gli italiani, almeno, non più di qualsiasi altro gruppo di extra comunitari. Sono i nomadi veri e propri, quelli delle roulotte, dei campi, dei bambini mandati in giro a fare accattonaggio e tutto il resto che conosciamo a memoria.

Già queste prime e quasi ovvie considerazioni potrebbero sembrare, a quel 75% di italiani di cui sopra (tra cui a occhio e croce è compreso anche il 50% degli elettori di sinistra) tentativi di giustificare e ragionare. Facile che qualcuno che si imbattesse in questo post mi interpreterebbe ugualmente come "difensore degli zingari" e mi augurerebbe simpaticamente ripensamenti a suon di furti e borseggiamenti da parte dei suddetti zingari.

Ma io invece non nego affatto che gli zingari e i campi rappresentino un problema e una fonte di fastidi e molestie per il quartiere circostante o per una intera città.

Ma la domanda vera è: ma è questo il problema n.1?

(Avvertenza: il resto del post non è politically correct.)

Permettetemi un paragone decisamente poco politically correct. E' un problema che mi ricorda l'inquinamento dell'aria. Un problema di concentrazione. Se le polveri sottili che si posano nel centro di Roma o di Milano fossero distribuite equamente in tutta l'area metropolitana non darebbero alcun fastidio, non provocherebbero alcun danno. Il problema è quando si concentrano in una strada stretta dove le auto e tutto il resto va a passo d'uomo, e la trasformano in una camera a gas. Gli zingari nomadi sono pochi, pochissimi, rispetto alla popolazione italiana, 130 mila sentivo oggi. Possono essere un problema solo in elevata concentrazione, ma possono costituire una elevata concentrazione solo in poche zone.

Distribuire il traffico di una città in modo uniforme (o ridurlo), lo sappiamo, non è impresa facile. Distribuire queste popolazioni ostinatamente nomadi (e libere, vedi inizio post) in modo più uniforme sarebbe una impresa molto più facile. Un semplice esercizio di buona gestione, di integrazione per gradi. Sfruttando anche le due principali istituzioni che si occupano di integrazione dei nomadi, la scuola e la chiesa, che vengono anch'esse rifiutate spesso e volentieri (la prima specialmente) ma che, con tempo e pazienza, progressivamente diminuirebbero ancora di più la concentrazione. Era quello che si faceva, con alterni risultati, nel Comune di Roma fino all'arrivo di Alemanno (che gli zingari li deve proprio ringraziare, praticamente lo hanno miracolato, sarebbe giusto che andasse al Divino Amore, possibilmente a piedi, e accendesse un cero nella loro cappelletta).

Il problema è la soglia di sopportazione degli italiani, che sembra diventata talmente bassa da rendere impossibile ogni gestione del fenomeno. Come succede all'organismo di alcune persone quando sono attaccate da batteri e tossine e il loro sistema immunitario reagisce in modo parossistico, mettendo a repentaglio la vita stessa che dovrebbe proteggere. E' lo shock anafilattico. Se una vespa mi punge mi provoca dolore e un bel brufolo, ma una persona allergica può avere guai seri.

Ecco, l'Italia di questi giorni mi sembra in pieno shock anafilattico. Ha subito una puntura (neanche reale, virtuale, televisiva), la materializzazione della mitica "zingarella che rapisce la bambina" (dò per scontato che sia vero, non sono un negazionista a priori) ed è in piena reazione parossistica, rossa e gonfia come il suddetto punturato da vespa selvatica.

La qualità e la voglia di futuro di un paese si riconosce però dalla sua maturità, dalla capacità di gestire con equlbrio e in modo razionale i problemi, anche quelli complessi, non necessariamente negandoli o dando giustificazioni sociologiche, ma magari provando a risolverli (che banalità, eh?).

Ma d'altra parte, se proprio dalla testa, dal Ministero dell'Interno, arriva il buon esempio, perché stupirsi dello scarso equilibrio degli italiani? Primo atto, un commissariato ai Rom, non al contrasto della camorra e al recupero del territorio (dopo tutto quel che si è detto da Gomorra in poi) o ad affrontare il problema della ndrangheta in Calabria, non parliamo neanche della mafia, non ad occuparsi in modo serio dei furti in ville e comprensori che "allietano" la Padania o i nuovi quartieri che circondano Roma. Si parte dai rom. Il capro espiatorio perfetto.

Vorrei proprio avere una società di sondaggi per fare io le domande sulle priorità, e divertirmi a chiedere, ai genitori di figli ventenni, ai loro figli, ai cinquantenni con meno di 30 anni di contributi, a chi ha a che fare con il sistema sanitario, a chi viaggia, a chi ha figli piccoli (si può continuare per 100 o 200 domande)
  • è più importante il problema degli zingari o garantire un lavoro stabile e giustamente retribuito per tuo figlio?
  • è più importante il problema degli zingari o un sistema di garanzie per tuo padre che sta perdendo il lavoro?
  • è più importante il problema degli zingari o un ospedale nel quale le analisi e le visite si possono prenotare con solo qualche giorno di anticipo?
  • è più importante il problema degli zingari o treni per i pendolari che arrivano in orario e non sono ridotti in stato pietoso?
  • è più importante il problema degli zingari o una gestione del traffico che consenta di non passare più ore in macchina che al lavoro
  • è più importante il problema degli zingari o poter trovare una casa senza fare un mutuo che indebita tre generazioni?
  • è più importante il problema degli zingari o avere un sistema scolastico che prepara delle persone che il mondo del lavoro aspetta e non rifiuta?
  • è più importante il problema degli zingari o l'aria e l'acqua e il cibo non inquinati per noi e per i nostri figli?
(Le foto che illustrano il post sono le prime che Google fornisce nella ricerca per immagini usando come chiavi le parole "zingaro","rom" e "zingari", la prima delle tre, provare per credere, non restituice praticamente alcuna immagine di zingari, l'ultima della serie, ad esempio, è la locandina del film "Johnny lo zingaro"; le foto sono ovviamente del tutto indipendenti e scollegate dal testo e non hanno attinenza con quanto esposto in esso)

giovedì 15 maggio 2008

Conti elettorali

Ho aspettato a commentare i risultati delle elezioni (salvo alcuni aspetti laterali) per sentire prima i commenti di illustri politologi e meno illustri  (ma magari più acuti) amici.

Ho letto e ascoltato i commenti di Curzio Maltese, di Eugenio Scalfari, di Giuliano Ferrara e anche di Belpietro, quelli di Travaglio e quelli di Gad Lerner. Ho letto anche quelli di chi aveva capito tutto (Leftwing). Devo confessare che nessuna delle spiegazioni mi convince. Di solito iniziano con "Gli italiani ..." o "Il popolo del centro sinistra ..." e quindi tentano una sintesi, operazione decisamente ardita in una nazione particolarmente frammentata come la nostra. Poi però passano ad ingrandire un elemento, una delle tante possibili spiegazioni e motivazioni, sino a farlo diventare elemento generale (e sostegno alla loro tesi).

Proviamo invece a partire dai numeri, da tutti i numeri, in particolare dai voti effettivamente espressi, e a circoscrivere l'analisi verso un elemento concreto, piuttosto che ai sentimenti degli italiani (che, come noto, cambiano rapidamente e continuamente): l'effetto sulle elezioni dei prossimi 5 anni.

elezioni-2008-sintesiNella tabella Excel che allego (cliccare a lato) sono sintetizzati i risultati (tutti presi dal sito del Ministero dell'Interno) raggruppati per schieramento degli elettori e coalizioni, e confrontati con il voto di (soli) due anni prima. Il confronto non è basato solo sulle percentuali ma sui voti assoluti, sulle persone reali che hanno espresso un voto, che è la chiave di lettura sempre più efficace e istruttiva a mio parere (le percentuali si prestano a 

La semplice osservazione dei numeri consente di  trarre alcune prime considerazioni oggettive:

1 La coalizione di Berlusconi non ha raggiunto la maggioranza assoluta né alla Camera né al Senato
Si è posizionata intorno al 47% (46,8% Camera, 47,2% Senato)
La vittoria deriva quindi unicamente dal sistema elettorale con premio di maggioranza relativa
Con altri sistemi (ad esempio la "legge truffa" di De Gasperi) il premio non sarebbe scattato
Lo stesso sarebbe avvenuto, ovviamente, in caso di prevalenza del PD
2 La differenza nel voto tra Camera e Senato è stata minima.
Differenza PD-PdL Camera/Senato 9,27-9,31%
L'elettorato giovane (<25) ha votato in modo allineato alle altre classi di età, a differenza di quanto era avvenuto nel 2006
3 Il perimetro del centro destra (ex CdL) e centro sinistra (ex Unione) è variato in modo sensibile
+5% per il PdL
In valori assoluti (numero votanti) la variazione è stata difforme:
Il perimetro del CD ha acquisito circa 1 milione di voti in più
Il perimetro del CS ha perso un numero quasi triplo di voti 
2,6 (Senato) e 3,4 (Camera) milioni di voti
Gli elettori mancanti si sono orientati verso l'astensione, lo schieramento avverso, i partiti minori (18-19 liste)
4 I voti persi dal perimetro dell'Unione sono per l'80% nell'area della "sinistra radicale"
Camera 2006 10,2%, Camera 2008 3,2%
In termini assoluti sono 2,7 milioni alla Camera sui 3,4 persi in totale
5 Le schede bianche sono rimaste assolutamente costanti rispetto alle precedenti elezioni
Vengono quindi definitivamente smentite le ipotesi di brogli 2006 legate a questo indizio


(Dal sito del Ministero si possono anche controllare i dati del voto estero, che anche quest'anno non sono ancora definitivi (e penso che mai lo saranno): mancano all'appello ancora 10 sezioni elettorali. Ricorderete che nel 2006 ne mancavano 6, la legislatura nel frattempo è finita e così anche il problema. Meno male che quest'anno il risultato non era in bilico. Ma non capisco perché non si metta mano a questo meccanismo folle.)Prime (ovvie) considerazioni
1) lo spostamento a destra dell'elettorato effettivamente c'è stato, ma non è stato di quelle dimensioni enormi che sono enfatizzate (per scopi opposti) dal PdL e dall'area di Leftwing;

2) lo spostamento a destra è andato praticamente tutto ad una destra un po' particolare, la Lega

3) il calo del centro sinistra è circoscritto nell'area della sinistra arcobaleno, 7 elettori ogni 10 di questo settore (forse anche 8, considerando il bacino potenziale di Sinistra democratica) non hanno confermato il voto di due anni prima

4) dove siano andati questi voti è chiaro (in parte al PD, in parte nel non voto, in parte alla sinistra radicale-radicale, in parte alla Lega), in quale proporzione per ciascuna non è noto, e non è neanche costante da regione e regione, e questa è l'analisi principale che rimane da fare 


5) ai fini di un recupero del centro sinistra nelle prossime elezioni (che sono le europee, un tipo di competizione difficile da gestire) dovrebbe essere valutata anche la reversibilità di questi flussi

6) che a mio parere è piuttosto alta in tutte le direzioni, e molto dipendente dalla offerta elettorale.


7) la semplice applicazione delle soglie su un numero di schieramenti superiore a due ha prodotto la nascita di un sistema orientato al
bipartitismo, proprio quando sembrava che si stesse tornando dal bipolarismo al proporzionale con coalizioni di partiti post-elezioni


8) anche la irreversibilità o meno di questo approdo è da verificare e approfondire; è evidente che se i du
e partiti maggiori si accorderanno per confermare questo indirizzo la cosa avrà influenza su tutte le porssime elezioni intermedie, adiniziare dalle europee (che saranno il banco di prova anche di questa ipotesi di accordo).

Per ora mi fermo qui, in attesa di altri elementi di analisi. Magari proverò ad approfondire prima il pessimismo cosmico di sinistra e l'ottimismo aziendale di destra, in una parola, lo spirito del '94.

domenica 11 maggio 2008

40 anni dal '68 e nessuno se n'è accorto

Questo sembra essere l'anniversario meno celebrato che si ricordi. Siamo a maggio, e quindi per logica conseguenza il tanto celebrato maggio francese cadeva proprio di questi tempi, quarant'anni fa. Sarà perché il '68 è stato celebrato a cadenza annuale almeno da trent'anni a questa parte, sarà perché gli "ex sessantottini" non si reggono più, sarà perché il clima generale attuale, italiano in particolare, non sembra molto coerente con quell'ormai lontano momento, sarà per l'involontaria ironia che circonda alcuni slogan di quel periodo (come il celebre "fascisti, borghesi, ancora pochi mesi", i borghesi effettivamente non si sa bene chi siano ora e se esistano ancora, ma gli altri ...), sarà per qualche altro motivo, ma l'indifferenza ricopre l'atteso evento.

Qualche eccezione c'è sempre, come Caparezza al concerto del 1° maggio che metteva in relazione il numero 68, simbolo positivo, con il numero contrario, 89, simbolo quindi negativo (caduta del muro, fine del socialismo reale) e poi ardimentosamente vedeva anche il mito del non dimenticato presidente Pertini (che era stato eletto nel '78, quindi dieci anni dopo) nel numero 68 piegato su un lato.

Ma qualcos'altro accaduto in quell'anno si può ricordare grazie alla forza evocativa delle immagini, questa volta veramente straordinarie. Siamo in primavera piena e, sempre 40 anni fa, era primavera anche in un piccolo paese nel centro dell'Europa che ora non c'è più. Era la primavera di Praga. L'ultimo tentativo di riformare il socialismo reale, l'ultima prova, se il tentativo fosse fallito, per dimostrare che il sistema era non riformabile, che la deriva dello stalinismo l'aveva trasformato in modo irreversibile in qualcosa che non serviva allo scopo iniziale, ma ad un altro, che Orwell aveva ragione con la sua parabola nella "Fattoria degli animali", che il sistema imperfetto per definizione, il capitalismo nella democrazia, era anche il migliore.

Ed è stato l'ultimo tentativo nel vero senso della parola, altri non ne sono seguiti (la glasnost di Gorbacev è stato un movimento dall'alto), e ha messo la parola fine alle illusioni del comunismo, nonostante la passione, la pazienza e la saggezza dei boemi e degli slovacchi, dei praghesi in particolare, e del loro leader Alexander Dubcek.

Il tanto criticato PCI (per le sue lentezze verso il riformismo), pur se guidato allora da un uomo degli anni '30 come Luigi Longo non fece scelte che ora, con il senno di poi, possiamo criticare e condannare. Prima un appoggio convinto ed entusiasta alla primavera e poi, in quel triste e drammatico agosto del '68, una condanna netta. Non senza contrasti. Mia nonna mi raccontava dei giorni interi di discussioni che avevano coinvolto i militanti e gli elettori, irriducibili filo sovietici, nel nostro paesino sulle colline emiliane.

Trarre le conseguenze in tempi rapidi, quelle che citavo prima con eccesso di sintesi, ma con il favore del senno di poi, era una operazione più difficile, ma il discorso ci porterebbe lontano dall'obiettivo di questo post.

Che è quello di segnalare la disponibilità nelle librerie del più straordinario reportage fotografico che abbia mai visto, foto in parte già note, ma in maggioranza inedite, che possono stare allo stesso livello, anzi penso siano anche superiori, a quelle scattate su ogni fronte di guerra dal grande Robert Capa, e anche in grado di reggere il confronto alla drammatica perfezione formale del maestro William Eugene Smith.

Si sa come sono andate le cose, se ne è parlato e scritto spesso in questi giorni. Un fotografo ceco già noto per i suoi temi favolistici ed etnici, particolarmente interessato al mondo e alla cultura degli zingari (tanto di moda anche da noi in questo periodo), Josef Koudelka (il personaggio ritratto qui a lato) nei giorni dell'invasione è uscito per le strade con la sua macchina fotografica, con decine di rollini in bianco e nero in tasca, e ha fotografato tutto quello che succedeva in quei giorni fatali.

Forse perché non era uno specialista nel reportage, forse perché aveva 30 anni, forse perché il clima di sfida lo aveva contagiato, ma ha scattato le foto più straordinarie che si ricordino perché è andato dentro all'azione, ne era parte anche lui. Poche foto sono scattate con il tele, la maggior parte sono con il grandangolo, forse anche un 20 mm, e di molte ci si chiede come abbia fatto a farle, e come ne sia uscito vivo.

Sta di fatto che possiamo partecipare a quegli eventi grazie a lui. Alle infinite discussioni tra i praghesi e i soldati occupanti russi ("il circo sovietico nuovamente a Praga" dicevano ironicamente alcune scritte sui muri), nel tentativo di far prevalere la ragione sulla forza. Al coraggio sconsiderato e temerario dei ragazzi che bloccavano e conquistavano i carri armati facendo scappare i carristi con le bottiglie molotov. Alla rabbia e alla sfida urlata agli occupanti, soldati di leva spesso inconsapevoli di essere in quel luogo al solo scopo di mantenere al potere una casta che si era auto eletta elite (l'"ordine dei porta spada" nel disegno strategico di Stalin).

Le foto che si sono viste sui giornali o sulle riviste sono solo alcune, ma la maggior parte, straordinarie, anche dal punto di vista estetico, si possono vedere solo sul libro, che consiglio caldamente a chiunque, non solo agli appassionati di storia o di fotografia. Su Internet se ne trovano alcune, scannerizzate da altri volontari, e così posso proporne una breve selezione, che rende l'idea molto meglio delle mie parole.

Un ultimo accenno ad un'altra bellissima opera artistica che prende spunto da quella storica fine delle illusioni, il ben noto libro di Milan Kundera "L'insostenibile leggerezza dell'essere", che consiglio di rileggere (magari assieme a "Lo scherzo") dove si citavano amaramente  e indirettamente proprio queste foto, nascoste e anonime per ragioni di sicurezza e protezione dell'autore e della sua famiglia per anni (si è saputo solo recentemente che proprio il grande fotografo boemo ne era l'autore). Ma che servirono negli anni della repressione di Husak a incastrare i dimostranti che ne erano protagonisti.

Di Praga e della Cecoslovacchi in quegli anni ho molti ricordi indiretti e pochi diretti, ci sono passato in treno 4 anni dopo e ho trascorso lì alcuni giorni 6 anni dopo, era inutile cercare qualsiasi segno o memoria di quella rivolta e di quella speranza, la vita scorreva tranquilla e la gente si era apparentemente adattata ai vantaggi del conformismo. La durezza del sistema e la paura del nuovo emergeva solo nei controlli ossessivi alle frontiere, nel perimetro che delimitava il territorio e lo isolava dal mondo esterno.

(Le foto, dall'alto: 
1) un giovane dimostrante urla la sua rabbia, ovviamente in russo, ai soldati del Patto di Varsavia che lo ascoltano distrattamente, il fotografo è chiaramente accanto al carro armato e utilizza un grandangolare;
2) Piazza San Venceslao alle 17 del 22 agosto, era stata organizzata una dimostrazione ma poi era stata annullata per timore di provocazioni, il popolo praghese era stato totalmente compatto nel seguire le indicazioni del partito di Dubcek; 
3) Koudelka in una foto dello stesso periodo;
4,5) L'assalto a un tank con le molotov, i carristi scappano e gli studenti sventolano la bandiera cecoslovacca su di esso (il fotografo era sulla strada, a pochi passi, non è sicuro che le foto siano riferite allo stesso episodio); 




6) La folla discute e cerca di instillare il dubbio nei soldati russi, il fotografo è chiaramente salito anche lui sul blindato;
7) negli ultimi giorni, si contano anche morti e feriti, la bandiera è insanguinata e la giovane donna piange;
(Tutte le foto sono sotto diritti di copia della agenzia Magnum e sono qui riprodotte in solo formato miniatura (thumbnail) a soli scopi di conoscenza dell'opera del fotografo e di critica e analisi storica e divulgativa, e sono disponibili sul volume "Invasione Praga 68" - Josef Koudelka - Ed. Contrasto)
 

Su questo tema vedi anche: Le illusioni del comunismo, Il movimento degli studenti con la emme minuscola (3 dicembre '68), Il 1° marzo sì me lo rammento

martedì 6 maggio 2008

"Finalmente la sinistra se ne va da Roma!"

"Finalmente la sinistra se ne va da Roma!"
"Tu che vantaggi ne hai?"
"Sgombreranno i campi nomadi, non se ne poteva più"
"Hai un campo nomadi vicino a casa?"
"No, per carità, io abito ai Parioli"

"Quindi la tua sensibilità nasce da un sentimento di solidarietà verso i quartieri più svantaggiati?"
"No, è che è pieno di zingari che chiedono l'elemosina, le madri hanno in braccio dei figli che non sono i loro, li affittano, dicono che a volte li rubano, fanno finta di essere storpi e poi quando finiscono il turno se ne vanno spediti, ti infastidiscono ai semafori, se non gli dai i soldi ti sporcano il parabrezza, a una mia amica che non gli voleva dare i soldi una zingarella gli ha sputato, poi rubano, ci sono bande di bambini che attorniano i turisti e le persone anziane con il trucco del cartone ....!
"Ho capito il concetto. Ma perché e come Alemanno dovrebbe risolvere il problema?"
"Se non lo fa lui!"
"Ci andrà da solo, personalmente?"
"No, che c'entra, manderà le forze dell'ordine"
"I vigili urbani?"
"Che c'entrano  vigili. non sono neanche armati. Manderò la polizia, i carabinieri, che ne so?"
"Ma non dipendono mica dal sindaco, dipendono dal ministero dell'Interno"
"Va bè, tanto sarà un leghista, no?"
"Allora bisognerà ringraziare lui"
"L'importante è che lo facciano"
"Dove porteranno gli zingari sgomberati da Roma?"
"Che ne so, basta che siano lontani, al paese loro"
"Molti sono cittadini italiani"
"Ah"
"Molti sono cittadini comunitari, romeni"
"Ma c'è una legge che consente l'espulsione anche per loro, se hanno commesso reati!"
"Sì, l'ha fatta il governo Prodi"
"Ah è vero. Vabbè, allora finalmente l'applicheranno"
"E quelli italiani?"
"Io li manderei in una città amministrata dalla sinistra, così imparano i valori della civiltà multietnica"

"Il problema si porrà se tutte le città saranno amministrate dalla destra"
"Allora si faranno ..."
"Preferisco non conoscere la tua soluzione. Ti dico però come andrà: gli zingari espulsi da una parte riusciranno fuori da un'altra. Sempre se riesce a spostarli. Gli zingari hanno un'altra caratteristica: sono cattolici."
"E' inutile che fai lo scettico, sulla criminalità si volterà pagina"
"Ne sono convinto anch'io. Sparirà dalle prime pagine dei giornali, dalla free-press e soprattutto dai telegiornali. Così il problema sarà risolto. Pressoché nessuno ha esperienza diretta di questi reati"
"Ma come fai a dirlo?! Ogni giorno si sente di uno scippo o di un furto, e sono sempre romeni, cioè zingari!"
"Vedo che gli albanesi sono passati di moda. Comunque, citami l'ultimo scippo che ricordi."
"Che c'entra, io abito ai Parioli, vallo a dire a qui poveracci che abitano ..."
"Sai quanti sono stati i romeni arrestati per furto sulla pubblica via nel 2007?"
"E come faccio a saperlo?"
"C'era scritto sul giornale Domenica, per dire che sono aumentati rispetto all'anno prima, sono stati 777"
"Tanti, 777 di troppo"
"Sono d'accordo. Ma se dividiamo il numero di romeni che delinque per il numero di italiani che passeggiano viene un romeno delinquente ogni 70 mila italiani"
"E' poco?"
"Bè, per prudenza e in nome della scaramanzia (lo sai che sono superstizioso e se vedo un gatto nero accosto la macchina e aspetto che quello dietro mi superi) non vorrei dirlo mai, ma è più facile trovare un biglietto gratta e vinci buono"
"Insomma va tutto bene"
"Ma no, la sicurezza non è mai abbastanza, ma lasciateci vivere senza sbarre e senza ossessioni ..."

"Un'altra cosa che farà, e non vedo l'ora, e so che sei contrario: toglierà finalmente la ZTL!"

"Non credo che si vedrà la differenza. Più macchine di quante ce ne sono ora col permesso al centro di Roma non ne entrano. Però potrebbe essere una cosa istruttiva. I romani entrano finalmente in centro, tutti e senza bisogno di permesso. Lo attraversano a passo d'uomo (se va bene, se no si bloccano tutti in un mega ingorgo come il giorno della Befana). E poi ne escono in****ti dall'altra parte"
"Sei il solito Pierino antipatico. Almeno però toglierà i cordoli"
"I tassisti sono contrari a toglierli. Dicono che la corsia preferenziale senza cordoli è solo un garbato suggerimento."

"E che comandano loro? Poi sono pericolosissimi per i motorini"
"Tu vai in scooter?"
"No. Ma me l'hanno detto"
"Io vado in scooter e i cordoli non mi fanno paura. Sai perché?
"No. Dimmelo tu"

"Perché hanno la caratteristica di stare fermi. Infatti sono inchiodati per terra. Se uno sta appena un po' attento e non guida lo scooter con il cellulare infilato nel casco, parlando, sotto la pioggia, di notte, li vede e non ci passa sopra. Quello che mi preoccupano sono le cose che si muovono. Tipo le macchine che ti tagliano la strada senza guardare perché hanno scorto un parcheggio. O che escono a retromarcia senza guardare. O che aprono la portiera sempre senza guardare (e parlando al cellulare).

"Almeno toglierà le strisce blu"
"Ma non ci sono anche a casa tua?"
"Che mi frega, io ho il box"
"Quante auto ci stanno dentro?"
"Una, più le biciclette"
"Quante auto avete a casa?"
"..... Tre"
"Vedi?"
"Ma almeno al centro la toglieranno, così potrò parcheggiare sul lungotevere senza essere taglieggiata dalla STA, che è di proprietà della moglie di Rutelli che adesso andrà fallita!"
"Adesso non c'è più la STA è tutto passato all'Atac che è una azienda del Comune ... un momento mi hai già detto che faccio il Pierino. Ma consentimi una osservazione sui tuoi processi mentali ..."
"Eh?"
"... che funzionano così: la zona blu va bene a casa mia perché così trovo il posto e non devo pagare, non va bene in un altro quartiere dove dovrei parcheggiare pagando"
"Che c'entra! Non tutti i quartieri sono uguali! Il centro deve essere di tutti. Sono una cittadina italiana e ho il diritto di parcheggiare dove mi pare. Bisogna tornare alla libertà di parcheggio!"
"E' la libertà che costa di meno in assoluto: la libertà di parcheggiare in un parcheggio che non c'è"
"Allora vogliamo parlare delle buche sulle strade?!"
"Si è fatto tardi ..."

(Ovviamente non è un  dialogo reale, ma la sintesi di dialoghi  di e con amiche e amici e conoscenti che hanno votato a destra e che esprimono questo nuovo sentimento ottimista in stile '94 [allora durò 8 mesi circa]; le foto illustrano Roma prima che cadesse addosso alla città la cappa di piombo)

domenica 4 maggio 2008

La Sagra del Cinema

I romani (almeno quelli che si sono degnati di andare a votare) hanno eletto a maggioranza Alemanno per fare due cose, anzi per far sparire due "fenomeni" tipici della capitale: gli zingari e le buche. Mio fratello dice che la mia analisi è troppo semplicistica, ma temo che in buona parte sia andata così. "Non ci è mai riuscito nessuno, vediamo un po' cosa riesce a fare questo che parla tanto di cambiamento". 

 L'uomo è rimasto sorpreso e spiazzato dall'imprevisto successo (due anni prima il centro sinistra dominava Roma con oltre il 60% dei voti ...) e ha incominciato a improvvisare idee bizzarre e disastrose (se per avventura e/o disgrazia fossero realizzate) come la distruzione del museo dell'Ara Pacis (perché "teca"?), il raddoppio del GRA, un secondo stadio olimpico per la Lazio, le pistole ai vigili e alle vigilesse romane, la modifica del tracciato della Metro C in costruzione, lo spostamento della notte bianca in bassa stagione (quando piove?) e l'abolizione della Festa del Cinema. Dimenticandosi di zingari e buche, forse perché si sta accorgendo che sono un obiettivo difficile anche per lui.

Di ognuna di queste bizzarre idee si potrebbero commentare la fattibilità prossima allo zero, i tempi prossimi o eccedenti il suo mandato, la competenza non esclusiva del Comune, i costi in genere eccedenti il bilancio del Comune (o anche della Regione) e le conseguenze nefaste nel caso malaugurato che la destra romana insista negli insani propositi. Ma spero proprio che non sia necessario e che si spegneranno da sole.

Quella che mi ha divertito di più (prendiamola con filosofia) è però la grande idea della Sagra del Cinema. Pensavo ingenuamente che Alemanno e gentile signora fossero intrigati all'idea di essere loro negli anni prossimi a ricevere i divi e i registi internazionali all'auditorium, a partecipare alle premiazioni e così via

Ma invece non pare sia così. Forse si sentono inadeguati. Forse hanno qualche timore. E se qualche personaggio dello spettacolo si rifiuta di stringergli la mano perché è un ex/post/neo/fascista? Tipo Sean Penn o George Clooney o Susan Sarandon?

Meglio trasformare un evento già di successo in un'altra cosa. Grande idea: una rassegna del cinema italiano, solo cinema italiano (e il cinema padano?). Qualcuno dovrebbe però dire al nuovo sindaco e ai suoi amici che i film italiani "da festival" prodotti in un anno saranno 15 o 16, e che la costituenda sagra del cinema durerebbe al massimo una mezza giornata.

La perfezione poi si raggiunge con la scelta del nuovo ipotetico direttore, il regista Pasquale Squitieri.

Regista, tutti lo chiamano così, allora dovrebbe aver girato qualche film. Però nessuno si ricorda di film diretti da lui. E' un po' come quelli che li chiamano sempre "presidente", di che cosa, si è perso nel gorgo del tempo. Va bè, qualcosa ha fatto, aiutandosi con IMDB, oltre al film sulla amante del Duce, Claretta Petacci (non propriamente un elogio della famiglia) che mi ricordavo, e che risale a una ventina di anni fa, trovo i film del cowboy Django a inizio carriera e film d'azione sulla mafia e la camorra, che in generale mettevano d'accordo pubblico e critica (nel senso che non piacevano a nessuno dei due). Però da qualche anno ha un atout inaspettato, è l'unico regista dichiaratamente fascista (pardon, di destra), una specie di Marco Masini del cinema. Il tipo di uomo di destra peraltro più dispettoso e vendicativo, perché è un convertito, nei suoi anni giovanili infatti era comunista e lavorava come giornalista a Paese Sera, il noto quotidiano di sinistra, ora scomparso, della capitale.

Insomma, anche i 4 o 5 titoli che, per calendario, potrebbero essere selezionati per la nuova Sagra del Cinema non sarebbero concessi dagli altri registi al suddetto Squitieri (detestato nell'ambiente) e comunque non sarebbero selezionati da lui. Praticamente dovrebbe accollarsi anche l'onere di girare tutti i film da presentare all'evento. Poi darebbe il premio alla carriera alla Cardinale, poi ... ma finiamola qui, ci siamo capiti.

Ripeto, Alemanno si concentri sugli zingari e sulle buche delle strade. Sta lì per quello.

giovedì 1 maggio 2008

Hanno pestato la coda a Beppe Grillo

Premessa obbligatoria: la pubblicazione dei dati delle denunce dei redditi sul sito dell'Agenzia delle entrate è stata un errore, e anche una violazione della legge sulla privacy.

Mi occupo (anche) di privacy da qualche anno e posso chiarire che: 1) i dati della dichiarazione dei redditi, così come l'ammontare dello stipendio in un'azienda, non sono dati sensibili;  2) i dati sensibili sono solo quelli che riguardano le opinioni religiose e politiche, l'appartenenza ad associazioni (in particolare ad associazioni sindacali), le patologie e le inclinazioni sessuali;  3) sono però dati personali, e come tali sono comunque tutelati;  4) la tutela (e la sanzione) hanno lo scopo di evitare il maltrattamento dei dati, che poi sarebbe l'uso improprio dei dati, che poi sarebbe far conoscere i dati a chi non ne ha necessità per le sue attività professionali.

Siamo quindi (spiace dirlo)  in un caso evidente di maltrattamento, perché io non ha alcuna necessità di fare alcuna operazione sui dati della denuncia dei redditi del mio vicino, di Grillo, o di alcun altro cittadino, e viceversa. Chi li deve conoscere e li può trattare sono i dipendenti dell'agenzia delle entrate, o gli impiegati dell'asilo che devono controllare il reddito per fare la graduatoria dei bambini e così via.

La trasparenza di cui si è parlato sarebbe anche una buona cosa, ma deve essere volontaria e consapevole, e comunque esercitata consapevolmente da chi ne ha motivo, altrimenti prevale sempre il principio di legge generale previsto dalla 196/2003. I parlamentari ad esempio accettano di far conoscere i loro dati sul reddito, e nessuno si sogna di opporsi perché la mancata trasparenza sarebbe interpretata come indizio di qualcosa da nascondere.

D'altra parte, chiediamo il permesso per inserire il numero di telefono negli elenchi, e non esiste e non è mai esistito un elenco telefonico dei cellulari, e poi mettiamo on-line l'elenco di tutti i contribuenti italiani? Incredibile ingenuità.

La reazione di Grillo non si spiega però con queste raffinate considerazioni sulla tutela della sfera privata dell'individuo, ma con il fatto che i primi visitatori del sito si sono lanciati subito a spulciare la sua dichiarazione dei redditi, e hanno visto che denunciava oltre 4 milioni di Euro in un anno. Adesso vai a spiegare ai "grillanti" che il loro eroe, campione di ascetismo predicatorio, guadagna più di un intero gruppo parlamentare messo insieme? Sono tutti soldi guadagnati onestamente, ne sono sicuro, frutto degli spettacoli a pagamento nei quali il comico genovese, come sappiamo, si impegna con tutta l'anima. Ma l'ombra del dubbio si affaccerà inevitabilmente nei suoi adepti, anche i più convinti: e se avesse ragione Antonio Ricci e Striscia la notizia?

Così è partito sparato e irrefrenabile usando l'argomento più assurdo e incongruo  e invocando l'arrivo del salvatore Tremonti. La pubblicazione dei dati favorisce la mafia, la criminalità e i furti in villa, ha urlato. Quando si sa da sempre che la criminalità usa una sua propria dichiarazione dei redditi, e non si fida di quella spesso mendace degli interessati, anzi non la considera proprio. La sua dichiarazione (solitamente assai più precisa) è basata sulla osservazione delle dimensioni delle suddette ville e delle barche ormeggiata nel porticciolo turistico e sul numero di Cayenne e Voyager parcheggiate davanti alla porta di casa.

Saranno casomai i vicini di casa del suddetto fortunato proprietario di numerosi e costosi status symbol a guardare con curiosità e sorpresa la sua dichiarazione e scoprire che guadagnerebbe meno di un bidello di scuola. E qui si capisce anche la reazione più forte da chi può provenire.
Sempre ribadendo comunque quello che dicevo all'inizio: non si può fare.