sabato 31 maggio 2008

Roma trema


La sicurezza continua a tenere banco, è il principale cruccio degli italiani. Non solo Milano trema (come già avveniva,a quanto pare, negli anni '70, generando un intero filone di film "poliziottesco") ma ora anche Roma, nella nuova gestione Alemanno, vive nella paura.

Così dicono tutti i giornali. Così ribadisce l'ultimo numero di Panorama con autorevoli interventi di Ferrara, Vespa e del nuovo acquisto Luca Ricolfi.  Che ribadiscono un concetto: gli italiani hanno paura, hanno ragione ad avere paura (perché sono in maggioranza ad avere paura) e fessa la sinistra, e destinata alla perenne sconfitta, quando nega questo sentimento di paura e non si attrezza per dare ad esso risposte. La destra invece ha capito subito che questa è una priorità e l'ha prontamente messa al centro della sua azione (o forse l'ha semplicemente inventata e messa al centro dei pensieri degli italiani, ma il risultato non cambia).

No, non voglio partire con la solita confutazione statistica basata su confronti comparati con altri paesi dell'Occidente sviluppato, come scriveva giustamente Veltroni nel suo commento alle elezioni, non è con le statistiche che si diminuisce il sentimento di paura. Anch'io dicevo in un intervento di molti mesi fa (Tolleranza infinito, di settembre 2007) che anche se ci sono solo 3 scippi ogni 100 mila abitanti sono tre scippi di troppo, sopratutto per chi li ha subiti. E non voglio partire neanche con la mia esperienza personale di abitante del Rione Monti di Roma. Non voglio portarmi sfiga da solo.

Faccio invece un altro tipo di considerazione, molto netta: non è affatto vero che gli italiani hanno paura. Certo, interrogati o sondati ripetono tutti che la sicurezza è il loro problema principale, ma non si comportano di conseguenza. Non si chiudono in casa alle 10 di sera, ma alle 2 di notte del sabato in centro a Roma ci sono ingorghi neanche confrontabili a quelli delle 9 di mattina. Alle loro figlie, anche non maggiorenni, concedono di tornare a casa entro le 3 o le 4, si raccomandano solo che le accompagni qualche amico, ma lo sanno che non esistono più i ragazzi cavallereschi di una volta. Prendono soldi al Bancomat, li mettono nel portafogli e poi si incamminano tranquilli per le strade dei rioni descritti dai giornali come un Bronx romano. Parcheggiano noncuranti le loro belle auto e i loro enormi scooter in qualsiasi stradina, anche desertica; certo, spendono fortune in antifurto, ma hanno sicuramente fatto caso al totale disinteresse e alla generalizzata inazione che accompagna lo scattare delle sirene dei suddetti antifurto, quindi sono consapevoli, in modo più o meno esplicito, della loro sostanziale inutilità.
Anche la povera signora Reggiani, origine inconsapevole e sfortunata di questa psicosi, non ha avuto abbastanza paura da evitare di tornare a casa di sera alla stazione ferroviaria Tor di Quinto, in stato di colpevole degrado e collegata solo da una stradina privata non illuminata. Ed è stata purtroppo vittima di un infame criminale.

No, i romani non si comportano affatto come un popolo impaurito e ridotto in case trincerate da sacchetti di sabbia ("... e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia / fuori dalla finestra" cantava Lucio Dalla nel lontano '76) per difendersi dall'assalto incessante della malavita. Roma non assomiglia affatto ad una Beirut o una Bagdad con il coprifuoco in vigore.
Certo, un bel numero di persone, soprattutto se in età, non escono di casa e guardano la vita scorrere in televisione. Ma lo fa fanno per scelta, perché arrivano a casa distrutti dal lavoro, perché la movida costa. Sono quelli della vita casalinga, vivrebbero così anche se abitassero nel Liechtestein. Certo chi abita in ville isolate qualche problema statistico ce l'ha, senza confutazioni. Ma per la maggioranza le statistiche funzionano, è la paura che non funziona.

Ma l'origine della paura e del disagio, forse possiamo cominciare a dircelo, non è la cosiddetta micro-criminalità (che non è mai micro per chi la subisce). Questa c'è sempre stata. E' qualcosa di nuovo rispetto all'epoca dei polizieschi anni '70, è qualcosa di nuovo, qualcosa degli ultimi 10 anni, qualcosa che ipocritamente gli interessati non riconoscono di avere; è, banalmente, l'invasione degli immigrati. Qualcosa di ben diverso dalla necessaria prudenza richiesta a chi vive in una comunità complessa, dove una quota di illegalità, a quanto pare, è inevitabile. E dalla costante attenzione che amministratori e governi devono sempre avere per la repressione della criminalità.

Era tutto scritto in un racconto profetico di Ballard di diversi anni fa, "Il giardino del tempo"; ora ci siamo arrivati, nella realtà. Stranieri, estranei al nostro modo di vita, diversi nelle fattezze, nella lingua, nei costumi, si muovono sempre più numerosi nelle nostre città. E noi abbiamo paura, ma non possiamo confessare il perché, per timore di passare per razzisti, e quindi parliamo di sicurezza e inventiamo personali statistiche ("non se ne può più", "una donna appena esce di casa rischia di essere violentata", "una volta potevi lasciare una macchina aperta e non succedeva niente" [mai stato vero, lo so per esperienza], "non si sente parlare d'altro xhe di scippi", "ci vuole il porto d'armi", "chi te l'ha data questa?", "me l'ha data questo!"). Tutta ipocrisia per mascherare il nostro vero sentimento: la paura di essere invasi, di finire in minoranza a casa nostra, di essere sommersi, la difficoltà di vivere a contatto con loro, il senso di colpa per la nostra pigrizia nel fare figli, nell'affrontare sacrifici.

Quindi, prendiamo coraggio e affrontiamo il vero problema: come gestire l'immigrazione.  (nelle prossime puntate)

(Le immagini sono tratte da film polizieschi degli anni '70 sulla criminalità dilagante, la polizia impotente e i bravi cittadini in preda alla paura. Quindi, se i vostri genitori vi dicono che ai loro tempi queste cose non succedevano e si poteva uscire alla sera senza pericoli, mentono.)

3 commenti:

  1. Corradoinblog2 giugno 2008 14:24

    come sempre minoranza nella minoranza io di essere invasa da nuove civiltà che potrebbero perfino (senti senti) rivelarsi della atrofica nostra assai migliori.....non vedo l'ora dal 1980.

    cc

    RispondiElimina
  2. Corradoinblog2 giugno 2008 14:25

    vive la différence!

    cc

    RispondiElimina
  3. cc: certo che un paese aperto è più stimolante di un paese chiuso (e vecchio), ma il tema che sto affrontando (si capirà meglio con i prossimi post) è un altro: in un'Europa oggetto di flussi migratori sempre più consistenti il posto per la sinistra è solo all'opposizione?

    RispondiElimina