domenica 22 giugno 2008

L'autocritica

E' necessaria una franca e aperta autocritica. I giornalisti segnalano che i discorsi del capo del PD sorvolano colpevolmente sulla necessaria autocritica. Anche i militanti del PD vorrebbero sentire, a quanto pare, una sincera autocritica. Probabile che anche gli altri esponenti del vertice del PD, che siano parte delle fantomatiche correnti o meno, siano in attesa di questa catartica autocritica. Che spetta, ovviamente, a chi ha preso su di sé il peso della guida e delle scelte prima e durante la campagna elettorale. Quindi a Walter.

Ma l'autocritica, in fondo, a che serve? Ai tempi di Stalin e in generale nelle organizzazioni chiuse e orientate ad uno scopo, buono o cattivo che fosse (templari, ordine dei portaspada, gesuiti, rosacroce, monache di clausura, partiti politici totalitari, ...) serviva per confermare l'assoggettamento alla maggioranza di un deviante consapevole o inconsapevole. Non riguardava quindi mai il capo. Se l'autocritica era considerata credibile il deviante veniva riammesso (ma rimaneva sorvegliato speciale) altrimenti non faceva, solitamente, una bella fine.

L'autocritica del capo invece non ha senso. Facciamo un esempio con una banale società per azioni. Dove l'amministratore delegato, delegato appunto pro tempore a gestire la società dagli azionisti attraverso il consiglio di amministrazione, ha fatto qualche errore e ha portato un bilancio in rosso. Pensate che i consiglieri si aspettino un ampio discorso nel quale, con la massima sincerità, il suddetto capo azienda elenchi i suoi errori? E che ci fanno?

Quello che vogliono sapere è soltanto se: 1) si candida ancora a guidare la società; 2) qual è il suo piano per riportare il bilancio in nero. Se la risposta alla prima domanda è sì, valuteranno la credibilità del suo piano e rinnoveranno la fiducia, se la credibilità non sarà giudicata sufficiente e/o se è disponibile un candidato alternativo, passeranno alla sostituzione.

La situazione nel caso del PD è identica. Gli azionisti dl PD (ora va di moda il termine stakeholders, i "cointeressati", una definizione meno economica e di valore più generale) a mio parere vorrebbero sapere qual è il piano strategico per condurre nuovamente il partito alla vittoria, e attraverso quali fasi di avvicinamento all'obiettivo. Certo nella dimostrazione della validità delle azioni da intraprendere non si potrà prescindere dalle "lezioni apprese" (ovvero, dagli errori), mentre le scuse e le giustificazioni, dovrebbero essere poco apprezzate. Anche se ci sono dei veri artisti nelle scuse più elaborate e apparentemente convincenti. Uno è al governo attualmente in Italia.

Un piano strategico per tornare a vincere ha peraltro un primo obiettivo molto semplice, abbastanza ravvicinato, ma non tanto da non consentire di mettere in cantiere una serie di azioni anche incisive di modifica nella comunicazione e nel messaggio agli elettori. Mi riferisco ovviamente alle elezioni europee della primavera del 2009. E alla strategia per vincerle che, rapportato alla politica italiana e alla situazione del PD, consiste banalmente nel superare il risultato percentuale del 14 aprile.
 

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