giovedì 24 luglio 2008

Hanno abrogato l'articolo 18 e nessuno se n'è accorto

A suo tempo, secondo governo Berlusconi 2001-2006, un imponente muro si era alzato a protezione dell' articolo 18 dello Statuto dei diritti lavoratori, argine alla libertà di licenziamento da parte delle imprese (sopra ai 15 dipendenti). La più imponente manifestazione della storia italiana (ed europea, penso) con oltre 3 milioni di persone guidati dal grande Cofferati, aveva convinto il governo di centro destra a ripegare (anche se qualcosa con la legge Biagi hanno fatto lo stesso).

Ora, con un semplice emendamento alla finanziaria in votazione al Parlamento, viene introdotto qualcosa di molto simile, ma nel disinteresse generale, senza traccia apparente di qualsiasi protesta o anche blanda opposizione.

Cioè, non è proprio la stessa cosa, l'emendamento riguarda i soli lavoratori a tempo determinato, per i quali era previsto, sia dalla antica legge del '62, sia dalla stessa revisione della legge fatta sempre dal CD nel 2001, sia dal recente protocollo welfare del governo dell'Unione, un automatico passaggio a tempo indeterminato qualora fossero accertate dal giudice violazioni dei presupposti per il contratto a tempo determinato o delle norme che lo regolano.

Nel maxi emendamento alla finanziaria (DL 118/08) questa forma di tutela (forte) del lavoratore è cancellata, sostituita da un indennizzo economico, peraltro a livello di obolo (6 mensilità al massimo).
Ma non era la stessa cosa che volevano fare con la modifica dell'articolo 18?
Proprio così, dopo il licenziamento giudicato non per giusta causa il lavoratore, anziché essere reintegrato in servizio, sarebbe stato indennizzato con una somma che avrebbe stabilito il giudice. Come avveniva e avviene per i lavoratori di imprese con meno di 15 dipendenti.

Per chi vuole approfondire, invece di consultare il maxi emendamento (di ardua lettura) allego un articolo dell'altro ieri del Sole 24 Ore.

L'unica differenza che allora la modifica riguardava i lavoratori a tempo indeterminato, ed ora invece riguarda quelli a tempo determinato. Che evidentemente non li pensa nessuno, meno che mai, non si può non notarlo, i sindacati.

NB: non i collaboratori, né i dirigenti, la cosa riguarda proprio i contratti a tempo determinato riferiti ad un contratto collettivo di lavoro.

domenica 20 luglio 2008

Guerra all'assenteismo

Sento in giro molte critiche e molta ironia sulle iniziative del ministro Brunetta orientate a contrastare l'assenteismo e la bassa produttività nel settore pubblico. L'altra sera Paolo Villaggio interveniva alla trasmissione di Cruciani su Radio 24 (La zanzara) sostenendo sarcasticamente che si tratta di una battaglia velleitaria, contro un esercito che ha sviluppato negli anni le più raffinate tecniche di elusione di qualsiasi controllo. Riguardo all'ultima misura di cui si parla in questi giorni, la visita fiscale anche nel primo giorno di malattia, notava che servirebbe un altro piccolo esercito di medici fiscali, più altri medici fiscali che fanno la visita fiscale ai medici fiscali in malattia. Perché Paolo Villaggio? Come esperto della eterna lotta tra impiegati e datori di lavoro portata a forma d'arte popolare con la serie di libri e film dedicati all'impiegato Fantozzi. Che si rifaceva alle modalità di lavoro delle grandi aziende del gruppo IRI negli anni '70. Perchè l'impiegato che sfugge abilmente abilmente al lavoro e il suo contraltare, l'organizzazione inefficiente e illogica, non è certo una novità o una specialità italiana. Qualcuno ricorda la micidiale striscia a fumetti Bristow,  di Frank Dickens, pubblicata per anni su Linus, che parlava della realtà inglese?

L'assenteismo è l'inverso del coinvolgimento negli obiettivi aziendali ed è logico che sia combattuto strenuamente in qualsiasi organizzazione che ha la pretesa di funzionare e dare un servizio o un profitto. Il coinvolgimento nasce da 4 elementi (+2): etica personale, prospettive di carriera, prospettive di guadagno, compiti affidati. Quando mancano tutti e quattro, come avviene a volte nel settore pubblico (ma anche in quello privato) l'assenteismo è una logica conseguenza. Che diventa matematica se si aggiungono gli altri due elementi ambientali: il ricorso esteso all'assenteismo da parte degli altri impiegati nello stesso gruppo e la presenza di impegni familiari di difficile gestione (bimbi piccoli, carenza di nonne, distanza dell'ambiente di lavoro e mezzi pubblici carenti, ecc.).

L'assenteista fa ricorso a pochi strumenti ricorrenti: malattia entro il numero di giorni "di franchigia" senza presentazione di certificato medico (normalmente un giorno, posizionato preferibilmente il venerdì o il lunedì), ferie telefoniche (ormai via SMS: "problema imprevisto a casa, domani devo prendere un giorno di ferie, mi spiace"), che arrivano magari ad utilizzare anche il monte ferie dell'anno dopo, presenza virtuale sul posto di lavoro (timbratura e firma seguita da abile sparizione per parte o tutta la giornata, più frequente se il posto di lavoro è in una zona urbana, magari ampiamente dotata di negozi e altri servizi, meno se è in un palazzone per uffici isolato nell'hinterland di una città). Fino ad arrivare alla più volte citata finta malattia, certificata da medici compiacenti, di durata sempre posizionata entro i limiti previsti dai vari contratti aziendali.

Per la sparizione dal luogo di lavoro il contrasto sarebbe rappresentato dalle videocamere di sorveglianza, mentre per le malattie la soluzione sarebbe la mitica visita fiscale. Che però (oltre ad essere un costo) non è nulla di più che una riduzione dell'efficacia dell'assenza. Costringe infatti a restare a casa, niente di più. Il medico fiscale non potrà che prendere atto dei sintomi lamentati, se è proprio zelantissimo e i sintomi sono labili o contradditori potrà al massimo chiedere una analisi di conferma. Che però non dimostrerà di solito nulla, e inoltre lo metterà in contrasto con il medico di famiglia. Un piccolo fastidio per il dipendente se non sarà trovato a casa. Ovviamente sarà andato dal medico a farsi controllare (e fare il certificato) e quindi porterà poi un secondo certificato che attesta questa situazione.

Non si riduce così l'assenteismo. Prese le misure delle nuove regole, gli assenteisti guidati dai 6+2 motivi citati sopra riprendono la loro quota annua di giorni liberi extra. Il sistema usato dalle organizzazioni è un altro: management + budget + sistema premiante. I manager (i dirigenti) sono responsabilizzati assegnando loro un budget di assenze nel loro gruppo e un obiettivo di riduzione rispetto all'anno precedente, e vengono loro forniti mensilmente gli indicatori di assenteismo (ed es. frequenza delle assenze di un giorno attaccate ad una festività). Saranno poi loro ad intervenire uno per uno sugli impiegati "a rischio" assegnando ad esempio compiti più pressanti o stimolanti o agendo sulle leve del sistema premiante, o con visite fiscali mirate, e non alla cieca. Sistema premiante che può essere anch'esso strutturato per ostacolare il ricorso alle assenze, in primo luogo stabilendo una soglia oltre la quale non scattano i premi personali, ma anche con premi di produttività di gruppo che richiedono il raggiungimento di certi livelli di presenza. E creano un efficace auto-controllo di gruppo.

Operando su un piccolo gruppo di 20-50 persone, gli aspetti odiosi del il contrasto all'assenteismo sono annullati o almeno mitigati (accanirsi su chi è veramente in difficoltà, prendere a casaccio qualcuno che incappa nei controlli mentre i "professionisti" la fanno franca e così via).

Non penso che l'attuale ministro della Funzione pubblica non abbia chiari questi elementi base della gestione delle risorse umane, e sia per questo che parla di visite fiscali a tappeto e altri strumenti dall'alto e indifferenziati (peraltro si tratta della semplice applicazione di norme introdotte diversi anni fa e rimaste in gran parte inapplicate). Penso che abbia invece chiaro che la via maestra del coinvolgimento del middle management richiede per l'applicazione altri tre elementi: il consenso partecipativo del suddetto middle management, una organizzazione aziendale ed un sistema premiante efficienti.

Elementi che evidentemente il ministro ritiene che scarseggino nella pubblica amministrazione (e che non sono così diffusi neanche nelle organizzazioni private di grandi dimensioni, come dimostra ad esempio il caso Fiat e il suo rapido ritorno all'efficienza con Marchionne). Quindi ha scelto la strada mediatica e simbolica (e gradita all'elettorato del CD, più forte tra i lavoratori privati e meno tra i lavoratori del settore pubblico).

Agli impiegati pubblici arrivano messaggi del tipo "è finita la festa", "potrebbero esserci controlli approfonditi in qualsiasi momento", "qualcuno sarà beccato inevitabilmente. Si divideranno quindi tra una percentuale che continuerà a comportarsi correttamente, una percentuale che scrollando le spalle dirà "passerà anche questo", "tanto non possono farmi nulla" e una percentuale che seguirà un comportamento più prudente.

Se la terza percentuale salirà in modo significativo, sarà comunque un buon risultato, almeno nel senso della giustizia sociale. Non ne seguirà però necessariamente una maggiore efficienza. Quella deriva dalla corretta assegnazione dei compiti. Un esempio? Un settore pubblico a basso assenteismo è quello della istruzione, e degli insegnanti in particolare. Il motivo è molto semplice: l'assenza si vede, 20 o 30 ragazzi sono senza insegnante (e non pensiate che non ne siano scontenti) e altri insegnanti dovranno coprire il buco. Un buon sistema di auto-controllo orizzontale.

Distribuzione dei compiti, mobilità tra organizzazioni pubbliche, uniformità di trattamento contrattuale, sistema premiante, effetti del lavoro a tempo determinato, controlli a campione e non discrezionali, coinvolgimento negli obiettivi del middle management, sistemi di misura della produttività, misurazione del potenziale, customer satisfaction, ce n'è per tutti, e per anni.

Almeno non si parla della digitalizzazione della P.A. come panacea per tutti i mali.


sabato 12 luglio 2008

Almeno uno?

Torno alla domanda lasciata in sospeso nel post precedente:

Ma ci sarà mai stato uno, un elettore orientato a votare centro destra, che ha cambiato idea ascoltando le denunce di Travaglio o le battute di Luttazzi sull'odiato cavaliere?

Le reazioni a suo tempo furiose di Berlusconi potrebbero far pensare che. almeno lui ritenesse avessero una certa efficacia. Ma forse si limitava ad adirarsi contro critiche che, sentendosi in alto e avendo inquadrato il tipo, considera intollerabili. E ad emettere il famoso "editto bulgaro" non tanto per fermare pericolose voci libere, quanto per riaffermare con i suoi elettori la sua potenza di capo.

Anche senza il conforto di indagini statistiche e sondaggi mi sento di affermare, dopo le ultime elezioni, che i suoi timori, anche se fossero stati reali, erano infondati. Non ce n'è neanche uno. Intendo uno che ha votato la CdL o il PdL perché credeva fermamente non solo nei suoi obiettivi, ma anche nel mito del capo che si è fatto da solo. E che, colpito dalla conoscenza di fatti che non sapeva (l'avvocato Mills che da' una versione di comodo nel processo numero 1000) scandalizzato dalla scorrettezza del suo candidato, lo abbandona e passa al campo avverso.

Chi doveva convincersi ha avuto quindici anni per farlo, i giovani se cambiano idea non è certo perché scoprono la storia della marchesa Casati e della villa di Arcore, ma più probabilmente perché hanno avuto uno scontro frontale con la realtà del mondo del lavoro in Italia.
Chi sospetta che la fortuna di Berlusconi non è dovuta solo al talento e alla fortuna, ma anche a numerosi aiuti alla suddetta fortuna è ormai da anni e anni nel recinto del Centro sinistra. La reiterazione delle denunce al massimo può tenerlo all'interno del suddetto recinto.

Mi rendo conto che mi sto inoltrando in un discorso scivoloso. Voglio forse dire che, essendo del tutto inutile a fini elettorali ogni denuncia di violazione dell'etica e della moralità (vere o presunte che siano) la sinistra dovrebbe soprassedere, adeguarsi al comune sentire, uniformarsi all'etica elastica che prevale, a quanto sembra, tra i connazionali? Seguire quindi i pressanti consigli del Corriere della sera?

No affatto. Penso anzi che il CS dovrebbe ancor più di prima mantenere fermi questi principi. Esigendo però spiegazioni ufficiali (si tratta, in fondo, di un premier e del suo governo), difendendo la magistratura se attaccata senza argomenti, piuttosto che spargendo allusioni, inseguendo accuse ancora non provate, o aspettando processi liberatori.
Azioni di testimonianza e coerenza, non propaganda, abbandonare ogni illusione che si possa costruire una strategia del consenso sulla denuncia  delle "malefatte di Berlusconi". Questo dice la storia degli ultimi 15 anni, con ben pochi margini di dubbio.

"Dalla telecrazia ci salverà un avivso di garanzia" diceva un cartello del sindacato giornalisti Rai che ho visto a una manifestazione contro Berlusconi che passava sotto casa mia nell'ormai lontano autunno  '94. Ricordo che sotto lo striscione c'erano Giulietti e la Gruber abbracciati ed entusiasti. Erano gli anni in cui la sinistra pensava e sperava che Berlusconi fosse un incidente di percorso, destinato a sparire in breve tempo. Gli avvisi di garanzia sono arrivati, i processi e perfino le condanne (indirette) anche.

Si è scoperto però con gli anni che, se parliamo di politica, quindi di mantenimento e accrescimento del consenso, di gruppi portatori di interessi e presunti difensori dei suddetti interessi, i messaggi efficaci, e i mezzi per farli arrivare, sono altri.

Un momento, i mezzi. Ma non sarà che è la televisione, lo stretto controllo sui media, ad avere separato Berlusconi dalla coscienza delle sue "malefatte"? "Se solo gli elettori potessero sentire in un programma televisivo la vera storia del processo Previti ..." ecc. ecc. No, non credo neanche questo. Primo, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Se un elettore di CD avesse il sospetto che i suoi partiti e il suo condottiero lo stessero fregando, avrebbe mille modi per informarsi o almeno insospettirsi, dai libri, ad Internet, ai giornali non allineati, fino alla free press e a Zelig. Secondo perché queste "malefatte", almeno quelle che lui elettore considera veniali (sono incluse sicuramente le ultime, molto private) tende a giustificarle. Certo la televisione serve, e molto, ma penso che dovrebbe usata (se fosse a disposizione del CS) per messaggi più efficaci.

In sintesi, la strategia per incrementare il consenso non passa di qui. Può essere al massimo una strategia per mantenere il consenso conquistato, Ma è una strategia che serve a poco, quando si è in minoranza.
 
(Chi è questo personaggio dei fumetti che ho preso a simbolo di questi due ultimi post? Ma è l'neffabile e candido Moomin, in finlandese Muumipeikko, eroe di storie minime e ingenue, ma profonde)
 

venerdì 11 luglio 2008

Con certi amici ...

... non hai neanche bisogno dei nemici. Questo avrà pensato Veltroni durante la manifestazione dell'IDV (+ segmenti del PD) a Piazza Navona. ma questo ha concluso alla fine anche l'organizzatore Di Pietro, che incautamente ha invitato Beppe Grillo e Sabina Guzzanti ad una manifestazione chiamata "no-Cav" e che quindi, almeno nelle intenzioni e nel nome, doveva essere diretta contro il cav. Berlusconi.

Ho letto le raffinate analisi di Curzio Maltese di oggi sulla differenza tra show business e political affairs, ho sentito le critiche più che altro infastidite della "stampa borghese" (Radio 24).

Ma vorrei fare considerazioni molto più pragmatiche, orientate a capire l'efficacia di questo tipo di opposizione. Lo spunto me l'ha dato uno dei miei cugini, che segue con passione Grillo e lo accredita di essere un esempio di opposizione decisa, mentre un altro mio cugino confermava la esigenza di questo approccio diretto e senza riguardi.

Sceglietevi gli amici con più curaPrima però occorre ragionare sul Di Pietro scippato della sua manifestazione, e che si precipita a cercare (inutilmente) di riprenderne il controllo. Non è chiaro il motivo della sua sorpresa.

Beppe Grillo negli ultimi due anni ha attaccato solo e soltanto il centro sinistra, ha definito con ben poca eleganza il governo Prodi come governo Parkinson, ha sollevato ondate di rabbia contro la già di suo traballante compagine dell'Unione, ondate che hanno spostato verso il non voto frotte di elettori, fino a provocare la espulsione dal parlamento della "sinistra radicale" (altro che Veltroni "santo subito"). Certo per dare un colpo al cerchio e uno alla botte definiva ogni tanto Berlusconi "lo psiconano". Ora, la notazione sulla complessione fisica non certo da giocatore di basket è del tutto irrilevante, può anche essere alto solo un metro e 68, altezza insufficiente per entrare nei granatieri, ma qualcuno ha mai valutato un capo azienda o capo di stato in base all'altezza? Aggiungeva però "psico", alludendo ad una fantomatica instabilità caratteriale, forse a fissazioni. Anche qui, niente di più fuori obiettivo, avrà tanti difetti il nostro eroe, ma certo se c'è una cosa che ha in abbondanza è la stabilità e la ferrea coerenza negli obiettivi.

La Sabina Guzzanti (brava attrice ma dotata di una innata carica di antipatia, secondo il mio modesto parere) una volta dava anche lei un colpo al cerchio e uno alla botte. Prese in giro e imitazioni di Berlusconi. Poi subito dopo di D'Alema (forse anche migliori e più feroci, meno scontate). Ma da qualche anno anche lei si è specializzata nel denunciare in ogni trasmissione (mitiche le sue performances ad Anno zero con Santoro) lo schifo che faceva il governo dell'Unione.

E cosa fanno assieme i due eroi chiamati a suonare la carica contro il cav? Sono rimasti in Italia solo due contro poteri che possono bilanciare il suddetto cav, il Quirinale e la chiesa, e loro cosa attaccano, dimenticando totalmente Berlusconi? Napolitano e il Papa. Anche la chiesa? Certo, le uniche voci non acriticamente allineate contro provvedimenti volutamente e ostentatamente razzisti come la schedatura mirata degli zingari sono venute dalla chiesa. Il Papa aveva un atteggiamento ben differenziato, è vero, tra Veltroni e Berlusconi (sberle virtuali e baciamano non virtuale) ma la chiesa è una struttura ampia e abbastanza forte da poter parlare liberamente (a differenza della cosiddetta e ormai ex stampa indipendente italiana). E l'ha fatto, sia su Famiglia Cristiana , sia su Avvenire. Un attacco al Papa mette in imbarazzo tutta la chiesa, anche le voci più indipendenti al suo interno.

Almeno uno?Ma dimentichiamo l'incidente stigmatizzato subito anche da Di Pietro e Colombo e facciamo finta che la manifestazione fosse stata effettivamente contro il cav, una puntigliosa elencazione ed enfatizzazione delle sue malefatte e dei perduranti segreti sull'origine delle sue fortune. L'area nella quale è maestro il giornalista Travaglio.  Del quale nessuno mette in dubbio la sincerità, la preparazione, la passione, la tensione morale.

Ma io penso che sia giunto il momento di valutare i risultati di questi sforzi (nel caso in esame comunque totalmente annullati dalle performances di Grillo e Guzzanti S.). Ponendomi una semplice domanda:

Ma ci sarà mai stato uno, anche un solo elettore orientato a votare centro destra, che ha cambiato idea ascoltando le denuncie di Travaglio o le battute di Luttazzi? La risposta (almeno, la mia risposta) alla prossima puntata.

mercoledì 9 luglio 2008

Il voto segreto (a scuola)

Il primo intervento significativo del nuovo ministro della scuola Mariastella Gelmini è stato "secretare" i risultati dell'esame di maturità. La motivazione che abbiamo letto sui giornali è stata l'intenzione di garantire il rispetto della legge sulla privacy.

La legge in realtà non c'entra nulla. Come dice la parola stessa è nata per tutelare la sfera privata delle persone, quindi in primo luogo le opinioni politiche e religiose, lo stato di salute, l'inclinazione sessuale. Sono tutelati, è vero, anche i dati personali comuni, come la data di nascita, il numero di conto corrente bancario, lo stipendio o, appunto, i voti ricevuti a scuola.

Per questi dati comuni deve però essere semplicemente evitato il "maltrattamento" ovvero l'uso improprio e non autorizzato, per altri fini.

Ad esempio lasciare in giro su una fotocopiatrice o su una scrivania i numeri di conto corrente di tutti i dipendenti sarebbe un maltrattamento.  Oppure, nel caso dei voti, passare al Cepu o altre organizzazioni simili i voti per individuare i soggetti con un voto insufficiente, e fare un mailing mirato, sarebbe un maltrattamento.

Lo sarebbe anche pubblicarli in un luogo improprio, che so, l'atrio di una stazione. Forse lo sarebbe anche nel caso di pubblicazione sul sito della scuola, ma non è detto, non ne sono convinto, perché sarebbe comunque un uso proprio orientato alla trasparenza e indirizzato a chi cerca esplicitamente quelle informazioni navigando su Internet. Sicuramente non è un maltrattamento pubblicarli in bacheca nell'atrio della scuola, come si è sempre fatto, come si fa in tutti i paesi. Il legislatore scrivendo la legge sulla privacy certo non ha pensato a questo ipotetico abuso.

Il motivo vero è un altro. Stroncare la pratica dilagante e tutta italiana dei ricorsi. Abbiamo il numero di avvocati pro capite più alto del mondo, ognuno o quasi ha un avvocato o un praticante in famiglia, quindi per ogni voto apparentemente ingiusto parte il ricorso. Lavoro in più per la scuola (e per i giudici di pace  e così via). Senza poter fare i confronti con gli altri maturati nella stessa scuola o nella stessa commissione è più difficile che si inneschi il meccanismo del ricorso. Anche se non impossibile, può essere richiesto l'"accesso agli atti", anche questo con una lettera scritta da un avvocato. E poi, ricorso.

Capisco l'intenzione difensiva del mondo della scuola, apparentemente sembra giustificabile, ma si innescano effetti collaterali indesiderati, estremamente negativi.

L'inverso della trasparenza
il voto ora è segreto, perfino tra compagni di classe. Addio ai confronti e al controllo reciproco, e massima opacità sull'operato delle commissioni, massima discrezionalità e arbitrio. La situazione ideale per far passare raccomandazioni (vedi il post precedente),  aggiustamenti o addirittura vendette (parlo di abbassamento di voti). In un mondo di raccomandazioni e scambio di favori è l'ultima cosa da fare.

L'inverso della meritocraziaPremiare il merito passa necessariamente attraverso la pubblicità dei risultati ottenuti. La pubblicità è la prima forma di premio in qualsiasi sistema meritocratico. Con il voto segreto, gli unici voti che si conosceranno saranno quelli dei 100 e lode ricevuti da Napolitano. Totale incoerenza. Soprattutto se arriva dai liberisti (a parole) attualmente al governo. Neanche i democristiani più prudenti sarebbero arrivati a tanto.  Sarei curioso di sapere cosa ne pensa la Confindustria, che parla ossessivamente di meritocrazia in ogni convegno da tempo immemorabile.

Ancora una volta la privacy viene stiracchiata e sfruttata per farne un uso improprio, riducendola con il solito procedimento ipocrita all'italiana, a pretesto per altri scopi meno pubblicizzabili.

domenica 6 luglio 2008

Maturità: oscillazioni, raccomandazioni, trucchi (e privacy)

Cinquecentomila ragazzi italiani hanno completato nella scorsa settimana il primo reale confronto tra loro stessi e il mondo esterno, quell'esame di maturità (ora in realtà semplicemente "esame di stato") che chiude il ciclo di istruzione alla maggiore età.

Se ne possono trarre alcune interessanti riflessioni.

La maturità
Bisogna ammettere che il nome tradizionale non è poi sbagliato o troppo enfatico. L'esame arriva assieme alla maggiore età, al diritto di voto (e di guidare la macchina o un 150). E' da discutere se questa apertura di credito e di delega da parte della società sia ben riposta rispetto al grado effettivo di crescita dei ragazzi, oggi. Secondo alcuni maturano prima grazie al bombardamento di informazioni del nostro mondo multimediale. Secondo altri maturano dopo per colpa del mammismo dilagante delle famiglie italiane. A mio parere, guardandomi attorno e in base alle mie esperienze dirette, il ciclo di crescita non è cambiato dalle generazione precedenti, effettivamente a 18-19 i ragazzi anni i ragazzi possono e debbono essere considerati dei "giovani adulti".

L'esame
L'ultimo esame di maturità tradizionale , quello con tutte le materie e con il programma degli ultimi tre anni, raccontato come una specie di impervio rito di iniziazione (sarà poi vero?) è stato quello del giugno-luglio 1968. Gli ultimi ad aver fatto quell'esame sono stati quindi quelli del 1949-1950, gli attuali sessantenni. Poi è iniziata una lunga fase di esami "sperimentali" (è stata una delle prime conquiste del '68) sulla quale sorvolo, ma nella quale si è distinto il centro destra (ministro Moratti) riducendolo al rango dell'esame di quinta elementare. Una delle poche cose portate a compimento dal centro sinistra nel breve governo 2006-2008 è stata ridare serietà e senso logico a questo momento di passaggio.

Le raccomandazioni
Un modo (distorto de inquietante)  per confermare il ritorno alla serietà dell'esame è il fenomeno delle raccomandazioni. Non ci volevo credere, visto il valore molto relativo (vicino allo zero) che ha nel mercato del lavoro un voto alla maturità di 100 o superiore a 80. Eppure diverse testimonianze dirette mi confermano raccomandazioni e pressioni sulle commissioni, pare in forte aumento.
D'altra parte poche categorie sono influenzabili e ricattabili addirittura come quella dei professori. Non tanto per gli stipendi bassi, quanto per le continue esigenze di trasferimenti e avvicinamenti, concorsi interni per passaggio di ruolo, e ovviamente, ampia presenza di personale a tempo, precario.
Quindi ecco agitarsi il sottobosco dei politici e faccendieri di turno, pronti a offrire i propri contatti nel mondo della scuola a genitori che non credono affatto alla maturità dei loro figli, in cambio di crediti da sfruttare poi al momento opportuno. Un altro esempio della immaturità del nostro paese.

I trucchi
Chi non ha accesso a questo canale e comunque si ingegna per ottenere il massimo risultato non con la via diretta ma mediante una scorciatoia, ricorre ai trucchi. Che ci sono sempre stati. Quando l'ho fatto io la più brava della classe, sollecitata e impietosita, aveva alla fine lasciato la versione di greco al bagno. Io ero troppo orgoglioso per ricorrere a queste scorciatoie e così non mi sono congedato con il massimo, ma la possibilità c'era. Ora però i trucchi sono tecnologici e coinvolgono di solito famiglie e un vero e proprio back-office, non sono interne al mondo dei ragazzi contrapposto a quello degli adulti.

Il doppio telefonino
Il trucco principe è quello del doppio telefonino. Un telefonino civetta viene portato al solo scopo di lasciarlo ai commissari, che all'inizio della prova scritta sequestrano ogni oggetto tecnologico dotato di memoria. Ma un altro, a volte uno smart phone, viene nascosto addosso. Per trovarlo nelle scuole dovrebbero essere attrezzati metal detector e ispezioni corporali come negli aeroporti. Durante la prova, dopo che si è saputo il testo della versione di greco o del compito di matematica (poche decine di minuti) e circolano già le soluzioni, il piccolo truffatore va al bagno, e riceve il compito svolto via SMS o addirittura via e-mail, se ha uno smart phone. Deve solo copiarlo velocemente. Una scuola di trucchi e raggiri e disparità che non si può bloccare con controlli e divieti o contro-tecnologie, ma solo abolendo gli scritti o riducendo la loro importanza, o almeno facendo verifiche obbligatorie a campione (ma non decise dalla commissione).

Il voto segreto
Rimane l'ultima riflessione interessante sull'uso improprio della privacy che è stato utilizzato dal ministro attuale per introdurre il "voto segreto" anche alla maturità. Negazione totale dei principi della meritocrazia e della trasparenza, che tutti dicono di perseguire (a parole). Ma questa distorsione merita un approfondimento a parte.