giovedì 11 settembre 2008

Italia 2011?

Ero in macchina, alcuni mesi fa, c'era ancora il governo dell'Unione, e ascoltavo come al solito la radio, Radio 24 per la precisione, intervistavano l'ex presidente Ciampi, si parlava di una nuova iniziativa che lo vedeva partecipe e attivo. Era la organizzazione dei festeggiamenti per un grande avvenimento pianificato in un prossimo futuro, il 2011, a Torino. Quale anniversario cade in quell'anno? Ma è ovvio, i 150 anni dell'unità d'Italia, 150 anni dalla elezione del primo parlamento nazionale. Ascoltavo con interesse la prosa sobria ma ispirata del nostro precedente presidente, quando mi è passato un brivido lungo la schiena.

L'azione parallela
Qualcuno ricorderà probabilmente il grande romanzo di Musil, L'uomo senza qualità, uno dei grandi libri del '900. Uno dei motori della storia è l'azione parallela, i festeggiamenti per i 70 anni di regno dell'imperatore Francesco Giuseppe (ormai noto ai più come marito della principessa Sissi) che sarebbero arrivati nel 1918. In parallelo con quelli di Guglielmo II di Germania. Soltanto che, come si sa, nel 1918 non ci sarebbe stato più nè l'imperatore né l'impero austro-ungarico.
Il contrasto tra l'impegno profuso dagli aristocratici personaggi per organizzare le celebrazioni, nel pieno fulgore dell'impero, nella Vienna degli anni '10, e la nostra conoscenza dei fatti, della prossima fine di quel mondo, faceva di questa invenzione letteraria, l"azione parallela", l'elemento centrale di questo grande romanzo.
Ero io, suggestionato da questo ricordo, a effettuare un collegamento arbitrario?
Mi è venuto in mente anche un altro celebre saggio "Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?" scritto nel lontano 1969 dallo storico russo dissidente Andrej Amalrik. Quando si è conosciuta in occidente sembrava l'opera di un visionario, eppure ... individuava correttamente uno dei motivi del crollo dell'impero nei nazionalismi mai superati delle repubbliche sovietiche. E la sua previsione si sarebbe rilevata errata di soli cinque anni.

Ma l'Italia cosa c'entra, perché non dovrebbe esserci nulla da festeggiare nel 2011?
La secessione, la secessione della Padania, qualcuno ricorda che al governo c'è un partito, chiamato Lega Nord, che ha questo obiettivo, come ce l'hanno i suoi elettori?
Esagero? No, anche io sono un padano e mi risultano ben chiari gli obiettivi dei miei conterranei.
Certo, dalla originaria tattica della secessione con le armi o quasi, stile ex Jugoslavia, la Lega è passata ad una strategia morbida, istituzionale, che baratta strumenti utili alla secessione con l'indispensabile appoggio al Centro Destra di Berlusconi.
La strategia e il modello rimangono però sempre gli stessi: la Slovenia (secondo me) o l'Olanda (secondo loro). Un piccolo paese, che non conta quasi nulla in Europa e ancor meno nel mondo, ma ricco, con PIL pro capite elevato, poche tasse e pochi immigrati (sperano loro) e soprattutto, senza più la zavorra del Sud, il meridione d'Italia con i suoi eterni problemi (che vanno anche loro per i 150 anni).
Effettivamente il Nord Italia senza Meridione è ai livelli più elevati d'Europa per ricchezza e tenore di vita.

Durante il precedente governo Berlusconi la strada scelta era stata quella della riforma della Costituzione, lo strumento erano le macro-regioni, una riaggregazione che avrebbe preparato il terreno per la secessione. Berlusconi però ci ha infilato altre cose che servivano a lui, come il presidenzialismo e la riduzione del ruolo del parlamento e, complice la sconfitta elettorale del CD nel 2006, la nuova costituzione è finita nel cestino.
Ora ci riprovano per una strada più agevole, più diretta, che punta diritto alla sostanza (i soldi): il federalismo fiscale.

Tutti vogliono il federalismo fiscale
Tutti ne parlano bene, è il logico compimento della riforma federale dello stato, inserita nella Costituzione nel 2001, rende responsabili gli enti locali, i cittadini vedono direttamente i risultati della loro amministrazione locale, si estende l'uso delle tasse di scopo.
Eppure anche un ragazzino delle medie, acquisiti i primi rudimenti di algebra, comprenderebbe che se la somma (il prelievo fiscale complessivo) non cambia, le risorse delle singole regioni possono cambiare soltanto se alcune avranno il segno + e altre il segno -.
Il segno + lo avranno le regioni del Nord, più ricche, per questo sono interessate al federalismo fiscale (altrimenti, perché agitarsi tanto?). E il segno - qualcuno se lo dovrà prendere, e saranno inevitabilmente le regioni del Sud.
Poi si parla di compensazioni, triangolazioni, fondi di solidarietà, ma sono tutte palle. Se queste compensazioni saranno tali da riportare i segni + e - al segno = il federalismo fiscale perderà ogni motivo di esistere, e sarà del tutto privo di senso agitarsi per ottenerlo.
In sintesi, qualcuno deve guadagnarci, e qualcuno deve rimetterci, e quest'ultimo è inevitabilmente il Sud d'Italia, e in particolare le tre regioni con il maggior peso di contributi statali: Campania, Calabria e Sicilia.

"E' vantaggioso soprattutto per il Sud"
Perchè dovrebbero accettare? Si parla del vantaggio che avrebbero grazie a questo potente stimolo per tornare virtuose. Ma è solo fumo. Ve lo immaginate un datore di lavoro che dice ai suoi dipendenti: "sprecate troppi soldi in spese voluttuarie, per aiutarvi a organizzare meglio il vostro bilancio familiare, ho deciso, per il vostro bene, di diminuirvi lo stipendio"? Per questo continuano tutti a ripetere ossessivamente "è vantaggioso soprattutto per il Sud", è la classica excusatio non petita.
Le regioni del Sud potrebbero accettare solo se obbligate da qualche causa di forza maggiore. Tipo se avessero perso una guerra (non sia mai), come nella "pace di Versailles" dopo il primo conflitto mondiale. Oppure se votassero compatte per il centro sinistra, e quindi lì il centro-destra avesse lì poco o nulla da perdere.

Ma così non è, e quindi le regioni interessate si limitano e si limiteranno a fare melina. Come ha iniziato a fare la potente regione Sicilia, la più costosa per il bilancio statale, quella che perderebbe di più con il federalismo fiscale. il governatore (che si chiama proprio Lombardo, bizzarria dei cognomi) non ha detto no, ha detto sì. Solo che ha aggiunto che la Sicilia ha bisogno di un po' di tempo per adeguarsi. E ha stimato questo po' di tempo in 10 anni. 10 anni? Un'era geologica nella politica italiana. Da buon ex democristiano ha applicato la versione DC del vecchio slogan sessantottino "tutto e subito", la sua risposta infatti suona come "tutto e mai".
Non è questo che vuole la Lega e il popolo del Nord che la segue numeroso (1 su 3-4 elettori).
E lo può ottenere in un altro modo, molto più semplice, già sperimentato in Europa: la secessione.
E torniamo così alla mia preoccupazione iniziale.

"L'unica soluzione è la secessione"
Per arrivarci ci sono due strade: la via legale, la separazione consensuale, e la via armata. La prima è stata applicata ad esempio nella ex Cecoslovacchia, la seconda, a vari gradi, nella ex Jugoslavia.
Saremo la ex Italia prima del fatidico 2011, 150 esimo anniversario dell'unità?
I leghisti è questo che vogliono, forse è meglio che gli altri italiani se ne rendano conto.
Ora ci stanno provando con il federalismo fiscale, ma in caso di insuccesso potrebbero tornare anche alle macro-regioni (tanto sono al governo e sono in condizioni di ricattare Berlusconi).
E poi c'è l'opzione militare. Tutti considerano esagerazioni folkloristiche le uscite militaresche e minacciose di Bossi, ripetute a intervalli regolari da ormai molti anni. Probabilmente facevano lo stesso nella ex Jugoslavia quando ascoltavano i leader sloveni o croati. Le condizioni certo non ci sono, ma una progressiva crisi economica molto mal gestita potrebbero crearle. Il federalismo fiscale con il suo evidente e immediato vantaggio economico fornirebbe il carburante necessario a mettere in moto il meccanismo.

Il principale ostacolo sulla strada della secessione non appare essere rappresentato dalle regioni meridionali e dai loro fiduciosi elettori, che continuano tranquillamente a votare in massa per la destra, anzi ora anche di più.
Non si vede neanche opposizione interna al centro-destra, proveniente da AN (soprattutto) e da Forza Italia, che non hanno alcun vantaggio nel prendere questa strada e nel complicarsi la vita con una ardua riforma fiscale, generatrice sicuramente di tensioni e contrasti. Ma l'impressione che si ha è che il federalismo fiscale non è per loro una priorità, ma non intendono mettere a repentaglio la magica alleanza che ha consegnato loro il potere.

L'argine principale sarebbe l'Europa, che vedrebbe in molti paesi un possibile effetto contagio (Gran Bretagna con la Scozia, Belgio tra fiamminghi e valloni, Spagna con la Catalogna e i Paesi Baschi, ognuno ha la sua Lega) e che quindi farebbe muro. Ammesso sempre che abbia strumenti per farlo.

In sintesi, proporrei celebrazioni sobrie per il 150 anniversario dell'unità d'Italia e soprattutto, per scaramanzia, le organizzerei all'ultimo minuto!

(Le immagini, tratte dal sito www.italia61.it  si riferiscono  ad alcune attrazioni della esposizione Italia 61 organizzata a Torino per i 100 anni dell'unità d'Italia, con in evidenza la famosa monorotaia) 

7 commenti:

  1. Visione apocalittica ma plausibile. Il problema è che l'unità d'Italia è stata fatta male e gestita peggio. Anche la sx, con la riforma del 2001, dovrebbe fare i suoi bei mea culpa: per far tacere Bossi, hanno messo in moto un meccanismo che nessuno per ora potrà fermare.

    Mi dispiace, ma in queste cose la penso come il peggiore dei monarchici: meglio il centralismo, la filiera unica del potere, che questo inverecondo spezzatino foriero solo di moltiplicazione di centri di spesa, disparità di trattamento tra i cittadini e feudalesimo amministrativo.

    Guarda, avendo l'esperienza della Sicilia, io non avrei fatto nascere nemmeno le regioni

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  2. Apocalittico? Guerra a parte (non sia mai), mi chiedo se è un giudizio così scontato. Se l'Italia insieme non ci vuole stare, se dopo 150 anni di questione meridionale irrisolta possiamo tirare le conclusioni (che è irrisolvibile) se il futuro è l'Europa, cosa importa se le regioni (o gli stati federati) di lingua italiana che vi aderiscono sono uno o due? In fondo anche di paesi di lingua tedesca ce ne sono due. Cioran, il filosofo, dice che "non si abita una patria, ma una lingua" e la prospettiva di una Europa unita non può che passare per una lingua unica europea, che non sarà l'italiano, l'italiano sarà una delle seconde lingue dell'Europa multilinguistica, come il francese o il tedesco o lo spagnolo (la lingua unica sarà probabilmente l'inglese, il minimo comune multiplo). Dite che sto sognando? Che è più probabile un altro scenario, con un ruolo sempre più marginale e alla fine annullato della Europa politica. Un "liberi tutti" di vari paesi sempre più piccoli e marginali (grazie alle varie leghe) ognuno alla ricerca del suo tutor. Chi gli USA, chi la Germania (allargata) chi la Russia, chi magari anche qualcuno più in là? In questo secondo scenario all'Italia non conviene per niente dividersi. E neanche in quello più probabile, che l'Europa continui per un altro bel po' a stare in mezzo al guado, come ora. Certo per scegliere bisognerebbe vivere almeno per qualche ora al mese nel futuro, non sempre e rigorosamente e solo nel presente, come gli elettori della Lega.



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  3. E' un'analisi lucida, razionale, verosimile. Io ero arrivato a idee simili, ma pensavo di avere esagerato. Invece mi accorgo che anche altri, che non si fanno incantare dalle chiacchere della lega, traggono le stesse conclusioni. La cosa mi preoccupa molto, perchè se mai succedesse, non credo che saremmo capaci di una scelta incruenta: sicuramente si scatenerebbe una guerra civile (Dio non voglia!). Gli ingredienti ci sono tutti e siamo seduti su una polveriera: purtoppo in pochi se ner rendono conto!

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  4. Un ostacolo a questo scenario apocalittico potrebbe essere l'estrema mediocrità dei politici leghisti . Bossi e la maggior parte dei politici leghisti sono dei mezzi avventurieri che non hanno quasi mai avuto un vero mestiere nella vita al di fuori della politica , o comunque lavori di basso livello .

    Si sono ritrovati improvvisamente catapultati a Roma , in mezzo ai privilegi e a stipendi da nababbi e nel loro intimo secondo me sono rimasti dei poveracci che ancora non si capacitano della fortuna che hanno avuto e che farebbero di tutto pur di non perderla .

    Perciò ai raduni di Pontida , davanti al loro popolo blaterano tanto di secessione e di autodeterminazione dei popoli ma a Roma per un sottosegretario in più si vendono anche la madre .

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  5. Il problema è che, dirigenti a parte, sono i miei ex concittadini padani a sognare nel loro intimo, e non in pochi e marginali, la secessione.

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  6. Io sono di Milano , padano quindi , e sinceramente tutti questi discorsi sulla secessione non li ho sentiti.

    Neanche un grande patriottismo italico a dire la verità , ma credo che fondamentalmente prevalga la passività dell'accettare di essere italiani come un dato di fatto .

    Un discorso a parte meriterebbero i veneti , sui quali probabilmente hai ragione . Ma in quel caso una secessione non sarebbe necessariamente un male ( per il resto della penisola ! )

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  7. Insomma, sono crollati l'impero romano prima ed il sacro romano impero poi, sono finito l'impero britannico e quello francese. E' finita - giustamente si ricordava - l'unione sovietica ben prima del previsto, la jugoslavia (malamente), la ceco-slovacchia (pacificamente) ed ora anche il Belgio non sta troppo bene ed è pronto a dividersi. Quindi ci sono ottime e fondate speranze che, esaurita la sua transeunte funzione storica, anche la ridicola espressione geografico-calcistica chiamata "Italia" possa finalmente essere messa in archivio. Quel giorno sarà un bel giorno per tutti.

    Un calabro-padano.

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