domenica 26 ottobre 2008

Una manifestazione è una manifestazione

Una manifestazione è una manifestazione, non vota e non revoca la fiducia a un governo, non blocca e non promuove leggi, non smuove la pubblica opinione avversa. Ma ha un forte significato simbolico, sia per la parte che la fa, sia per la parte che la guarda con ostilità o indifferenza.

E la manifestazione di ieri, da tanto annunciata e attesa, sono d'accordo con Eli, sembrava anche la liberazione di una forza lungamente compressa, con benefici effetti su quella metà di italiani (sì, secondo me sono sempre metà) che rifiutano i valori della destra al governo.

Una manifestazione è una manifestazione, e per essere tale la partecipazione deve essere ampia. E qui si inserisce la parte più noiosa e ripetitiva di ogni post-manifestazione: la conta dei partecipanti. Penso che ci dovremmo decidere a chiedere a tutti i partecipanti di firmare su un registro. Ci vorrebbe un po' di tempo, lo so, ma almeno la finiremmo con questi numeri a caso, e soprattutto con il ridicolo spettacolo di servile piaggeria offerto dalla Questura di Roma.

Da alcuni anni l'inflazione ha colpito duro in questo settore, e quindi una manifestazione da 100 mila o 200 mila partecipanti, come quelle storiche degli anni '70, non vale più nulla, è giudicata un flop. Bisogna arrivare come minimo al mezzo milione, al milione e oltre. Il problema non c'è, basta moltiplicare per cinque.

Ora, io non lo so proprio se ieri ci fossero 200 mila persone o 2 milioni. So soltanto che: 1) nessun partito politico ha mai organizzato manifestazioni al Circo Massimo;  2) che il motivo probabilmente è che il Circo Massimo è parecchio più grande di Piazza San Giovanni o di Piazza del Popolo (basta prendere due misure con Google Earth), ed è quindi più difficile giocare sui numeri; 3) che tutto lo spazio disponibile era occupato dai manifestanti (vedi foto).

Per la riuscita della scommessa basta questo.

Gli osservatori di destra (ad esempio quelli de Il Giornale) fanno gli anglosassoni, tentano addirittura misure e stime partendo dalle foto, predicano l'understatement. Peccato che siano guidati da uno che pratica senza falsi pudori l'overstatement, che alla manifestazione del 2006 a San Giovanni annunciava dal palco "siamo due milioni" e che alla raccolta di firme dei gazebo dichiarava, sempre senza vergogna, che le firme raccolte erano 7 milioni. Un po' di pace col cervello anche a loro non farebbe male.

E poi c'è Gasparri che fa storia a sé.

Ma basta parlare di cifre. E' un classico sistema per non parlare di contenuti. Che sono stati chiari ed esposti con chiarezza: 1) antifascismo;  2) no al razzismo pragmatico, ben rappresentato da iniziative come le classi differenziali; 3) interventi economici subito per gli strati più deboli; 4) l'ambiente come opportunità e non come problema;  5) la criminalità organizzata come vero problema di sicurezza (con il richiamo deciso a un personaggio simbolo come Roberto Saviano) 6) l'appoggio al movimento dei giovani e della scuola attraverso una strada concreta  7) il rifiuto di farsi incastrare in una divisione a sinistra con la modifica della legge elettorale delle europee  8) la individuazione del ruolo pedagogico ed ideologico della televisione commerciale per la destra italiana  9) il richiamo del rispetto della legalità e del ruolo della magistratura (ma senza riferimenti al Lodo Alfano). Su tutti questi punti c'è stato l'applauso più convinto, tranne forse sull'ambiente (suggerisco di approfondire questo punto, che è forse il più strategico di tutti, leggendo gli articoli e le sintesi di Corrado).

Una manifestazione è una manifestazione, e se è riuscita può modificare qualcosa, avere delle conseguenze, anche se non dirette. Sono stati fatti paralleli con la dimostrazione della CGIL contro l'articolo 18 e in generale contro la riduzione del ruolo del sindacato. E con la manifestazione della destra (Casini non c'era) del dicembre 2006 contro il governo Prodi. Riguardo agli effetti della prima ci sono pochi dubbi.

Sulla seconda vedo che invece sta passando sui commenti e negli articoli di giornale (anche quello di Curzio Maltese di oggi su LR) che ha avuto come effetto la caduta del governo Prodi, o almeno ha dato inizio al suo indebolimento. Forse in questo modo si vuole dare più chances alla manifestazioni di ieri. Ma non è andata così. Il governo Prodi e la sinistra in genere non ha proprio fatto caso a quella manifestazione (quella in cui Berlusconi parlò per primo lasciando Fini a concludere mentre la folla se ne andava).

E hanno fatto male, hanno derubricato quel popolo che manifestava (non saranno stati 2 milioni e neanche 700 mila, ma erano comunque tanti e volontari ed erano la spa di un sentimento diffuso) a comparse prezzolate reclutate da Mediaset. Sentendosi quindi autorizzati, per la parte che ricordiamo bene, a continuare la routine serale della critica al governo e della minaccia quasi giornaliera di "uscire" e di "far saltare tutto". Sarebbe stato meglio per l'Unione preoccuparsi almeno un po'.

Ma gli effetti immediati non ci sono stati proprio. La finanziaria 2007 è andata in porto (in modo magari un po' confusionario). La prima spallata è fallita. E l'anno dopo la CdL si è progressivamente divisa, e Fini in autunno ha fatto addirittura una manifestazione con la sola AN, senza citare mai Berlusconi, che sembrava ormai per tutti fuori gioco. Ancor di più dopo il fallimento della seconda spallata.
Poi è arrivato il furbo Mastella e, senza manifestazioni di popolo, Berlusconi si è ritrovato nelle fortunate condizioni di riprendersi tutto. La memoria fa strani scherzi.

Una manifestazione è una manifestazione, ma può essere anche un muro. Un muro simbolico, ma ben percepibile.

Un muro a protezione della scuola, della civile convivenza, della strada (lunga, ma ancora non compromessa) per diventare un paese europeo. Un muro del quale, sono convinto, anche i ragazzi dell'Onda percepiranno l'esistenza, e utilizzeranno.

Un muro (vedremo quanto solido e costruito con cosa) che è anche leggibile nei commenti minimizzanti o fuori registro. Tanto per cominciare sono molti di meno, mentono sulle cifre ecc. ecc. Lo dicevano anche per la manifestazione della CGIL. Certo, con le televisioni schierate e allineate e i giornaisti muti ... Poi, la sinistra non è democratica. E perché? Cosa avrebbe fatto? Perché non si stringe attorno al governo in un momento di crisi. E' la fiera delle auto contraddizioni, avevamo appena sentito che tutto sotto controllo e che la crisi non c'è. Certo governare con i sistemi della destra italiana non è difficile. Si può insultare l'avversario ma lui deve invece essere sempre d'accordo con il governo (se la destra è al governo) o con i diritti di critica dell'opposizione (viceversa). La conclusione è che dovrebbe passare una generazione prima di avere una sinistra democratica in Italia. E perché solo una? Perché non due o tre? L'unica cosa sicura è che dovrà passare una generazione prima di avere un professore universitario (ma anche di scuola media) con meno di 30 o 35 anni.

Per finire, un breve videoclip (sempre autoprodotto con mezzi molto semplici, come le altre foto dell'articolo) su un momento molto intenso della manifestazione: "La storia siamo noi"


sabato 25 ottobre 2008

Un paese per vecchi

Mi continua a girare per la testa il poetico titolo del film dei fratelli Cohen, "Questo non è un paese per vecchi" ("No country for old men, 2007) film peraltro molto bello, ma che non definirei propriamente "poetico". Perché l'Italia sembra proprio, invece, "un paese per vecchi". E ne hanno preso coscienza anche i ragazzi delle scuole e delle università, che saranno un po' di meno (anni e anni di crescita demografica zero) ma ancora esistono. E all'improvviso, come raccontano i giornalisti in questi giorni (Curzio  Maltese oggi su LR, ad esempio) hanno deciso di urlare una liberatoria invettiva collettiva, operazione forse confusa e dall'incerto futuro. Ma dai benefici effetti sulla spina dorsale.

La mia ossessione però mi si è manifestata davanti in modo plastico ieri sera, durante la puntata di Anno zero, dedicata da Santoro alle proteste contro la riforma (lo è, altro che "solo  tagli") della scuola e dell'università. Quando hanno mandato un servizio che intendeva mostrare la unità di intenti tra studenti e professori (il servizio era un po' "schierato"). Gli studenti dell"onda" con telecamere al seguito irrompevano in un consiglio d'istituto, o qualcosa del genere, e chiedevano, con grande cortesia, una concreta solidarietà alla loro lotta ai professori, che apparivano presi alla sprovvista, imbarazzati ma non contrari.

Così mi è parso di capire, perché non prestavo particolare attenzione alle parole. Il mio sguardo era calamitato, attonito, ero stupito io stesso da questa plastica dimostrazione, dall'aspetto di questi professori. L'età media era sui 70 anni! Le donne (pochissime) avevano ancora i capelli lunghi come ai loro bei tempi, ma se ci fosse stata la grande Margherita Hack attorno al tavolo sarebbe sembrata la ragazzina del gruppo.
Una immagine così lampante di potere in mano ai vecchi che lo stesso Fellini dei bei tempi l'avrebbe considerata troppo scontata, probabilmente avrebbe finito per tagliarla dal suo film.

Per carità, l'età anagrafica non garantisce nulla, come ben sappiamo, e l'esperienza è un tesoro che una comunità non dovrebbe disperdere mai. E ogni persona ha il suo personale percorso e la sua età mentale ben distinta da quella fisica, Ma in una bilanciata distribuzione si raccolgono gli stimoli di tutti.
E un mondo con soli posti in piedi per i nostri figli non è quello che volevamo, certamente non è quello che voglio io.

Un altro esempio? Convegno sulla digitalizzazione nelle pubbliche amministrazioni. Anzi, adesso il nuovo termine di moda è "dematerializzazione" (dei documenti, non degli impiegati). Roba moderna (anche se viene riproposta con piccole varianti ogni anno, da almeno 20 anni o forse più).

Il panel che conduceva il convegno (molto affollato) mi ha colpito allo stesso modo. Uomini (donne zero, in questo caso) coi capelli bianchi, molto ma molto oltre l'età nella quale, secondo i responsabili delle risorse umane, una risorsa è "in rilascio" (50 anni), ben oltre anche l'età della pensione legale. Ma non erano professori universitari, guru riconosciuti e profeti della materia, erano uomini di potere, erano quelli che dettano le regole, le leggi e i decreti attuativi della materia, che hanno in mano questo settore strategico, o almeno lo influenzano.

Perfino il rappresentante di una azienda giovane come Accenture (che era sul lato fornitori) per i loro standard era collocabile tra i "senior" della società.

Non mi piace affatto un paese che manda alla rottamazione chi ha ancora qualcosa da dire o da dare. Sono stato qualche giorno fa alla bella mostra all'Ara Pacis sul designer e "curioso di professione" Bruno Munari (del quale ricordo con nostalgia i disegni che illustravano i libri di Gianni Rodari che leggevo da bambino). Mi accompagnava nell'audioguida la voce stessa di Munari già quasi novantenne, e mi stupivano le sue aperture originali sullo sguardo da avere sul mondo. Per fortuna nessuno l'ha mandato in pre-pensionamento a 50 anni.
Ma non credo proprio che questo valga per tutti, e che tutti quei signori coi capelli bianchi abbiano tutti quanti ancora qualcosa da dire e da dare. Magari hanno ancora qualcosa da prendere.

lunedì 20 ottobre 2008

Ma, Alitalia?

Ma, Alitalia, che fine ha fatto, poi? Per un mese non si è parlato d'altro, poi, il nulla assoluto, cancellata da ogni rete e da ogni giornale. Tutto risolto, quindi niente notizie (si parla sempre e solo di quello che va male)?
Neanche per sogno. E' tutto rimasto esattamente come l'ultimo giorno di cui se ne è parlato. Cioè il giorno in cui "la potente CGIL" ha detto sì.
E' il solito black-out del sistema dell'informazione che segue sempre ogni grande abbuffata.
L'Alitalia continua ad essere una azienda tecnicamente anche se non formalmente fallita, totalmente pubblica e statale, affidata a un commissario che sarò presto un liquidatore (Augusto Fantozzi, anche lui star mediatica per un paio di settimane, ora, penso, coinvolto in un bel po' di problemi nel quartier generale dell'Alitalia alla Magliana).
L'Alitalia continua a far volare gli aerei sulle stesse rotte e con la stessa produttività, e quindi continua a perdere circa 2,5 milioni di Euro al giorno (indovinate di chi). Come ci ricorda ogni giorno, opportunamente, Radio 24. Aveva sempre 48 ore di tempo e poi sarebbe inesorabilmente fallita, ricordate? Ora non è cambiato nulla ma il tempo non è più un problema. Serviva solo come pressing sui sindacati.

I famosi esuberi (3000, 4000, 6000) sono ancora tutti lì a lavorare (si spera) e, almeno per questo mese, continueranno a prendere il loro stipendio, basso o alto che sia.
I pulmini (credo proprio che sia così) continuano ad andare a prendere a casa gli equipaggi, scandalizzando i giornali del Nord. Non so poi perché. Io quando prendo un aereo  sono più contento  se il comandante  arriva fresco e riposato, e non stressato dal traffico e dalla paura di non arrivare in tempo.
Il partner straniero ancora non si sa chi dovrebbe essere, tra Lufthansa (che però vuole il 49% o niente, e così anche la famosa e strombazzata itanialità se ne va a ramengo) e l'Air France che rientra dalla finestra o il terzo incomodo British Airways. E per quale quota debba partecipare.

E l'Europa ha deciso? No, è sempre lì a pensare e valutare se l'affidamento diretto ad una società privata italiana sia una violazione accettabile alle norme sulla libera concorrenza. Ma forse concluderà che non lo è. Perché nessuno vede la Nuova Alitalia come un concorrente temibile sulle rotte europee.

E la CAI, la Compagnia Aerea Italiana creata allo scopo da 18 "capitani coraggiosi" dell'imprenditoria italiana, guidata da Colaninno, e pronta ad acquistare ad affidamento diretto, senza gara (grazie ad un apposito DL) l'Alitalia, o meglio la parte buona di essa (la famosa good company)?
Non ha ancora tirato fuori un Euro. I soci si riuniscono il 28 ottobre per definire l'offerta nei dettagli (e forse  la quota e il nome del partner straniero).
Sì perché si dice anche che alcuni dei capitani coraggiosi abbiano perso coraggio (o soldi) nel recente terremoto finanziario e stiano cercando il modo di defilarsi (lo dicevo io che con le compagnie aeree si fanno ben miseri affari, soprattutto se non si è del mestiere).
E Banca Intesa - San Paolo, advisor e regista dell'operazione, anche perché consentiva di chiudere la sua esposizione (prestiti non esigibili) verso Air One, altra compagnia aerea italiana fallita (e tre, c'era anche Volare un paio di anni fa, vorrà pure dire qualcosa)?
Anche loro nel frattempo hanno incontrato qualche problema in borsa, chissà se sono animati dallo stesso entusiasmo, e se hanno abbastanza benzina alla pompa.

Insomma, Alitalia è ancora in mezzo al guado, i problemi sono complessi e i tempi non sono mai quelli televisivi.  Per la precisione sono fine novembre per la scelta del partner straniero. Fine dicembre per la nascita della nuova Alitalia, e quindi per la vera privatizzazione (ma allo stato rimarrà la bad company da liquidare) e fine gennaio 2009 per l'ingresso del partner straniero. Almeno, questi sono gli obiettivi temporali dichiarati. Un po' più lunghi dei due giorni entro i quali la compagnia sarebbe fallita, agitati regolarmente come minaccia ai tempi della trattativa coi sindacati.

Ma se chiedete a un italiano qualsiasi vi dirà che ormai Alitalia è privata e il problema è stato risolto da Berlusconi, che è riuscito a piegare l'opposizione dei sindacati.
Potenza dei media. Anzi di un media. Anzi del media. La televisione.

Ah, dove ho preso queste notizie? Sono un insider, un addetto ai lavori? Neanche per sogno. Le ho trovate con Google News digitando "Alitalia".

(Sempre su Alitalia: Always Late in Take Off,  Alitalia e il business, La palla al piede (alias Malpensa)

venerdì 17 ottobre 2008

Classi differenziali? Fatto.

Volevo scrivere un post sulla Gelmini dal titolo "a quando le classi differenziali?" ma non sono stato abbastanza veloce. Lo hanno fatto davvero! 

Per chi non le ricordasse (per età: anche le classi differenziali sono state spazzate via dal vituperato '68 e dall'insegnamento del dimenticato Don Lorenzo Milani) raccoglievano i bambini a minore velocità di apprendimento. In Piemonte dove ho fatto le elementari io le classi differenziali erano composte quasi unicamente da figli di immigrati ... del meridione d'Italia. E qui il cerchio si chiude.

I figli degli immigrati meridionali al Nord, quelli che erano un tempo sbattuti nelle classi differenziali perché ripetenti, perché non parlavano bene l'italiano ma solo il dialetto, perché poco inclini alle buone maniere, o banalmente per separare nelle classi delle elementari i figli dei professionisti (sezione A) da quelli degli operai e impiegati (sezione B, C e successive) dai figli appunto degli immigrati meno integrati (sezione differenziale), ora sono leghisti e plaudono entusiasti alle classi differenziali per gli immigrati extra-comunitari. Il cerchio si chiude.

Piccolo ricordo: anch'io sono stato in una classe differenziale. Per un giorno. Al momento dell'iscrizione, stavo cambiando quartiere e scuola, ma ancora in Piemonte, l'impiegata chiedeva a mia madre la classe di provenienza. Io, che non mi stavo mai zitto, e avevo capito la classe in cui dovevo andare (e non vedevo l'ora) ho risposto entusiasta: la quarta! Mia madre ha prontamente corretto, ma la impiegata aveva già scritto e la correzione non è venuta bene. Quindi mi hanno catalogato come ripetente e mi hanno dirottato senza se e senza ma nella classe differenziale. Naturalmente quei ragazzini di quel primo giorno di scuola mi sono sembrati subito straordinari e simpaticissimi (erano ovviamente i più monelli e scafati della scuola), ma mia madre appena l'ha saputo è corsa ai ripari, ha fatto il diavolo a quattro e il giorno dopo già stavo alla sezione B.

Certo, ho sentito anche le motivazioni a favore, i distinguo e il fastidio per la solita sinistra inutilmente e ostinatamente "politically correct". Cruciani a Radio 24 ieri sera sosteneva che "il problema esiste, qualcosa bisogna pur fare". Il problema sarebbe rappresentato dai bambini extra-comunitari che non sanno parlare bene l'italiano (o per niente) e rallentano l'apprendimento degli altri. E che dovrebbero fare un esame d'italiano (a cinque anni?!) e fare corsi d'italiano. Soprattutto al Nord (vai a sapere il perché, al centro e al Sud gli immigrati non ci sono in eguale misura? Magari perché invece al Nord c'è la Lega?). Non è razzismo. E' un provvedimento, magari sbagliato (si dice sempre così, è un classico del cerchiobottista) ma con l'intenzione di fare funzionare bene la scuola. 

Non hanno fatto mai caso, evidentemente, questi raffinati cultori della separazione del capello in quattro, che i bambini imparano le lingue subito! Per questo noi italiani i figli li mandiamo alla scuola inglese o francese o prendiamo (o prendevamo) la baby-sitter di lingua inglese (una volta si chiamava "ragazza alla pari"). Stiamo parlando delle elementari, mica delle superiori o dell'università. Ma anche per i più grandi è la stessa cosa. Mai sentito parlare dei corsi full immersion?

In sintesi, siamo tutti italiani, questo paese lo conosciamo e conosciamo gli altri italiani. Se ci vogliamo prendere in giro da soli prendiamoci pure in giro. Ma la realtà la sappiamo tutti e capiamo tutti qual è il senso di questo provvedimento. Un senso puramente e pienamente razzista, nel senso di separare una razza (la nostra, quindi per definizione superiore) dal contatto con le altre. Che i nostri bambini non abbiano in classe stranieri dai costumi strani, non essere costretti ad andare a feste di compleanno dall'equivalente del McDonald's musulmano, non abituare le nostre figlie a considerare un ragazzino di colore strano e diverso. Magari poi a 14 anni ci si fidanza insieme e ce lo porta a casa!

Insomma, non prendiamoci in giro, abbiamo capito benissimo qual è il motivo, e dove vuole andare a parare la Lega. Vuole andare a parare proprio tra le classi sociali medio-basse (quelle delle sezioni da C in poi ...) quelle che non mandano i bimbi alla scuola inglese o alla scuola steineriana. Che quindi applaudono entusiasti. Scuola pubblica sì, ma almeno distinta.

Per carità nessuno è esente dal rischio di razzismo. Lo dico io per primo e ci ho dedicato un post privo di inutili ipocrisie, che ho chiamato proprio "Scopri il leghista che è in te" . Un paese può anche decidere di chiudersi all'esterno. Ma poi dovrebbe fare pace col cervello, non chiamare badanti e baby-sitter da tutto il mondo. Ma pensare in proprio ai propri vecchi e ai propri figli. Non rifiutare i lavori manuali come degradanti. Ma accettarli e farsene carico. O inventare raffinati robot come il roomba e affidarsi alle risorse della tecnologia.

Convivere con le altre culture non è per niente facile. L'approccio politically correct non basta. L'integrazione dovrebbe essere per inclusione e salvaguardare la nostra cultura (la parte buona, però). Banalizzare e predicare l'integrazione e la tolleranza (agli altri) non basta. Vedi in proposito un altro post  che ha suscitato parecchie discussioni: la parola zingaro. La convivenza è la sfida più difficile del mondo globale e i contrasti sono inevitabili. Ma è nel saperli gestire e trattare con le adeguate priorità che si vede un popolo maturo. E vincente.

Quello che mi fa tristezza è proprio il significato profondo di questa chiusura che si manifesta in mille segnali e che la destra coerentemente cavalca con successo. Non gli episodi in sé che sono comprensibili e anche inevitabili. 

Siamo un paese per vecchi. Non guardiamo al futuro ma al passato. Non accettiamo le sfide di questo mondo complesso. Ma ci rifugiamo nella nostalgia del bel mondo andato. Coi grembiulini, le maestre uniche, i manicomi ben chiusi (prossimo obiettivo la legge Basaglia, vedrete), le scuole superiori separate, la televisione in bianco e nero con la Carrà il sabato sera e così via (è tornata anche questa).

Sarà una fase di ripiegamento e di paura, alla quale seguirà una contro fase. Almeno, speriamo (per tutti) che sia solo una fase.

(Le immagini sono tratte dal film Entre les murs di Laurent Cantet, 2008) 

venerdì 10 ottobre 2008

I test d'ingresso all'università. Do you remember?

Sulla crisi dei mercati, argomento del giorno (purtroppo) non ho sufficiente competenza né idee chiare o opinioni originali, e consiglio quindi caldamente la rassegna a 360° e la sintesi ulteriore che propone mio fratello sul suo blog. Mi dedico invece ad un tema totalmente trascurato, come mi piace fare ogni tanto: i test di d'ingresso all'università.

Ai tempi del governo Prodi e del ministro Mussi erano un cavallo di battaglia di tutta la stampa: polemiche su polemiche e ricorsi su ricorsi. Ai tempi della Mariastella Gelmini tutto fila liscio e a momenti neanche ci siamo accorti che alcune centinaia di migliaia di ragazzi sono passati per questa selezione, con tratti surreali di diseguaglianza.

Ne ho avuto esperienza (indiretta) e quindi ho scoperto qualche meccanismo, che provo a raccontare.

Ma prima, perché surreale? Perchè un paese con troppi pochi laureati (dicono tutti) si esercita a selezionare i candidati (come se invece fossero troppi) e a respingerne una parte ancora prima di iniziare.

Le facoltà a numero chiuso
Sono, come tutti sanno, quelle dichiarate a numero chiuso per legge (una legge del '99, la n. 264 del 2 agosto 1999, periodo Ulivo): Medicina, Architettura, Veterinaria, Odontoiatra, Scienza della formazione. Viene stabilito un numero massimo di iscritti al primo anno, si selezionano i candidati, che in queste facoltà sono stabilmente più dei posti da sempre, tramite un test. Quelli che entrano si iscrivono subito dopo il test e iniziano a frequentare i corsi, ma non tutti, quelli immediatamente esclusi potrebbero ancora entrare con i "ripescaggi", appunto perchè non tutti si iscrivono dopo aver superato il test. Tutte le facoltà dello stesso tipo di tutta Italia devono fare il test, e lo fanno nello stesso giorno, per evitare gli "aggiramenti del numero chiuso".

Le facoltà a numero programmato.
Sono facoltà che hanno deciso di regolamentare l'ingresso autonomamente, e lo decidono singolarmente per università. Ad esempio Biologia potrebbe essere a numero programmato a Roma e ad accesso libero a Bologna o viceversa. Stabiliscono un numero minimo di iscritti e li selezionano con un test e stilando una graduatoria. Poi ci sono i ripescaggi. Ma allora in cosa si differenziano da quelle a numero chiuso? Nel fatto che sono possibili, e forse anche pianificati, gli aggiramenti. I test non sono nello stesso giorno e quindi i candidati ne possono sostenere più d'uno in giorni diversi, nella stessa facoltà o anche in altre. Alla fine sceglieranno dove iscriversi in base ai risultati, lasciando così i buchi che saranno coperti dai ripescaggi.

Le facoltà ad accesso libero
Sono tutte le altre (di solito Ingegneria, Lettere, Chimica, Matematica, ecc.), nessun mal di testa per i candidati, a volte è previsto un test obbligatorio ma non selettivo (entri pure se vai male, ma devi sobbarcarti dei pre-corsi).

La programmazione
Non c'è. Il numero programmato o la scelta di una facoltà di applicare i test o meno non dipende dalla domanda di quella competenza da parte del mercato (in parole povere, dalla possibilità o meno di trovare lavoro). Questo esito, che dovrebbe essere il fine ultimo del corso di studi, rimane del tutto scorrelato e impermeabile a qualsiasi approccio orientato alla programmazione, confermando in pieno i pregiudizi dei tedeschi e in generale degli stranieri riguardo a noi italiani. L'unico criterio è la capienza delle aule. Si cerca unicamente di non far stare in piedi le matricole nei primi giorni di corso. Naturalmente alcune facoltà (penso quasi tutte) praticano l'overbooking tenendo conto del fenomeno degli abbandoni tra il 1° e il 2° anno.

Le facoltà ad accesso libero invece hanno solitamente il problema opposto: un numero di iscritti non sufficiente a coprire i posti nelle aule e soprattutto a fornire studenti sufficienti per tutti i professori, mettendo a rischio il loro incarico. Per garantirsi quindi chiudono di solito le iscrizioni per ultime (come Chimica a Roma) dando la possibiltà a quelli che non hanno superato i test di iniziare comunque l'università. Con l'obiettivo magari di rientrare nella facoltà originariamente scelta negli anni successivi, facendosi convalidare un certo numero di esami.

Gli aggiramenti del numero chiuso
Le facolta a numero chiuso si aggirano iscrivendosi (magari con altri test) su facoltà in parte simili nei primi anni. Sono quelli che nel mondo dell'università sono chiamati "articolisti" (utilizzano una possibilità prevista dall'articolo 6 della legge). Esempio: Biologia o Chimica per Medicina. Il fatto è che sono ancora più difficili di quella originaria e quindi come "ripiego" risultano una strada piuttosto ardua. Ma obbligata per non perdere del tutto un anno da parte del classico discendente da una dinastia di medici che non può disperdere, senza averle tentate tutte, il patrimonio di famiglia.

Per quelle a numero programmato, giocando su più tavoli e su più città, le possibilità sono ancora maggiori e sono lasciate quindi all'inventiva degli studenti.

In questo modo, bisogna riconoscerlo, veramente a piedi e a perdere l'anno rimangono in pochi. Diciamo che molti si ritrovano dove non avrebbero voluto andare. Considerato però l'elevato tasso di errore nella scelta della facoltà (quando ci si accorge dopo anni di cosa veramente richiede e offre quel corso di studi) anche questa scelta casuale o quasi potrebbe non dimostrarsi poi la peggiore.

Ma poi perché tutto questo sforzo di evitare l'aggiramento dei test di selezione alle facoltà a numero chiuso-chiuso (Medicina ecc.). La prova lo stesso giorno e tutto il resto? Onestamente non si capisce proprio.

I test
Discutevo nei post che avevo dedicato a questo tema l'anno passato della impossibilità di adottare test selettivi non arbitrari, in grado di non respingere i talenti per questo o quel corso di studi. Confermato in pieno.

Aggiungo solo alcune osservazioni che possono essere forse utili: 1) esercitare soprattutto il pensiero logico-sequenziale;  2) studiare almeno per alcune settimane gli argomenti principale del corso (quelli che si dovrebbero, in realtà, imparare al corso, ma che compariranno nei test spesso e volentieri);  3) non cominciare a studiare i test un anno prima, ma studiare molto bene il programma degli ultimi due anni, soprattutto se si viene dallo scientifico;  4) valutare con molta attenzione i corsi a pagamento, garantiscono ben poco (a parte i guadagni per chi li fa);  5) acquisire e analizzare casomai con grande attenzione le prove degli anni precedenti; 6) non farsi fuorviare da ragionamenti del tipo "tanto è una lotteria", quindi "non vale la pena prepararsi", "passano solo i raccomandati", "ho visto uno con un auricolare"; posso affermare che la preparazione pesa e che passano anche i non raccomandati e che in generale non bisogna farsi fuorviare.

E il voto della maturità? Ai tempi di Mussi erano state date indicazioni che venisse utilizzato per la selezione. Indicazione caduta quasi nel vuoto, e recepita solo da poche facoltà. In pratica è del tutto ininfluente nella grande maggioranza dei casi, e non si capisce quindi l'agitazione (con vere e proprie pressioni e raccomandazioni) da parte dei genitori per far ottenere a figli e figlie il famoso 100. In ogni caso sarebbe stata una cosa giusta e apprezzabile soltanto se fossero applicati criteri di attribuzione del voto conformi e confrontabili tra le varie scuole delle varie parti d'Italia, almeno a grandi linee. Cosa che non è assolutamente.

L'handicap del liceo classicoUn'altra cosa che emerge è che la scelta del liceo classico, con il sistema dei test, è diventata un handicap. Un tempo, prima delle famose manifestazioni del '68, il classico era l'unico corso di studi che dava l'accesso a tutte le facoltà. Lo scientifico consentiva di iscriversi a tutte, tranne lettere e filosofia. L'artistico solo alle umanistiche e ad architettura. Gli istituti tecnici e commerciali consentivano l'accesso solo alla facoltà omologhe, per esempio i periti chimici potevano andare a chimica, i geometri ad architettura, i ragionieri a economia e commercio e così via. Fino a quando queste barriere non sono state spazzate via. Per poi tornare deformate ora. Infatti le facoltà a numero chiuso e programmato sono quasi soltanto quelle di tipo scientifico e tecnologico (con la sola eccezione di Scienza della formazione, che sarebbe la vecchia Magistero), mentre praticamente nessuna facoltà umanistica presenta barriere. Di conseguenza i maturati dal liceo scientifico e degli istituti non hanno alcun ostacolo nella iscrizione alle umanistiche. Invece li hanno quelli del classico con le scientifiche, quasi sempre a test, e con test quasi sempre basati sul programma (ideale) dello scientifico. Al classico si fa meno per definizione (meno ore) e spesso si fa meno del meno per vecchie e superate cattive abitudini, ed ecco l'handicap. Che gli studenti del classico devono superare scegliendo la facoltà con anticipo (un anno prima sarebbe l'ideale), coprendo completamente il programma anche in presenza di professori "distratti", e arrivando anche a coprire, possibilmente, parte del programma dello scientifico, per le materie base di interesse del corso di laurea scientifico prescelto.

In sintesi
Sulla validità del sistema dei test per smistare i ragazzi e le ragazze verso il corso di studio più adatto per le loro caratteristiche, per metterli a disposizione delle aree del mercato del lavoro nel numero giusto e dove c'è domanda, per individuare i futuri talenti, mi sono già espresso l'anno scorso e non è emerso nulla di nuovo. Quindi confermo la mia opinione: la validità è prossima allo zero, non è zero solo perché interviene a volte il caso, a compensare.

Il sistema adatto non c'è bisogno di inventarselo, basterebbe copiare quello che fanno i paesi che hanno a cuore il proprio futuro e quello dei propri figli (non l'Italia di oggi quindi, vedi il post di qualche giorno fa). Ad esempio i paesi del Nord Europa dove investono in orientamento e dedicano un certo numero di professori ai compiti di "orientatore". Ovviamente non in modo isolato dal mondo del lavoro, ma integrato. Certo, occorrerebbe investire qualche euro, ma qui vale il principio che tentavo di esemplificare, appunto un paio di post fa: siamo un paese per vecchi.

(Le foto sono tratte, ovviamente, dal mitico film Il laureato di Mike Nichols, del 1967, con Dustin Hoffman, Anne Bancroft e Katharine Ross, e le musiche di Simon & Garfunkel)
 

venerdì 3 ottobre 2008

Festival del cinema (in bianco e nero)

Appena insediato, Alemanno voleva cancellare tutto della Roma veltroniana, e quindi, oltre all'Ara Pacis, ha puntato anche sulla Festa del Cinema, un evento particolarmente riuscito e affermatosi in pochissimi anni. In un primo tempo, sul'onda dell'entusiasmo, voleva farne un festival solo italiano, nazionalista, e affidarlo all'unico regista (o autodefinitosi tale) di fede politica fascista in circolazione, Pasquale Squitieri. Avevo parlato a suo tempo di una inedita "Sagra del Cinema" che si sarebbe tenuta a Roma sotto la guida dell'indimenticato autore di Django, con probabile partecipazione di un massimo di 3-4 film. Poi, come su molte altre cose, il timido Alemanno ha fatto parziale retromarcia e si è fermato a mezza strada. Non ha fatto proseguire la Festa del Cinema secondo il pragmatico principio "squadra che vince non si cambia", sarebbe stato come dare ragione alla squadra avversaria, ma ha voluto comunque darsi un tono culturale, un programma che fornisse un po' di lavoro ai critici nel solito tritacarne culturale dove vanno le recensioni "da festival" e i film "da festival" (quelli che di solito poi non li vede nessuno).

Cominciando con una prima clamorosa incoerenza, non sapevano cosa dire di male della Festa del Cinema e così hanno puntato sul fatto che si trattava di un doppione della Mostra del Cinema di Venezia, una inutile dispersione di energie. E quindi cosa fanno alla fine? Il Festival del Cinema di Roma, con tanto di concorso e premi. Un doppione al cubo.

Ma la Festa del Cinema si chiamava così apposta! Voleva essere un momento in cui tutta la città godeva del fenomeno cinema, non soltanto con la possibilità di vedere ovunque le anteprime o i film insoliti, ma anche partecipando al contorno ludico e divistico e divertente di questa forma d'arte, le dive in abito da sera, il tappeto rosso (il red carpet ormai abusato è nato con la Festa del Cinema), i mosti sacri fi Hollywood, Nicole Kidman e Monica Bellucci e George Clooney e Robert De Niro e tutti gli altri nel loro splendore. E magari scoprire alla fine un piccolo gioiello come Juno, che senza la Festa chissà se sarebbe arrivato qui.

Niente, finito. Ai romani interessavano di più gli zingarelli ai semafori (che peraltro stanno ancora lì, tranquilli, a lavare sommariamente i nostri vetri).

Bisognava chiamare un organizzatore della manifestazione, e chi esce fuori? Gian Luigi Rondi. Gian Luigi Rondi? Gian Luigi Rondi sembrava già vecchio quando noi ragazzi degli anni '60 lo guardavamo in televisione presentare Ben Hur o i film muti di Carmine Gallone. Ma quanti anni ha ora? Ottanta? Novanta? L'età giovanile non garantisce nulla, come sappiamo da molti luminosi esempi, che non faccio qui, di giovani totalmente imbecilli e incapaci, ma certo sospettiamo che il decano non sia propriamente nel flusso di tutto quello che circola di nuovo nel mondo del cinema. E infatti quando lo senti parlare ti riporta indietro nel tempo, nel senso che si rivive quella sensazione di noia (e desiderio di fuga) che ci prendeva in quelle presentazioni della lontana TV monopolista.

E ci tiene a fare un Festival come si deve, ora che finalmente ci è arrivato (non è mai troppo tardi, come diceva il maestro Manzi, suo coetaneo). E infatti ha imposto il cambio di nome (è stato lui! ho sentito lui che lo diceva, l'ha messo proprio come condizione per accettare). La coerenza è l'ultimo dei problemi per la destra italiana e quindi Alemanno ha prontamente accettato.

E poi ha voluto la premiazione, con il Marcaurelio d'oro per il primo classificato. E i premi alla carriera. Il Marcaurelio d'oro? Come nelle fiere di paese? Se fosse a Pisa sarebbe la Torre pendente d'oro, a Verona l'Arena d'oro, a Milano l'Ambrogino d'oro ... che tristezza, uno comincia a sbadigliare prima ancora di finire la frase. E i premi alla carriera? Ero convinto che almeno uno sarebbe andato a Gina Lollobrigida ... e infatti. Ma non potendo premiare tutti ha pensato a una sezione omaggi, per tutti gli scomparsi recenti: Florestano Vancini, Nino Manfredi, Alida Valli, Steno, Dino Risi .... Grandi e grandissimi artisti, per carità, sono il primo a sostenere la importanza di coltivare la memoria, ma c'è un tempo per ridere e festeggiare e un tempo per riflettere e meditare, almeno penso.

Sulla selezione dei film ha ramazzato quello che si poteva, gli italiani ì che non erano ancora usciti e che comunque possono beneficiare di un lancio gratis, qualche film sfuggito (spero solo per questione di date ...) ai festival stranieri di quest'anno o a Venezia. Purtroppo hanno trovato solo un film chiaramente di destra, Il sangue dei vinti di un certo Michele Soavi, che ha incautamente abbandonato la via maestra tracciata dal suo maestro Lamberto Bava, riconosciuto riferimento italiano nel genere horror e soprattutto splatter (violenza e spargimenti di sangue gratuiti e il più possibile indigeribili per lo spettatore), nel quale aveva dato prove tutto sommato non male, con film come Arrivederci amore ciao, tratto dal romanzo (decisamente non per anime sensibili o convinte che il bene è destinato a prevalere sempre) dello scrittore Massimo Carlotto. Ora si sta specializzando in film propagandistici su argomenti cari alla destra.

Dopo il film televisivo su Nassiriya (niente da dire sui militari caduti che facevano semplicemente il loro dovere, sia chiaro), ora è la volta dei crimini dei cattivi partigiani con "Il sangue dei vinti" tratto ovviamente dall'omonimo libro dell"infame" Giampaolo Pansa (oggetto di una mia interminabile diatriba qualche mese fa con l'amico Francesco "Il rompiscatole"). Per carità ognuno ha le idee che vuole e le può veicolare sui suoi film, se proprio ci tiene. Però non ci sarà l'atteso festival di film di destra, non so, su sindacalisti statali lavativi, su giovani imprenditori che si sono fatti da soli grazie ad una inaspettata eredità, di un'altra persona (no, forse questo è meglio di no), sulle conquiste e i successi dell"uomo in SUV" (film satirico compiaciuto, servirebbe un redivivo Walter Chiari), sugli anni '70 vissuti sotto assedio dagli studenti fascisti nei licei classici di Roma ... mi stanno venendo in mente parecchi soggetti mentre scrivo, chissà se interessano a qualcuno.
Una occasione perduta.

E soprattutto, manca quello che aspettavamo più di tutto: un film padano. Non lo vogliono mandare a Roma Ladrona? Spero di no. Devo dedurre che per ora la filmografia padana è ferma a zero titoli.

In sintesi, poco da aggiungere, se non una domanda: ma nella Festa del Cinema il Comune non aveva la maggioranza, a quanto mi ricordo. La Provincia, la Regione, gli altri soci, si sono accodati a questa malinconica cosa senza colpo ferire?



(Le foto rappresentano ovviamente un piccolo ricordo della Festa del Cinema dei bei tempi andati, la prima in alto è dell'agenzia AGP, gli omaggi sono a Nicole Kidman, Monica Bellucci e Ellen Page e Diablo Cody di Juno)