venerdì 10 ottobre 2008

I test d'ingresso all'università. Do you remember?

Sulla crisi dei mercati, argomento del giorno (purtroppo) non ho sufficiente competenza né idee chiare o opinioni originali, e consiglio quindi caldamente la rassegna a 360° e la sintesi ulteriore che propone mio fratello sul suo blog. Mi dedico invece ad un tema totalmente trascurato, come mi piace fare ogni tanto: i test di d'ingresso all'università.

Ai tempi del governo Prodi e del ministro Mussi erano un cavallo di battaglia di tutta la stampa: polemiche su polemiche e ricorsi su ricorsi. Ai tempi della Mariastella Gelmini tutto fila liscio e a momenti neanche ci siamo accorti che alcune centinaia di migliaia di ragazzi sono passati per questa selezione, con tratti surreali di diseguaglianza.

Ne ho avuto esperienza (indiretta) e quindi ho scoperto qualche meccanismo, che provo a raccontare.

Ma prima, perché surreale? Perchè un paese con troppi pochi laureati (dicono tutti) si esercita a selezionare i candidati (come se invece fossero troppi) e a respingerne una parte ancora prima di iniziare.

Le facoltà a numero chiuso
Sono, come tutti sanno, quelle dichiarate a numero chiuso per legge (una legge del '99, la n. 264 del 2 agosto 1999, periodo Ulivo): Medicina, Architettura, Veterinaria, Odontoiatra, Scienza della formazione. Viene stabilito un numero massimo di iscritti al primo anno, si selezionano i candidati, che in queste facoltà sono stabilmente più dei posti da sempre, tramite un test. Quelli che entrano si iscrivono subito dopo il test e iniziano a frequentare i corsi, ma non tutti, quelli immediatamente esclusi potrebbero ancora entrare con i "ripescaggi", appunto perchè non tutti si iscrivono dopo aver superato il test. Tutte le facoltà dello stesso tipo di tutta Italia devono fare il test, e lo fanno nello stesso giorno, per evitare gli "aggiramenti del numero chiuso".

Le facoltà a numero programmato.
Sono facoltà che hanno deciso di regolamentare l'ingresso autonomamente, e lo decidono singolarmente per università. Ad esempio Biologia potrebbe essere a numero programmato a Roma e ad accesso libero a Bologna o viceversa. Stabiliscono un numero minimo di iscritti e li selezionano con un test e stilando una graduatoria. Poi ci sono i ripescaggi. Ma allora in cosa si differenziano da quelle a numero chiuso? Nel fatto che sono possibili, e forse anche pianificati, gli aggiramenti. I test non sono nello stesso giorno e quindi i candidati ne possono sostenere più d'uno in giorni diversi, nella stessa facoltà o anche in altre. Alla fine sceglieranno dove iscriversi in base ai risultati, lasciando così i buchi che saranno coperti dai ripescaggi.

Le facoltà ad accesso libero
Sono tutte le altre (di solito Ingegneria, Lettere, Chimica, Matematica, ecc.), nessun mal di testa per i candidati, a volte è previsto un test obbligatorio ma non selettivo (entri pure se vai male, ma devi sobbarcarti dei pre-corsi).

La programmazione
Non c'è. Il numero programmato o la scelta di una facoltà di applicare i test o meno non dipende dalla domanda di quella competenza da parte del mercato (in parole povere, dalla possibilità o meno di trovare lavoro). Questo esito, che dovrebbe essere il fine ultimo del corso di studi, rimane del tutto scorrelato e impermeabile a qualsiasi approccio orientato alla programmazione, confermando in pieno i pregiudizi dei tedeschi e in generale degli stranieri riguardo a noi italiani. L'unico criterio è la capienza delle aule. Si cerca unicamente di non far stare in piedi le matricole nei primi giorni di corso. Naturalmente alcune facoltà (penso quasi tutte) praticano l'overbooking tenendo conto del fenomeno degli abbandoni tra il 1° e il 2° anno.

Le facoltà ad accesso libero invece hanno solitamente il problema opposto: un numero di iscritti non sufficiente a coprire i posti nelle aule e soprattutto a fornire studenti sufficienti per tutti i professori, mettendo a rischio il loro incarico. Per garantirsi quindi chiudono di solito le iscrizioni per ultime (come Chimica a Roma) dando la possibiltà a quelli che non hanno superato i test di iniziare comunque l'università. Con l'obiettivo magari di rientrare nella facoltà originariamente scelta negli anni successivi, facendosi convalidare un certo numero di esami.

Gli aggiramenti del numero chiuso
Le facolta a numero chiuso si aggirano iscrivendosi (magari con altri test) su facoltà in parte simili nei primi anni. Sono quelli che nel mondo dell'università sono chiamati "articolisti" (utilizzano una possibilità prevista dall'articolo 6 della legge). Esempio: Biologia o Chimica per Medicina. Il fatto è che sono ancora più difficili di quella originaria e quindi come "ripiego" risultano una strada piuttosto ardua. Ma obbligata per non perdere del tutto un anno da parte del classico discendente da una dinastia di medici che non può disperdere, senza averle tentate tutte, il patrimonio di famiglia.

Per quelle a numero programmato, giocando su più tavoli e su più città, le possibilità sono ancora maggiori e sono lasciate quindi all'inventiva degli studenti.

In questo modo, bisogna riconoscerlo, veramente a piedi e a perdere l'anno rimangono in pochi. Diciamo che molti si ritrovano dove non avrebbero voluto andare. Considerato però l'elevato tasso di errore nella scelta della facoltà (quando ci si accorge dopo anni di cosa veramente richiede e offre quel corso di studi) anche questa scelta casuale o quasi potrebbe non dimostrarsi poi la peggiore.

Ma poi perché tutto questo sforzo di evitare l'aggiramento dei test di selezione alle facoltà a numero chiuso-chiuso (Medicina ecc.). La prova lo stesso giorno e tutto il resto? Onestamente non si capisce proprio.

I test
Discutevo nei post che avevo dedicato a questo tema l'anno passato della impossibilità di adottare test selettivi non arbitrari, in grado di non respingere i talenti per questo o quel corso di studi. Confermato in pieno.

Aggiungo solo alcune osservazioni che possono essere forse utili: 1) esercitare soprattutto il pensiero logico-sequenziale;  2) studiare almeno per alcune settimane gli argomenti principale del corso (quelli che si dovrebbero, in realtà, imparare al corso, ma che compariranno nei test spesso e volentieri);  3) non cominciare a studiare i test un anno prima, ma studiare molto bene il programma degli ultimi due anni, soprattutto se si viene dallo scientifico;  4) valutare con molta attenzione i corsi a pagamento, garantiscono ben poco (a parte i guadagni per chi li fa);  5) acquisire e analizzare casomai con grande attenzione le prove degli anni precedenti; 6) non farsi fuorviare da ragionamenti del tipo "tanto è una lotteria", quindi "non vale la pena prepararsi", "passano solo i raccomandati", "ho visto uno con un auricolare"; posso affermare che la preparazione pesa e che passano anche i non raccomandati e che in generale non bisogna farsi fuorviare.

E il voto della maturità? Ai tempi di Mussi erano state date indicazioni che venisse utilizzato per la selezione. Indicazione caduta quasi nel vuoto, e recepita solo da poche facoltà. In pratica è del tutto ininfluente nella grande maggioranza dei casi, e non si capisce quindi l'agitazione (con vere e proprie pressioni e raccomandazioni) da parte dei genitori per far ottenere a figli e figlie il famoso 100. In ogni caso sarebbe stata una cosa giusta e apprezzabile soltanto se fossero applicati criteri di attribuzione del voto conformi e confrontabili tra le varie scuole delle varie parti d'Italia, almeno a grandi linee. Cosa che non è assolutamente.

L'handicap del liceo classicoUn'altra cosa che emerge è che la scelta del liceo classico, con il sistema dei test, è diventata un handicap. Un tempo, prima delle famose manifestazioni del '68, il classico era l'unico corso di studi che dava l'accesso a tutte le facoltà. Lo scientifico consentiva di iscriversi a tutte, tranne lettere e filosofia. L'artistico solo alle umanistiche e ad architettura. Gli istituti tecnici e commerciali consentivano l'accesso solo alla facoltà omologhe, per esempio i periti chimici potevano andare a chimica, i geometri ad architettura, i ragionieri a economia e commercio e così via. Fino a quando queste barriere non sono state spazzate via. Per poi tornare deformate ora. Infatti le facoltà a numero chiuso e programmato sono quasi soltanto quelle di tipo scientifico e tecnologico (con la sola eccezione di Scienza della formazione, che sarebbe la vecchia Magistero), mentre praticamente nessuna facoltà umanistica presenta barriere. Di conseguenza i maturati dal liceo scientifico e degli istituti non hanno alcun ostacolo nella iscrizione alle umanistiche. Invece li hanno quelli del classico con le scientifiche, quasi sempre a test, e con test quasi sempre basati sul programma (ideale) dello scientifico. Al classico si fa meno per definizione (meno ore) e spesso si fa meno del meno per vecchie e superate cattive abitudini, ed ecco l'handicap. Che gli studenti del classico devono superare scegliendo la facoltà con anticipo (un anno prima sarebbe l'ideale), coprendo completamente il programma anche in presenza di professori "distratti", e arrivando anche a coprire, possibilmente, parte del programma dello scientifico, per le materie base di interesse del corso di laurea scientifico prescelto.

In sintesi
Sulla validità del sistema dei test per smistare i ragazzi e le ragazze verso il corso di studio più adatto per le loro caratteristiche, per metterli a disposizione delle aree del mercato del lavoro nel numero giusto e dove c'è domanda, per individuare i futuri talenti, mi sono già espresso l'anno scorso e non è emerso nulla di nuovo. Quindi confermo la mia opinione: la validità è prossima allo zero, non è zero solo perché interviene a volte il caso, a compensare.

Il sistema adatto non c'è bisogno di inventarselo, basterebbe copiare quello che fanno i paesi che hanno a cuore il proprio futuro e quello dei propri figli (non l'Italia di oggi quindi, vedi il post di qualche giorno fa). Ad esempio i paesi del Nord Europa dove investono in orientamento e dedicano un certo numero di professori ai compiti di "orientatore". Ovviamente non in modo isolato dal mondo del lavoro, ma integrato. Certo, occorrerebbe investire qualche euro, ma qui vale il principio che tentavo di esemplificare, appunto un paio di post fa: siamo un paese per vecchi.

(Le foto sono tratte, ovviamente, dal mitico film Il laureato di Mike Nichols, del 1967, con Dustin Hoffman, Anne Bancroft e Katharine Ross, e le musiche di Simon & Garfunkel)
 

3 commenti:

  1. interessante disanima ... ma come è andata?

    RispondiElimina
  2. Guarda, tutti i ragazzi che conosco sono riusciti ad andare dove volevano andare, e nessuno/a era un super studente da 100. Non vale un granchè come statistica, ma...

    RispondiElimina
  3. Che poi , al di là del problema specifico del numero chiuso , un problema di cui si potrebbe discutere è il calo spaventoso delle iscrizioni nelle scienze dure ( fisica , matematica , chimica , ecc )
    a favore di facoltà più soft ( scienza delle comunicazioni , economia , pubbliche relazioni ) .
    Saremo costretti ad importare tutto ciò che è alta tecnologia dall'estero , in particolare dall'asia e a noi rimarrà solo il tanto decantato italian style e il turismo .
    Altro che biotecnlogie e nuovi materiali , le professioni del futuro sono il pizzaiolo e il gelataio !

    RispondiElimina