martedì 25 novembre 2008

I misteri di Roma - 4. Via Labicana 83

Continuando nel piccolo viaggio tra i misteri di Roma (misteri molto urbani, per niente arcani, e che rimarranno tali), e tornando dal Colosseo verso Est, inoltrandosi su Via Labicana, la strada opposta alla notissima Via dei Fori Imperiali, si può ammirare un altro interessante mistero. Proprio all'angolo con Via di San Clemente, quindi in prossimità della bellissima chiesa, una delle più antiche di Roma (e quindi del mondo), davanti alla pasticceria e gelateria Ciuri Ciuri (specialità siciliane DOC) fa bella mostra di sé questo palazzo incappucciato da un ponteggio. Al civico 83, è un palazzo che si può definire vecchio, piuttosto che antico, risale ai primi del '900, come tutta la strada. Ai tempi del Papa Re in questa zona c'erano prati e il terreno era più in basso, infatti la chiesa di San Marcellino, all'altro lato della strada (su Via Merulana), è ora interrata per quasi due metri.

Il palazzo fino a circa 5-6 anni fa, era ancora abitato, poi tutti gli abitanti se ne sono progressivamente andati (o sono stati scacciati) ed è cominciata la prevista ristrutturazione. Per farne cosa non si sa. Probabilmente mini-appartamenti per una vendita frazionata, o un residence, o un albergo. Qualsiasi fosse l'obiettivo (nel cartello non c'è scritto, solo la proprietà: Madi Srl) la ristrutturazione si è fermata ancor prima di iniziare, in un tempo imprecisato, credo almeno 3 anni fa (il tempo è difficile da valutare per queste "opere incompiute" che diventano presto parte del paesaggio).

Motivi? Non è dato sapere. Eredità contestate? Ricorsi di creditori? Ditte fallite? Concessioni edilizie mai arrivate? Problemi strutturali evidenziati e che non si come risolvere (si parla di un fiume sotterraneo, in romano una "marrana", che passa proprio sotto questa zona)? Quello che si conosce è solo il risultato, blocco totale. O quasi totale, un paio di anni fa sono stati risistemati i ponteggi, ora a norma. E sono stati lasciati lì. Due-tre anni di occupazione del suolo pubblico? Due-tre anni di noleggio dei ponteggi? Per sovrappiù, come si può vedere dalla vista dal satellite, l'immobile è molto grande e si estende quasi fino a Via di San Giovanni (lo "stradone di San Giovanni" per i romani DOC).

Meno mercato e meno stato
09112008207La considerazione che mi suscita questo palazzo ogni volta che ci passo davanti (e ci passa metà dei romani) è però un'altra. E riguarda il nostro paese e la sua capacità progettuale. Ragioniamo, siamo a 300 metri dal Colosseo, di fianco alla Chiesa di San Clemente (già l'ho detto), sull'altro lato il Colle Oppio e la Domus Aurea. Un posto unico al mondo, milioni di persone ogni anno progettano o fanno viaggi a Roma per vedere questi luoghi. Un grande valore quindi. Un grande valore inutilizzato nel modo più totale.

In altri paesi avrebbero buttato giù tutto e rifatto qualcosa di nuovo, azzerando i problemi strutturali. O avrebbero lasciato solo il guscio esterno. O sarebbe intervenuta la mano pubblica affidando all'architetto Calatrava o Fuksas o Frank Gehry o a qualche altro architetto creativo (inviso a Beppe Grillo) la realizzazione di un museo che sarebbe diventato una delle nuove attrazioni di Roma. Come il museo di Bilbao di Gehry, appunto.

Sicuramente nessuno avrebbe accettato, in questo sporco mondo capitalistico, di gettare dalla finestra milioni di Euro di mancati guadagni, per qualche cavillo burocratico o legale (sono certo che la spiegazione sia da queste parti).

Immobilismo totale. Ma qui non siamo nella sfera pubblica. Non dovrebbe entrarci l'inefficienza dello stato, se non per impedimenti burocratici alla portata di qualsiasi agguerrito studio legale. Qui non è questione di meno stato e più mercato. Neanche il mitico mercato, in Italia, riesce a smuovere l'apatia e l'immobilismo, a quanto si può vedere.
E ancora una volta si conferma che non ci stupisce più nulla.

Gli altri misteri di Roma:

Via Merulana 120

I cantieri  di Via Emanuele Filiberto

Il Colosseo

Documentazione fotografica:
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A due passi dal Colosseo.

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Il ponteggio con il passaggio (in fila indiana) per i pedoni.

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Il palazzo con i ponteggi visto dal lato opposto (Google Earth)

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Notare che gli alberi piantati orsono pochi mesi dal servizio giardini del Comune di Roma, e che comparivano verdi nella foto di Google Earth (di luglio - agosto) nel frattempo si sono seccati (e sono al secondo tentativo: perseverare è diabolico).

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Il cartello con le indicazioni della propriertà e dell'impresa. L'impresa (Ridolfi) è la stessa di un  palazzo bloccato su un angolo di Piazza Vittorio.

(Le foto sono fatte da me qualche giorno fa, tranne quelle di GE indicate)

domenica 23 novembre 2008

I misteri di Roma - 3. Il Colosseo

Come, anche il Colosseo può essere inserito tra i misteri di Roma? E' uno dei luoghi più noti e frequentati del pianeta. Probabilmente il monumento più noto tra tutti, il simbolo stesso dell'Occidente. Costruito per stupire i contemporanei (vedi il film "Il Gladiatore") e per sfidare i secoli. E nel posto giusto. Come ha detto una turista americana: "Che bella idea hanno avuto i romani di costruire il Colosseo proprio fuori dalla stazione della metropolitana!". Quindi è difficile pensarlo come un luogo che suggerisce misteri irrisolti. Del tipo che sto analizzando (misteri urbani, per nulla arcani).

Ho scoperto però che al figlio di mio cugino (7 anni) lo storico monumento, simbolo di Roma, non piace proprio. Glielo mostravo un paio di settimane fa, erano in visita dalla natia Padania, con un pizzico di orgoglio nazionalistico illustravo le sue caratteristiche, ma mi ripeteva, ostinato, "non mi piace". Ma come, gli dicevo, non hai visto il film "Il Gladiatore"? (non l'aveva visto). Non vedi che monumento imponente? Non ne avete parlato a scuola? (no, la storia comincia in 3a elementare).

Guardando bene il monumento, e con i suoi occhi di bambino, mi sono accorto però che aveva ragione.

Sarà stata anche la sera che avanzava di un giorno d'autunno, ma il Colosseo non si presentava per niente bene. Era effettivamente piuttosto brutto. 

Ma perché aveva quel colore scuro, grigio, sporco, e per di più irregolare? Sembrava addirittura di vedere proprio delle scolature di sporco che scendevano dall'alto, sugli archi a tutto tondo in travertino romano. E che cos'erano quelle cancellate a piano terra? Cosa proteggevano, cosa c'era dentro? Dava l'impressione di una specie di magazzino, buio e triste.

Sì un grande monumento, se lo guardiamo con la sovrastruttura culturale del suo significato, se applichiamo la contestualizzazione storica, ma il povero Colosseo sembrava piuttosto, quella sera, un rudere mal tenuto, dimenticato, trascurato e, soprattutto, sporco.

Ho cercato quindi nella memoria (mentre ci dirigevamo verso Piazza Venezia, dove il tanto negletto Altare della Patria, benché attualmente incappucciato, in parte, da ponteggi, suscita maggiori consensi da parte dei turisti, e anche da parte del figlio piccolo di mio cugino), e mi sono ricordato della lontana ripulitura del Colosseo.

La ripulitura del Colosseo
Eccolo il terzo mistero di Roma. La manutenzione del nostro più importante monumento. Quanti anni fa erano? Cinque? Dieci? Dodici? Parecchi, comunque. Ma a un certo punto attorno al Colosseo hanno iniziato a costruire un ponteggio. Ardito, arrivava sino alla sommità. Ma non per tutto l'anfiteatro assieme, a sezioni. Ci sarebbe voluto più tempo ma l'impatto sarebbe stato minore per i turisti. Ricordo che dell'opera si parlava sui giornali. Mi pare proprio che fossimo durante la prima giunta Rutelli, quindi attorno alla metà degli anni '90. Il sovrintendente ai Beni architettonici, il famoso Adriano La Regina, pare avesse dato parere favorevole alla tecnica che si sarebbe utilizzata per la pulitura, rispettosa delle storiche strutture. C'era anche lo sponsor, che campeggiava sul ponteggio, era il Banco di Roma (assieme ad altri minori).


Tutto era pronto
. Ma il lavoro non è mai iniziato. Il ponteggio è rimasto in opera per mesi, senza che si vedesse nessuno che ci lavorava sopra. Poi pian piano è stato smontato. E si è potuto vedere che sotto era rimasto tutto come prima, con lo smog ben attaccato ai poveri pietroni in travertino che hanno sfidato i secoli, ma che ora devono sfidare la ben più insidiosa disorganizzazione italiana.

Cos'è successo? Contrasti sui metodi di pulitura? Per non sbagliare lasciamo che i gas di scarico facciano il loro corso? Fine dei soldi? L'ente per il turismo si opponeva? Anche in questo caso, come per gli altri misteri di Roma, non ho alcuna risposta.

Nel frattempo il Banco di Roma non c'è più, ha fatto in tempo a diventare Banca di Roma e poi a finire nel gruppo Unicredito. Un'era bancaria è passata, tre o quattro governi e tre giunte si sono succedute, e un lavoro di manutenzione, complesso nel suo genere, ma sempre manutenzione era, non siamo riusciti a farlo.

Ma perché è sporco?
Ma poi, perché il Colosseo è così sporco, da dove arriva tutta quella specie di fuliggine che lo ricopre in modo irregolare, più compatta in basso e meno in alto? E' ovvio, dal traffico. Il Colosseo, come si vede dalla foto da satellite, è il più grande spartitraffico del mondo. Un grande roundabout, per essere precisi. Un po' eccessivo come monumento da mettere al centro di un roundabout, ma in Italia facciamo così. Ai tempi dei tempi, quando non ci si faceva caso proprio (anni '50, anni '60) era proprio e precisamente così. Un marciapiede circondava tutto l'anfiteatro e le macchine e i bus passavano radenti. Se un turista arretrava troppo per fare la foto rischiava di finire sotto a una macchina che sfrecciava a filo del marciapiede. Negli anni '50 le macchine erano poche, e la convivenza era ancora possibile.

Ma negli anni '60 (nel '65, mi pare) a un signore che ha comprato una Alfa Romeo Giulia hanno consegnato la targa "un milione" (prima in Italia) e il povero Colosseo è diventato veramente uno spartitraffico, circondato perennemente da ingorghi. Con le giunte di sinistra degli anni '70 è tornata un po' di sensibilità ambientalista. Il grande sindaco Petroselli, quello che ha risolto problemi incancreniti da anni, misteri ben più pesanti di quelli trattati qui, come la Metro A ferma da decenni, e le favelas ancora in piedi in mezza Roma (e non c'erano extra-comunitari immigrati, c'erano italiani che ci abitavano) ed è morto stroncato da un infarto per la immane fatica, aveva affrontato e in parte risolto anche questo problema.

Voleva in realtà fare molto di più, voleva realizzare un parco archeologico, chiuso al traffico, che si stendesse in tutto il centro di Roma. Echi di quella ormai lontana utopia sono ancora presenti, sono la chiusura domenicale della zona, un momento di respiro, e gli scavi archeologici a via dei Fori Imperiali. Chissà se Alemanno metterà mano anche a questa restaurazione.

Per il Colosseo la soluzione provvisoria trovata è stata quella di bloccare il traffico da Est a Ovest (da Via Labicana ai Fori) ed estendere l'area di rispetto sino ad inglobare l'arco di Costantino, utilizzando le strade laterali. Il passo successivo sarebbe stato deviare ulteriormente le direttrici (e magari anche ridurre il traffico di attraversamento) e alla fine, restituire il mitico monumento ad una zona completamente pedonalizzata. Purtroppo nulla si è mosso in questa direzione, e il flusso del traffico è rimasto lo stesso di questa organizzazione di inizio anni '80. Solo che le macchine e gli scooter e i bus turistici sono molto di più del milione degli anni '60, e Roma è diventata la città con la più alta densità di auto e mezzi a motore per abitante (siamo verso l'1 a 1, come per i telefonini). E gli effetti si vedono tutti sulle antiche pietre del Colosseo.

Ricordo che Veltroni nella prima giunta aveva posto come obiettivo la riduzione del passaggio a fianco del monumento. C'erano i tecnici del Comune che stavano studiando una soluzione alternativa. Che non è facile, il sistema viario di Roma è una specie di ruota a raggi, e il fulcro è proprio il Colosseo. Esistono due passaggi N-S e E-O (Caracalla e la Stazione Termini) ma gli effetti sul traffico non sarebbero stati banali, restringendo questo, che è il principale tra i punti di snodo della capitale.

La soluzione la conosciamo anche, ma non piace quasi a nessuno. E' la soluzione di Londra. Ticket (pesante) per attraversare il centro di Roma. Per ora preferiamo tenerci il traffico di attraversamento (non mi pare di ricordare questo punto in nessun programma nelle recenti elezioni) e tanti saluti al Colosseo.

I tornelli
Ma c'è ancora un altro mistero, più piccolo, un ciliegina sulla torta. Guardando dietro a quelle grate che chiudono la arcate inferiori del Colosseo (una cosa orrenda, dovrebbero incarcerare chi ha avuto l'idea) ho guardato con maggiore attenzione qualcosa che avevo già visto, ma è una di quelle cose a cui ci abituiamo per la facilità di adattamento dell'uomo (e della rana, ma ne parlerò un'altra volta). Dietro alla sbarre si vede una fila di tornelli. Proprio i tornelli che sono così di attualità ora, panacea per mettere ordine nel lavoro pubblico. Servono per regolare il flusso dei turisti, ovviamente, e sono anche quelli più economici, a tripode, di colore rosso e acciaio.

Ma come? Per due sassetti e un pezzo di muro il soprintendente La Regina era in grado di fermare le opere più importanti, architettoniche o viarie (qualcuno ricorda il sotto-passo del Lungotevere davanti a Castel Sant'Angelo?). E qui hanno installato questa cosa orrenda dentro il monumento più importante del mondo? Poi dicevano i romantici dell'ottocento che erano barbari i papi a lasciare nell'abbandono le vestigia romane? Almeno non ci costruivano i tornelli dentro. Penso che la ipocrita scusa sia che si tratta di un'opera provvisoria, smontabile. Però intanto sta lì, da dieci anni e più, e ci starà per altri cento, a giudicare dall'amore che abbiamo per quello che ci hanno lasciato le generazioni che ci hanno preceduto.

Gli altri misteri di Roma:

Via Merulana 120

I cantieri (?) di Via Emanuele Filiberto


La documentazione fotografica:


Colosseo - Roma - Italia

Vista del Colosseo verso il Celio


Colosseo - Roma - Italia

Vista verso il Palatino e Via dei Fori Imperiali. Notare il cantiere della Metro C (lì da oltre un anno, in coerenza con tutto il resto) e le orrende cancellate negli archi a piano terra.

Colosseo - Roma - Italia

Dietro ai falsi gladiatori che cercano di rimorchiare turiste e turisti stranieri per la rituale foto ricordo, se la immagine di Google fosse sufficientemente nitida, si potrebbero intravvedere i tornelli per gli ingressi dietro le inferriate.

Colosseo - Roma - Italia

Vista ravvicinata degli strati di sporco. Compatto nel primo ordine di colonne. Scende dall'alto (per effetto della pioggia, penso) nei due ordini superiori. Un lavoro di anni e anni.

Colosseo - Roma - Italia

Vista da Satellite. Le direttrici che passano da Colosseo si possono individuare facilmente:

  • da Roma Nord da Via dei Fori, verso Roma Sud (Via Labicana) e Roma EUR (Via di San Gregorio - ex Via dei Trionfi, qulla che gira da sinistra in alto nella foto)

  • da Roma EUR verso Roma Nord invece il traffico si incanala verso via Nicola Salvi (la strada al centro in basso) essendo Via dei Fori a senso unico (per i mezzi privati).

  • da Roma Sud all'EUR il traffico passa leggermente più lontano, perché gira a Via dei Normanni (la prima strada sulla destra della foto e poi ritorna comunque nei pressi del Colosseo costeggiando il monte del Celio su via Claudia (la zona verde sopra all'anfiteatro).
In sintesi: una grande rotonda per la maggior parte del traffico di Roma.

(Le foto sono tutte tratte da Google Earth, e risalgono, come si vede dall'abbigliamento dei turisti ritratti nelle riprese StreetView, a questa estate (luglio-agosto, presumibilmente, posso assicurare che in questo lasso di tempo comunque nulla è cambiato)

giovedì 20 novembre 2008

I misteri di Roma - 2. Via Emanuele Filiberto

Continuando il piccolo viaggio alla scoperta de i misteri di Roma (misteri molto contemporanei) dopo Via Merulana ci spostiamo di poco a Est e troviamo un'altra grande opera diventata ormai parte del paesaggio, sempre tra l'apparente indifferenza dei pazienti cittadini della capitale.

Via Emanuele Filiberto è un'altra grande strada del centro della città, costruita nella Roma umbertina, che collega la grande piazza di San Giovanni, una delle principali della capitale, alla celebre Piazza Vittorio. Qui sono stati aperti negli ultimi anni tre cantieri della metropolitana, uno per il rifacimento della stazione di Manzoni (la strada che incrocia la suddetta via Emanuele Filiberto) e gli altri due, a quanto si legge nei cartelli, per migliorare l'areazione in tutto il sistema delle metropolitane (progetto AMLA3). Si tratta di un intervento strutturale iniziato diversi anni fa, assolutamente necessario (nelle gallerie e nei treni d'estate si soffocava), che ha comportato per un paio di anni almeno, la chiusura anticipata del servizio e la sostituzione con autobus di superficie (le linee MA1, MA2 ecc.).

Il rifacimento della stazione, anche se con il ritardo di rito (tempi all'incirca raddoppiati) è stato completato diversi mesi fa, ed effettivamente ora Manzoni è la fermata più bella della linea A, un modello, forse, per il rifacimento futuro. Se però per ogni fermata ci vogliono 1-2 anni l'opera di ammodernamento (che peraltro non sembra per ora proseguire) finirà in una data da film d fantascienza (2050, 2060, ...).

Motivo del ritardo? I soliti sassetti romani, che infatti fanno bella mostra di sé all'ingresso della stazione, poco prima dei tornelli.

GoogleEarth_Image_Filiberto_3Gli altri due cantieri invece sono apparentemente fermi da mesi. Cantiere è una parola italiana che significa (dizionario De Mauro) "area all’aperto, spec. recintata e attrezzata, in cui si svolgono opere di ingegneria civile / edile". Le due aree che si vedono nelle foto rispondono alla descrizione, fatta eccezione per il verbo "si svolgono".

Non si sa perché siano fermi. Ho cercato su Internet, solitamente prodigo di informazioni su polemiche varie, ma non ho trovato alcun riflesso. Saranno stati trovati i soliti reperti romani? Non credo, sono opere su scavi già effettuati. L'impresa sarà fallita? E' stato accolto il ricorso del secondo classificato? C'è qualche denuncia o sequestro ai danni della impresa o di altri soggetti? Hanno finito i soldi? Il Comune non paga?
Sta di fatto che è tutto fermo. E che, a differenza di quanto è avvenuto con la fermata di Manzoni, i cittadini del Primo Municipio non hanno ricevuto tempestive informazioni per lettera dei tempi stimati o dei ritardi.

Le conseguenze di questi cantieri sono però abbastanza peculiari. La prima è che, ovviamente, non viene rifatta da anni la pavimentazione della via, che è diventata quindi (è un patchwork di sampietrini e asfalto) probabilmente la più dissestata di Roma (attenzione con il motorino!). La seconda è che è anche pericolosa, una parte sembra contromano, la segnaletica orizzontale gialla "lavori in corso" dopo tutti questi mesi è ormai cancellata e si cammina "a memoria".

La terza è però ancora più singolare. I cantieri interrompono la linea tranviaria principale della capitale, la famosa linea 3 che percorre quasi tutta Roma, dalla stazione Trastevere alla fine di Villa Borghese (a Valle Giulia).  I tram quindi, da tempo immemorabile, non possono più percorrerla  e sono sostituiti da normali bus su gomma (con tanti saluti alla "cura del ferro" tante volte invocata come soluzione per i problemi del traffico e dell'inquinamento dalle giunte Rutelli  e Veltroni). 
Gli utenti della popolare e affollata linea non se ne lamentano però più di tanto, mi risulta. I bus sono più piccoli, certo, ma più rapidi, sia per i corsi di "guida veloce" che ultimamente l'Atac impartisce ai suoi autisti, impegnando i viaggiatori in una benefica e imprevista ginnastica (tenersi ben stretti ai sostegni, in particolare nelle frenate), sia per la maggiore agilità nel superare ostacoli imprevisti (ma frequenti) come il furgone parcheggiato in doppia fila per scaricare (e che finisce "in un attimo") o il tram vetusto fermo davanti per guasto che blocca tutta la linea.

Morale: ma davvero vogliamo fare il ponte sullo Stretto di Messina, o la linea C della metropolitana di Roma o, più semplicemente, il parcheggio sotto al Pincio? Giuste o sbagliate che siano queste opere (personalmente ero d'accordo su tutte e tre) mi pare una discussione accademica. Tanto si riescono al massimo a iniziare. Per finirle a quanto pare è necessaria obbligatoriamente una scadenza esterna e ultimativa (tipo olimpiadi o simili). Altrimenti, quella che dovrebbe sopperire (indignazione dei cittadini) non basta. E le opere non finiscono, come la mitica Salerno-Reggio Calabria.

A Roma è matematico che uno scavo faccia emergere vestigia romane. Facciamo pace col cervello. O disabilitiamo iin qualche modo la Soprintendenza alle Belle Arti, facciamo una graduatoria dei reperti di interesse o cose simili, oppure riabilitiamo la orrenda soluzione anni '60 della sopraelevata di San Lorenzo, unica praticabile qui.

Ancora più rimarchevole, in questo contesto, occorre dirlo con franchezza, il fatto che le giunte di CS di Rutelli prima e poi di Veltroni siano riuscite a completare due "grandi opere" di riqualificazione urbana, vale a dire l'Auditorium e la tanto discussa Ara Pacis. Contro ritrovamenti romani, ricorsi e i tanti altri ostacoli previsti da questo particolare tipo di slalom.

Se le imprese italiane sono matematicamente incapaci di rispettare i tempi (ma solo in Italia, mi risulta) affidiamoci ad imprese cinesi, quelle che in tre anni finiscono un ponte più ardito di quello sullo Stretto di Messina, senza parlare delle opere per le recenti olimpiadi, finite addirittura in anticipo.

Oppure mettiamoci tranquilli e cerchiamo di muoverci di meno, magari in bicicletta, rispondendo ai lontani suggerimenti di Franco Battiato (".. e per un istante ritorna, la voglia di vivere a un'altra velocità"). Ma temo che almeno le strade dovremmo comunque asfaltarle e i tram farli circolare, e magari anche le metropolitane realizzarle e tenerle efficienti. Anche Battiato, in fondo, parlava dei Treni per Touzer.

Ecco, anche qui, la documentazione fotografica.



L'inizio del cantiere centrale. I writers hanno fatto in tempo a lasciare i loro segni e si è creato un parcheggio in più.



I cartelli che annunciano i lavori e l'impresa



Il cantiere verso Piazza San Giovanni dal satellite



L'imbuto per il traffico


Di Domenica va meglio


Dove le rotaie si fermano.

(La foto aerea è estratta da Google Earth, così come  altre foto tratte dalla funzione Street View del popolare strumento, quindi risalgono presumibilmente a 3-4 mesi fa; le altre lo ho fatte io a novembre 2008, e, come si vede, la situazione non è mutata: se qualcuno ha spiegazioni per questo mistero lo faccia sapere, la curiosità è tanta)

domenica 16 novembre 2008

I misteri di Roma - 1. Via Merulana

Tralasciando per un momento i soliti temi di politica e società, inizio un nuovo filone di questo blog dedicato ai misteri di Roma. Ma non i soliti misteri legati alla storia millenaria della più antica città dell'Occidente, tipo antiche case nelle quali si può percepire la presenza della suora murata viva, perchè incinta, ai tempi del sacco di Roma. Misteri più terra terra, che si possono incontrare girando per le strade della città, che sono sotto gli occhi di tutti, ma a quanto pare nessuno ci fa più caso. Misteri che, sia chiaro, rimarranno tali, nel senso che io non ne ho la spiegazione. Magari qualcuno, incappando in questo blog, potrà illuminarci.

A Via Merulana, proprio a metà del celebre viale alberato, al civico 120, si può vedere un palazzo tagliato a metà, diroccato. E' lì da venti o trent'anni, ma forse anche di più. E' parzialmente abitato, utilizzato per alcuni uffici dalla ASL Roma A, io ad esempio ci sono andato a fare la trivalente quando facevo il militare (per evitare di rimanere chiuso in caserma 2 o 3 giorni, come da regolamento). E mi pare che fosse già così. Non mi risulta che questa zona sia stata bombardata durante la guerra, quindi dovrebbe essere la conseguenza di qualche crollo strutturale, come in altri palazzi della Roma umbertina. A fianco c'è un immobile moderno, l'assessorato alla sanità del Comune. Ma il palazzo contiguo di inizio novecento (come gli altri della strada) ad angolo tra Via Merulana e Via Galilei, è transennato per buona parte da tempo immemorabile e soprattutto in parte è crollato, come si può vedere dalla foto dall'alto di Google Earth, pubblicata sotto.

Perché è rimasto così? Perché nessuno l'ha buttato giù e ci ha costruito sopra un nuovo  palazzo? (Non è cero un immobile di importanza storica). Perché nessuno considera indispensabile sanare questa ferita aperta in una delle strade più frequentate e più famose di Roma?
Che peraltro ha beneficiato di numerose attenzioni in questi ultimi anni. Non è abbandonata da tutti. Sono stati rifatti i marciapiedi con eleganti piastrelloni di granito (un po' scivolosi con le foglie dei platani in autunno dopo la pioggia). E' stato creato un bello slargo a Via Mecenate in prossimità delle vestigia romane dell'auditorium di Mecenate. Negozi di un certo nome danno lustro alla strada, dai mobili di eleganza internazionale di Roche & Bobois, al celebre regno del pane di lusso Panella, all'altrettanto celebre regno della fotografia digitale ai prezzi più bassi di Roma, il negozio tutto giallo di Vito, la norcineria Cecchini, il bar Baguette, e molti altri.

E poi negozi vecchio stile, che risalgono probabilmente ai tempi del romanzo (un capolavoro di Carlo Emilio Gadda) che ha reso celebre la strada, ovvero "Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana". Una strada che è anche sede di un evento piuttosto importante per la cristianità, la processione del Corpus Domini, che vede ogni anno a giugno il Papa andare sulla sedia papale da San Giovanni a Santa Maria Maggiore, le due basiliche che racchiudono la strada, accompagnato da un corteo di innumerevoli cardinali e da una lunga processione (che taglia in due mezza Roma per un pomeriggio all'anno). Come si può leggere nelle guide, la strada venne, anzi, costruita proprio per questo scopo, per collegare le due basiliche, nel lontano 1572 da Papa Gregorio XIII (e completata, per inciso, in 13 anni, molto meno di quanto ci stiamo mettendo noi, nel 2000, a riparare o ricostruire un palazzo).


Nonostante questa grande varietà di buoni motivi per presentare questa strada al meglio, il palazzo che ho eletto a mistero di Roma n. 1 sta sempre lì, sotto gli sguardi perplessi e stupiti e vagamente divertiti (questi italiani ... molto pittoresco!) dei turisti che lo inquadrano con le loro telecamere dal secondo piano del 110 Open (il bus turistico della capitale, per chi non lo conoscesse).

Quali insondabili misteri burocratici provocano questa così lunga impasse? Quale conflitto di competenze tra uffici? Forse pratiche bloccate per sparizione di documenti, ricorsi pendenti da decenni, cambiamento di responsabili decisionisti con altri attendisti? Ruderi romani (ma non mi pare proprio)? Apatia italiana, qualche problema incancrenito che nessuno ha mai avuto voglia di affrontare,  i pochi che ci hanno provato non hanno avuto tempo di finire perché spostati a qualche altro compito prima? Trent'anni e più però sono lunghi da passare, una intera generazione, se non due, per qualsiasi spiegazione che si possa trovare o immaginare.

Ecco un po' di foto per farsi un'idea, cominciando dall'alto.


Lo stabile (si fa per dire) diroccato di Via Merulana 120 e sventrato è al centro dell'immagine. Sotto (nella foto), all'angolo tra Via Merulana e Via Manzoni, si vedono gli uffici del V Dipartimento del Comune di Roma, assessorato alle politiche sociali e alla salute.


Il palazzo come lo vedono i turisti.


Il balcone transennato e il ponteggio utilizzato dai writers (sembra lasciato lì apposta, anche questo da anni).

Le immagini della parte crollata e consolidata con un muro di mattoni in epoca imprecisata.


La stessa immagine dall'altro lato.

Anche l'ala dello stabile lato Via Galilei è crollata in epoca imprecisata ed è stata consolidata in questo modo. Sì, dalla foto non sembra, ma siamo proprio nel centro di Roma, Rione 1, Primo Municipio.

(La foto aerea è estratta da Google Earth, quindi risale presumibilmente a 3-4 mesi fa - ma in questo caso il tempo è una variabile indipendente - le altre lo ho fatte io a novembre 2008)

venerdì 14 novembre 2008

Lo Scuolabus

Parliamo sempre di riforma della scuola, ogni nuovo governo ne inizia una, senza però finirla. Ed ogni nuovo governo per prima cosa blocca o smantella la riforma precedente.

Non sarebbe meglio, per cominciare, provare a rimettere a posto i fondamentali di un sistema scolastico? Cose banali, che non richiedono convegni e dibattiti, sulle quali dovrebbe essere naturale un accordo bipartisan e un'ampia condivisione da parte della pubblica opinione.

Lo Scuolabus
Lo vediamo in azione in innumerevoli film e telefilm americani. Ad esempio, è uno dei protagonisti e dei motori della vicenda in Forrest Gump. E' quel bus giallo, tutt'altro che di lusso, che raccatta i figli degli americani e li porta alla loro scuola. Essenziale in un paese esteso e disperso, funziona però anche nelle grandi città. E' un servizio semi-pubblico, universale, alla portata di tutte le classi sociali, organico ed essenziale per il sistema scolastico. Da noi è sconosciuto, e i bimbi a scuola (fino alle medie, ormai) li portano i genitori in macchina o in scooter, dando luogo a quegli ingorghi micidiali che si ammassano attorno ad ogni scuola elementare attorno alle otto, o a quelle scenette di mamme e papà snaturati che portano in scooter i due figlioletti, uno dietro e quello piccolo davanti, tra le braccia che tengono il manubrio. Il tutto ha un costo, in termini di carburante, tempo, vigili impegnati, rallentamento del traffico conseguente, incomparabilmente superiore a quello di un servizio di scuolabus, ma preferiamo farci del male da soli. Nelle zone meno densamente popolate consentirebbe di accorpare le scuole, evitando le famose situazioni degli istituti con meno di 50 studenti, rendendo non avvertibile per gli utenti lo spostamento dell'edificio scolastico nel paese vicino.

Il Comune di Roma ai tempi di Veltroni, non potendo evidentemente fare di più, aveva introdotto (genio italico all'opera) lo Scuolabus a piedi, simpatiche ragazze precarie che accompagnavano i piccoletti a scuola, ognuno con un giubbetto riflettente di sicurezza, raggruppandoli in mini-cortei. Meglio di niente, ma non mi pare di vederli più. Penso sia un altro dei cambiamenti di Alemanno. Qualche Scuolabus però gira per le nostre città. Sono quelli delle scuole private straniere, la scuola tedesca, la scuola inglese e così via.

L'armadietto
Un'altra cosa che si nota guardando con un minimo di attenzione i suddetti film e telefilm americani sono gli armadietti per gli studenti. A ogni studente, anche nella scuola più scalcinata del quartiere simil-Bronx, viene assegnato un armadietto con la chiave. Dove lo studente tiene le sue cose, ad esempio l'attrezzatura per fare sport, o i libri più pesanti. Noi preferiamo investire più o meno gli stessi soldi in carrellini per i bambini o i ragazzi per trasportare ogni giorno i 10-15 Kg. di libri inutilmente pesanti.

La mensa

Il sistema anglosassone è tutto rigorosamente dalle 9 alle 5 del pomeriggio, a orario continuato, con il sabato libero. La mensa, o cafeteria come la chiamano loro, è quindi un elemento fondamentale del sistema. D'altra parte nella loro cultura il pasto principale è quello del mattino, quello di metà giornata è un pasto secondario, che può essere anche ridotto e semplificato. Nella nostra cultura il pasto principale era quello di metà giornata e, nei bei tempi andati, gli uomini facevano l'orario spezzato, a metà giornata tornavano a casa dove la moglie casalinga aveva preparato il pranzo, poi leggevano il giornale in poltrona, facevano un breve riposino (la pennichella) e poi tornavano al lavoro. Profumo di cose passate e sparite decenni fa. Eppure nella scuola è ancora così. Tolte le elementari con il tempo pieno (ma ci sta pensando la riforma Gelmini a mettere le cose a posto, anche se non tutti, anche a sinistra, concordano con questa mia posizione così tgliata con l'accetta) e, in parte, le medie, tutte o quasi le scuole superiori non sono attrezzate per l'orario prolungato. Rendendo quindi inevitabile l'orario su sei giorni, l'apertura al sabato, un giorno di serie B, fuggito dagli studenti e dai professori, impegnati ogni settembre di ogni anno nell'aspra battaglia per il "sabato libero". E creando un problema a tutte le mamme lavoratrici d'Italia per alimentare in modo adeguato i propri figli.

Quanto risparmierebbe il sistema paese centralizzando queste funzioni e riducendo di un giorno l'apertura di tutte le scuole superiori? Non vado oltre perché mi ripeterei.

L'ufficio per i professori
Si dice sempre che i professori lavorano solo 18 ore, praticamente a part-time, per uno stipendio pieno. Ma i professori sono uno strano tipo di impiegato statale. Somigliano più a un consulente esterno, per come sono trattati. Qualsiasi impiegato statale, anche quello di minimo livello, neo-assunto, ha ormai un PC in dotazione, e sicuramente ha una scrivania, un armadio, le solite dotazioni ufficio. I professori no, non hanno nulla. Tutto quello che hanno se lo devono procurare loro, tranne una casella di posta elettronica del ministero, un armadietto (60x30 o giù di lì) e un appoggio nella famosa "sala professori".

Proviamo a immaginare una scuola come nei paesi anglosassoni o nei paesi del nord Europa, dove ai professori viene dato un PC portatile, una postazione di lavoro a rotazione in open space (come nelle aziende ai venditori o al personale che è spesso fuori), dotato, nella situazioni più avanzate, di un armadio cassettiera mobile per ambienti di lavoro flessibili come quello illustrato in figura (Moby della SteelCase, una nota ditta inglese di arredi open space, ma esiste anche simile di altre marche) che può essere spostato vicino alla postazione trovata libera.

Anche i professori italiani potrebbero fare un orario di lavoro come tutti gli altri, preparare e correggere i compiti e le lezioni in ufficio (a scuola) e non a casa, eviterebbero di accapigliarsi per il giorno libero e per l'orario più comodo. Vivrebbero maggiormente la scuola e sarebbero maggiormente a disposizione degli studenti ,anche per attività di tutoring, orientamento e così via. Come i professori universitari, che infatti hanno un ufficio. Ma ormai ci siamo abituati a questa organizzazione assurda e la consideriamo inevitabile (professori inclusi).

Il benessere ambientale
Un assunto d qualsiasi organizzazione è che per lavorare bene è necessario avere intorno un ambiente dove non solo sono garantiti i servizi essenziali (bagni puliti e con la carta, luci non fulminate, non troppo caldo o troppo freddo, ecc.) ma è anche curata la gradevolezza alla vista, con uso accorto di piante, scelta dei colori e dei materiali e così via. Qualche anno fa ho visto un bel film, vincitore a Cannes, Elephant di Gus Van Sant. Era un film su un evento drammatico, la ben nota strage della scuola di Columbine, che ha ispirato anche il documentario di Michael Moore. Ma la mia attenzione era fatalmente astratta sulla scuola, teatro della tragedia. Non era una scuola di lusso. Era una scuola media americana, di una provincia media. Come sarebbe da noi una scuola di Rieti o di Foggia. Quello che c'era e si vedeva quindi era scontato, la dotazione standard. Ambienti ampi, puliti, con scelta accurata dei colori, dove prevaleva il giallo, laboratori di fotografia, cafeteria, palestra. Quanto ci aspettiamo da un paese democratico, che mette a disposizione un ambiente adeguato per quello che ha più caro: i propri figli. Nessun lusso, nessun parquet per terra nè lampadari di cristallo. Un gradevole ambiente di lavoro e di studio.

Perché stare fermi quando si può stare immobili?
Il fatto è che giusto un anno prima ero entrato per la prima volta dopo anni, per obblighi di genitore, due noti licei di Roma, di cui faccio anche i nomi, Il primo era il Tasso, il più famoso liceo della capitale, quello dove vanno a studiare i figli di Veltroni e Casini. Quasi pulito per gli standard italiani (e quindi sporco per quelli internazionali) e quasi a posto per manutenzione (non troppe porte e pareti scrostate, si caratterizzava per due elementi al primo impatto, il colore dominante di tutti gli ambienti interni, che era grigio topo chiaro (inclusi armadi a muro), e lo stato molto degradato, nero fumè, dell'esterno. Poi c'era la palestra che in realtà era un cortile piastrellato, la tipica acustica rimbombante, le attrezzature risalenti agli anni '30 (ma non art-decò) e tutto il resto. Ancora più male in arnese il secondo liceo, che ho seguito più a lungo nel suo totale immobilismo (qualche segno di risveglio si è registrato, per la cronaca, nel 2007).

L'altrettanto famoso Virgilio di Via Giulia. Qui la caratteristica che balzava evidente era la eterogeneità dei locali, il livello impresentabile dei banchi e delle sedie (che guardavo stupito quando mi sedevo per i colloqui con i genitori), alcuni particolari ormai parte del paesaggio e dell'aneddotica dell'istituto, come i buchi nei muri e nei soffitti o le enormi ragnatele che, in aula magna, cadevano ogni tanto sugli studenti in assemblea in scenette degne di un film di Fellini. Almeno però, uscendo, ci si trovava nei luoghi più belli della vecchia Roma, i Banchi Vecchi, via Giulia, via del Pellegrino.

C'è bisogno di aggiungere altro? Posso solo aggiungere che uscivo regolarmente depresso e arrabbiato con me stesso per la totale impotenza nella quale mi trovavo. Poi qualcuno mi ha parlato delle scuole svedesi, ma è meglio fermarsi qui.

Il piacere del sapere
Ma la domanda vera è: come pensiamo che questi ragazzi, negli ambienti dove li facciamo studiare, acquisiscano amore per lo studio, piacere a coltivare il sapere, autostima per sé stessi? Come crescerebbero se le loro stanzette da bambini fossero in color grigio topo e fossero gli ambienti meno puliti della casa? Probabilmente depressi e alla ricerca di evasione nel televisore (almeno quando sono piccoli). E' già un miracolo che non tutti prendano esempio dall'ambiente, aggiungendo degrado (scritte, vandalismi, ecc.) al degrado e mantengano, almeno in parte, entusiasmo e voglia di apprendere. Potenza della gioventù e spirito di adattamento innato del nostro peculiare paese.

Sia chiaro, a scanso di equivoci e contestazioni, che la didattica nei due licei citati si è rivelata invece eccellente e all'altezza della tradizione italiana, e che sono certo che i vari dirigenti scolastici e consigli d'istituto si sono adoperati continuativamente per effettuare almeno i lavori più urgenti, scontrandosi con tagli di bilancio, gare finite in ricorsi, imprese fallite e quant'altro ci si inventa in Italia per bloccare o rallentare i lavori di manutenzione. Le considerazioni valgono per il sistema paese e per l'attenzione dell'opinione pubblica a questi temi.
 
Le severe normative europee
Naturalmente le scuole, come tutti sanno, devono seguire le normative sulla sicurezza, che l'Italia ha dovuto adottare solo perché fa parte della UE, e purtroppo questa scelta incauta qualche obbligo ce lo da'. Ad esempio la normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, la famosa 626/94 (ora 123/2007) oppure la 46/90 sugli impianti elettrici. La prima è quasi sempre disattesa nella sostanza, ma rispettata con qualche escamotage. La seconda proprio no, in primis da nessuna o quasi delle scuole costruite prima del '90, appunto, ma probabilmente neanche da quelle costruite dopo (sarebbe necessario tracciare le modifiche e aggiornare i progetti).

Adeguarle costerebbe un sacco di soldi, non perché si tratta di adempimenti complessi (ma qui servirebbe un post a parte) ma perché le scuole sono tante. Berlusconi ha detto tempo fa che voleva lanciare un programma per mettere 100 scuole in totale sicurezza. Quanti saranno gli edifici scolastici? Dieci mila? Certo 100 sono ben poche, ma io direi: almeno cominciamo, vediamo come si fa e quanto ci vuole. Per una volta non sarebbe neanche una cattiva idea. Ma non se ne è parlato più dopo quella dichiarazione, buona per il telegiornale di quella sera.

La lunga estate calda 
Non è tanto il freddo il problema, almeno nella gran maggioranza dei casi, è il caldo. Sarà l'effetto serra, sarà che siamo insofferenti o ormai drogati dall'aria condizionata ovunque (anche in vacanza al mare!) ma giugno e settembre a scuola sono a sofferenza (luglio ormai è fuori). Le scuole con l'aria condizionata sono, penso, intono allo zero in tutta Italia. Mentre anche l'ufficio o il ministero più disperato ha il suo impianto. Come al solito gli ambienti per i nostri figli hanno la priorità più bassa della minore priorità esistente in natura. Ma non sarebbe neanche necessario un vero e proprio costoso impianto (anche come impatto sull'ambiente). Già sarebbero qualcosa tende adeguate interne e soprattutto esterne, per evitare l'irraggiamento diretto sulle finestre. Pareti esterne coibentate, tetti con contro tetto e camera d'aria. E magari deumidificatori, singoli o con un impianto centralizzato. Non è che sono cose che non costano nulla neanche queste, ma proprio sui figli dobbiamo risparmiare?

La divisa
E finiamo con un tema caro al nuovo governo e ai suoi elettori. La divisa è una abitudine più che altro inglese (e giapponese), In USA di solito non c'è. Non è però il grembiule da mettere sopra ai vestiti, per nasconderli, è proprio un vestito speciale, solo di quella scuola, magari soltanto una T-shirt. E vale per  le scuole upper-class e per quelle di East-London. In Italia le adottano le scuole straniere private, quelle per ricchi e aspiranti tali, e quelle italiane consimili, anche confessionali.

Non è una cattiva cosa, non elimina certo l'individualità, tende a dare uno spirito di gruppo, elimina la ossessione delle mamme per fare dei propri figli un testimonial perenne di Armani-Bimbi, forse piacerebbe anche ai ragazzi, Non fa parte della nostra cultura, non è essenziale, da solo sarebbe un cambiamento superfluo,

In sintesi, confermo che, queste sì che sarebbero riforme bpartisan, ma deve esserci anche qui qualche resistenza ideologica.

lunedì 10 novembre 2008

E' una riforma, altro che tagli

Ho sentito ripetere innumerevoli volte in questi giorni che l'operazione del governo sulla scuola non è una riforma, sono solo tagli. Mi sembra invece che, nascosta dai tagli, una riforma ci sia. La riforma non è necessariamente migliorativa, o almeno non è detto lo sia per tutti. Riforma vuol dire dare una nuova forma a qualcosa. E una nuova forma di una nuova scuola dietro ai decreti Tremonti-Gelmini la si può intravedere, ed è ben coerente con la ideologia dell'attuale centro destra.

Riguarda solo la scuola elementare, perché per l'università la scelta è stata il rinvio e per le medie inferiori e superiori non hanno neanche iniziato. Sono i segmenti che avrebbero più bisogno di un intervento. All'università il 3+2 non funziona proprio e ci sono tutte le altre storture (vere, in generale) ripetute sino alla nausea in questi giorni. Le medie inferiori sono un inutile doppione che esiste solo come residuo dell'antica riforma del primo centro sinistra (una vera riforma) che portava l'obbligo dai 10 ai 14 anni. Nelle superiori funzionano ancora i licei (con gli inevitabili limiti) ma sta crollando progressivamente tutto il settore delle tecniche e delle professionali, "progettato" in un'Italia da industria pesante ormai scomparsa. Infatti i licei scoppiano per numero di iscritti e le tecniche progressivamente chiudono classi.

Ma perché fare le cose secondo logica? Meglio farle secondo ideologia. E la ideologia che punta a smantellare il modello di scuola elementare italiano mi sembra abbastanza chiara, e ben orientata all'elettorato del centro destra. Vediamo alcuni punti qualificanti.

Ritorno al passato. Quante volte ho sentito ripetere in questi giorni in vari interventi di ascoltatori alla radio "io avevo un maestro unico e sono cresciuto benissimo"? E' chiaro l'obiettivo di immagine: il governo di centro destra di oggi che appare come un sano e saggio governo di una volta, quando c'erano a governare le "persone serie, che non raccontan storie" e come tale acquista prestigio tra i suoi anziani (o aspiranti anziani) elettori. Un po' come la confezione dei biscotti del Mulino Bianco.

Cancellazione del '68. Questi sessantottini che ci hanno stufato, questo Don Milani che non si regge più. Cancellare quella stagione (che peraltro aveva non poche ombre, lo sappiamo) aumenta l'importanza "epocale" (una delle parole preferite di Berlusconi) di questo governo e dei risultati che si prefigge di raggiungere.

Le mamme facciano le mamme. Perché una donna cattolica e italiana deve affannarsi a lavorare? Perché non può dedicarsi alla famiglia e ai figli? Qui c'è l'ideologia cattolica tradizionale, anti anglosassone in quanto anti luterana. La stessa ideologia che spiega la enorme carenza di asili nido che zavorra da sempre il nostro paese (e che adesso fa comodo anche per tenere desta la ostilità contro gli immigrati). Una mamma che non prende il figlio a scuola deve essere penalizzata in qualche modo, con un tempo pieno = doposcuola, non per tutti, per i soli figli sfortunati di mamme carrieriste o vittime del consumismo.

Il lavaggio del cervello. Un momento, si vuol punire il consumismo? Motore ultimo della TV commerciale e quindi sorgente di potere per questo governo? Ma no, qui l'appello ideologico al cuore della destra italiana è il lavaggio del cervello. Chiaro che anche le mamme di destra lavorano e soprattutto, non hanno nessuna intenzione di passare tutti i pomeriggi a fare le baby sitter ai loro figli. Quello che non vogliono è una scuola sostitutiva, che diventa preponderante nella educazione dei bambini, che occupa buona parte della giornata non in giochi, televisione, sport, ma in attività formative, che formano però il bambino non ai loro valori, ma ad altri, come il rispetto per i diversi, la integrazione, l'attenzione al sociale e all'ambiente, tutto il buonismo della scuola elementare italiana di sinistra che, francamente, "non si sopporta proprio più!". Non vogliono più che la scuola faccia questo lavaggio del cervello ai loro figli. Alla loro educazione vogliono pensarci loro, o almeno, i loro televisori.
Una scuola modello Milano 2. Un altro leit-motiv è che i tagli hanno lo scopo di liberare risorse da dare alle scuole private. Anche di questo non sono convinto. Penso che qui c'entri la scuola modello Milano 2. Il modello di vita della destra italiana, che vorrebbe, ovviamente, il villone con piscina, ma come alternativa più che ragionevole accetta il comprensorio, il recinto autosufficiente dentro al quale ha tutto quello che serve per una vita moderna, un box per le macchine, una casa con tutti i comfort, porta blindata, video citofono, un televisore in ogni stanza, un centro commerciale e un centro sportivo con piscina nel comprensorio, la vigilanza che fa entrare solo i residenti e gli ospiti, e le badanti e le colf. C'è proprio tutto quello che serve. Tranne la scuola. Una scuola costa un sacco di soldi, e una scuola privata effettivamente funzionante e superiore a quelle pubbliche costerebbe anche più di un sacco di soldi. Perché avrebbe bisogno degli insegnanti migliori e bisognerebbe pagarli di più e trattarli meglio di quelli delle scuole private. Non pagarli di meno, come ora. Perché è del tutto vero che nel settore dell'istruzione, soprattutto in quella primaria e secondaria, il costo prevalente è quello del personale.

Come si risolve il problema? La scuola privata di eccellenza è quindi alla portata solo di quelli dei villoni, che mandano magari i bimbi alla scuola steineriana , e alla classe media tocca per forza la scuola pubblica. Tutti pensano quindi che la strategia sia recuperare con tagli risorse dalla scuola pubblica per passarli alle private, in primis a quelle cattoliche. Non credo però che la cosa sia così semplice. E neanche che ci sia una strategia ben precisa, ma procedono un po' a tentativi, vedendo come sono accolte le varie mosse.

La scuola privata cattolica finanziata dallo Stato è certo gradita alla Chiesa, ma non è la scuola modello Milano 2. I valori cattolici interessano ben poco al popolo consumista , interessano solo i riti e la relativa simbologia. Soprattutto la scuola cattolica non è esclusiva, nel suo recinto sono racchiusi i bimbi o i ragazzi di famiglie cattoliche, ma non della stessa classe sociale. Il modello a tendere quindi è un altro: la scuola pubblica ma con scolari omogenei, tutti di Milano 2. La scuola differenziante, che mette nelle classi differenziali, o ancor meglio nelle scuole differenziali, tutti gli altri, i figli degli extra-comunitari, ma anche quelli che vivono fuori dai recinti delle varie Milano 2, reali o virtuali che siano.

Per arrivare a questo obiettivo il primo passo è smantellare la scuola buonista, la scuola della integrazione, la scuola creata dalla sinistra laica e cristiana conciliare dagli anni '70 in poi, partendo dal suo migliore e più efficiente risultato: la scuola elementare.

In sintesi: l'obiettivo non sono i tagli (e poi perché Tremonti dovrebbe essere così ossessionato dai conti dello stato, cos'è, è diventato una specie di Padoa-Schioppa n.2? ci credo solo quando lo vedo). L'obiettivo, ancora sfocato e in corso di precisazione, ma che si riesce a vedere in controluce, è un nuovo modello di scuola, base per un nuovo modello di società, organico alla ideologia della destra italiana e delle sue classi sociali di riferimento.

sabato 8 novembre 2008

Cabaret politico n.4

Ogni tanto mi piace analizzare le contraddizioni e le superficialità che il sistema dell'informazione ci scarica quotidianamente addosso. Cominciamo da una cosa che avevo lasciato in sospeso. La conta. Per ritornare a un aspetto marginale della telenovela Scuola vs Gelmini e alla nuova telenovela Berlusconi vs Obama.

Circo Massimo versus Piazza San Giovanni

Riguardo alla querelle sui numeri del 25 ottobre avevo detto che si poteva anche misurare la capienza delle due piazze. L'ho fatto, alla buona e in due minuti, usando semplicemente un tool gratuito, il ben noto Google Earth. Il risultato è in questa tabellina: t

Ampiezza Circo Massimo: 63.700 mq (490x140 m. approssimato a un rettangolo)
(Secondo le stime che sono circolate può contenere 300 mila persone, quindi sarebbero 4,7 persone / mq E'  una densità corretta per una folla fitta, quindi la stima è attendibile)

Ampiezza Piazza San Giovanni: 19.600 mq (140x140 m. approssimato a un quadrato)
(Partendo sempre da 4,7 persone / mq può contenere ca. 90 mila persone).
Quindi possiamo dedurre che l'inflazione nelle manifestazioni ha colpito duro. Infatti negli anni '70 si diceva: grande comizio a San Giovanni, c'erano almeno 100 mila persone.

E anche metterne insieme 300 mila non è mai stato uno scherzo.

Il sistema per uscirne è comunque molto vicino alla fase operativa. E' una applicazione ideata al MIT per contare la densità delle persone (a fini pubblicitari) utilizzando i loro telefonini. I vari gestori invieranno in tempo reale il numero totale di telefonini che si sono connesse alle celle in un'area. Va da sè che il dato in Italia è molto attendibile,perché praticamente nessuno si muove senza telefonino accesso. Casomai sarebbe da verificare a quale livello di connessioni le celle vanno in saturazione.


Il silenzio dei bidelli
Per giustificare i tagli alla scuola (che "non sono una riforma", ma sarà poi vero? ci tornerò sopra) uno degli argomenti più gettonati è stato il numero esorbitante di bidelli, 160 mila, "più dei carabinieri" Gelmini disse. Quindi per definizione troppi. Non si capisce se il numero comprende i bidelli supplenti, ovvero precari (ci sono anche quelli) e quanti e perché ne sono previsti in organico. Ho sentito anche Calderoli che si chiedeva (ed è un ministro, se non ricordo male) a cosa servono i bidelli e perché in certe scuole le pulizie sono affidate in outsourcing a ditte esterne mentre in altre sono effettuate dai bidelli. Non lo so neanche io.
Quello che ho notato però è il silenzio tombale della categoria. A differenza delle maestre o dei professori universitari o dei piloti dell'Anpac non ho sentito nessuna difesa da parte della categoria. Affermazioni che mi sarei aspettato, del tipo "la scuola non può funzionare senza bidelli" non le ho lette o sentite da nessuna parte. Sarò stato disattento io.

Humour aziendale
Grandi discussioni sulla battuta di Berlusconi su Obama. Una "carineria" ha cercato di dire lui (mentre si va avvitando su sé stesso nel tentativo di recuperare la situazione). Quindi (dizionario Gabrielli ) "un gesto carino", ma non si se apprezzato dal destinatario (non ci sono conferme in merito, la maggior parte dei commentatori ha forti dubbi in tal senso, telefonate o non telefonate).
Ma non era affatto una "carineria", era una battuta in puro stile humour aziendale. Quelle battute che il capo azienda estroverso riserva alle convention o alle riunioni con i dirigenti. Un capo azienda che, per di più, è innamorato della immagine che vede trasmessa su di sé quando lancia una battuta riuscita. In particolare se riferita direttamente o indirettamente a lui stesso. E che quindi non riesce a trattenersi, quando gliene viene in mente una. Di solito non sono battute particolarmente fresche, di solito denunciano l'età (come nel caso del nostro), ma non è un problema.

Non è uno show del sabato sera. E' humour aziendale. I sottoposti sono obbligati a ridere. Anzi la battuta serve anche a testare il loro grado di coinvolgimento col capo. Ci sono quelli che ridono appena, quelli con la puzza sotto il naso, che non si lasciano andare, e quelli sono già nel mirino, poi ci sono quelli che ridono come iene, che finiscono sotto il tavolo per le risate irrefrenabili, troppo zelanti, hanno qualcosa da farsi perdonare, sorvegliati speciali, e poi ci sono quelli che ridono contenti e felici, coinvolti, dimentichi, gli ingenui, i convinti, quelli che si butterebbero nel fuoco per il capo. E che quindi saranno coerentemente utilizzati col metodo "usa e getta". Infine c'è la cerchia dei sodali, quelli che possono anche permettersi di fare dell'ironia sulla battuta, tanto il loro legame col capo è duplice, al momento indissolubile.

In base a questo schema possiamo anche provare a collocare le dichiarazioni dei vari La Russa, Gasparri, Cicchitto e così via. Ma sicuramente il capo sa collocarli meglio di noi, loro e i numerosi silenti.
Che magari dopo la trionfale e sicuramente strombazzatissima telefonata Obama - Berlusconi si decideranno ad aggiungere anche la loro obbligatoria "risata" al coro.

Anche se il messaggio il buon Obama l'ha già mandato: ha chiamato tutto il G8 tranne due: Putin e Berlusconi. Certo poi, con calma e per piacere, dopo che lui ha fatto sapere a tutto il mondo che stava affannosamente cercando di parlarci, ha chiamato anche lui. Un capo azienda un po' ridimensionato.
Intendiamoci, l'amore per la battuta (che non è detto riesca sempre) è una malattia diffusa, ne soffriamo un po' tutti, solo che per fare il capo di stato bisognerebbe provare a curarsi, prima.

Ma diverso tempo fa il vignettista Stefano Disegni aveva commentato più efficacemente di me l'ansia irrefrenabile per la battuta del nostro:


(La vignetta di Stefano Disegni è stata pubblicata, a quanto ci risulta, nel 2002 per la locandina di un film, il copyright è implicito, per approfondire l'opera di Stefano Disegni segnaliamo il suo blog Valvole di sfogo e il suo sito)

mercoledì 5 novembre 2008

Il paese dove 'non si puo' fare'

Il primo commento di Barack Obama è stato, ieri sera in USA, "Yes, we can" è il motto dell'America, gli Stati Uniti sono un posto dove tutto è possibile".


L'Italia invece, a quanto abbiamo appena visto, è il paese dove "non si può fare". Dipende dal fatto che Veltroni non è Obama e il Partito Democratico italiano non è il Partito Democratico americano?
Può darsi, ma guardando bene si nota un'altra piccola differenza: gli elettori americani hanno avuto modo di conoscere bene entrambi i candidati, di ascoltare le loro proposte e soprattutto le loro suggestioni, di farsi un'idea di come sono come persone e di quanta fiducia si possa attribuire ad entrambi. L'hanno fatto attraverso almeno 3 confronti televisivi sulle reti nazionali, più i confronti tra i loro vice designati. Ma soprattutto hanno potuto farlo in modo equilibrato, in un sistema dei media che ha assegnato a ciascuno  naturalmente metà degli spazi, e della opportunità di trasmettere il loro messaggio.

Che noia, vogliamo ancora parlare delle televisioni e del conflitto interessi? Non aveva forse puntato il PD al paese reale, al contatto diretto con la gente, per superare questa contraddizione italiana? Ebbene sì, parliamo ancora di televisioni e di sistema dei media distorto in Italia. E' questo che ha fatto la differenza lo scorso aprile.
La televisione è l'unica fonte di informazione per gran parte degli elettori italiani (e americani) e la principale per moltissimi altri. Gli stessi dati forniti dal PD dopo le elezioni, per spiegare la sconfitta, mostravano un buon successo nelle città oltre 100 mila abitanti e una prevalenza della destra televisiva nell'Italia dispersa, e già questa è una prima riflessione.

Non c'è stato alcun confronto elettorale diretto, sono stati rifiutati da Berlusconi, prendendo come scusa l'unica legge sulle televisioni che la sinistra è mai riuscita a portare a termine, la par condicio (una chiara applicazione della legge del contrappasso).
Veltroni, certo, è stato presente in televisione con vari monologhi, a Porta a porta, Matrix e così via. Il fatto è che il monologo attira davanti al teleschermo 4-5 milioni di persone, in massima parte già elettori convinti, mentre il confronto è presentato come un evento, raccoglie 18-20 milioni di spettatori, e ovviamente raccoglie e consente di parlare anche agli elettori dell'altra parte.
Coerentemente con queste semplici osservazioni, Berlusconi ha sempre rifiutato il confronto quando ne poteva venire un vantaggio all'avversario, mentre l'ha sempre cercato e ottenuto quando serviva a lui per recuperare, come con Prodi nel 2006, nella settimana di follia (del CS) che ha preceduto quelle elezioni.

Anche il sistema dei giornali è stato ben attento a mantenere la "impar condicio". Un giornale indipendente, Repubblica, era schierato per il PD. Molti altri (Nazione, Resto del Carlino, Messaggero, ecc.) erano invece schierati in modo più o meno netto con il PdL. Altri (La Stampa, Corriere della Sera, Sole 24 Ore) erano formalmente equidistanti, nel senso che ospitavano opinioni orientate verso entrambi i contendenti, ma lanciavano un messaggio di fondo molto chiaro: l'esito delle elezioni è scontato, può vincere solo Berlusconi. Lo stesso messaggio lanciato nel 2001.

In sintesi, può anche darsi che Veltroni non sia Obama, e che il PD italiano non sia il PD USA, ma certo per votare qualcuno occorre conoscerlo, e la maggior parte degli italiani hanno votato nel 2008 senza conoscere Veltroni nè il suo programma, al massimo sapevano che era il sindaco di Roma, città della Festa del cinema, ma anche dei romeni che rapinano e stuprano.
Sarò noioso e ripetitivo e ovvio, ma senza informazione e senza televisione equidistante e imparziale non si raccoglie il consenso maggioritario, o meglio, avendole a disposizione ci vuole molta abilità per perdere il consenso maggioritario.

(L'immagine riproduce la home page del sito di Obama www.barackobama.com nel giorno della vittoria)

sabato 1 novembre 2008

La manifestazione del giorno dopo

Ormai che la manifestazione è stata fatta, ed è andata pure bene, lo possiamo anche dire. Cosa avremmo pensato se la CGIL avesse aspettato la approvazione definitiva della legge Biagi per organizzare la grande manifestazione del 2002? Eppure il 30 è andata proprio così, grande manifestazione contro una legge approvata il giorno prima. Non c'erano grandi probabilità che il governo fermasse la sua corsa (all'indietro) se la manifestazione fosse arrivata in anticipo, ma certo a cose fatte, a babbo morto, dopo che i buoi sono scappati, passata la festa gabbato lu santu ecc. ecc. la probabilità si annulla.

Ho chiesto in giro e mi hanno detto che il motivo sarebbe il preavviso dello sciopero per i servizi pubblici essenziali, come la scuola. Tempo di preavviso che si è accorciato, sino a rendere impossibile la manifestazione prima del 29, a causa del tira e molla di alcuni sindacati, in primis la CISL, che era perplessa sullo sciopero. Ho approfondito un po' e non mi pare che sia questa la spiegazione. La legge in questione è la 146/90, e prevede un preavviso minimo di 10 giorni (non è specificato, quindi sono solari). I singoli contratti di categoria possono alzare ma non abbassare questo limite. Ho guardato il contratto della scuola in vigore e non c'è alcun cenno di variazione del limite, che quindi dovebbe rimanere questo. Per una manifestazione il 28 o il 29 ottobre era necessario quindi annunciarla entro il 17 o il 18. Mi pare di ricordare che i manifesti siano stati affissi ben prima di queste date (in effetti, era stata confermata dal dubbioso Bonanni il 4) e quindi la data del 30 non era obbligata.

Ma anche la data di approvazione della legge non era predefinita, poteva slittare, magari per sensibilità del governo alle proteste in corso (non sono i tipi) magari per qualche incidente di percorso. Ma così non è stato. C'era anche una possibile eccessiva vicinanza con la manifestazione del PD. Alla fine, come concatenazione di eventi e andamento progressivo e crescente della protesta (dall'"onda" al PD al mondo della scuola) la giornata di sciopero è stata anche più efficace e sarà la base per le successive azioni di ostruzionismo all'applicazione della legge. Tanto, potevano anche esserci il doppio di persone in piazza, il governo di destra avrebbe approvato lo stesso. Confidando nella "maggioranza silenziosa" degli italiani che li appoggia e alla quale, essendo silenziosa, può essere attribuita qualsiasi opinione.

"Dove devo firmare?"
E' vero però che la UIL e soprattutto la CISL hanno tentennato a lungo su questa manifestazione, cercando anche di rinviarla come non opportuna dopo la crisi in borsa (questo è avvenuto il 12 ottobre). Ora, qualcuno potrebbe chiedersi, questi due sindacati, la CISL e la UIL, di preciso a cosa servono? I leader sono spesso in televisione a criticare tutti e a fare gli arrabbiati di turno. Ma nei comportamenti concreti questi due sindacati si potrebbero soprannominare ormai "Dove devo firmare?". La controparte può essere la Confindustria (riforma del contratto di lavoro), la Funzione pubblica (contratto degli statali), il governo (accordo Alitalia-CAI) ma il comportamento è lo stesso: firma rapida e ad occhi chiusi. Solo in un caso recente, a pensarci bene, la firma della CISL è stata problematica, anzi non è arrivata proprio, con il governo Prodi per l'accordo Alitalia-Air France.

Ma non voglio fare dietrologia, solo osservare, con tutto il rispetto per eventuali iscritti alla CISL o alla UIL che dovessero incappare in queste note, che non mi ricordavo fosse questo il ruolo di un sindacato, normalmente dice di no e tratta. Certo bisogna anche essere responsabili e consapevoli del bene comune, ma parte di questa responsabilità dovrebbe riguardare anche la importanza di mantenere intatta l'unità sindacale e l'unità d'azione con il sindacato maggiore, la CGIL. Altrimenti si aumenta a dismisura il potere della controparte (che divisa non è mai). La dietrologia non è materia mia e quindi mi fermo qui. 

(Non ho foto mie o di amici del 30 quindi metto la prima foto che Google restituisce nella ricerca per immagini con "manifestazione scuola 30 ottobre", sono un gruppo di studenti di Trieste, l'immagine è tratta da http://trieste.rvnet.eu , il copyright è implicito)
(Il post era dedicato al decreto Gelmini del 30 ottobre 2008 che tra le altre cose reintroduceva il maestro unico alle elementari e limitava il tempo pieno sempre alle elementari)