domenica 28 dicembre 2008

I giovani democratici

Tra le varie vicende che hanno riguardato il PD nelle settimane scorse ci sono state anche le primarie dei giovani democratici, la assemblea dei giovani democratici eletti nelle suddette primarie e la elezione del segretario, sempre dei giovani democratici.
E' bello vedere tanti giovani che partecipano alla politica e addirittura alla costruzione di un nuovo partito (mi pare di ricordare che alle primarie abbiano partecipato qualcosa come 100 mila giovani) ma, mentre leggevo queste notizie (purtroppo per il PD coperte da altre meno positive) mi sembrava che ci fosse qualcosa di stonato.

Poi ho realizzato: ma non è il PD il partito che vorrebbe abbassare l'età del voto a 16 anni? Non è il PD il partito che ha messo al centro del suo tentativo il ritorno dei giovani alla politica?
E poi li mette a giocare alla politica in un recinto protetto? Un bel partitino parallelo, una ludoteca della politica?
Come i ragazzi della Via Pal che giocavano alla guerra coi fucilini di legno, le fionde e le cerbottane, i giovani democratici giocano alla politica, fanno le loro assemblee, si riuniscono nelle loro correntine e così via?

Mi aspetto l'obiezione numero uno: ma si è sempre fatto così! C'era la FGCI (che non era quella del calcio), i giovani democristiani, i giovani socialisti, c'erano persino i giovani repubblicani e socialdemocratici. Anche ora ci sono i giovani di AN. Gli hanno persino dato un Ministero della Gioventù. Sarebbero tutti ottimi motivi, per il PD, per non perseverare nell'errore.

Ma arriva l'obiezione numero due: i giovani hanno problematiche particolari, specifiche dinamiche diverse, è giusto che ne parlino e le affrontino tra loro.
Grande idea, e allora perché non organizzano nel PD una assemblea delle donne democratiche, in fondo un tempo c'era l'UDI (Unione Donne Italiane)? O magari una degli extra-comunitari democratici? Tutti belli tra di loro, separati dagli italiani bianchi.

Ma forse sono io che non ho capito niente: è un vivaio della politica, come la squadra primavera delle formazioni di calcio di serie A. Si allenano e giocano ma lontano dai riflettori, in area protetta, così possono sbagliare senza fare danni. Certo, gli errori lasciamoli fare ai professionisti del ramo. Credo che se ci fosse un allenatore del PD ben pochi giocatori della squadra A sarebbero ancora nella rosa, e avrebbe fatto abbondante ricorso alla "primavera".

Sarebbe molto meglio per il PD che i giovani partecipassero da prima di subito e anzi fossero i protagonisti delle assemblee e dei momenti decisionali dei "grandi", dove si fa la politica "seria" (con risultati che tutti possono vedere).

Che poi, giovani ... un giovane di 18 anni, con la maggiore età, può essere eletto nei vari organi elettivi, e i quattro candidati tra i giovani democratici, come leggo qui, hanno età tra i 24 e i 27 anni, 3 su 4 votano pure al Senato. Io a 26 anni ero già sposato ... e non sarò mica stato l'unico nella storia. Se mi avessero detto che mi dovevo iscrivere tra i giovani perché non avevo l'età non l'avrei presa bene. Capirei se fossero adolescenti (anche se penso che sarebbe assurdo lo stesso) ma questi mi pare che l'età per andare coi grandi ormai ce l'abbiano.

Piuttosto al PD potrebbero fare un'altra cosa: prendere come esempio il modello CGIL (lo SPI) e creare una organizzazione parallela per i pensionati democratici, che così potrebbero divertirsi tra di loro a fare le loro correnti, a ricreare magari quelle della loro gioventù, a rilanciare sul mercato antiche polemiche. Ma non penso ad una organizzaizone limitata agli iscritti, anche agli eletti.

mercoledì 24 dicembre 2008

Pensiero positivo

Le festività di fine anno ci spingono ad essere più buoni e quindi anche a cercare il buono attorno a noi, anche dove apparentemente si fa fatica a trovarlo, anzi dove il comune sentire colloca l'origine di tutti i mali (almeno per ora): nella globalizzazione.

Proviamo a guardarla un poco più da lontano, nei suoi aspetti positivi e negativi (con il decisivo aiuto di Jagdish Bhagwati).

1. La terra non è piattaNon viviamo in un mondo a due dimensioni, nel quale tutti i paesi competono negli stessi settori. Per esempio, la Cina non potrà mai essere innovativa come gli Stati Uniti, nel quale esiste una quota importante e ormai consolidata di capitale di rischio (venture capitalism) e una cultura imprenditoriale che promuove la creatività. Così come la Finlandia o l'Irlanda non sono competitive con l'Italia o con la Francia nell'immaginario collettivo (anche quello ormai globalizzato) che ha eletto questi secondi paesi come territori d'elezione del buon gusto. La globalizzazione spinge i paesi a scoprire i propri specifici punti di forza.

2. Il libero commercio è verde
I sostenitori del protezionismo sostengono che il libero commercio spinge a creare prodotti di basso prezzo e bassa qualità a spese dell'ambiente e delle risorse del pianeta. Sono però le nazioni meno democratiche quelle che minacciano più seriamente l'ambiente, sfruttandone le risorse senza controllo. Poiché la globalizzazione promuove inevitabilmente anche la democrazia, effetto collaterale ineliminabile del movimento delle informazioni e delle persone, tende ad essere un fattore di miglioramento dell'ambiente, non di peggioramento.

3. Le aree di libero scambio tra gruppi di paesi non sono poi così libereLe aree di libero scambio (come il NAFTA o la UE) hanno lo scopo di garantire la libertà di commerci al loro interno, ma tendono ad adottare e a incrementare sistemi protezionistici verso l'esterno. Sono in ciò più simili alle alleanze basate sulla strategia "questo per quello" (tit-for-tat) in auge negli anni '30 che a un effettivo mercato globale. Il mondo globalizzato richiede qualcosa di più, non di meno.

4. La proprietà intellettuale invece dovrebbe esserlo
Le leggi di protezione del copyright (non solo nell'entertainment, musica, film e giochi, ma anche nel caso dei brevetti di molecole per usi farmaceutici) non sono altro che una diversa forma di protezionismo. La creazione di conoscenza richiede necessariamente, in un sistema complesso, il ricorso ad altra conoscenza precedente. Chiuderla e proteggerla significa frenare lo sviluppo della conoscenza. La globalizzazione è una opportunità se non riguarda soltanto il libero fluire dei capitali e della forza lavoro, ma anche delle idee.

Non sono considerazioni mie, ma del professor Jagdish Bhagwati, che insegna economia alla Columbia University ed è un'autorità mondiale nel campo del libero commercio, come sintetizzate nel numero di ottobre della rivista Wired. Sembrano forse idee un poco di parte, estreme per certi versi, ma occorre considerare che non si tratta di un incitamento all'abbattimento delle regole ma, ovviamente, alla necessità di semplificare e adattare velocemente le regole alla nuova realtà, ormai irreversibile.

Concordo in pieno (se no non le avrei riportate) aggiungendo solo che uno strumento potentissimo per la globalizzazione delle idee sarebbe l'abbattimento delle barriere linguistiche. Qui Internet e i traduttori elettronici (machine translation) sempre più efficaci stanno facendo una parte importante, così come l'apprendimento di massa dell'inglese in Cina. Noi europei che ci attardiamo sulle 4,5 o 6 lingue ufficiali dell'Unione, rischiamo di essere superati dalla realtà nel volgere di pochi anni. Sarebbe un buon tema per le prossime elezioni europee.

lunedì 22 dicembre 2008

Un evergreen: le auto blu

A un paio d'anni di distanza, nel rinnovato clima di rigore calvinista inaugurato (a sorpresa) dal nuovo governo di centro-destra, si ritorna a parlare dello spropositato numero di auto blu che in Italia sono a disposizione dei dirigenti pubblici di alto, basso e medio livello. Un tema al quale avevo dedicato uno dei miei primi posti su questo blog (La bufala delle auto blu).

Premessa doverosa: le auto blu sono troppe. Non so se sono 30.000 (come disse il ministro Santagata) o 600.000 (come si dice ora) ma nei due casi sono 30 mila o 600 mila di troppo. Non forniscono alcun servizio al cittadino, pur costando sicuramente qualcosa (e non poco). Altri paesi che funzionano benissimo non le concepiscono proprio o ne hanno pochissime, dal che si deduce che uno stato può funzionare lo stesso, garantendo anche la necessaria sicurezza, facendone a meno (come la Svizzera) o riducendole al minimo.

Ma non posso fare a meno di stupirmi, quando vengono sparate cifre di dubbia attendibilità, che vengono poi acriticamente ripetute da tutti i media. Non ho strumenti per fare sondaggi e ricerche, ma sono capace di leggere.

E quindi cominciamo a leggere la fonte, un comunicato della stessa organizzazione, e dello stesso sito, che lanciò a suo tempo la cifra delle 570 mila auto blu:

(da www.contribuentti.it 21/12/2008)
COMUNICATO STAMPA. AUTO BLU, CONTRIBUENTI.IT: NUOVO RECORD MONDIALE. In due anni sono aumentate del 6% passando da 574.215 a 607.918 unità

ROMA - Nuovo record mondiale ha conquistato il paese Italia raggiungendo con il proprio parco di "auto blu" la fantomatica cifra di 607.918 unità. E' quanto emerge dallo studio condotto da Contribuenti.it - Associazione Contribuenti Italiani con "Lo Sportello del Contribuente" che ha analizzato il parco auto esistente, sia proprie che in leasing, in noleggio operativo ed in noleggio lungo termine, presso lo Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici e Società misto pubblico-private, Società per azioni a totale partecipazione pubblica.

In soli due anni, in Italia, si è passati da 574.215 a 607.918 auto blu, + 6% in soli due anni, con annessi e connessi.

Dopo la legge del 1991 che limitava l'uso esclusivo delle auto blu ai soli Ministri, Sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli, mai effettuati.

La classifica dei paesi che utilizzano le "auto blu" vede oggi al comando l'Italia con 607.918 seguita dagli USA con 75.000, Francia con 64.000, Regno Unito con 55.000, Germania con 53.000, Turchia con 52.000, Spagna con 42.000, Giappone, con 31.000, Grecia con 30.000 e Portogallo con 23.000.

"In Italia gli amministratori pubblici hanno superato ogni limite – sostiene Vittorio Carlomagno, presidente Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani - Basterebbe una norma che stabilisse il limite di cilindrata delle auto blu per ridurre drasticamente il parco auto, sostenere le industrie automobilistiche italiane e incrementare l'utilizzo di prestigiose utilitarie italiane come la Grande Punto.”
 

Non posso non notare che la stessa fonte dichiara la cifra "fantomatica" (dal dizionario Gabrielli: "spettrale, fantastico", per estensione anche "inafferrabile"), non sembra un aggettivo confortante sulla attendibillità della suddetta cifra (che invece vorrebbe essere precisa alle 18 unità), ma forse è un refuso. Almeno si spera. Altrimenti è una scusa preventiva.

Ma come sono arrivati a calcolarla? La volta precedente, dopo alcuni mesi si è saputo che la fonte era in realtà una inchiesta commissionata ad una società di ricerche di mercato da una nota società multnazionale di noleggio auto e gestione flotte aziendali, la Arval, allo scopo di dimostrare che il parco auto dello stato non era ben gestito e sarebbe stato gestito meglio ricorrendo maggiormente al leasing o al noleggio a lungo termine. A parte l'attendibilità o meno, si nota subito che il target della Arval erano tutte le auto e i mezzi in uso alle PP.AA. e non solo le auto blu. E infatti lo studio cercava di stimare tutti gli autoveicoli in dotazione alle PP.AA. (vedi commento al post precedente).



Questa volta però il responsabile di Contribuenti.It, il sopra citato Vittorio Carlomagno, intervistato in TV (il TG di Canale 5) parlava di un lavoro fatto spulciando i bilanci di tutte le organizzazioni della pubblica amministrazione (e del settore pubblico allargato: l'universo). Un lavoro titanico, per avere una idea di quante sono solo nel pubblico si può ad esempio consultare l'indice delle amministrazioni pubbliche gestito dal Cnipa (vedi http://www.indicepa.gov.it/default.php ). Per ognuno di esse sarebbe stato necessario acquisire il bilancio (che non viene dato al primo venuto), studiarlo per individuare gli autoveicoli in inventario, ammesso che siano facilmente riconoscibili tra le voci in bilancio, e individuare tra di essi le effettive "auto blu".

Quante persone avrebbe dovuto mettere a lavorare per ottenere questo risultato la "Associazione dei contribuenti italiani"? E quanti soldi sarebbe costata questa ricerca a tappeto? Non ci sono elementi per escluderlo a priori, ma neanche informazioni a corredo dello scarno comunicato, che facciano chiarezza sul metodo seguito.


L'auto blu

Ma forse è opportuno fare prima una "premessa metodologica". Cos'è un'auto blu? E a cosa serve? L'auto blu serve a direttori generali o giù di lì, perennemente impegnati in riunioni e incontri ad alto livello, per andare velocemente da una parte all'altra della città (e anche a casa propria). Durante i trasferimenti hanno così la possibilità di leggere documenti di ufficio (o i giornali) o parlare al telefonino per lavoro. Una volta arrivati a destinazione non hanno problemi di parcheggio, perché l'autista li attenderà paziente, anche per ore, chiacchierando amabilmente con gli altri autisti presenti alla stessa riunione (si spera, non delle abitudini o delle faccende dei rispettivi direttori).

Dal che si deduce che l'elemento fondamentale dell'auto blu non è l'auto in sé stessa, ma l'autista. Un'auto aziendale in leasing in Italia ce l'hanno in tanti (se non ricordo male da notizie fornite su Radio 24 sono il 24% del totale delle auto vendute ogni anno), ma le guidano gli assegnatari. Anche se sono amministratori delegati o direttori di una società privata. Al telefonino parlano lo stesso come faccio io e tutti gli altri (con l'auricolare Bluetooth), a destinazione parcheggiano l'auto nel parcheggio visitatori, se proprio il parcheggio non c'è ... vanno in taxi.

Gli autistiSono loro l'elemento fondamentale dell'auto blu, e anche il più costoso. Un'auto aziendale con noleggio a lungo termine (peraltro stigmatizzato dalla organizzazione citata come "trucco" per nascondere le auto blu) costa intorno ai 900 € al mese + IVA (una 159, la Grande Punto sponsorizzata nel comunicato circa la metà), un autista costa molto di più, 2000-3000 € al mese, e oltre, con gli straordinari. Sarebbe questo lo scandalo più grande, gigantesco: lo stipendio pagato dai contribuenti a un esercito di 607 mila autisti.

Che forse dovrebbero essere anche di più, perché il direttore di cui sopra lavora 12, 15 o 18 ore al giorno, fa riunioni anche dopo cena e il giorno dopo si alza prestissimo. Il suo autista con questi ritmi non rispetterebbe neanche i tempi di sosta obbligatoria previsti da contratto. Di conseguenza spesso, per ogni auto blu, gli autisti sono due, e lavorano su turni.

Esercito però è la parola giusta. Infatti l'esercito italiano era composto da circa 500 mila effettivi ai tempi della leva obbligatoria, e ora è meno della metà.

Ma quanti sono i dipendenti statali?
Usciamo però dalle congetture e proviamo a trovare i dati precisi sui dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Anche senza spulciare i dati Istat si può trovare una fonte attendibile nel Libro verde sulla Pubblica amministrazione pubblicato due anni fa dall'allora ministro dell'Economia Padoa Schioppa. Non so se sia preciso alla unità, ma all'epoca i dati non furono contestati da nessuno (e davvero non si può dire che non ci fosse una elevata attenzione su tutto ciò che TPS proponeva e faceva).

Nel documento (clicca a lato, le tabelle con il personale sono a pag. 136 e 137) si legge che il totale del personale, a tempo indeterminato e determinato, era pari nel 2006 a 3.545.500 persone (3 milioni 371 mila a tempo indeterminato, circa 60 mila soldati in leva volontaria, gli altri a tempo determinato). Escludendo il personale nella scuola e nei conservatori (AFAM sarebbe Alta Formazione Artistica e Musicale) dove, come noto, le auto blu e le auto aziendali in genere sono assai rare, sono circa 2.360.000 unità.

Una semplice divisione e si ricava che almeno il 25% del personale sarebbe composto da autisti (uno su 4 dipendenti statali). Anche allargando a tutto il personale, scuole incluse, si arriverebbe al 17% (sempre con un solo autista per auto) quindi uno su 5 o 6 dipendenti.
E poi, ci sono anche i trasportati, i direttori, dirigenti, funzionari che utilizzano le auto blu. Con loro si arriva come minimo a un milione e 200 mila persone. Un dipendente statale su due sarebbe in giro ogni giorno sulla sua auto blu.

D'altra parte il TG5 parlava di un costo per stipendi degli autisti pari a 18 miliardi all'anno, che viene proprio fuori moltiplicando un costo per dipendente di 30.000 € /anno per 600.000 persone,

L'universo però è più vastoInfatti il comunicato parla di un'analisi estesa al settore pubblico allargato (Enti pubblici non economici e Società misto pubblico-private, Società per azioni a totale partecipazione pubblica). Solo stilare l'elenco delle società miste pubblico-privato mi sembra un compito discretamente complesso (non dico poi contattarle), bisognerebbe tracciare tutte le partecipazioni azionarie incrociate (pensiamo a Sviluppo Italia o Italia Lavoro). E poi ci sono le partecipazioni  bancarie. Con questo principio, di partecipazione in artecipazione, si potrebbero includere anche tutte le società italiane o quasi.
Ma tagliamo la testa al toro, consideriamo il dato delle auto blu su tutta la popolazione attiva in Italia. escludendo però gli extra-comunitari. Almeno loro, siamo sicuri che non girano con l'auto blu.

Gli occupati sono in tutto 22.988.000 (dato 2006, Calendario Atlante De Agostini).
L'esercito delle auto blu ne trasporterebbe ogni giorno un milione e 200 mila, che sarebbe il 5% del totale di tutti gli occupati in tutti i settori. Uno su 20 dei lavoratori delle fabbriche, nella scuola, nella polizia, nei supermercati, nei negozi, negli ospedali, nell'esercito, nei ministeri, starebbe su un'auto blu, come autista o dietro ai vetri fumè. E comunque gli autisti sarebbero in buona parte privati.

Poi ci potremmo anche chiedere quanti sono i dirigenti italiani, altra informazione non difficile da trovare, sono circa 500 mila (dato 2006, da una intervista al presidente della ManagerItalia), 186 mila nel settore privato, e quindi poco più di 300 mila nel settore pubblico (secondo un altro studio della Trentino School of Echonomics sarebbero 250 mila, comunque cifre vicine). Quindi non basterebbe neanche dare una macchina a tutti i dirigenti dello stato, dovrebbero averla anche un numero equivalente di funzionari. Chiunque ha a che fare col pubblico sa che non è così.

Poi potremmo provare a contare allora le cariche elettive (assessori, consiglieri comunali, provinciali, capigruppo, parlamentari, consiglieri di amministrazione ecc.). Sappiamo che sono parecchi, ma quanti? Uno studio del settimanale Il mondo (maggio 2007) aveva tentato il conteggio. Erano censiti "78 europarlamentari, 951 parlamentari nazionali (630 deputati, 315 senatori eletti, 6 senatori a vita), 1.118 consiglieri regionali, 3.039 consiglieri provinciali, 119.046 consiglieri comunali, 12.541 consiglieri di circoscrizione, 12.820 consiglieri di comunità montana, per un totale di 149.593 eletti nelle istituzioni".

Ancora non abbiamo trovato un numero sufficiente di passeggeri delle auto blu. Anche perchè, come sappiamo, i consiglieri provinciali, comunali, di circroscrizione non hanno certo l'auto blu (spesso neanche i sindaci) e lo stesso vale per i parlamentari nazionali.

Il meno che si possa dire è che si tratta di un dato scarsamente attendibile.



domenica 14 dicembre 2008

Una città brutta e triste

Il servizio giardini del Comune di Roma dovrebbe occuparsi dei giardini e dei parchi di Roma, e quindi in particolare del loro più prezioso patrimonio: gli alberi. Prezioso perché, come chiunque nota durante la vita, gli alberi impiegano molti anni a crescere.

Però sono belli, quasi necessari al nostro equilibrio. Difatti gli architetti e i costruttori in genere, quando devono vendere un nuovo quartiere, non mancano mai di inserire (nei disegni e nei plastici) tanti alberelli che consentono di scrivere negli annunci "case di nuova costruzione, immerse nel verde". Che poi questi alberi ci siano veramente al momento dell'acquisto o negli anni (o decenni) a venire è un altro paio di maniche.

Dall'ottocento in poi questo semplice sistema per addolcire la vita in città (portandoci almeno un ricordo, una citazione, della campagna e della natura libera) si è esteso in tutte le città dell'occidente sotto forma di "viale alberato".

Il servizio giardini di Roma è appunto preposto alla manutenzione dei viali alberati che le generazioni precedenti hanno generosamente lasciato alla città (solo le precedenti, non mi risulta alcun viale alberato degno di questo nome negli ultimi quarant'anni, forse mi sbaglierò). Invece sembra dedito, da anni, alla sistematica distruzione dei suddetti viali.


Gli ultimi casi di una lunga serie di cui ho notizia riguardano alcune strade del centro, come Via Labicana, Viale Aventino, Via Claudia, Via Santa Croce in Gerusalemme (foto). Strade non secondarie, che collegano basiliche o monumenti famosi nel mondo come il Colosseo.

Naturalmente non si tratta di vandalismo allo stato puro, una motivazione di solito c'è, e finora era che "gli alberi erano malati". Motivazione che comunque deve essere sempre ricercata o estorta, perché mai esplicitata con cartelli o altre comunicazioni ai cittadini. Nel più puro stile "amministrazione lontana ed estranea", quello sempre biasimato in decine di convegni sulla PA.

Con Via Claudia però è stata introdotta una variante, la spiegazione estorta è stata che gli alberi "erano alla fine del loro ciclo vitale".

Dobbiamo ringraziare che i responsabili del servizio giardini non abbiano in gestione il Sequoia Park in California, con lo stesso principio abbatterebbero le sequoie millenarie, che sicuramente la loro vita l'hanno fatta!

Ma ammettiamo pure che gli interventi fossero indispensabili. Abbattere un albero secolare o pluridecennale è una cosa triste, ma in certi (limitati) casi inevitabile.

Ci aspettiamo però che in questi (limitati) casi il servizio giardini si applichi a studiare una soluzione che ripristini il viale con alberi sicuramente più giovani, ma che mantengano la stessa funzione e la stessa estetica. Sì perché gli alberi rendono bella una strada, anche se in sé non lo è, e noi umani abbiamo bisogno di essere circondati dal bello.

Per un po' l'hanno anche fatto, ad esempio a Via Conte Verde o a Via Pretoriano, piantando degli alberelli (ignoro i nomi, sono a zero totale in botanica) sempreverdi e con una chioma frondosa e di forma quasi sferica, che non si sviluppano verso l'alto e quindi che fanno ombra d'estate, ma abbastanza alti da far sì che persone o macchine vi passino sotto.

Da un paio d'anni però, dopo gli abbattimenti a Viale Aventino e Via Labicana, pare abbiano perso completamente il controllo della situazione, usando alberi che apparivano già inadatti appena piantati, a sviluppo verticale, e decisamente troppo piccoli (sarebbero adatti, forse, per una terrazza o un giardino di una villetta a schiera).


Ma quel che è peggio è che non hanno attecchito, dopo pochi mesi si erano seccati quasi tutti, fornendo ai turisti (e agli abitanti) una immagine di desolazione e imperizia (tipica italiana).

Errare è umano, e dalla esperienza si può imparare. Questo non vale però per il servizio giardini che, un anno dopo, ha ripiantato lo stesso tipo di alberi! Che hanno fatto regolarmente la stessa fine. Tutti secchi.

Avevano però una terza opportunità, a Via Claudia (quella rasa al suolo per eutanasia preventiva) e qui ci hanno pensato bene sopra e per evitare sorprese, hanno piantato i nuovi alberi già secchi (vedere la foto per credere).

In ogni caso sono alti mezzo metro più dell'albero di Natale di casa mia, e quindi, anche nel caso improbabile che prima o poi da quei rami secchi spuntino dei germogli, Via Claudia sarà un viale alberato per i nostri nipoti, sempre ammesso che le promesse di allungamento della vita media a 120 anni fatte da Berlusconi si avverino.

A Via di Santa Croce in Gerusalemme invece hanno usato un altro sistema, il patchwork: alberi di vario tipo si alternano da un lato all'altro del viale, e sono intervallati dai platani (spero di azzeccarci) superstiti, che sono alti come palazzi.  Le impressione che ricava il passante: brutto, confusionario, disordinato,  e triste.

Ma i viali alberati di  Roma sono ancora molti, e il servizio giardini deve impegnarsi ancora con Via Merulana, o Via Nomentana, o Corso d'Italia, o  Corso Trieste per trasformare la ex capitale del bel vivere in una città brutta e triste.

Ma si stanno applicando con buona lena e sono già a buon punto, in particolare nel I Municipio. Perché? Non si sa. Probabilmente è un altro dei misteri di Roma (per i quali attendo sempre suggerimenti.


(Le immagini sono state scattate il 7 dicembre 2008, quelle riprese da Google Earth risalgono presumibilmente a settembre 2008. Con i nomi delle strade che abbiamo citato entrando in Google Earth si può fare un giro virtuale).
 

giovedì 11 dicembre 2008

Veltroni versus D'Alema

Trovo sempre interessante la lettura di Panorama, vi si possono leggere interessanti articoli sulla situazione politica, quasi ingenui nella loro trasparente aspirazione e premonizione di errori più o meno contigui al suicidio da parte della sinistra e del PD, epperò spesso confermati, contro ogni previsione e aspettativa, dalla suddetta sinistra e dal suddetto PD. Detto in altre parole, uno pensa, mentre legge "Nooo, questo non lo faranno mai, non possono essere così autolesionisti" poi invece ...
Per esempio nell'ultimo articolo si parla di D'Alema contro Veltroni (o viceversa), il titolo è "Lingotto due: la vendetta di D'Alema". L'assunto è che il nuovo meeting del Lingotto (cioè la conferenza programmatica, per la quale non è stata ancora fissata la data) sarebbe l'occasione attesa da D'Alema per il definitivo attacco al segretario, o almeno per preparare il percorso alla sua sostituzione nel congresso di ottobre. Il che appare assurdo, visto che l'organizzazione dell'evento sarebbe in mano a Veltroni e tutto è pensato e studiato per lanciare un nuovo messaggio di coesione, non esistono proprio gli spazi per farne una contromanifestazione. Essendo al chiuso e a inviti non c'è neanche spazio per un flop.

Si potrebbe quindi anche chiudere qui l'articolo (di Giovanni Fasanella), che contiene però altre cose interessanti e curiose.
Per esempio, perchè mai V e D'A dovrebbero essere così contrapposti, cosa li divide? Ecco le risposte:

1. "Non c'è accordo sul modello del sistema politico: bipartitico quello veltroniano, multipartitico il dalemiano.

2. "E di conseguenza, anche sulla legge elettorale: il segretario è per il maggioritario secco, il suo avversario preferisce il proporzionale tedesco"

3. "Non c'è intesa sul federalismo fiscale: Veltroni è più in sintonia con le idee leghiste, D'Alema prediliige una visione più meridionalistica".
Ora, io sarò un analizzatore politico (o presunto tale) un po' terra-terra, ma:

1. l'aspirante segretario di un partito maggioritario, almeno a sinistra, che punta a un sistema multipartitico (quindi alla propria riduzione), non si è ancora visto e penso che non esista in natura; a maggior ragione quando dall'altra parte l'avversario ha creato con successo e senza scosse un partito unico;

2. potrebbero volere anche la votazione per censo o per sorteggio ma sarebbe comunque una discussione oziosa e priva di senso: all'altra parte che ha la maggioranza va bene il porcellum così com'è, e per ora così resterà

3. il federalismo fiscale, l'hanno capito anche i bambini, è la nuova strada a cui punta la Lega per una secessione, magari morbida e parziale; Berlusconi ci sta giocando pensando di riuscire a rifilare un bidone anche alla suddetta Lega; in sé e per sé è una cosa inattuabile in questo momento di crisi economica, e quindi almeno per tutta questa legislatura; neanche Berlusconi è "in sintonia con le idee leghiste" e lo dovrebbe essere Veltroni? Anche se lo fosse, non lo sarebbe la Lega.

Sulle alleanze lo sappiamo, Veltroni vorrebbe continuare con la "vocazione maggioritaria" e l'autosufficienza e l'alleanza con l'Idv di Di Pietro (e Di Pietro?), mentre D'Alema vorrebbe un'alleanza con la sinistra radicale e ... l'UDC; insomma una specie di Unione ancora più allargata. Dopo le precedenti esperienze mi sembra una ipotesi talmente irrealistica da risultare quasi offensivo pensare che il presidente del PD ci pensi. L'UDC insieme a Rifondazione? Ma l'UDC non vuole andare neanche insieme al PD, dal vertice e soprattutto dalla base la strategia è rientrare nel centro destra (vedi elezioni di Roma).

Bellissimo anche il passaggio sugli "interlocutori all'interno della maggioranza di governo". Veltroni "ha un rapporto stretto e continuo con l'alter ego di Silvio Berlusconi, Gianni Letta" mentre D'Alema "ha un vecchio feeling con il ministro Giulio Tremonti".

Non so cosa intenda Fasanella con il termine "feeling", io ricordo una puntata di Ballarò dove i due si sono attaccati pesantemente, anche sul piano personale e, in particolare alla fine, cogliendo una distrazione di D'Alema, Tremonti è stato particolarmente sanguinoso e offensivo nei confronti dell'esponente del centro-sinistra. Dopo uno scambio di battute come quello io avrei tolto il saluto a uno così (o l'avrei aspettato fuori) ma invece questi di Panorama lo chiamano feeeling ... ma probabilmente sono io che non capisco niente di politica.

Ma, infine, perché D'Alema si starebbe dando tanto da fare, per buttare giù Veltroni, attraverso un collaudato sistema che si chiama "ripetute sconfitte" (ne parlano nel resto dell'articolo) e che gli consegnerebbe quindi, evidentemente, un PD ridotto di importanza, lacerato, insomma una grossa rogna da gestire? Per far diventare segretario ... Enrico Letta.

La prova è tratta dalle dichiarazioni di un "dalemiano della prima ora" Gianni Pittella, che dice, virgolettato: "Nessuna leadership è buona per tutte le stagioni. Ma se qualcuno pensa che D'Alema abbia ambizioni personali, si sbaglia di grosso".

Mi paiono dichiarazioni abbastanza generiche, non mi sembra che sia citato il suddetto Letta, ma Fasanella conclude lo stesso: "Sullo sfondo, come Panorama ha già anticipato, si delinea sempre più il profilo del candidato dalemiano: Enrico Letta"

Capisco che un partito ridotto alla metà di quello che era (o che doveva essere), con elettori delusi e fuggiti da tutte le parti dopo tutte queste lotte intestine, e un potere ridotto in tutti i settori della società, non sia più così appetibile, ma perché mai, dopo tante fatiche, consegnarlo ad uno che "dalemiano" non è stato mai? E che difficilmente prenderebbe ordini da lui? E diventare il numero due di Letta Enrico, dopo essere stato il numero due di Veltroni?

Ma niente paura, è solo un articolo tendenzioso di Panorama.

lunedì 8 dicembre 2008

Pandora TV

Sembra che in area PD e dintorni sia arrivato a maturazione il convincimento che, per la costruzione del consenso e in generale per veicolare i propri argomenti, il mezzo televisivo sia piuttosto importante, almeno in Italia.

Lo deduco dal fatto che sono nate, dopo il risultato elettorale negativo, due televisioni di area PD o confinanti: Youdem, RED TV, e ora anche Pandora TV. Per quest'ultima, che appare di area "critica" (linea Travaglio-Colombo, con inquietanti accenni a sconfinamenti in zona Grillo) mi sono arrivate delle mail chiedendo un contributo economico (altrimenti non ne avrei saputo nulla).

Finalmente ci si accorge che Internet non basta?
Buona cosa, ma ... Primo, disperdere le forze su tre fronti non appare solitamente consigliabile in condizioni di debolezza. Ma, soprattutto, si tratta di iniziative che possono avere un qualche utilità pratica per il rafforzamento del consenso?

Bisognerebbe dare un po' di tempo alle varie iniziative e poi vedere come vanno, direte voi, ma forse qualche considerazione "terra-terra" si può già anticipare (facendo comunque un bocca in lupo ai coraggiosi promotori in nome del pluralismo dell'informazione).

La platea potenziale
Intanto, visto che il settore della TV analogica è chiuso (non mi dilungo su aspetti di tecnologia-mercato-normativa) una nuova rete può trovare spazio solo sul satellite o sul digitale terrestre. E' stato scelto, come per molte altre analoghe iniziative di nicchia, il satellite.

Prima osservazione: quanti sono gli abbonati alla TV satellitare, quindi quanto è ampia la platea dei possibili telespettatori? Gli abbonamenti a Sky erano 3,8 milioni a fine 2007, l'anno 2008 è andato molto bene per la pay-TV e sono arrivati ora a 4,4 milioni (fonte: Pubblicità Italia, sito web). Naturalmente per ogni abbonamento e quindi per ogni decoder c'è una "famiglia Sky" e quindi la platea potenziale è stimabile in 12-15 milioni di persone. Che già non sono tutti gli italiani. Ma in ognuna di queste famiglie Sky è possibile vedere anche la TV in chiaro, la DTT o i DVD (o niente del tutto, in rarissimi casi) e si arriva così al dato più importante: il mitico share. L'Auditel misura da un anno e più anche la TV satellitare e quindi si conosce anche questo dato: lo share medio di tutti i canali satellitari (Sky e altri) varia in base alla fascia oraria, nel 2008, dal 7% al 12% circa, circa la metà da Sky propriamente detta, il resto da Fox, Disney Channel ecc. Il tutto frammentato però su una offerta molto vasta (sintesi Key4biz da dati Auditel, vedi anche il report Auditel di ottobre 2008; tra parentesi: usciamo dai miti, i dati Auditel sono attendibili)

La famiglia Sky
C'è poi da chiedersi qual è l'identikit di questo famiglia Sky. Ha soldi da spendere in entertainment (500-1000 € all'anno), una casa stabile in cui installare una parabola, una attività stabile. Di più, proprio perchè ha deciso di pagare la TV, orienterà buona parte del suo tempo di connessione su satellite ai programmi che giustificano questa scelta, cioè sport, calcio, film, forse fiction "cult", i genere offerta "diversa" non presente in chiaro.

Difficilmente e raramente sarà orientato alla informazione, che può vedere in quantità, e con qualità solitamente superiore (per il dispiegamento di mezzi messo in campo), in chiaro (gratis) sulle reti nazionali.

Ancora, non so se esistono statistiche specifiche, ma sono certo che nel 90% almeno delle famiglie che hanno il satellite esiste anche una connessione Internet ADSL (se non c'è, è solo perché manca la copertura), e quindi anche la domanda di informazione originale, fuori dal coro, qualora ci fosse, sarebbe ampiamente soddisfatta.

La platea dei telespettatori per una informazione indipendente e alternativa, che già era 1/5 circa del totale, diminuisce ulteriormente: 1/20, 1/50? E in più, dovrebbe essere divisa per tre.

Per tentare di fare un raffronto History Channel, su Fox, ha uno share di meno dello 0,1% con un ascolto medio di 17.000 spettatori circa nella fascia serale.

Il targetMa ancora non è finita, chi possono essere questi residui ascoltatori? C'è una sia pur remota possibilità per il PD o per gli ispiratori delle iniziative esistenti e della nuova Pandora TV di far "aprire gli occhi" a un elettore del centro destra, o di recuperare con efficaci argomenti e informazioni cancellate dalle TV controllate dalla destra gli elettori pericolanti, che stanno abbandonando il PD?

Penso che sia veramente remota. Penso che i telespettatori (comunque pochi) siano tutti all'interno del centro-sinistra.

Con la prospettiva di creare televisioni auto-consolatorie, per elettori che si sentono in questo modo protetti all'interno del loro circolo di convinzioni e informazioni  e abbassano così il livello di frustrazione per la situazione generale. Una televisione di nicchia. Poco in linea con un partito "a vocazione maggioritaria".

I numeri della TV in chiaro
Il PD dovrebbe pensare invece ai numeri della TV generalista, in chiaro. Un programma di informazione, Anno zero, Porta a porta, Ballarò, Matrix, raccoglie come minimo un milione di spettatori, con punte di cinque ed oltre. E di tutte le categorie, non solo i benestanti e stabili. Non solo quelli già orientati al CS.

In un colpo solo un messaggio efficace può arrivare a una platea più ampia di 50, 100 volte e oltre.

Buon senso consiglierebbe al PD di capitalizzare al massimo queste partecipazioni. Di selezionare chi ci va in base ai riscontri, da verificare con appositi panel. Di preparare ogni partecipazione con la stessa cura che applicano i candidati presidenziali americani ai match in TV. Per gli invitati, di non arrivare là all'ulltimo momento dopo mille altri impegni, improvvisando. Di preparare prima una serie di argomenti e di messaggi efficaci pronti all'uso, in base al tema della trasmissione. Di studiare gli avversari e le loro tattiche in base alle trasmissioni precedenti, e di preparare le necessarie contromisure.

Di non fare come il tipico esponente di CS che parte regolarmente da Adamo ed Eva e da puntualizzazioni inutili su quanto appena detto dall'avversario. Perdendosi sicuramente gli ascoltatori. Che hanno la massima attenzione, come noto, nei primi 20"-30" di ogni intervento, per poi abbassare velocemente il livello (o addirittura "staccare) se in questi secondi decisivi non ascoltano nulla che attira la loro attenzione. Di individuare una contro-strategia, da applicare sistematicamente, alla strategia eterna della "interruzione aggressiva" praticata da sempre dagli ospiti di destra, preventivamente e sempre (Capezzone) o in caso di difficoltà (praticamente tutti gli altri).

Sempre per gli stessi motivi, buon senso consiglierebbe al PD di lottare per conquistare o mantenere il massimo degli spazi nelle TV generaliste, e in primis nella Rai che, in qualche modo, è governata anche dall'opposizione. Molto poco, ma quello che si può ottenere ha un ritorno in termini di ascolto incomparabilmente superiore a qualsiasi canale satellitare.

E la TV di nicchia? Se proprio la si vuole fare, molto meglio il digitale terrestre o DTT (che almeno è in chiaro e costa molto meno agli spettatori, anche niente per chi compra un televisore nuovo ora) o Internet, ben sfruttato nelle sue enormi potenzialità (ma non con la TV), puntando ad aggregazione di iniziative già esistenti e traino da quelle di maggiore successo.

E soprattutto, sfruttare in modo mirato e professionale il sistema di diffusione di informazioni più efficace che esiste al momento in rete, vale a dire i "forward", quei messaggi a volte spiritosi, a volte volgari, a volte ansiogeni che amici e parenti vi inviano incessantemente sulla casella e-mail (di solito dall'ufficio). A suo tempo uno di questi messaggi ha fatto perdere ai gestori della telefonia mobile il comodo introito chiamato "costo della ricarica".

(Visto che hanno scelto come nome Pandora, incuranti del mito greco, le immagini ricordano il film del 1951 di Albert Lewin con Ava Gardner al suo massimo)

martedì 2 dicembre 2008

O di qua o di là

Ho letto tutta l'intervista di Francesco Rutelli a Panorama, il tema è di grande attualità, la collocazione europea del PD. Una scelta, temo, necessaria, visto che è probabile che gli elettori potenziali del PD vogliano sapere da che parte staranno i deputati che eleggeranno l'anno prossimo. Il titolo dell'articolo è "Caro Veltroni, non voglio morire socialista" e la chiusura lo conferma, alla domanda "Nostalgia della Margherita?" quello che è uno dei principali esponenti del PD, anche se non corroborato nella sua leadership da grandi vittorie negli ultimi anni, la risposta è: "quando abbiamo sciolto la margherita, se c'era una cosa certa era che non la stavamo sciogliendo per ritrovarci nel Pse".
Qui già sorgerebbero alcune domande, del tipo: "quali erano invece le cose incerte?" oppure "ma se per voi era così importante, forse era meglio che trovavate un accordo prima, visto che gli altri volevano esattamente il contrario ...", soprattutto perché gli altri, i DS, erano un partito totalmente immerso nel PSE, con vicepresidenti e tutto.

In un matrimonio questa riserva iniziale è utilizzabile come annullamento, almeno alla Sacra Rota, se non ricordo male.

Ma cerchiamo di tornare alla sostanza: a cosa serve questo famoso PSE? Ora, in Europa le cose sono piuttosto semplici, come anche da noi, in fondo. E questo dovrebbe essere particolarmente chiaro ad un esponente del partito che è nato proprio per introdurre il bipartitismo in Italia. E che, almeno in questo, ha avuto un successo molto superiore ad ogni aspettativa. Anche in Europa si può stare solo o di qua o di là. Di là c'è uno schieramento di centro-destra, il cui nucleo originario è formato di partiti di ispirazione cristiana, e che si chiama PPE (Partito Popolare Europeo). Questo è il posto dove stava Forza Italia e ora starà il PdL, e quindi anche AN per interposto partito. Rimane quindi solo il PSE . Ma, come avviene in molti sistemi bipolari, e a maggior ragione in una organizzazione che raggruppa 25 paesi molto diversi, esistono anche formazioni minori, di estrema destra, di estrema sinistra, e poi c'è una formazione "di centro", chiamata ALDE (Associazione dei Liberali e dei Democratici Europei), che è l'obiettivo di Rutelli. E alla quale aderiscono gli attuali parlamentari europei della ex Margherita (che sono in tutto 9).

Su quanto conta in Europa questa ALDE, fondata dal francese Bayreou, (se non erro, neanche lui peraltro con grandi successi all'attivo: alle ultime presidenziali francesi non è arrivato neanche al ballottaggio) possiamo fare riferimento a quello che dice lo stesso Rutelli nell'intervista "A Strasburgo la scelta del presidente dell'Europarlamento è affare tra PPE e PSE. Un nome per uno, meglio se di basso profilo (un tempo è stato Prodi, forse l'ha dimenticato, ndr) e poi via alla staffetta, mezza legislatura per uno".

A questo punto a una persona "di basso profilo", che si ripromette semplicemente di vincere o almeno di contare qualcosa, e che magari ha in mente le strategie per vincere o almeno per non perdere rovinosamente (vedi i 36 stratagemmi cinesi) non rimane alcun dubbio. Ma l'esponente del PD guarda oltre.

"Il PD dovrebbe rompere questo schema compromissorio, proponendo a tutto lo schieramento democratico, socialista, liberaldemocratico, ambientalista, il nome di una grande personalità per la presidenza", e ancora prima "Il PD deve affrettarsi a promuovere un'alleanza di centrosinistra tra le forze riformiste ed europeiste". Quindi il PD, partito appena nato, tuttora con forti ed evidenti divisioni interne (questa sul PSE è una), uscente da una serie di sconfitte e in grande difficoltà di consensi, dovrebbe coagulare invece in Europa una coalizione del tutto innovativa, coinvolgendo partiti (partitini per lo più) di 22 paesi. Ma forse l'asso nella manica è la personalità da proporre. Sentiamo ancora Rutelli "A titolo di esempio, il liberale belga Guy Verhofstadt, la socialista francese Segoléne Royal, o l'ambientalista tedesco Joschka Fischer".

Allora, una, Segolene Royal, è socialista e peraltro ha appena perso il congresso del suo partito (oltre che le presidenziali l'altr'anno). Non si vede perché i partiti che non vogliono "morire socialisti" dovrebbero eleggere una socialista a presidente dell'Europarlamento. Joschka Fischer è un ambientalista e la maggior parte dei partiti dell'ALDE sono confindustriali e anti-ambientalisti, quindi anche qui pare proprio un nome con probabilità prossime allo zero. Il terzo,  Guy Verhofstadt, non sapevo chi fosse e quindi mi sono informato su Internet. Si tratta di un ex primo ministro belga (tra il 1999 e il 2004), un liberale centrista che per governare si è alleato con i socialisti locali. La storia politica belga è ancora più complicata di quella italiana e chi volesse seguire le vicende di questo signore può leggerle qui (http://en.wikipedia.org/wiki/Guy_Verhofstadt). Con tutta la buona volontà non sembra proprio il profilo di uno che può essere riconosciuto da tutta l'assemblea europea come "una grande personalità". In ogni caso viene da una storia di ripetute sconfitte in questi ultimi anni. Va bene che è un po' una tradizione europea usare i posti di presidente e commissario come compensazione per chi ha perso in patria, ma non mi sembra una buona cosa perseverare.

Insomma, continuo a non capire dove dovrebbe andare il PD secondo Rutelli e con quali probabilità. Forse la chiave sta proprio nell'inizio dell'intervista, dove fa un'apertura interessante: "Veltroni ... deve cogliere al balzo la palla che ci offre la vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti, preludio all'apertura di un nuovo ciclo democratico in tutto il mondo".

Quindi, cercando di sintetizzare: anche in Europa dovrebbe sorgere un grande partito democratico e dovrebbe essere finalmente archiviato l'arcaico socialismo. Per farlo il PD dovrebbe: 1) proporsi come guida di una nuova formazione europea democratica, forte dei suoi "12 milioni di voti"; 2) far sparire (magari non nella prima elezione, diciamo nella seconda) e poi inglobare tutti i partiti socialisti europei (altrimenti come fa a vincere? Obama non aveva mica questi problemi)  3) il tutto mantenendo però una posizione fortemente centrista perché "abbiamo visto che anche in Italia le elezioni si vincono o si perdono a seconda del pendolarismo degli elettori moderati. Il PD è nato proprio per attirare anche quei voti".

Un programma che sarebbe ambizioso anche per un PD vincente e maggioritario e che mi sembra del tutto velleitario per il PD attuale. Penso che Rutelli debba rileggere (o leggere) il Gramsci dei "ragionevoli rapporti di forza". Riguardo al "pendolarismo degli elettori di centro" mi sembra che le recenti elezioni abbiano mostrato qualcosa di diverso: il PD che si è salvato ed è arrivato al 34% (o quasi) grazie al pendolarismo degli elettori della sinistra radicale, e Rutelli che non si è salvato dalla sconfitta grazie sempre al pendolarismo (ma questa volta nel senso dell'astensione) dei suddetti elettori della sinistra radicale.

Non ne ricaverei comunque una legge generale e immutabile. Ma neanche una prova dell'esatto contrario.
Quanto agli USA, Obama non ha vinto certo conquistando il centro moderato, ma portando a votare chi non ci andava mai perché si sentiva escluso, e per altri motivi che spiegava benissimo Stiglitz molti mesi prima delle elezioni (leggi qui).
Riguardo poi ai 12 milioni di voti, il PD deve prima riuscire a ritrovarli, nel 2009 ...

Mi rimane comunque senza risposta una domanda di fondo: perché? Perché impegnare energie in questa cosa? Mi vengono pensieri che non condivido e mi fermo qui.

Ultima cosa: ma chi sono gli altri partiti dell'ALDE? (ADLE in inglese). Vengono da 22 paesi e sono assai variegati. Dunque, una sintesi non è facile, e poi bisognerebbe essere un poliglotta, per seguire le vicende di tutti questi partitini e individuare la loro collocazione, oltre ad avere un mese e mezzo di tempo. Ma proviamoci, iniziando col dire che è a sua volta una coalizione, tra il Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformato (ELDR) e il PDE (Partito Democratico Europeo). Il primo esiste dagli albori dell'Unione, raggruppa i partiti liberali e simili. Per esempio il nostro PLI di Malagodi, Altissimo e Zanone (per chi ha età e buona memoria). Non sono in grado di seguire tutte le vicende di tutti gli innumerevoli partiti e raggruppamenti che ne fanno parte, ma a colpo d'occhio mi sembra che siano in genere partiti alternativi alla sinistra nei vari paesi, al massimo possono essere alleati col centro, come la FDP tedesca. Il PDE ( http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Democratico_Europeo)  invece è più recente, è nato solo 4 anni fa nel 2004 (proprio a dicembre), comprende in tutto 8 partiti, ma proprio piccolini (uno di San Marino, uno di Cipro, uno basco, vedere la pagina di Wikipedia) tranne due un po' più grandi, due partiti di centro, l'UDF dalla Francia e la Margherita dall'Italia, da dove provengono infatti i due presidenti, che sono Bayreou e ...... Francesco Rutelli (ohibò).

(Le foto si riferiscono, ovviamente, alla ridente città di Strasburgo, che ospita il Parlamento Europeo, e alla sede del suddetto parlamento)


lunedì 1 dicembre 2008

Perché ha vinto Obama

Sospendo per un po' la presentazione dei molti misteri di Roma (me ne hanno segnalati altri) perché ho ritrovato un articolo di parecchi mesi fa (inizio agosto) che spiegava in modo veramente chiaro (e anche profetico) perché Obama ha vinto negli USA.
D'altra parte l'autore ha una certa autorità: è Joseph Stiglitz (premio Nobel per l'economia 2001 e molte altre cose).
Non so se, inserendolo in questo post anche a distanza di molti mesi, si viola qualche copyright, spero di no, in caso contrario lo eliminerò subito, ma è veramente molto istruttivo e molto sintetico.

"Sia la sinistra sia la destra affermano di volersi impegnare per la crescita economica. Gli elettori dovrebbero pertanto scegliere a chi di loro dare il voto come se dovessero semplicemente scegliere tra due team di manager tutto sommato equivalenti? Se so­lo la faccenda fosse così facile! Parte del problema ha a che vedere con il ruolo rivestito dalla fortuna: l'e­conomia americana negli anni No­vanta è stata benedetta da bassi prezzi delle fonti energetiche, alti tassi di innovazione, prodotti di al­ta qualità di fabbricazione cinese a prezzi sempre più bassi, e tutto ciò ha determinato una bassa inflazione e una rapida crescita.

Al presidente Clinton e all'allora presidente della Federal Reserve americana Alan Greenspan va dunque una piccola parte soltanto di merito. anche se sicuramente una cattiva politica avrebbe potuto complicare di gran lunga le cose. Al contrario, i problemi odierni - alti prezzi delle risorse energetiche e dei generi alimentari, un sistema finanziario allo sfascio - devono in buona misura essere imputati a cattive politiche.

Ci sono in realtà importanti differenze in termini di strategie di crescita, che rendono molto probabili esiti del tutto diversi. La prima differenza concerne il modo stesso in cui si concepisce e si parla di crescita: crescita non significa soltanto ottenere un Pil più alto. Deve essere sostenibile: la crescita basata sul degrado ambientale, su consumi sfrenati finanziati tramite il debito, sullo sfruttamento di esigue risorse naturali senza reinvestirne i proventi non è sostenibile.

La crescita deve essere anche in­clusiva e a beneficiarne deve esse­re quanto meno la maggioranza della popolazione. La "trickle down economics" (economia a per­colamento) non funziona: un au­mento del Pil in realtà può com­portare un peggioramento della si­tuazione economica delta maggior parte della popolazione.

La crescita americana degli ultimi tempi non è stata né una cosa né l'al­tra, né sostenibile né inclusiva, e oggi la stragrande maggioranza degli americani si ritrova in una situazione economica peggiore rispetto a sette anni fa.

Non occorre però che vi sia un compromesso tra ineguaglianza e crescita: i governi possono dare impulso alla crescita aumentando la portata della sua inclusività. La risorsa più preziosa di un Paese è la sua popolazione e di conseguenza è essenziale far sì che tutti, proprio tutti, possano vivere al massimo delle loro potenzialità, il che richiede opportunità educative per tutti. Un'economia moderna esige altresì di accollarsi dei rischi: i singoli sono maggiormente disposti a correre rischi sapendo che vi è una buona rete di sicurezza. Se così rum è, i cittadini possono chiedere protezione nei confronti della concorrenza straniera: la protezione sociale è più efficiente del protezionismo.
Il fallimento nella promozione della solidarietà sociale può comportare altri costi, non ultime le spese sociali e private necessarie a proteggere la proprietà e a mettere in carcere i criminali. Si calcola che nel giro di pochi anni in America nel settore della sicurezza lavoreranno molte più persone di quante saranno occupate nel settore dell'educazione. Un anno di prigione potrà costare più caro di un anno a Harvard. Le spese connesse alla carcerazione di due milioni di americani - uno dei tassi pro-capite più alti al mondo - dovrebbero essere considerate qualcosa da sottrarre dal Pil, pur essendo invece aggiunte.

Seconda grande differenza tra sinistra e destra è quella relativa al ruolo dello Stato nella promozione dello sviluppo: la sinistra ha capito che il ruolo che il governo ha nella fornitura di infrastrutture ed educazione, nello sviluppo della tecnologia e come imprenditore è di importanza vitale. Al governo si devono le rivoluzioni legate alla nascita di Internet e delle moderne biotecnologie. Nel XIX secolo, la ricerca condotta presso le università finanziate dal governo americano ha gettato le premesse della rivoluzione agricola. Il governo ha poi esteso questi progressi a milioni di coltivatori americani. l piccoli prestiti aziendali sono stati di importanza fondamentale non soltanto ai fini della creazione di nuove aziende, ma di intere nuove industrie.

L'ultima differenza potrebbe parere stra­vagante: la sinistra ora comprende a fondo i mercati e il ruolo che questi possono e do­vrebbero rivestire nell'economia. La destra, soprattutto in America, no. La Nuova Destra, identificabile nell'Amministrazione Bush-Cheney, è in realtà semplice corporativismo di vecchio stampo sotto nuove vesti: non so­no ultraliberali, credono in uno Stato forte con poteri esecutivi solidi, come quello uti­lizzato per la difesa di interessi ormai consolidati, con scarsa attenzione ai principi dì mercato.

L'elenco degli esempi è lungo, ma comprende i sussidi alle grandi aziende agri­cole, le sovvenzioni per sostenere l'industria dell'acciaio e, più di recente, il mega piano di salvataggio di Bear Starns, Fannie- Mae e Freddie Mac. L'incoerenza tra la realtà e ciò che di essa si va ripetendo sussiste da tempo: il protezionismo si è allargato sotto Reagan, ivi compresa l'imposizione delle cosiddette limitazioni volontarie alle automobili giapponesi.

Contrariamente alla destra, la nuova sinistra sta cercando di far funzionare i mercati. I mercati senza restrizioni non funzionano bene di per sé, constatazione ribadita dall'attuale debacle finanziaria. Chi difende i mercati talvolta ammette di fallire, addirittura in modo disastroso, ma asserisce nondimeno che i mercati "si correggono da soli". Durante la Grande Depressione capitò facilmente di sentir dire che il governo non doveva fare assolutamente nulla in proposito, perché i mercati sul lungo periodo avrebbero rimesso in sesto l'economia e l'avrebbero riportata alla piena occupazione. Come era solito dire però John Maynard Keynes,"sul lungo periodo saremo tutti morti".
I mercati non si auto-correggono in un contesto temporale determinato. Né del resto il governo può starsene tranquillamente in panciolle a osservare un Paese che scivola nella recessione o nella depressione, anche quando ciò accade per l'eccessiva avidità dei banchieri o per una errata valutazione dei rischi da partedei mercati delle securities o delle agenzie di rating. Se però ai governi spetta pagare la retta ospedaliera dell'economia odierna, i governi devono agire per far sì che un lungo ricovero in ospedale si renda meno inevitabile possibile. Il mantra della destra della deregulation era errato, e adesso ne stiamo-pagando le conseguenze. In termini di utili mancati stiamo parlando di una cifra che potrebbe essere molto ingente e raggiungere nei soli Stati Uniti più di 1,5 trilioni di dollari.

La destra spesso vanta la propria discen­denza intellettuale da Adam Smith, figura ri­levante che ammise si il potere dei mercati, ma al contempo anche i loro limiti. Perfino ai suoi tempi le aziende avevano scoperto che potevano incrementare gli utili facilmente cospirando per un aumento dei prezzi, più che producendo in modo più efficiente pro­dotti più innovativi. Si rendono dunque necessarie severe norme anti-trust.

Organizzare una festa è semplice e sul mo­mento tutti si sentono a loro agio. Promuo­vere una crescita sostenibile invece è molto più difficile. Oggi, in netto contrasto con la destra, la sinistra ha un'agenda in materia molto coerente e razionale, che non soltanto propone una crescita maggiore ma assicura anche giustizia sociale. Per gli elettori, di conseguenza, scegliere dovrebbe essere facile."

Invito a riflettere soprattutto su alcune affermazioni del grande economista:

"La risorsa più preziosa di un Paese è la sua popolazione"
"Un anno di prigione potrà costare più caro di un anno a Harvard"
"Al governo si devono le rivoluzioni legate alla nascita di Internet e delle moderne biotecnologie."
"La crescita basata sul degrado ambientale, su consumi sfrenati finanziati tramite il debito, sullo sfruttamento di esi­gue risorse naturali senza reinvestirne i proventi non è sostenibile"

Sembrano ovvie, a leggerle, ma forse non lo sono, infatti nessuno dei paesi in crisi le mette in pratica, e meno che mai il nostro. 

L'articolo di Joseph Stiglitz è stato pubblicato sul quotidiano La Repubblica dell'11 agosto 2008 ed è disponibile su numerose rassegne stampa liberamente consultabili da Internet. La traduzione in italiano dell'articolo era di A. Bissanti. Le immagini sono tratte dal film documentario  (da rivedere, profetico anche quello) di Godfrey Reggio, Powaqqatsi, e da Internet per le gesta del graffitaro acrobata.