mercoledì 24 dicembre 2008

Pensiero positivo

Le festività di fine anno ci spingono ad essere più buoni e quindi anche a cercare il buono attorno a noi, anche dove apparentemente si fa fatica a trovarlo, anzi dove il comune sentire colloca l'origine di tutti i mali (almeno per ora): nella globalizzazione.

Proviamo a guardarla un poco più da lontano, nei suoi aspetti positivi e negativi (con il decisivo aiuto di Jagdish Bhagwati).

1. La terra non è piattaNon viviamo in un mondo a due dimensioni, nel quale tutti i paesi competono negli stessi settori. Per esempio, la Cina non potrà mai essere innovativa come gli Stati Uniti, nel quale esiste una quota importante e ormai consolidata di capitale di rischio (venture capitalism) e una cultura imprenditoriale che promuove la creatività. Così come la Finlandia o l'Irlanda non sono competitive con l'Italia o con la Francia nell'immaginario collettivo (anche quello ormai globalizzato) che ha eletto questi secondi paesi come territori d'elezione del buon gusto. La globalizzazione spinge i paesi a scoprire i propri specifici punti di forza.

2. Il libero commercio è verde
I sostenitori del protezionismo sostengono che il libero commercio spinge a creare prodotti di basso prezzo e bassa qualità a spese dell'ambiente e delle risorse del pianeta. Sono però le nazioni meno democratiche quelle che minacciano più seriamente l'ambiente, sfruttandone le risorse senza controllo. Poiché la globalizzazione promuove inevitabilmente anche la democrazia, effetto collaterale ineliminabile del movimento delle informazioni e delle persone, tende ad essere un fattore di miglioramento dell'ambiente, non di peggioramento.

3. Le aree di libero scambio tra gruppi di paesi non sono poi così libereLe aree di libero scambio (come il NAFTA o la UE) hanno lo scopo di garantire la libertà di commerci al loro interno, ma tendono ad adottare e a incrementare sistemi protezionistici verso l'esterno. Sono in ciò più simili alle alleanze basate sulla strategia "questo per quello" (tit-for-tat) in auge negli anni '30 che a un effettivo mercato globale. Il mondo globalizzato richiede qualcosa di più, non di meno.

4. La proprietà intellettuale invece dovrebbe esserlo
Le leggi di protezione del copyright (non solo nell'entertainment, musica, film e giochi, ma anche nel caso dei brevetti di molecole per usi farmaceutici) non sono altro che una diversa forma di protezionismo. La creazione di conoscenza richiede necessariamente, in un sistema complesso, il ricorso ad altra conoscenza precedente. Chiuderla e proteggerla significa frenare lo sviluppo della conoscenza. La globalizzazione è una opportunità se non riguarda soltanto il libero fluire dei capitali e della forza lavoro, ma anche delle idee.

Non sono considerazioni mie, ma del professor Jagdish Bhagwati, che insegna economia alla Columbia University ed è un'autorità mondiale nel campo del libero commercio, come sintetizzate nel numero di ottobre della rivista Wired. Sembrano forse idee un poco di parte, estreme per certi versi, ma occorre considerare che non si tratta di un incitamento all'abbattimento delle regole ma, ovviamente, alla necessità di semplificare e adattare velocemente le regole alla nuova realtà, ormai irreversibile.

Concordo in pieno (se no non le avrei riportate) aggiungendo solo che uno strumento potentissimo per la globalizzazione delle idee sarebbe l'abbattimento delle barriere linguistiche. Qui Internet e i traduttori elettronici (machine translation) sempre più efficaci stanno facendo una parte importante, così come l'apprendimento di massa dell'inglese in Cina. Noi europei che ci attardiamo sulle 4,5 o 6 lingue ufficiali dell'Unione, rischiamo di essere superati dalla realtà nel volgere di pochi anni. Sarebbe un buon tema per le prossime elezioni europee.

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