lunedì 1 dicembre 2008

Perché ha vinto Obama

Sospendo per un po' la presentazione dei molti misteri di Roma (me ne hanno segnalati altri) perché ho ritrovato un articolo di parecchi mesi fa (inizio agosto) che spiegava in modo veramente chiaro (e anche profetico) perché Obama ha vinto negli USA.
D'altra parte l'autore ha una certa autorità: è Joseph Stiglitz (premio Nobel per l'economia 2001 e molte altre cose).
Non so se, inserendolo in questo post anche a distanza di molti mesi, si viola qualche copyright, spero di no, in caso contrario lo eliminerò subito, ma è veramente molto istruttivo e molto sintetico.

"Sia la sinistra sia la destra affermano di volersi impegnare per la crescita economica. Gli elettori dovrebbero pertanto scegliere a chi di loro dare il voto come se dovessero semplicemente scegliere tra due team di manager tutto sommato equivalenti? Se so­lo la faccenda fosse così facile! Parte del problema ha a che vedere con il ruolo rivestito dalla fortuna: l'e­conomia americana negli anni No­vanta è stata benedetta da bassi prezzi delle fonti energetiche, alti tassi di innovazione, prodotti di al­ta qualità di fabbricazione cinese a prezzi sempre più bassi, e tutto ciò ha determinato una bassa inflazione e una rapida crescita.

Al presidente Clinton e all'allora presidente della Federal Reserve americana Alan Greenspan va dunque una piccola parte soltanto di merito. anche se sicuramente una cattiva politica avrebbe potuto complicare di gran lunga le cose. Al contrario, i problemi odierni - alti prezzi delle risorse energetiche e dei generi alimentari, un sistema finanziario allo sfascio - devono in buona misura essere imputati a cattive politiche.

Ci sono in realtà importanti differenze in termini di strategie di crescita, che rendono molto probabili esiti del tutto diversi. La prima differenza concerne il modo stesso in cui si concepisce e si parla di crescita: crescita non significa soltanto ottenere un Pil più alto. Deve essere sostenibile: la crescita basata sul degrado ambientale, su consumi sfrenati finanziati tramite il debito, sullo sfruttamento di esigue risorse naturali senza reinvestirne i proventi non è sostenibile.

La crescita deve essere anche in­clusiva e a beneficiarne deve esse­re quanto meno la maggioranza della popolazione. La "trickle down economics" (economia a per­colamento) non funziona: un au­mento del Pil in realtà può com­portare un peggioramento della si­tuazione economica delta maggior parte della popolazione.

La crescita americana degli ultimi tempi non è stata né una cosa né l'al­tra, né sostenibile né inclusiva, e oggi la stragrande maggioranza degli americani si ritrova in una situazione economica peggiore rispetto a sette anni fa.

Non occorre però che vi sia un compromesso tra ineguaglianza e crescita: i governi possono dare impulso alla crescita aumentando la portata della sua inclusività. La risorsa più preziosa di un Paese è la sua popolazione e di conseguenza è essenziale far sì che tutti, proprio tutti, possano vivere al massimo delle loro potenzialità, il che richiede opportunità educative per tutti. Un'economia moderna esige altresì di accollarsi dei rischi: i singoli sono maggiormente disposti a correre rischi sapendo che vi è una buona rete di sicurezza. Se così rum è, i cittadini possono chiedere protezione nei confronti della concorrenza straniera: la protezione sociale è più efficiente del protezionismo.
Il fallimento nella promozione della solidarietà sociale può comportare altri costi, non ultime le spese sociali e private necessarie a proteggere la proprietà e a mettere in carcere i criminali. Si calcola che nel giro di pochi anni in America nel settore della sicurezza lavoreranno molte più persone di quante saranno occupate nel settore dell'educazione. Un anno di prigione potrà costare più caro di un anno a Harvard. Le spese connesse alla carcerazione di due milioni di americani - uno dei tassi pro-capite più alti al mondo - dovrebbero essere considerate qualcosa da sottrarre dal Pil, pur essendo invece aggiunte.

Seconda grande differenza tra sinistra e destra è quella relativa al ruolo dello Stato nella promozione dello sviluppo: la sinistra ha capito che il ruolo che il governo ha nella fornitura di infrastrutture ed educazione, nello sviluppo della tecnologia e come imprenditore è di importanza vitale. Al governo si devono le rivoluzioni legate alla nascita di Internet e delle moderne biotecnologie. Nel XIX secolo, la ricerca condotta presso le università finanziate dal governo americano ha gettato le premesse della rivoluzione agricola. Il governo ha poi esteso questi progressi a milioni di coltivatori americani. l piccoli prestiti aziendali sono stati di importanza fondamentale non soltanto ai fini della creazione di nuove aziende, ma di intere nuove industrie.

L'ultima differenza potrebbe parere stra­vagante: la sinistra ora comprende a fondo i mercati e il ruolo che questi possono e do­vrebbero rivestire nell'economia. La destra, soprattutto in America, no. La Nuova Destra, identificabile nell'Amministrazione Bush-Cheney, è in realtà semplice corporativismo di vecchio stampo sotto nuove vesti: non so­no ultraliberali, credono in uno Stato forte con poteri esecutivi solidi, come quello uti­lizzato per la difesa di interessi ormai consolidati, con scarsa attenzione ai principi dì mercato.

L'elenco degli esempi è lungo, ma comprende i sussidi alle grandi aziende agri­cole, le sovvenzioni per sostenere l'industria dell'acciaio e, più di recente, il mega piano di salvataggio di Bear Starns, Fannie- Mae e Freddie Mac. L'incoerenza tra la realtà e ciò che di essa si va ripetendo sussiste da tempo: il protezionismo si è allargato sotto Reagan, ivi compresa l'imposizione delle cosiddette limitazioni volontarie alle automobili giapponesi.

Contrariamente alla destra, la nuova sinistra sta cercando di far funzionare i mercati. I mercati senza restrizioni non funzionano bene di per sé, constatazione ribadita dall'attuale debacle finanziaria. Chi difende i mercati talvolta ammette di fallire, addirittura in modo disastroso, ma asserisce nondimeno che i mercati "si correggono da soli". Durante la Grande Depressione capitò facilmente di sentir dire che il governo non doveva fare assolutamente nulla in proposito, perché i mercati sul lungo periodo avrebbero rimesso in sesto l'economia e l'avrebbero riportata alla piena occupazione. Come era solito dire però John Maynard Keynes,"sul lungo periodo saremo tutti morti".
I mercati non si auto-correggono in un contesto temporale determinato. Né del resto il governo può starsene tranquillamente in panciolle a osservare un Paese che scivola nella recessione o nella depressione, anche quando ciò accade per l'eccessiva avidità dei banchieri o per una errata valutazione dei rischi da partedei mercati delle securities o delle agenzie di rating. Se però ai governi spetta pagare la retta ospedaliera dell'economia odierna, i governi devono agire per far sì che un lungo ricovero in ospedale si renda meno inevitabile possibile. Il mantra della destra della deregulation era errato, e adesso ne stiamo-pagando le conseguenze. In termini di utili mancati stiamo parlando di una cifra che potrebbe essere molto ingente e raggiungere nei soli Stati Uniti più di 1,5 trilioni di dollari.

La destra spesso vanta la propria discen­denza intellettuale da Adam Smith, figura ri­levante che ammise si il potere dei mercati, ma al contempo anche i loro limiti. Perfino ai suoi tempi le aziende avevano scoperto che potevano incrementare gli utili facilmente cospirando per un aumento dei prezzi, più che producendo in modo più efficiente pro­dotti più innovativi. Si rendono dunque necessarie severe norme anti-trust.

Organizzare una festa è semplice e sul mo­mento tutti si sentono a loro agio. Promuo­vere una crescita sostenibile invece è molto più difficile. Oggi, in netto contrasto con la destra, la sinistra ha un'agenda in materia molto coerente e razionale, che non soltanto propone una crescita maggiore ma assicura anche giustizia sociale. Per gli elettori, di conseguenza, scegliere dovrebbe essere facile."

Invito a riflettere soprattutto su alcune affermazioni del grande economista:

"La risorsa più preziosa di un Paese è la sua popolazione"
"Un anno di prigione potrà costare più caro di un anno a Harvard"
"Al governo si devono le rivoluzioni legate alla nascita di Internet e delle moderne biotecnologie."
"La crescita basata sul degrado ambientale, su consumi sfrenati finanziati tramite il debito, sullo sfruttamento di esi­gue risorse naturali senza reinvestirne i proventi non è sostenibile"

Sembrano ovvie, a leggerle, ma forse non lo sono, infatti nessuno dei paesi in crisi le mette in pratica, e meno che mai il nostro. 

L'articolo di Joseph Stiglitz è stato pubblicato sul quotidiano La Repubblica dell'11 agosto 2008 ed è disponibile su numerose rassegne stampa liberamente consultabili da Internet. La traduzione in italiano dell'articolo era di A. Bissanti. Le immagini sono tratte dal film documentario  (da rivedere, profetico anche quello) di Godfrey Reggio, Powaqqatsi, e da Internet per le gesta del graffitaro acrobata.

1 commento:

  1. ... ottimo "rilancio" di questo articolo di Stiglitz..

    Un saluto

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