sabato 31 gennaio 2009

ER: la stagione 14 è arrivata

Con il ritardo di rito è inziata ieri la trasmissione in Italia (su Rai 2, come sempre) del primo e inimitabile medical drama, ER (Emergency Room), giunto alla quattordicesima e probabilmente penultima stagione. La puntata di ieri era stata trasmessa in USA a settembre 2007.
Il trattamento riservato da Rai 2 è il solito: poca promozione, due puntate cucite assieme e vagonate di pubblicità (oltre a tutto ripetute di interruzione in interruzione per chi non avesse capito bene il messaggio).
Tutto fa pensare che il personaggio centrale di questa nuova serie sia il nuovo capo della ER, il dottor Moretti (il bravo attore Stanley Tucci, che avevamo già apprezzato anni fa come co-protagonista dell'istruttivo film Il diavolo veste Prada, con una formidabile Meryl Streep e la stella nascente Anne Hathaway). I medici lo chiamano familiarmente "Mussolini" per il cranio rasato, le origini italiane e una marcata (ma penso iniziale) tendenza dittatoriale.
Punto di riferimento della ER rimane ancora Abby (Maura Tierney) sempre più concentrata ed empatica con i pazienti, anche grazie alla esperienza accumulata negli anni, Pratt (Mekhi Phifer) sembra progressivamente perdere quella voglia di strafare che lo aveva caratterizzato nei primi anni e tendere ad una maturazione che (si capisce) lo porterà a diventare un personaggio chiave del pronto soccorso.

Una svolta anche per Gates (John Stamos), un personaggio rimasto sempre a metà, che proprio nella prima puntata viene spostato, dopo le ennesime intemperanze ed errori, dal pronto soccorso nella ancor più impegnativa, psicologicamente, terapia intensiva (dalla quale era fuggito Moretti). Dove, alle prese da subito con una vicenda purtoppo non lieta si capisce che potrà trovare un nuovo equilibrio.

La sua intemperanza era però giustificata dal coinvogimento di Neela (Parminder Nagra) nell'episodio chiave della partenza della nuova stagione, che anche questa volta è esageratamente drammatico. Da una stagione all'altra passa infatti la bomba nel parco (che in realtà si rivelerà accidentale) durante una manifestazione pacifista (al momento della trasmissione in USA c'era ancora Bush che insisteva con l'Iraq ...l'episodio infatti si hiama The War Comes Home) con il prevedibile allarme rosso nella ER. Al parco era appunto presente anche Neela, vedova, come si ricorderà, di un medico ufficiale volontario in Iraq, e la lunga operazione nella quale i chirurghi Dubenko (Leland Orser) e Crenshaw (J.P. Manoux) la salvano con grande difficoltà e grazie allo spirito di osservazione di Abby, che vede Dubenko (tutor di Neela, ma anche in qualche modo legato sentimentalmente con la giovane dottoressa anglo-indiana) troppo coinvolto per operare efficacemente, e consiglia che sia Crenshaw a tentare il difficile intervento.

Neela ne esce, ma piuttosto malconcia, quindi ora anche nel fisico (la serie precedente era stata rovinosa per la sua complicata vita sentimentale) e non si capisce quano riprenderà il suo posto. Mentre si intravede una evoluzione positiva per la numero uno delle infermiere, la giovane Sam (Linda Cardellini) sempre però alle prese con il difficile rapporto con il figlio ormai adolescente.

Morris (Scott Grimes) e Hope (Busy Philipps, una prorompente attrice che si sta imponendo anche nel cinema, vista ad esempio in Made of Honor) la coppia più improbabile ma anche più riuscita di tutto il pronto soccorso, si apprestano ad affrontare una imprevista crisi per la decisione di Hope, che è uno strano tipo di cristiana fondamentalista ma anticonformista, di andare per sei mesi volontaria in Sudamerica.

Rimane fuori il co-protagonista delle ultime stagioni Luka (Goran Višnjić) che è smpre in Croazia per motivi sconosciuti, pare anche alla sua compagna Abby, che alle domande risponde "forse si trova bene là".

Insomma per gli appassionati della serie (si sarà capito che sono tra questi) si preparano alcuni venerdì assai coinvolgenti, purtroppo meno del solito, una decina, perchè in questa stagione gli episodi sono stati soltanto 19 anzichè i soliti 23-24. Da segnalare che sul digitale terrestre vanno però in onda gli episodi delle serie precedenti, fino alla 13.

Agli appassionati ripropongo anche: Il precedente post su ER.

venerdì 30 gennaio 2009

Tentativo di riabilitazione del call center (Parte seconda)

Intuisco anche dai commenti che il tentativo è assai arduo, ma persevero, passando agli altri quesiti lasciati appesi nel post precedente.

Cominciamo a fugare il dubbio sul regno del precariato: i call center sono gli unici posti di lavoro precari? Assolutamente no, come tutti sappiamo. Il regno del precariato, da decenni, è il settore della formazione pubblica, dagli asili nido alla università, passando per i famosi ricercatori, anni e anni di precariato, di lavori gratuiti ai limiti dello schiavismo, con annesso semi-furto di titoli (al precario i ringraziamenti, ai professori titolari e al loro codazzo il nome sulla pubblicazione), concorsi dall'opinabile gestione e tutto il resto sono la norma. Non parliamo poi di un altro settore ben noto, il giornalismo, con gli stagisti, il lavoro di pubblicista sotto pagato o affatto pagato che però serve per acquisire titoli necessari al famoso concorso di giornalista. Tutti lavori precari, nella concezione corrente, ma per niente sfuggiti, anzi ricercati incessantemente dai giovani laureati e dalle loro madri (e padri).
Perché il tutto è riscattato dall'obiettivo finale, dopo anni di abili manovre o semplice passaggio del tempo per i classici "sederi di pietra" arriva il mitico incarico a tempo indeterminato di professore associato (magari non proprio a Roma, a Padova o a Bologna) o di ricercatore universitario o CNR o di redattore. Per chi ci arriva, perché "uno su mille ce la fa" ma questo non importa in un paese di ottimisti.

Quindi è un problema di carriera, di prospettive? Al call center non si fa carriera? Sì e no.
No perché un bravo operatore di call center diventa molto velocemente team leader e poi organizzatore del centro o simili. In un settore in espansione fare carriera è più semplice. Certo non sono lavori con l'appeal sociale di professore universitario o giornalista ma, soprattutto nelle vendite (outbound) i guadagni possono anche essere buoni. E ovviamente a questo secondo livello si passa tra le persone "da non perdere" per la organizzazione, da fidelizzare, e quindi da "stabilizzare" (se già non lo erano) e retribuire adeguatamente e motivare questi "key people".

, almeno in parte, perché queste carriere sono sempre all'interno dell'universo call center, non è frequente il salto verso carriere di vendita o di management al di fuori. Perché il ridotto appeal si trasmette anche ai potenziali datori di lavoro all'esterno? Forse, ma forse il problema è anche che fuori c'è ben poco: l'informatica (o ICT) tira poco da anni, è in crisi, le organizzazioni non investono e non parliamo degli altri settori commerciali o finanziari. In sintesi, potrebbe essere un aspetto negativo transitorio.

Ma comunque, la percezione comune è che il lavoro in call center è un lavoro di serie B, e chi se ne occupa lo dimostra premettendo sempre con dovizia excusatio non petita del tipo "questo non è il solito call center", "voi non siete soltanto operatori" e così via.

Ma qual è il lavoro di serie A? Tralasciamo un momento i lavori A++ che tutti conosciamo, il direttore, il manager, il dirigente, il super venditore, i già citati professori universitari ordinari o capo redattori. Quello che in realtà metterebbe tranquilla e paga dei suoi sforzi la madre del laureato (o del diplomato) e buona parte dei suddetti sarebbe un lavoro di serie A assai comune: il passacarte. E' un ruolo che esiste, purtroppo non con questo nome così preciso, in tutte le organizzazioni pubbliche e private. Consiste nel passare una pratica dall'ufficio precedente a quello successivo.

Se nel passaggio viene messa una firma il passacarte è solitamente un dirigente o un manager, se viene messa una sigla è un quadro, se c'è un semplice passaggio è un impiegato. La carta può anche non esserci perché il processo di passaggio carte è stato informatizzato su un costoso sistema ERP, mantenendo però lo stesso identico processo di lavoro. La firma o la sigla consente di avere un ruolo aziendale più consono alle ambizioni della madre del laureato, ma alcune possibili responsabilità con annessi rischi; la non firma comporta stipendi più bassi ma una vita molto più tranquilla, anche se poco ricca di stimoli lavorativi (ma il lavoro non è tutto nella vita).

Chiaramente ognuno dei passacarte sostiene di mettere un fondamentale valore aggiunto nel passaggio, ma forse non sono i più adatti a giudicare questo aspetto.
Difatti una caratteristica peculiare della organizzazione per passacarte (vado avanti tanto nessuno si riconoscerà in questa descrizione, quindi non rischio di offendere qualcuno) è che i singoli passaggi potrebbero essere in buona parte eliminati senza che la organizzazione complessiva ne risenta in alcun modo.

E' questo il lavoro dei famosi e ormai estinti "analisti di organizzazione", un lavoro ormai fuggito da tutti perché è il più frustrante del mondo. Ti pagano per comprare qualcosa che poi non viene mai messo in pratica. Conosco qualcuno di loro che per disperazione è diventato un informatico.

Ma sto divagando e dovrei tornare al punto (che però richiede un altro post): ma è proprio vero, sempre e comunque, che è migliore il lavoro di passacarte?
Il momento della motivazione di gruppo 
(Le immagini sono tratte dal film del 2008 di Paolo Virzì "Tutta la vita davanti" e ritraggono  la protagonista Isabella Ragonese, un contact center tipo, in open space, e la team leader Sabrina Ferilli)
 

giovedì 22 gennaio 2009

Tentativo di riabilitazione del call center

Un tempo l'incubo della madre del brillante laureato era un altro ("conosco un laureato in chimica con 110 e lode che ha trovato lavoro solo come netturbino!"). Ora una occupazione di spazzino (voglio dire, operatore ecologico) è altamente ricercata, in quanto a tempo indeterminato, e probabilmente è in uso per essa la deprecabile pratica della segnalazione.
L'incubo di oggi è diventato il call center. Lo dice anche Veltroni: "ci sono giovani con master che sono costretti a lavorare al call center!".
Ma è così degradante, così annullante ogni ambizione e ogni percorso di studi, questo lavoro al call center?
Prima di addentrarmi in questo tentativo di confutazione (vano, probabilmente) devo per forza premettere alcuni termini per chiarezza (chiarezza che in giro non c'è).
Un call center, come dice la parola stessa, chiama, e quindi è il termine che si dovrebbe usare per il cosiddetto outbound, cioè le vendite telefoniche, i sondaggi e simili. Le vendite telefoniche possono essere a loro volta per tentata vendita (prospecting) o su clienti già acquisiti. Il classico numero verde che chiamiamo noi dovrebbe essere invece definito propriamente contact center, un termine che spesso indica anche un accesso multicanale (chat. e-mail); normalmente viene chiamato inbound, e a sua volta fa la differenza se è specializzato (magari senza volerlo) in reclami, o se è strutturato per fornire informazioni su richiesta.

Si vede quindi subito che il più noto call center pre liberalizzazione, il mitico servizio 12 della Sip, era del tipo meno stressante tra tutti, (per gli operatori) inbound e informativo. Diffuso capillarmente in ogni capoluogo italiano (per pure ragioni clientelari) non era certo un lavoro prestigioso né un trampolino per una brillante carriera, ma per ottenerlo era necessaria una raccomandazione. E poi, era un lavoro a tempo indeterminato in una azienda pubblica. Il mitico posto fisso.

Tutto diverso ora, e quindi la possibile spiegazione dello spauracchio call center è rappresentato dal fatto che è il regno del precariato?

No, non è questa la spiegazione. Intanto, il temuto contratto di collaborazione, il co.co.pro., quello senza tutele ecc. è applicabile solo ai call center outbound. Per quelli inbound sono possibili solo contratti con assunzione, a tempo, o interinali, o anche a tempo indeterminato.  Sì, in diversi call center, ad esempio quello dello 060606 (il numero del Comune di Roma) gli operatori sono in maggior parte con contratto a  tempo indeterminato. Non del Comune, naturalmente, ma della società appaltatrice. Però c'è un però.
Non sono a tempo pieno, sono a part time, di solito al 50% (TI o TD che siano) e quindi lo stipendio è il 50% di un contratto base (prima categoria impiegati o simili) che, come sappiamo, anche al 100% rende problematico arrivare a fine mese. E di solito il part time non prevede straordinario.

Nel settore outbound invece siamo nel regno del contratto libero, delle riconferme mancate o addirittura del licenziamento. Sono applicabili i famosi contratti di collaborazione, una forma contrattuale peculiare italiana, un controsenso logico di cui potremmo fare tranquillamente a meno.
E' quel pittoresco ambiente "sfidante" e "competitivo" efficacemente descritto nel film di Virzì Tutta la vita davanti (che, ripeto, non tratta tutti i call center, ma un tipo ben preciso, il più impegnativo e il più stressante per gli operatori (e per i team leader): outbound con tentata vendita).

Ma a questo punto sorge un'altra domanda: perché nei call center si usano questi contratti penalizzanti per chi ci lavora? E' qualcosa di connaturato al concetto stesso di call center?

No, affatto. E' una pura conseguenza dello squilibrio tra domanda e offerta di lavoro.
Da anni l'offerta di lavoro da parte di laureati e diplomati è inferiore alla domanda di lavoro da parte del sistema paese, e chi organizza un call center si trova nelle condizioni, essendo uno dei pochi settori in espansione, di ottenere le condizioni migliori per un datore di lavoro; 1) un organico riducibile in caso di necessità, 2) lavoratori sotto ricatto (di riconferma) e quindi più produttivi; 3) ll costo del lavoro più basso possibile.
Se i laureati o diplomati disposti a lavorare in un call center fossero pochi, perché trovano lavoro da altre parti, i datori di lavoro dovrebbero pagarli di più ed assumerli a tempo indeterminato.
Quindi possiamo dedurre che il call center è sfuggito da tutti solo per ragioni contingenti, perché il mercato del lavoro è asfittico in Italia, perché ci sono leggi che consentono il precariato?

No, non è proprio così.
Per avere una risposta esauriente è necessario rispondere ancora a qualche domanda, ad esempio:
- i call center sono gli unici posti di lavoro precari?
- è vero che al call center non si fa carriera?
- perché gli operatori del call center sono così di frequente in part time?
- perché il lavoro al call center è considerato di serie B, e quali sono quelli di serie A?
- perché tanti laureati lavorano ai call center, è proprio sicuro che sia solo perché è l'unico lavoro che trovano?
- perché ci sono così tanti call center in Italia?
Domande che però meritano un secondo post a parte. Spero solo, per intanto, di aver inoculato un piccolo dubbio.

(Le immagini sono tratte dal film del 2008 di Paolo Virzì "Tutta la vita davanti" e ritraggono le protagoniste Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Micaela Ramazzotti)
 

domenica 11 gennaio 2009

I figli d'Italia

George Orwell aveva forse sbagliato data nel suo celebre romanzo 1984, ma certo non aveva sbagliato su uno dei pilastri del mondo governato dal Grande Fratello: "la mutabilità del passato è il dogma centrale". Se i fatti non tornano con la nostra tesi non c'è problema, basta cambiare il passato.

Così apprendiamo da manifesti attaccati in giro per Roma da Azione Giovani (l'associazione dei giovani post-fascisti, ma non anti-fascisti, di Alleanza Nazionale, evidentemente ancora non del tutto rassegnati alla confluenza nel PdL - nel simbolo c'è ancora la fiamma) che i l soldati e gli ufficiali italiani che furono protagonisti di una eroica resistenza contro i tedeschi a Cefalonia nelle settimane successive all'8 settembre erano fascisti. O, almeno, sono accomunati come eroici figli d'Italia ("i figli d'Italia ... non si arresero a Cefalonia") ai giovani fascisti (in questo caso non "post") assassinati a Via Acca Larentia alla fine degli anni '70, Franco, Francesco e Stefano. E, intendiamoci, il fatto che fossero fascisti non giustifica in alcun modo il loro barbaro assassinio, ed è giusto ricordarli e ricordare questi fatti ormai (per fortuna) lontani. Anche se è bene precisare che il terzo, Stefano Recchioni, fu ucciso da un carabiniere in uno scontro a fuoco subito dopo l'attentato, scontro dalle dinamiche mai del tutto chiarite, ma sempre spiegato come un eccesso di legittima difesa.

Questi tre ragazzi erano però sicuramente dall'altra parte, dalla parte dei repubblichini alleati dei tedeschi e quindi dei nazisti negli ultimi due anni di guerra. Dalla parte degli italiani "che non avevano tradito", come ha incessantemente ripetuto la propaganda fascista o ant-Resistenza per tutto il dopoguerra. Se avessero potuto tornare indietro nel 1943 con la macchina del tempo, la De Lorean del professor “Doc” Brown, sicuramente sarebbero stati dalla parte dei tedeschi. Ma non importa la coerenza quando si è alla ricerca di radici, eroi e martiri da mettere nel proprio Pantheon.

Anche se magari si gioca un po' troppo con le parole e con i messaggi ambigui, buoni per i giovani moderni, ma senza dimenticare qualche ammiccamento a quelli nostalgici ("I figli d'Italia si chiaman Balilla", lo so che è un verso dell'inno di Mameli, ma poprio a partire da questo verso nel ventennio venne creata la organizzazione para miltare per bambini, i Balilla ...).
Ma per una conferma sulla percentuale di notalgia (o di anti-antifascismo) basta fare un giro sui vari  siti e forum dei circoli locai di AG.

Piccola ultima notazione sui "martiri di Acca Larentia" a cui ora la destra al potere a Roma vorrebbe dedicare la omonima strada. Secondo il dizionario Gabrielli un martire è "chi, coscientemente, affronta gravissime pene fisiche e morali in nome di una fede o di un alto ideale". Qui si trattava di tre militanti di un partito politico, che non avevano certo in programma il martirio; un partito che peraltro non propugnava certo un "alto ideale", ma il ricordo nostalgico del fascismo (era l'MSI), quel movimento politico del ventennio che lo stesso attuale presidente di AN ha definito, pur con qualche distinguo, il "male assoluto" (tra lo sconcerto e il dissenso dei giovani e dei dirigenti d AG). Martire è una parola che sarebbe meglio lasciar stare.
 

lunedì 5 gennaio 2009

La politica italiana spiegata a un marziano

L'altro giorno, proprio davanti al Colosseo, mi è capitato di spiegare come funziona la politica italiana a un marziano. Era in visita a Roma e non aveva molto tempo, infatti per tutto il nostro pianeta aveva a disposizione tre giorni, perché negli altri due della sua settimana annuale di ferie aveva in programma di visitare altri due pianeti, dei quali mi ha detto il nome, ma non lo ricordo, anche perché non li avevo mai sentiti nominare. Parlava bene l'italiano grazie al suo traduttore elettronico, e quindi l'unico sforzo che ho dovuto fare (particolarmente arduo per me) è stato di sintesi. Aveva sentito parlare su qualche rivista del suo pianeta del caso Italia e delle sue vicende politiche particolarmente complicate, e quindi era curioso di saperne di più.

Gli ho smentito che fosse così complicata. E' anzi piuttosto semplice, almeno dal passaggio alla cosiddetta "seconda repubblica" nel 1994, direi quasi ripetitivo.

Tutto il meccanismo ruota intorno ad una consolidata abitudine italiana, a cui diamo normalmente il nome di "evasione fiscale". Per i governi che si avvicendano è come un grande salvadanaio, dal quale possono attingere, a scelta, risorse (soldi) o voti.

I governi di centro sinistra hanno scelto finora la prima strada, aumentando (ma neanche tanto) il prelievo fiscale trovano in un attimo le risorse che servono per risanare il deficit (lasciato dai governi precedenti, vedi dopo) e anche per finanziare lo sviluppo o lo stato sociale. Il problema per loro è che la evasione fiscale, appunto, è molto estesa, e gli evasori (e aspiranti tali) sono molti, spesso convinti di essere costretti a evadere dallo stato malfunzionante (e qualche volta è vero) e comunque votano.

E ovviamente non votano per il centro sinistra, ma per il centro destra, che ha regolarmente nel programma l'abbassamento del prelievo fiscale, sostituito però, ultimamente, dalla abolizione di alcune tasse-simbolo.

Anche il centro-sinistra prova sistematicamente ad abolire tasse o fare sgravi fiscali, ma è come il centro destra quando proclama la lotta all'evasione. Non c'è niente da fare, i ruoli in commedia sono altri e sono ormai stabiliti.

Ridurre il prelievo fiscale è facile, ci sono tanti modi (condoni, ecc.) ma il problema per i governi i centro destra è che in questo modo diminuiscono anche le entrate, le risorse. Quindi i loro ministri dell'economia devono ingegnarsi ad inventarsi sistemi per andare avanti lo stesso, cosa resa più difficile da alcuni vincoli europei (qui sono andato più veloce per non complicare troppo la spiegazione), e la cosa più semplice è quella che fa qualsiasi capo famiglia che vuole vivere al di sopra delle sue possibilità: rosso sul conto in banca e vendita preventiva di quello che si dovrebbe incassare in futuro.

Capito questo meccanismo si capisce anche facilmente la politica italiana, che funziona quindi come un perfetto ping-pong (gioco conosciuto anche su Marte, ho appreso).

Ed è andata regolarmente così: il Berlusconi I con il suo deficit, il Prodi I con il risanamento dei conti e il rientro dei parametri per il passaggio all'Euro, e poi il D'Alema I con lo sviluppo dell'economia nel periodo del boom Internet e con l'avanzo primario a livelli record, poi il Berlusconi II e III con il progressivo azzeramento dell'avanzo primario e la procedura d'infrazione UE, poi il Prodi II con il veloce aggiustamento dei conti e l'altrettanto veloce caduta (anche) per impopolarità diffusa, quindi il Berlusconi IV con l'altrettanto veloce ritorno al deficit nei conti pubblici (per calo delle entrate).

Anche le persone sono esattamente le stesse (da 12 anni), per il centro sinistra sono sempre Visco e il capo delle entrate Romano a far la parte dei cattivi, per il centro destra è sempre Tremonti a fare la parte di quello che porta i conti in rosso. I grandi direttori generali dello stato sono ormai tutti bipartisan (nel senso che passano da un governo all'altro) tranne appunto Massimo Romano.

Anche i contribuenti italiani (e i loro commercialisti) sono ormai assuefatti a questo sistema. Infatti con il governo Prodi II del 2006 non hanno neanche aspettato le tradizionali misure di lotta all'evasione: hanno pagato di più spontaneamente e anticipatamente.

"Ma gli italiani non si accorgono della contraddizione?" mi ha chiesto. "No, siamo un popolo di ottimisti" gli ho risposto.

"Quindi la prossima volta toccherà al centro sinistra?" mi ha chiesto ancora. "Se esisterà ancora, penso di sì", ho risposto io.

Poi l'ho salutato, sono riuscito a stare in 3000 caratteri (come confermava il suo traduttore elettronico) e mi sembrava abbastanza soddisfatto, sarebbe rimasto volentieri ad approfondire altri aspetti sui quali avevo forzatamente sorvolato, come il rapporto tra i servizi offerti dallo stato e il peso delle tasse richieste, o il motivo per cui questo meccanismo di formazione del consenso (o del dissenso) coinvolge anche i lavoratori dipendenti che vengono tassati con ritenuta alla fonte, o ancora su quali siano gli impedimenti per diminuire, magari, le spese, ma andava veramente di corsa, nel pomeriggio doveva ancora visitare New York e poi Tokyo e non voleva perdersi le cose essenziali.

venerdì 2 gennaio 2009

Riflettere su Israele e Palestina

Un anno che inizia con l'ennesimo conflitto tra palestinesi e israeliani, che si aggiunge alle diffuse previsioni economiche negative (non ci prendono mai, speriamo che continui così) non invita molto a pubblicare gli articoli che avevo già preparato, su cose che appaiono minime al confronto, come i misteri di Roma, o l'altra faccia del precariato e dei call center.

D'altra parte non è facile neanche dire qualcosa di nuovo su questo (triste) argomento, verrebbe più naturale tacere, e limitarsi a citare e consigliare magari il blog di qualcuno che la difficile convivenza (uso un eufemismo) tra questi due popoli peraltro così simili la sta vivendo dall'interno, e ci consente di leggere il suo interessantissimo, e per niente schierato, diario dalla Palestina.

Riflettendo, qualche cosa che non era evidente ascoltando i primi notiziari, però la si nota. Anzitutto la sensazione di stanchezza che sembra prevalente tra i supporter dell'una e dell'altra parte. I tradizionali alleati di Israele, ora avamposto contro il minaccioso mondo arabo, particolarmente attivi ad esempio nella destra italiana durante il passato governo di centro sinistra, non si sentono proprio. Anche dall'altra parte si nota una carenza di reazioni da parte delle tradizionali folle arabe e musulmane (vedi articolo di oggi su Repubblica di Rampoldi) e anche i filo palestinesi della sinistra radicale italiana non mi sembrano molto attivi.
Saranno tutti stanchi di questa ennesima riproposizione del conflitto? Colti dal dubbio sulla possibilità, almeno in questo caso, di separare in modo netto la ragione dal torto?

Perchè una ragione ci sarà pure da qualche parte. Ma forse è necessario prima fare qualche approfondimento. Io ho provato a utilizzare la rete. Che non è così ricca, come si dice, di contenuti originali (in gran parte sono video ripresi da organi di informazioni uficiali), ma qualcosa si trova, o si riscopre.

La striscia di GazaGuardando la mappa e i video su YouTube, si capisce subito che questa famosa striscia di Gaza, 360 Kmq, con 1.5 milioni di abitanti (erano 1.389.899 nel 2005) non è altro che un agglomerato di città, con palazzoni e case di fortuna, simile a tante altre città del Mediterraneo. Un agglomerato per il quale però si combatte.
Il video più efficace per capire cosa vuol dire guerra, secondo me, è questo "raw video" (video grezzo) dell'Associated Press, senza commento parlato.
(Avvertenza: i video non sono i più crudi visibili in rete, ma mostrano putroppo e inevitabilmente gli effetti tragici dei bombardamenti)

Con quest'altro video, in buona parte proveniente da un telefonino, si può entrare proprio nella dmensione drammatica di una famiglia a cui entra la guerra in casa. E non sa dove andare per uscirne.

Guardando i video, le persone, le case, i ragazzi e le ragazze, si intuisce anche la vita di tutti i giorni nella famosa Gaza strip. Si capisce anche che per campare tutti in un'area che ha una delle maggiori densità di popolazione del mondo le fonti di sostentamento possono essere solo due: aiuti internazionali e il lavoro in Israele.
Risulta quindi a dir poco incauta la scelta della popolazione palestinese di scegliere come proprio rappresentante un partito legato al fondamentalismo islamico iraniano, in grado quindi di mettere velocemente in discussione sia gli aiuti internazionali sia i posti di lavoro nel vicino (e dominante) stato ebraico,
D'altra parte non è la prima volta che un popolo sceglie democraticamente un partito politico che lo porterà alla rovina. E' successo ad esempio in Germania nel 1933. Succede, a quanto pare, quando un popolo cresce nel risentimento per i torti subiti e cova sogni di rivincita globale.

Un altro video interessante (da France 4) mostra i bombardamenti dall'alto dei tunnel che mettono in contatto l'Egitto con la Gaza strip (che non confina con l'Egitto, contrariamente a quanto sembra nella mappa, il confine è controllato dalle truppe israeliane, si tratta, come è noto, di una enclave, e la Palestina quindi non è uno stato sovrano). E mostra anche l'effetto dei razzi sparati da Hamas verso Israele. Razzi in grado di colpire non solo le cittadine confinanti, piene di ebrei ortodossi che sono lì per costruire la "grande Israele" (come si dice di solito), ma che possono arrivare sin quasi a Gersualemme. Non perchè siano particolarmente potenti o tecnologicamente avanzati, ma perchè tutto quel territorio conteso è particolarmente piccolo!

Cliccando qui si può anche vedere un altro video interessante che arriva dalla organizzazione indipendente di documentaristi Journeyman TV, dove si vede come Hamas addestra le sue truppe scelte e anche il lancio di un missile tascabile. Si scopre poi che per selezionare gli obiettivi e verificare poi gli effetti utilizzano semplicemente Google Earth!

Si nota anche dai video (l'ultimo è di Sky News) che quella in corso non è propriamente una guerra. E' un bombardamento. I tank israeliani che si vedono sono quelli che controllano i confini. Tutta la morte e la distruzione arriva dal cielo, dagli F.16 dell'aviazione israeliana, o dalle navi. Non c'è una azione di terra, e non sembra neanche che sarebbe tanto facile in quelle città che vediamo nei video. Sarebbe possibile solo se i miliziani di Hamas perdessero ogni appoggio da parte della popolazione, come è avvenuto a suo tempo in Iraq a Saddam Hussein. E sembra essere questo il disegno di Israele, costringere i palestinesi a scaricare obtorto collo Hamas (aumentando così però il già elevatissimo tasso i risentimento).

Forse però è anche utile ricordare questo video, che risale al marzo scorso.

Una prima conclusione da tutti questi documenti si può anche tentare di farla: ed è che non ci sarà conclusione, in questa infinita serie di azioni e di ritorsioni, nelle quali nessuna azione è conclusiva, come non lo è nessuna ritorsione.

I paralleliMolti però spostano l'attenzione sull'etica, sul diritto di reagire da parte di un paese democratico cme Israele, della impossibilità di mettere sullo stesso piano il più forte e il più debole, il fanatico che vuole la distruzione del nemico e il paese pluralista dove le opinioni più diverse sono rispettate.
Non essendo tanto facile e soprattutto essendo arduo, se non impossibile, individuare un punto di inizio in questo ciclo infinito, si tentano paralleli con altre tragiche esperienze di altri popoli.

Un parallelo che ho letto in questi giorni riguarda il terrorismo dell'IRA. L'esercito repubblicano irlandese ha compiuto efferati attentati contro gli inglesi, anche a Londra, eppure gli inglesi non hanno mai neanche progettato, per isolare l'IRA dalla popolazione (che, almeno nell'Ulster, era in buona misura dalla sua parte) bombardamenti delle città, seppur mirati e "chirurgici".

Non l'hanno fatto per evitare di avere il mondo contro o semplicemente perché lo ritenevano del tutto inutile e controproducente. E comunque non sono mancate certo ingiiustizie contro chi non c'entrava nulla (ved adesempio il film In The Name Of The Father con Daniel Day-Lewis).

A me però è venuto in mente un altro parallelo, anche se sono sicuro che a molti non piacerà. Il parallelo con il bombardamento di San Lorenzo nel 1943, era il 19 luglio e l'obiettivo era lo scalo merci di Roma, da dove partivano i rifornimenti e le armi per l'esercito. Un obiettivo militare, senza dubbio, ma le bombe arrivarono in gran quantità nel vicino quartiere di San Lorenzo, a centinaia di metri, anche un chilometro d distanza,  provocando quasi 3 mila morti. Tutti o quasi tra la popolazione civile. Errore, imprecisione di mira? Effetti collaterali indesiderati ma inevitabili? Bombardamento punitivo come in seguito a Dresda?

Sta di fatto che i  romani e gli italiani in genere non se la presero con gli americani e gli inglesi responsabili del bombardamento,, ma li hanno invece accolti con gioia meno di un anno dopo, quando hanno liberato Roma dai tedeschi. Hanno invece dato la colpa al fascismo che aveva trascinato l'Italia in una guerra impari conro le più grandi potenze del mondo, senza preparazione e senza motivazione.

Ma insomma, esiste una soluzione? Anni fa Michele Serra, sconcertato dall'ennesima speranza andata dissolta (erano i mancati accordi di Camp David, quando Clinton (Bill) arrivò a un passo dalla pace, e Sharon riuscì a mandare tutto all'aria con una semplice passeggiata nella spianata delle moschee, dando modo ad Arafat di rifiutare l'accordo, cosa che peraltro, probabilmente, intendeva comunque fare) proponeva di spianare la spianata delle moschee, seppellire tutti quei ruderi che sono diventati simboli religiosi per i quali innumerevoli persone sono morte (o ne hanno uccise altre) sotto 10 metri di cemento armato, Nella illusione (vana) che questo potesse farli desistere.

La mia attenzione è invece stata attratta, come sempre, da alcuni numeri. Cerchiamo di misurare il fenomeno con un altro metro, un metro civile.

Superficie della striscia di Gaza: 360 Kmq
Popolazione: ora si dice 1,5 milioni (erano 1.389.000 nel 2005)
Densità: 4.166 abitanti per Kmq
(il Comune di Roma ha una superficie di 1285 Kmq, una popolazione di 2,7 milioni, un densità di 2100 abitanti/Kmq, il Comune di Milano, che è quasi solo città, è 182 Kmq, 1,297 milioni di persone, 7100 ab/Kmq)Quanti saranno i nuclei famigliari? Ipotizziamo che la media sia di sei persone per ciascuno (genitori e 4 figli, ma probabilmente è una approssimazione per difetto). Sarebbero 250 mila.
Quanto dovrebbero avere come entrate per una vita decorosa? Il reddito pro-capite nel vicino Egitto è circa 1.500 $ all'anno, in Israele è 20.400 $, in Italia è 31.800 $.
Supponiamo, per tenersi ad un livello intermedio, 3.333 $ / anno, ovvero 20.000 $ /anno per famiglia.
Quanto costerebbe, diciamo, al mondo, questo intervento: 5 Miliardi di dollari all'anno.
Un bel po' di soldi, ma non tantissimi.

Quanto costa un F.16 (l'aereo usato dall'aviazione israeliana)? Modello base 25 milioni di dollari, con armamento più sofisticato e in altre versioni fino a 45 milioni di dollari. Con tutte le parti di ricambio, la manutenzione ecc. il costo è sugli  80 milioni di dollari, l'uno.
La base d'asta di una gara dell'esercito USA del 2003 per 80 F.16 di cui si trova notizia in rete era appunto di 6,4 miliardi di dollari, per 80 F.16.
Più dei 5 miliardi.