sabato 28 febbraio 2009

Un sindaco per vecchi

In un paese per vecchi è logico che ci sia una capitale per vecchi. Ai giovani in questi anni zero non vengono date certezze sul futuro, non si investe su di loro e si taglia tutto quello che è scuola e istruzione (e i principali tagli non sono i tagli agli sprechi, sono i mancati investimenti, in primo luogo nell' edilizia scolastica), il mondo del lavoro per loro è fatto solo di porte chiuse e al massimo di posti in piedi (precari), pur essendo da anni sempre meno grazie al crollo demografico (uno dei pochi primati che ci è rimasto nel mondo). Ma almeno potevano divertirsi, vivere nell'edonismo del presente, comprando Smart a rate, spendendo l'intero stipendio in vestiti firmati e scarpe alla moda scovati negli outlet, girando per le città fino a notte tarda, passando da uno all'altro degli eventi culturali o per niente culturali che le nostre città (Roma per prima) offriva. E poi, nel cuore della notte e fino quasi a mattina l'ultimo rito, il cornetto appena fatto con un buon cappuccino caldo con una gran quantità di schiuma e sopra un ricamo fatto dall'abile barista con una spruzzata di polvere di cacao.
Poteva continuare? No, anche Roma deve uniformarsi velocemente e diventare una città brutta e triste, come la uggiosa Padania, e quindi, dopo l'abolizione della notte bianca, dopo la prossima cancellazione dell'estate romana, ecco il più incredibile dei provvedimenti: l'abolizione del cornetto notturno!
Si potranno vendere, ma solo fino all'una di notte. E' l'ora nella quale i ragazzi cominciano a girare. Se qualcuno provasse ad uscire di casa ogni tanto, potrebbe accorgersi che a Roma in centro, sul Lungotevere, a Corso Vittorio, davanti al Colosseo, all'una di notte del venerdì e del sabato (e in estate anche negli altri giorni) c'è più traffico che alle nove di mattina di un giorno feriale. Saranno pure abitudini un po' assurde, questa movida importata anni fa dalla Spagna post-franchista che non dorme mai, ma almeno qualcosa ai giovani lo vogliamo lasciare? Ognuno si diverte come gli pare.

Ma da' fastidio ai vecchietti che abitano nel centro storico e non possono dormire, sotto casa c'è una cornetteria e loro sentono gli schiamazzi. Così con questa scusa il sindaco per vecchi Alemanno e i suoi assessori per vecchi emettono la ennesima ordinanza per vietare qualcosa (quanto gli piace vietare).

A nessuno viene in mente che si potrebbe anche reprimere quel comportamento scorretto. Mandare i vigili o la polizia da quella cornetteria e da quei ragazzi e invitarli al rispetto degli altri (che però dovrebbero essere un po' tolleranti e condividere la fortuna di abitare in una città unica). Siccome non sono capaci, siccome in Italia non siamo capaci di effettuare nessun controllo mirato, come al solito spariamo nel mucchio. E' come la classica "nota a tutta la classe" degli insegnanti vigliacchi che non volevano prendere di petto i veri soggetti deleteri, e che aveva un effetto pari a zero.

Cornetto vietato dopo l'una di notte
, che tristezza, condivido il giudizio del giornalista di destra del Giornale Luca Telese che ieri mattina nella sua trasmissione su Radio 3 definiva questa incredibile cosa "un provvedimento delirante".

venerdì 27 febbraio 2009

Chi ha paura del porcellum corretto?

Porcellum, do you remember?
Sono passati solo 15 mesi da quando si parlava di sistemi elettorali, di porcellum, di referendum, di sistema proporzionale corretto alla tedesca, di vassallum ... e di referendum Segni-Guzzetta. Ma chi erano questi due signori e cosa volevano? Non se lo ricorda quasi più nessuno, perché poi l'esecrato porcellum ha consentito a sorpresa di avere il parlamento più maggioritario della storia repubblicana. Per l'ok della Corte costituzionale a questo referendum e per il suo possibile successo, se qualcuno lo ricorda ancora, è iniziato il nervosismo di Mastella e infine è caduto il governo Prodi. Ora eccolo di nuovo tra noi (il referendum).
Ma cosa si proponeva? Io l'avevo chiamato porcellum col fard perché si limitava ad alcuni ritocchi cosmetici al porcellum. Ne avevo parlato più in dettaglio a suo tempo, ma in estrema sintesi correggeva due aspetti della legge attuale: 1) la possibilità di avere gli stessi candidati e gli stessi capolista in più circoscrizioni; 2) l'abolizione del premio di maggioranza per le coalizioni. Le cose peggiori, le liste bloccate e i deputati scelti dalle segreterie dei partiti, rimangono così come ora.


La prima modifica non interessa poi molto, anche sa può dare fastidio ai partiti-nome (tipo Berlusconi o Di Pietro), è la seconda che avrebbe più effetti. La soglia per entrare in parlamento si alzerebbe ancora, arrivando al 4% alla Camera e all'8% al Senato (su base regionale) e solo partiti con lista unica
potrebbero concorrere alla conquista della maggioranza.

Perché il PDL ha tanta paura del referendum Guzzetta?
 
Vogliono addirittura sfidare il loro stesso elettorato preparandosi a buttare una montagna di soldi (400 milioni, secondo la stima de lavoce.info) per separare l'appuntamento elettorale del referendum dall'election day per le europee e per le amministrative. E favorire così il classico fallimento per mancato quorum.
Ai due partiti maggiori un eventuale successo del referendum non darebbe molto fastidio, anzi sarebbe un ulteriore passo verso il bipartitismo. Ma avrebbe parecchi effetti su tutti gli altri:

  • la sinistra radicale potrebbe entrare alla Camera solo se unita in una sola lista, e avrebbe difficoltà alla Camera.
  • l'UDC avrebbe le stesse difficoltà di ora (quorum raggiungibile alla Camera e assai arduo al Senato).
Esattamente quello che è avvenuto nelle elezioni del 2008 per effetto della decisione del PD di correre da solo e dalla contro-decisione del PDL di mollare l'UDC. In pratica la sinistra radicale ha già anticipato spontaneamente l'effetto del referendum Segni-Guzzetta.
Quindi dove sarebbe la novità? E quale il problema?

Il problema c'è
, e si chiama Lega. E' un partito che ha oscillato attorno alla soglia del 4% su base nazionale e supera l'8% in un paio di regioni (ma non sempre).

Non potrebbe apparentarsi a rischio zero mantenendo l'autonomia, come ora, dovrebbe presentarsi nelle stesse liste assieme al PDL alla Camera. E al Senato dovrebbe fare la stessa cosa.
Un rischio minimo, in base alle ultime elezioni e ai sondaggi. Ma c'è qualcosa di più: il numero di deputati e senatori della Lega sarebbe molto inferiore se restassero fuori dalla coalizione, non avrebbero il beneficio del premio di maggioranza.
Una eventualità che la Lega non ha la minima intenzione di correre, e l'attuale vertice della destra ha (evidentemente) necessità assoluta della Lega, tanto da andare contro i suo stessi interessi e di essere pronto a tutto per far fallire il referendum Segni-Guzzetta.

Un referendum sulla Lega

Ma allora questo referendum non è su qualche cambiamento al porcellum (che resterà sempre la peggior legge elettorale del mondo occidentale) ma sulla Lega! Se passa, se si raggiunge il quorum nonostante i maneggi del governo, per la Lega delle classi differenziali, del federalismo-sola, delle ronde e di tutto il resto sarebbero grossi guai. Chissà se gli elettori che hanno interessi opposti a quelli rappresentati dalla Lega (e che sono la maggioranza) se ne accorgeranno, di questa opportunità? Come fecero ai tempi del famoso referendum sulle preferenze dello stesso Segni, che diventò nel 1991 un referendum pro-o-contro il CAF? Improbabile, con una copertura televisiva che possiamo immaginare assai carente. Impossibile con i classici argomenti di ingegneria costituzionale e riforme del sistema politico. Ma se diventasse un referendum pro o contro la Lega ...

martedì 24 febbraio 2009

Bicamerale 2009

Il 19 febbraio con un accordo tra PD e PDL è stata votata una nuova legge composta da un solo articolo, che introduce uno sbarramento del 4% alle elezioni europee. I partiti maggiori si spartiscono i voti andati ai partiti che rimangono sotto la soglia e possono quindi eleggere più deputati, e si intravede quindi un vantaggio (per loro), ma a parte questo la nuova norma che benefici da'?
Si dice che in questo modo si uniforma il sistema elettorale agli altri, nel nome del bipolarismo, del bipartitismo e del sistema maggioritario.

Mah, insomma... Il sistema elettorale dovrebbe essere coerente non con un modello astratto, ma con la forma di governo a cui si vuole dare luogo. Se la forma di governo è presidenziale o semi presidenziale, il governo che dura cinque anni e che decide e così via, il sistema elettorale non può che essere maggioritario, con i vari sistemi che la creatività dei legislatori ha introdotto paese per paese negli ultimi decenni.

Se invece il modello è diverso, il governo di coalizione che può anche scomporsi e ricomporsi nel corso della legislatura, il sistema elettorale deve essere proporzionale. Questo modello attualmente non lo vuole nessuno (a parole) e anche io sono un sostenitore del sistema maggioritario e della alternanza, ma qualche motivazione comunque ce l'ha: la prudenza. E' un sistema più lento e meno efficace, ma l'eventuale elezione di una coalizione o di un premier incapace (o poco democratico) è meno facile e se avviene fa meno danni. Provate a immaginare un allenatore di calcio inamovibile per cinque anni, anche quando la squadra finisce in serie B, che continua a ripetere "va tutto bene". Era ben per questo motivo che i saggi padri costituenti nel 1948 avevano scelto questo sistema di governo.

Ma questo è anche il modello del governo europeo, che poi è in realtà una commissione, con poteri (blandi) di indirizzo e controllo e che ha la caratteristica di essere addirittura indipendente dal risultato elettorale. E' composta infatti in base al bilanciamento dei governi dei vari paesi, piuttosto che dal prevalere della destra e della sinistra nel parlamento europeo.

Quindi se dicono che deve essere maggioritario non è vero, è solo un pretesto. Poteva rimanere benissimo com'era ,senza conseguenza alcuna sul governo europeo.

In questo modo però si impedisce in Italia di dare un nuovo stimolo alla frammentazione, mantenendo e confermando il processo di semplificazione iniziato con la decisione del PD, a guida di Veltroni, di presentarsi da solo (quasi) alle elezioni anticipate del 2008.

Il che può anche essere vero, se i vari partiti non in grado di raggiungere la soglia neanche in caso di miracolo non si presenteranno alle elezioni o si accorperanno in partiti omnibus sempre più vasti.

Andrà così? C'è il precedente delle elezioni del 2008, ma occorre interpretarlo. Imparando la lezione i vari RC, Verdi, PdCI, SD, PSI, Destra e poi non ricordo dovrebbero tenersi lontano dalle elezioni o cercare un qualche apparentamento con i due partiti maggiori. Ma non è detto che vada così. E' possibile che si presentino lo stesso, puntando non all'obiettivo pratico di ottenere deputati a Strasburgo, ma all'obiettivo mediato di conquistare percentuali.

Obiettivo: la percentuale
Quella che si leggerà sul giornale a risultati scrutinati sarà infatti la percentuale ottenuta dal partito giallo o dal partito arancione, anche se non ottengno deputati.

Certo sarà evidenziato che è un risultato sotto soglia, quindi una corsa inutile. Ma il dato resterà e potrà essere speso nelle successive amministrative o regionali. Il mio è un partito che vale il 2% dei voti, potrebbe dire ad esempio il leader del partito giallo,in fase di accordo per una coalizione alle regionali dell'anno prossimo.

Ma perché qualcuno dovrebbe votare per un partito destinato a non raggiungere il quorum? E perché i candidati dovrebbero impegnarsi a raccogliere voti utili, forse, solo in seguito e non a loro? Non ci sarebbe nessun motivo, ma aspettiamo e vediamo. Siamo un paese di ottimisti.

L'approvazione (a sorpresa, anche per il relatore Vincenzo Vita (ho sentito lui stesso che lo diceva a Radio 24) di un emendamento che consente anche ai partiti sopra al 2% nelle precedenti elezioni di partecipare ai finanziamenti elettorali conferma questo rischio.

Se andasse così, anche solo in parte, per il PD potrebbe essere un ulteriore problema. Anche nel caso del partito democratico si guarderà, il giorno dopo, solo la percentuale, e non certo il numero di deputati. E la si confronterà con il dato 2008.

Non importa se i vari partiti alla sua sinistra raccoglieranno voti inutili, saranno comunque utili all'avversario per dichiarare la sconfitta del PD. Avversario, il PdL, che ha molti meno rivali dal suo lato, praticamente la sola Destra di Storace.

Sarebbe stato diverso con il sistema precedentemente, ultra proporzionale? No, sarebbe stata la stessa cosa, con qualche possibilità in più di resistenza nel tempo da parte dei partitini (i cespugli, erano chiamati) grazie ai deputati eletti. Nel nuovo sistema il PD dovrà però impegnarsi in una lotta all'ultimo voto con i partiti alla sua sinistra, deformata per di più dall'argomento dell'inciucio ai danni della sinistra sinistra (come già rimarcato ad esempio da Fava della SD). Visto l'esiguo vantaggio, peraltro da confermare nei fatti, ritengo che sarebbe stato preferibile lasciare il sistema com'era.

Ma ora il PD dovrebbe tentare di chiudere accordi con i partitini, almeno quelli meno lontani, includendo potenziali deputati nelle sue liste (modello radicali nel 2008) se non vuole prepararsi una possibile sconfitta. E sono sicuro che il PdL per la sua parte ci sta già pensando.

sabato 21 febbraio 2009

I sette leader abbattuti

Berlusconi Maramaldo se ne è vantato apertamente: "Sono 15 anni che sono in politica e mi sono confrontato con sette leader diversi che sono andati a casa arrivera' l'ottavo e non credo che vorra' tradire la regola''.
Quindi Franceschini è il prossimo perdente designato, anche se il mandato a termine (se non ho capito male) lascia già spazio al numero nove.
Ma chi erano questi sette leader colpiti e affondati dal padrone delle televisioni?
Una volta tanto il conto è quasi giusto e non per eccesso:
- 1994: Achille Occhetto
- 1998: Romano Prodi I
- 2000: Massimo D'Alema
- 2001: Giuliano Amato
- 2001: Francesco Rutelli
- 2008: Romano Prodi II
- 2009: Walter Veltroni
"quasi" 7, non tanto perché Prodi è contato due volte, ma perché il ruolo attivo di Berlusconi nell'affondamento non sempre c'è stato.

Prodi ad esempio non è mai stato abbattuto da Berlusconi, ma sempre dagli alleati (termine quanto mai improprio, in questo caso). Nel 1998 da Bertinotti che definiva con aria schifata la finanziaria 1999 "brutta, bruttissima" con le conseguenze ben note e nel 2008 da Mastella a cui si sono accodati altri cosiddetti centristi pronti a passare dall'altra parte (come poi hanno fatto, mi riferisco a Dini e Fisichella). Lo stesso Mastella che aveva salvato il centro sinistra nel 1999 passando dall'altra parte e lo stesso Dini che era stato il beneficiario del famoso ribaltone del 1995, peraltro organizzato da due alleati passati e futuri di Berlusconi, Bossi e Buttiglione.

Anche Amato non dovrebbe essere incluso nel conto, perchè ha rinunciato di sua volontà a favore di Rutelli. E anche la vittoria contro Rutelli è stata propiziata dagli errori dell'altra parte e in particolare dalla carente gestione dell'appuntamento elettorale da parte dell'allora ministro dell'interno Enzo Bianco.
Alla fine il ruolo attivo del cavaliere si può ravvisare proprio nella sconfitta dei tre principali esponenti PDS/DS/PD. Occhetto nel 1994 contro l'imprevisto avversario emerso a sorpresa a 4 mesi dal voto. D'Alema nel 2000 incauto evocatore di una sorta di referendum sul suo nome in occasione delle regionali, malamente perse dal CS (cinque anni dopo Berlusconi le perderà in modo ancora più netto, ma non farà una piega). E infine Veltroni sconfitto per interposta persona in Sardegna grazie ad un imprevisto e inatteso impegno personale all'ultimo voto del presidente del consiglio attuale. Inatteso perché i dietrologi si aspettavano che un Soru rafforzato fosse un problema in più per Veltroni e quindi uno scenario gradito per Berslusconi.
Che però aveva visto giusto e si era accorto che per abbattere Veltroni bastava ormai una pallina di carta tirata con la cerbottana, e non si è tirato indietro. Meglio un leader abbattuto oggi che uno domani, chi ha tempo non aspetti tempo.

Ma anche in questo caso per il logorio aveva provveduto con efficacia, come ampiamente rimarcato dall'interessato e dallo stesso Franceschini, direttamente il gruppo dirigente del PD.
In  sintesi non ritengo convincente questa visione dell'interessato e dei suoi più entusiasti sostenitori e sostenitrici come gladiatore invincibie (a parte che l'immagine del gladiatore non è molto benaugurante, ben pochi arrivavano alla pensione). Piuttosto come combattente sicuramente attento ai cambiamenti nel campo avverso, ma anche fortunato nel trovare sempre nel campo avverso qualcuno pronto a tirarlo su (senza averne l'intenzione, sia chiaro) nei momenti di difficoltà.

Ora tocca a Franceschini che, visti i precedenti e la ripetitività della politica italiana, non può sbagliare.

sabato 14 febbraio 2009

Preferisci la cultura della vita o la cultura della morte?

Detto così, salvo qualche emo integralista (sono quelli che un tempo si chiamavano dark) ben pochi avrebbero dubbi ad elaborare una risposta. E la chiesa cattolica nei suoi attuali vertici, con la destra e il centro cattolico che la segue senza se e senza ma (e senza dubbi) non perde occasione di accreditarsi in ogni vicenda come baluardo a difesa della vita. La disponibilità della vita diventa quindi, per converso, il baluardo della laicità, e i laici sembrano avere come priorità la libertà di scegliere la morte, di dettare un testamento biologico, di farlo rispettare quando non è chiaramente e univocamente indicato. Confermandosi quindi all'interno della cultura della morte, e i credenti integralisti nella cultura della vita.
Ma è proprio così? Volgendo lo sguardo all'altro estremo della vita umana, quello che in Italia tendiamo a non osservare (sarà perché siamo un paese per vecchi) mi pare che le cose non siano così lineari.

Qui la cultura della vita dovrebbe esplicitarsi nel favorire al massimo le nascite. Che nel mondo occidentale sono sempre più in calo e dove l'Italia detiene il record assoluto mondiale (di decrescita). Il primo divieto che arriva dalla chiesa da questo lato sembra andare in questa direzione, mi riferisco ovviamente al divieto di utilizzare quasi ogni metodo anticoncezionale. Sul quasi ci sarebbe da aprire un altro post, ma andiamo invece alla applicazione pratica del divieto, che non riguarda ormai i paesi occidentali (qui non sembra più una priorità, probabilmente è considerata una battaglia persa, o inutile) ma la diatriba sull'uso dei profilattici in funzione anti-AIDS.

E qui la cultura della vita inizia a traballare: "non disperdere il seme" è scritto nella Bibbia; anche se sulla interpretazione non tutti concordano, il risultato standard di un metodo anticoncenzionale è evitare la concezione. Ma se il risultato della rinuncia ad usarlo non è una nuova vita, ma una diffusione del contagio, non siamo più dalle parti della cultura della vita, ma della cultura della morte. Nei fatti il continente africano, soprattutto le aree più povere e diseredate, terra di scontro in questo campo, è l'unica area sottosviluppata che è anche sottosviluppata in termini di crescita demografica. Coppie sane (e non c'è solo l'AIDS) e con un futuro farebbero più figli e onorerebbero meglio l'altro precetto biblico "crescete e moltiplicatevi".
Nel nostro mondo occidentale il paradosso è invece l'opposto, chi vuole figli non riesce ad averli. In particolare l'Italia è ai primi posti anche nella sterilità di coppia, ma anche qui la chiesa distribuisce i suoi paletti.
La strada più semplice, da che mondo è mondo, è l'adozione. Un ottimo film di un paio di anni fa, Juno, parlava proprio di questo tema (da noi è stato "venduto" invece come un film anti-abortista) e ci metteva a contatto con la realtà americana, paese protestante e molto pratico. Chi rinuncia a un figlio vi rinuncia per sempre, e chi cerca un figlio in adozione mette addirittura gli annunci sui giornali!
Tutto l'opposto da noi, chi cerca un figlio in adozione deve superare esami talmente selettivi e accurati che, se fossero applicati a tutti quelli che hanno intenzione di fare un figlio, le nascite sarebbero allo zero assoluto. E la priorità va sempre e comunque alla famiglia d'origine, non importa cosa abbiano combinato al povero bambino che hanno abbandonato questi genitori biologici, senza una rinuncia totale (che nessuno fa) prevale sempre il diritto dl sangue.

Il risultato è paradossale: 26 mila bambini ancora negli istituti, 20 mila famiglie che vorrebbero adottarli, e solo 4 mila adozioni all'anno, uno su cinque (dati 2006-2007). Grazie al divieto cattolico, prontamente acquisito dalla legislazione italiana per mezzo dei partiti cattolici da sempre al potere o in grado di condizionarlo, i bambini abbandonati crescono in istituto fino ad un'età nella quale ben pochi li adotterebbero, e poi ci rimangono fino alla maggiore età, ma in compenso non perdono mai il legame con genitori snaturati che li hanno abbandonati in tenera età.
Ancora una volta faccio fatica a individuare in questo divieto la cultura della vita.

Ma poi c'è il caso più eclatante, del quale non si parla quasi più, anche a causa di uno sfortunato referendum, le cure per la sterilità. L'uomo infatti è in grado di fare danni (la crescita della sterilità avrà pure una causa, ed è ormai escluso che siano i jeans troppo attillati in uso per gli uomini negli anni '70, ma nessuno pare indagare in questo senso) ma poi si ingegna a trovare i rimedi. Rimedi tecnologici che si chiamano fecondazione in vitro, inseminazione artificiale e così via.

Questa però per la chiesa cattolica (e anche per i protestanti estremisti) è tecnologia nemica, che non risponde alle leggi di natura, mentre quella per prolungare la vita vegetativa invece è tecnologia incoraggiata e appoggiata. Non mi addentro in disquisizioni teologiche (temo anche di non esserne all'altezza) sulle motivazioni di queste apparenti contraddizioni, ma mi limito ad osservare l'effetto: in un paese nel quale le nascite diminuiscono, non solo per volontà delle coppie, ma anche contro la loro volontà, si inventa una legge, la legge 40 del 2004 che ha l'effetto di tormentare e di mettere ostacoli proprio a chi già vive la infelicità di voler procreare ma di non poterlo fare in modo naturale e diretto.
Tutto ciò per salvare gli embrioni, che sono vita, o almeno vita in potenza. E ottenendo il risultato di averli sempre in minore quantità, gli embrioni, e anche la vita vera che ne potrebbe seguire. Non mi sembra che si possa parlare di cultura della vita neanche in questo caso.

Dimentico qualcosa? Ma certo, l'aborto. Questo è sicuramente negazione della vita. E io personalmente ritengo che il ricorso all'aborto debba essere riservato ai casi estremi, senza alternative.  Eppure, eppure anche in questo caso il divieto assoluto e invalicabile, e quindi l'obbligo di proseguire sempre e comunque una gravidanza, anche quando è troppo presto, anche quando le condizioni non lo consentirebbero, non è affatto detto che porti più vita nel nostro mondo. Se l'infermiera Sam di ER non avesse fatto il suo primo figlio a 16 anni, con l'uomo decisamente sbagliato, forse avrebbe avuto una vita meno piena di problemi e magari il suo figlio non sarebbe rimasto unico, ma avrebbe avuto un paio di fratelli, secondo gli standard di quel paese.
Ancora un caso dove il relativismo, la decisione caso per caso (ogni uomo e ogni donna sono unici, e un credente dovrebbe concordare che il Dio creatore ha voluto così) produrrebbe più vita e un mondo più armonico.

In sintesi, a mio parere i laici e i residui cattolici conciliari fanno male a schiacciarsi e farsi schiacciare sulle tematiche di fine vita, che non appassionano proprio tutti. Magari potrebbero provare a volgere lo sguardo anche all'altro estremo del nostro ciclo di vita.

(Le immagini sono tratte dai film Powaqqatsi e Juno) 

sabato 7 febbraio 2009

Tentativo di riabilitazione del call center (Parte terza)

I medici e gli infermieri di ER (il post che si è infilato in questa serie dedicata al tentativo di guardare in modo obiettivo al fenomeno call center) sono tutti precari, secondo il metro italiano, vivendo negli Stati Uniti. Il loro futuro è garantito non dal fatto di avere conquistato un posto di lavoro ma dalla capacità di fare un lavoro. Non hanno un esteso sistema di tutele ma certo non si annoiano nella loro giornata lavorativa tipo, e certo non si chiedono, alla fine della giornata, se il loro lavoro è stato utile a qualcuno o, ancora, se qualcuno se ne accorgerebbe, se sparissero per un mese.
L'ambita posizione di passacarte che ho descritto nel post precedente, senza suscitare particolari reazioni (nessuno vi si riconosce, ne ero sicuro) lascia invece, a chi è sensibile a questi aspetti, questo dubbio di fondo, e richiede inoltre intraprendenza e fantasia per occupare giornate sempre troppo lunghe. Che si concretizza in abili iniziative per sfuggire a tornelli, visite fiscali e altri controlli, o per riempire la giornata di visite reciproche e gossip aziendale o blandi corteggiamenti. Purtroppo, bisogna far passare l'intera giornata, tra una timbratura e l'altra. In fondo, è come essere agli arresti domiciliari, ma sul posto di lavoro. Nulla da fare (come in galera) ma nessuna libertà di farlo da un'altra parte.  
Per la maggior parte delle persone in Italia, a quanto sembra, la priorità non è sfuggire a questo destino, anzi, e quindi dubbi di solito se ne fanno pochi. Ma qualcuno, forse, preferisce riempire di contenuti anche la parte di giornata dedicata al lavoro (di solito, preminente), come Xavier, il protagonista di Bambole russe (il seguito del ben noto film L'appartamento spagnolo) che rinunciava tra la sorpresa generale ad un ambito ma noiosissimo lavoro in un ministero economico.

E cosa c'entra il call center con queste considerazioni? C'entra perché è l'esatto contrario del lavoro da passacarte. Non tanto per tutele, che spesso sono le stesse garantite dallo Statuto dei diritti dei lavoratori (almeno per l'inbound, vedi prima parte), ma per gli scopi e l'organizzazione. Non sono necessari tornelli e libri firma (anche se alcuni datori di lavoro un po' traditional li usano) perché l'impegno sul lavoro è garantito dall'autocontrollo: nell'ambiente open space (gli americani l'hanno inventato per questo) e con un flusso continuo di richieste chi non lavora si vede e non lo può nascondere. Non è necessario chiedersi a cosa servi, te lo ricordano i clienti che telefonano e chiedono risposte. Un lavoro alienante? Dipende, dall'ampiezza del servizio, dai suoi contenuti. Certo non più alienante che passare per anni e anni una carta da qui a lì. Almeno, dall'altra parte del telefono (o della chat), c'è una persona vera, che può essere anche (spesso) un autentico rompi... ma a volte consente un contatto umano e, comunque, è lui che ha bisogno dell'operatore.

E poi c'è lo spirito di squadra, creato proprio dall'autocontrollo, è matematico, lo sa chiunque si occupa di risorse umane, nelle difficoltà (i call center sono sempre sotto dimensionati, sono sempre impreparati per qualche risposta e per qualche emergenza) si creano i gruppi, i punti di riferimento e i leader, e l'ambiente unico e il lavoro uniforme fanno il resto.

Ma c'è anche il caso dell'outbound, della vendita telefonica, delle telefonate all'ora di cena a casa della gente, a cui vendere una assicurazione sulla vita mentre stanno dando la prima forchettata, e altre consimili imprese disperate. Non  vorrai mica trovare qualcosa di buono anche in questo? Mi direte. Eppure, eppure il nostro mondo che tanto disprezziamo ma del quale non vogliamo proprio fare a meno, perchè abbiamo visto che le alternative sono ben poco attraenti, si basa proprio su questo, su un ciclo incessante di produzione di beni e servizi e sulla loro vendita. Il call center outbound non è che uno dei tanti canali di vendita, vendere non è facile, un mio ex capo, grande venditore (e poi beneficiato da una più che brillante carriera) diceva che "un venditore lo stress deve saperlo impucciare nel caffellatte ogni mattina", un vero venditore deve quindi per prima cosa conoscere e dominare se stesso e poi gli altri, deve essere interessato agli altri. Ma qui si aprirebbe un altro tema che tratterò magari un'altra volta.

In sintesi: perché demonizzare il call center? E' un lavoro con luci ed ombre, consente di fare esperienze che si ricordano, ma lo status sociale e la tendenza ad approfittare della posizione di forza da parte dei datori di lavoro lo rende per molti un lavoro di ripiego. A dispetto degli stessi datori di lavoro, al solito troppo furbi, che si danneggiano da soli. Perché, quando siamo noi a chiamare, sappiamo riconoscere subito un call center che funziona bene, con operatori motivati. Bastano poche parole per capire se c'è empatia o se noi rappresentiamo una fastidiosa interruzione. La comunicazione non verbale passa incredibilmente bene anche quando c'è solo comunicazione verbale, anche senza webcam, bastano le intonazioni della voce. E a nulla valgono raffinati strumenti tecnologici (tremendi, ci tornerò un'altra volta) a costruire e mantenere con la imposizione e il ricatto quella inafferrabile ma ben percepibile sensazione di empatia.

La protagonista del film Tutta la vita davanti (vedi anche le illustrazioni negli altri post) che aveva visto con lucidità le ombre, ma anche le luci, di questa sua esperienza, nella scena migliore del film, si presentava rassegnata come "Marta, precaria", agli intellettuali di sinistra che avevano partecipato allo spettacolo di cabaret di sospetta solidarietà ai lavoratori del call center. Per loro, lei non era niente più di quello. In loro, come in tutti quanti i personaggi che ho citato, dalla madre del laureato al politico di primo piano, non c'è alcun interesse ad andare oltre la etichetta.

Un mito negativo che non vale la pena né di capire né di conoscere. 

Ma rimangono ancora due o tre domande a cui rispondere, anche se il post è lungo non le lascio per una quarta puntata:

Perché tanti laureati al call center? Ma se dobbiamo parlare con qualcuno, preferiamo una persona con proprietà di linguaggio, capacità di sintesi, approccio sistematico ai problemi, no? Un laureato ne avrà acquisito un bel po' di queste qualità, si spera, e quindi un laureato o un diplomato al liceo è l'operatore ideale. Essendo disponibili in quantità, grazie al caotico sistema di orientamento agli studi vigente in Italia, la logica conseguenza è che siano in grande quantità al call center.  In realtà abbiamo scoperto che il sistema scolastico italiano ed universitario ha la vocazione al call center, la preparazione dei nostri laureati è perfetta per questo lavoro. Se l'italiano fosse una lingua più diffusa li esporteremmo perfino.

E perché tanti call center? Perché il mondo diventa sempre più complesso e quindi abbiamo sempre più bisogno di risposte, e il modo più semplice di fare domande e di ottenere le risposte rimane sempre la parola. E, non a caso è la parola la forma di comunicazione che usiamo sempre di più, nonostante la grande rete Internet, ce ne accorgiamo ogni giorno osservando gli italiani (e soprattutto le italiane) incessantemente impegnati in conversazioni al telefonino. E questa semplicità e questa coerenza con le nostre abitudini siamo disposti a pagarla.

Leggi tutta la storia: Parte prima. Il mito negativo / Parte seconda. I falsi miti / Parte terza. No alla demonizzazione

(Nelle foto, Isabella Ragonese in Tutta la vita davanti e poi  l'incubo della madre del laureato (o della laureata): la centralinista)