sabato 14 febbraio 2009

Preferisci la cultura della vita o la cultura della morte?

Detto così, salvo qualche emo integralista (sono quelli che un tempo si chiamavano dark) ben pochi avrebbero dubbi ad elaborare una risposta. E la chiesa cattolica nei suoi attuali vertici, con la destra e il centro cattolico che la segue senza se e senza ma (e senza dubbi) non perde occasione di accreditarsi in ogni vicenda come baluardo a difesa della vita. La disponibilità della vita diventa quindi, per converso, il baluardo della laicità, e i laici sembrano avere come priorità la libertà di scegliere la morte, di dettare un testamento biologico, di farlo rispettare quando non è chiaramente e univocamente indicato. Confermandosi quindi all'interno della cultura della morte, e i credenti integralisti nella cultura della vita.
Ma è proprio così? Volgendo lo sguardo all'altro estremo della vita umana, quello che in Italia tendiamo a non osservare (sarà perché siamo un paese per vecchi) mi pare che le cose non siano così lineari.

Qui la cultura della vita dovrebbe esplicitarsi nel favorire al massimo le nascite. Che nel mondo occidentale sono sempre più in calo e dove l'Italia detiene il record assoluto mondiale (di decrescita). Il primo divieto che arriva dalla chiesa da questo lato sembra andare in questa direzione, mi riferisco ovviamente al divieto di utilizzare quasi ogni metodo anticoncezionale. Sul quasi ci sarebbe da aprire un altro post, ma andiamo invece alla applicazione pratica del divieto, che non riguarda ormai i paesi occidentali (qui non sembra più una priorità, probabilmente è considerata una battaglia persa, o inutile) ma la diatriba sull'uso dei profilattici in funzione anti-AIDS.

E qui la cultura della vita inizia a traballare: "non disperdere il seme" è scritto nella Bibbia; anche se sulla interpretazione non tutti concordano, il risultato standard di un metodo anticoncenzionale è evitare la concezione. Ma se il risultato della rinuncia ad usarlo non è una nuova vita, ma una diffusione del contagio, non siamo più dalle parti della cultura della vita, ma della cultura della morte. Nei fatti il continente africano, soprattutto le aree più povere e diseredate, terra di scontro in questo campo, è l'unica area sottosviluppata che è anche sottosviluppata in termini di crescita demografica. Coppie sane (e non c'è solo l'AIDS) e con un futuro farebbero più figli e onorerebbero meglio l'altro precetto biblico "crescete e moltiplicatevi".
Nel nostro mondo occidentale il paradosso è invece l'opposto, chi vuole figli non riesce ad averli. In particolare l'Italia è ai primi posti anche nella sterilità di coppia, ma anche qui la chiesa distribuisce i suoi paletti.
La strada più semplice, da che mondo è mondo, è l'adozione. Un ottimo film di un paio di anni fa, Juno, parlava proprio di questo tema (da noi è stato "venduto" invece come un film anti-abortista) e ci metteva a contatto con la realtà americana, paese protestante e molto pratico. Chi rinuncia a un figlio vi rinuncia per sempre, e chi cerca un figlio in adozione mette addirittura gli annunci sui giornali!
Tutto l'opposto da noi, chi cerca un figlio in adozione deve superare esami talmente selettivi e accurati che, se fossero applicati a tutti quelli che hanno intenzione di fare un figlio, le nascite sarebbero allo zero assoluto. E la priorità va sempre e comunque alla famiglia d'origine, non importa cosa abbiano combinato al povero bambino che hanno abbandonato questi genitori biologici, senza una rinuncia totale (che nessuno fa) prevale sempre il diritto dl sangue.

Il risultato è paradossale: 26 mila bambini ancora negli istituti, 20 mila famiglie che vorrebbero adottarli, e solo 4 mila adozioni all'anno, uno su cinque (dati 2006-2007). Grazie al divieto cattolico, prontamente acquisito dalla legislazione italiana per mezzo dei partiti cattolici da sempre al potere o in grado di condizionarlo, i bambini abbandonati crescono in istituto fino ad un'età nella quale ben pochi li adotterebbero, e poi ci rimangono fino alla maggiore età, ma in compenso non perdono mai il legame con genitori snaturati che li hanno abbandonati in tenera età.
Ancora una volta faccio fatica a individuare in questo divieto la cultura della vita.

Ma poi c'è il caso più eclatante, del quale non si parla quasi più, anche a causa di uno sfortunato referendum, le cure per la sterilità. L'uomo infatti è in grado di fare danni (la crescita della sterilità avrà pure una causa, ed è ormai escluso che siano i jeans troppo attillati in uso per gli uomini negli anni '70, ma nessuno pare indagare in questo senso) ma poi si ingegna a trovare i rimedi. Rimedi tecnologici che si chiamano fecondazione in vitro, inseminazione artificiale e così via.

Questa però per la chiesa cattolica (e anche per i protestanti estremisti) è tecnologia nemica, che non risponde alle leggi di natura, mentre quella per prolungare la vita vegetativa invece è tecnologia incoraggiata e appoggiata. Non mi addentro in disquisizioni teologiche (temo anche di non esserne all'altezza) sulle motivazioni di queste apparenti contraddizioni, ma mi limito ad osservare l'effetto: in un paese nel quale le nascite diminuiscono, non solo per volontà delle coppie, ma anche contro la loro volontà, si inventa una legge, la legge 40 del 2004 che ha l'effetto di tormentare e di mettere ostacoli proprio a chi già vive la infelicità di voler procreare ma di non poterlo fare in modo naturale e diretto.
Tutto ciò per salvare gli embrioni, che sono vita, o almeno vita in potenza. E ottenendo il risultato di averli sempre in minore quantità, gli embrioni, e anche la vita vera che ne potrebbe seguire. Non mi sembra che si possa parlare di cultura della vita neanche in questo caso.

Dimentico qualcosa? Ma certo, l'aborto. Questo è sicuramente negazione della vita. E io personalmente ritengo che il ricorso all'aborto debba essere riservato ai casi estremi, senza alternative.  Eppure, eppure anche in questo caso il divieto assoluto e invalicabile, e quindi l'obbligo di proseguire sempre e comunque una gravidanza, anche quando è troppo presto, anche quando le condizioni non lo consentirebbero, non è affatto detto che porti più vita nel nostro mondo. Se l'infermiera Sam di ER non avesse fatto il suo primo figlio a 16 anni, con l'uomo decisamente sbagliato, forse avrebbe avuto una vita meno piena di problemi e magari il suo figlio non sarebbe rimasto unico, ma avrebbe avuto un paio di fratelli, secondo gli standard di quel paese.
Ancora un caso dove il relativismo, la decisione caso per caso (ogni uomo e ogni donna sono unici, e un credente dovrebbe concordare che il Dio creatore ha voluto così) produrrebbe più vita e un mondo più armonico.

In sintesi, a mio parere i laici e i residui cattolici conciliari fanno male a schiacciarsi e farsi schiacciare sulle tematiche di fine vita, che non appassionano proprio tutti. Magari potrebbero provare a volgere lo sguardo anche all'altro estremo del nostro ciclo di vita.

(Le immagini sono tratte dai film Powaqqatsi e Juno) 

2 commenti:

  1. Dico una cosa che molti pensano ma nessuno dice sul calo demografico italiano ed europeo :

    ma sarebbe cosi tragico se in futuro fossimo un po di meno ? se ci fosse meno gente intorno , meno coda in tangenziale , più risorse per quelli che restano ? peraltro in un paese come l'italia ad altissima densità di abitanti .

    vuoi dire che sono anch'io entrato nella cultura della morte ?

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  2.  continuo io:
    ... meno giovani e quindi più opportunità di lavoro per tutti;
    invece succede proprio il contrario; perché un paese con meno giovani non diventa un paese con meno densità di popolazione e quindi più opportunità, come una specie di Canada, ma un paese fuori equilibrio, che non guarda al futuro e pensa solo a quando e come andare in pensione: l'Italia di oggi

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