giovedì 30 aprile 2009

La festa della Liberazione degli ebrei

Prima che la festa della Liberazione esaurisca il suo momento di attenzione come tutte le altre notizie, che rimangono sui media per il loro tempo prestabilito di 4-5 giorni (e se ne riparla tra un anno) solo un ultimo commento sul significato profondo della suddetta festa per i nostri connazionali.

Visto che siamo in un paese per vecchi l'attenzione è come al solito sui giovani, che non saprebbero dire, se interrogati, che cosa si festeggia il 25 aprile, perchè e da chi e a favore di chi ci sia stata una liberazione, e in quale anno questo fatto, così importante da farci una festa nazionale, sia avvenuto.

Temo che se si facesse la stessa domanda anche a fasce di età superiori non si avrebbero risultati molto diversi, ma i dati disponibili e rimbalzati sulle TV e su YouTube sono incentrati sui giovani in età di liceo o poco più. Una televisione locale di Carpi ha intervistato un gran numero di ragazzi della nota cittadina emiliana, capitale italiana un tempo delle pellicce ed ora della moda, con risultati che confermano una certa distanza dal significato della festa.

Confortato da una piccola analoga inchiesta in area romana, posso azzardare che il significato che è più rimasto impresso nella memoria degli adolescenti è la Festa della Liberazione degli Ebrei.


Anni e anni di film come Schindler's List, La vita è bella, Train de vie, sceneggiati su Giorgio Perlasca, imposti ai ragazzi in visioni mattutine, di viaggi ad Auschwitz e testimonianze di scampati ai campi di concentramento, più la sovraesposizione di Israele con tutte le guerre in Medio Oriente hanno, credo, creato la convinzione che la Seconda Guerra Mondiale abbia contrapposto i Nazisti (tedeschi) agli Ebrei, che alla fine hanno vinto con il contributo decisivo degli Americani.

In questo contesto è logico che si festeggi con una festa nazionale la Liberazione degli Ebrei, cioè la fine della guerra, che ha rappresentato anche, come azzarda qualche ragazza intervistata (in cerca di sintesi tra le due ricorrenze) la fine della monarchia e la nascita della Repubblica.
E poi c'è il fatto che la visione degli Ebrei e del loro peso è del tutto distorta. Io mi diverto a volte a proporre un piccolo test, anche a persone acculturate, se gli ebrei italiano siano 30 mila, 300 mila o 3 milioni. Con risultati sempre sorprendenti.

Anche a Carpi, a pochi chilometri da Modena, i ragazzi, figli di genitori o nipoti di nonni che presumibilmente hanno votato in buona parte, finché c'è stato, per il PCI (che pure, come dicevano un tempo gli extra-parlamentari di sinistra che lo contestavano, non era dissimile da uno scaldabagno, perché se gli toglievi la Resistenza era un bidone) non collegano mai la parola Liberazione e la ricorrenza del 25 aprile alla parola "partigiano". Al massimo i più alternativi e/o informati azzardano la parola "fascista", magari collegandola alla monarchia e al 2 giugno.

Di che anno? Anni e anni di battaglia contro il nozionismo hanno dato i loro frutti. Le date non le ricorda nessuno. Ma comunque in questo caso non sono troppo lontani, le date proposte sono più o meno tutte negli anni '40. Per altre ricorrenze va meno bene.

Tutta colpa dei giovani d'oggi, che sono ignoranti e attenti solo all'edonismo? E' vero che sembra che proprio a tutti la buona fatina abbia fatto in tempo a trasmettere il dono della non curiosità (sto citando, come è evidente, la favola della Bella addormentata nel bosco). Ma la colpa non è loro.
E' la debacle della scuola italiana. E in particolare dei professori di Lettere e di Storia.

Non ci arrivano mai alla seconda guerra mondiale. Per prudenza si fermano prima. In classe c'è sempre qualche fascistello in vena di provocazioni che potrebbe complicare le ultime lezioni dell'anno. Oppure ci arrivano, ma si perdono in particolari storiografici, nei dibattiti per specialisti che tracimano nei libri di storia delle scuole, scritti di solito da professori universitari e non di liceo. Che adattano le loro dispense tagliando qua e là (e rendendo il tutto definitivamente incomprensibile).

Gli studenti americani, anche dell'ultima scuola del North Dakota, magari non sanno di preciso se il Colosseo è stato costruito duecento o duemila anni fa, ma sanno esattamente tutto della loro festa nazionale, dell'Indipendence Day tante volte glorificato e citato al cinema. E' una festa nazionale e ha un significato di coesione nazionale, anche per i nuovi venuti, e il sistema scolastico americano si mette d'impegno per farla capire e assimilare a tutti.

Non penso che siano loro a non voler sapere e a non voler ascoltare. Penso che siano gli adulti a non saper parlare. Abbandonando sia il distacco critico sia l'ansia di indottrinamento.

sabato 25 aprile 2009

Memoria della Resistenza - Immagini

Le immagini della Resistenza che corredano gli articoli e le memorie su stampa o sul web sono più o meno sempre le stesse, riprese nelle manifestazioni subito dopo la Liberazione a Milano, a Genova a Bologna e nel resto del Nord Italia. Altre foto ritraggono singoli partigiani e partigiane in studio fotografico, un ricordo e una memoria a posteriori, di solito ad uso privato. Non c'erano fotografi "embedded" al seguito delle formazioni partigiane, e sarebbe stato anche assai rischioso, durante la guerra, lasciare queste prove a disposizione di fascisti e tedeschi, e quindi la memoria visiva non può essere molto aiutata dalle immagini originali.

Inoltre, non si trattava di un esercito regolare, e le immagini se cadevano in mano a fascisti o tedeschi potevano essere prove, e quindi i partigiani evitavano di farsi ritrarre mentre erano impegnati in azioni, come è logico. Per questo la maggior parte delle immagini sono state riprese dopo la vittoria.

Ho trovato nel nostro archivio alcune foto di partigiani del reggiano e mi pare giusto, oggi, pubblicarle e commentarle brevemente, per poter vedere i visi di quei ragazzi e quei giovani che la Resistenza l'hanno fatta davvero in quegli anni decisivi.

La prima immagine ritrae una formazione partigiana del reggiano in Piazza del Duomo a Reggio Emila, a maggio del 1945, in occasione della manifestazione di onore alle armi ai partigiani, ma anche di pronta riconsegna delle suddette armi alle forze regolari degli Alleati.
La foto rende una idea più realistica di una formazione partigiana rispetto ad altre dove sono indossate divise a volte improvvisate nei giorni successivi la Liberazione.

Le donne partecipavano per la prima volta in Italia in prima persona alle operazioni militari e spesso nelle foto di quei giorni della primavera del 1945 le partigiane sono in primo piano. (Fonte Istoreco - RE).


Due partigiane in una foto ricordo dei giorni successivi sono (da sinistra) Maruska e Laila (Anita Malavasi, comandante partigiana), ritratte assieme al partigiano Gip.


Il partigiano Gip (Armando Morini) esperto guastatore, in una foto sempre del 1945.


In una foto risalente probabilmente ad un paio di anni prima, in Africa Orientale, è ritratto il partigiano Folgore (Mario Grisendi), reduce di guerra, gravemente ferito (era rimasto senza una gamba) entrato poi nella Resistenza come gappista e protagonista di numerose azioni temerarie e di molti ricordi di mia zia (il suo principale strumento per le azioni era ... la bicicletta), caduto in una azione il 20 gennaio del 1945.


Un'altra immagine sempre del 1945 ritrae la partigiana Piera Bertolini, con una dedica alla partigiana e staffetta Annuska, anche lei attiva tra il 1943 e il 1945 nell'Appennino reggiano.


In questa ultima foto di questa mini galleria è ritratta Annuska (Teresa Vergalli) diciottenne, un anno dopo, l'8 marzo del 1946, mentre parla ad un comizio a Reggio Emilia nella piazza del Teatro Ariosto.



(Le foto riprodotte sono un omaggio agli uomini e alle donne della Resistenza italiana, la partigiana Annuska, casualmente, è mia madre)


mercoledì 22 aprile 2009

Memoria della Resistenza

Alla fine il premier ha annunciato che stavolta ci andrà, alle celebrazioni per il 25 aprile, per la prima volta da quando è in politica (16 anni). Ha detto che non vuole lasciare questa festa, che è di tutti, solo alla sinistra, che se ne è appropriata. Evidentemente ha cambiato idea rispetto ai 15 anni precedenti nei quali invece l'aveva lasciata alla sinistra. Ignoro come voglia celebrarla, non faccio mai processi alle intenzioni né dietrologia e quindi aspettiamo e vediamo.


partigiani-reggio-1945-webMi va invece di ripensare alla memoria della Resistenza come la ho vissuta io e la mia generazione.
Sono cresciuto in Emilia ed ero bambino negli anni '60, quando la memoria era ben viva (in fondo erano passati solo 20 anni, la fine della guerra era distante come ora la caduta del muro di Berlino o gli inizi della carriera di Madonna) e, a differenza dei bambini di oggi (così dicono tutti, ma non so se è vero o è una scusa) non mi dispiaceva ascoltare i racconti degli adulti. Almeno, nei lunghi pomeriggi estivi quando proprio non avevo altro da fare ed era troppo caldo per scappare da qualche parte in bici. Adulti che erano della generazione precedente ma, più spesso, della generazione ancora precedente, anziani per noi di allora, ma in fondo non poi tanto per i parametri di ora (non avevano ancora sessant'anni).


Curiosamente però, la maggior parte dei racconti era distorta dal fatto di provenire dalle donne, mia nonna, sua sorella, la mia prozia alla quale ero particolarmente legato, le loro amiche. Mio nonno, che pure era stato un dirigente delle SAP, le Squadre di Azione Patriottica, che era stata condannato a morte dai fascisti ed era fortunosamente sfuggito alla esecuzione nei primi mesi del '45, era un uomo dell'ottocento e non aveva molta considerazione dei bambini, secondo la visione tradizionale, dovevano ancora formarsi e non valeva la pena di sprecare tempo con loro. Mia madre, che pure era stata partigiana, era una giovane donna che viveva nel presente ed era proiettata nel futuro, e non aveva grande ansia di raccontare le sue vicende. Si stupiva quasi quando, di ritorno al paese natale, la chiamavano con il suo nome di battaglia.


Le donne di una certa età che perdevano tempo volentieri a raccontarmi storie della Resistenza tiravano invece fuori sempre episodi che mi piacevano poco, che non erano in sintonia con il mio desiderio di ascoltare storie epiche ed eroiche, con la mia formazione sui fumetti e sui film americani. Di solito erano storie di imboscate andate male, di armi che si inceppavano, di poveri ragazzi ancora giovani falciati dall'efficiente esercito tedesco in fuga. Ascoltavo paziente e deluso queste storie, nelle quali prevaleva la pietà e il dolore di chi la guerra l'aveva vissuta veramente, cercando poi con mio padre o con mio zio storie che mi confortassero nella convinzione che, in fondo, era stata una guerra vittoriosa.

Perché la mia curiosità di fondo, l'ho capito meglio dopo, era di immaginare me stesso in quel periodo, come tutti, cercavo di riportare una realtà che mi interessava alla mia dimensione.


Mi colpiva, soprattutto negli anni successivi, il fatto che quei ragazzi che andavano in montagna avevano più o meno la mia età, cercavo di capire come si potessero fare scelte come quelle, come si potesse vivere in una dimensione che era sempre a contatto con il pericolo e con la morte.

In tanti anni di pace è una dimensione che abbiamo completamente perduto, per fortuna.

Molti anni dopo, era il 1990, ho provato per un momento quella sensazione. Erano i giorni che precedevano la guerra del Golfo, l'Italia aveva deciso di partecipare alla coalizione, io ero in giro per lavoro in macchina e ascoltavo alla radio il dibattito in Parlamento per approvare la missione, le polemiche tra Andreotti che definiva la missione una "operazione di polizia internazionale" e Ingrao che ricordava con veemenza l'articolo 11 della Costituzione italiana.

25-aprile-bolognaSolite polemiche italiane che ascoltavo con relativa attenzione, ma poi in un momento ho pensato che potessero riguardare anche me, e mi è passato un brivido lungo la schiena, una impressione che non avevo provato mai. Mi ricordavo all'improvviso dei racconti di mia nonna sulla entrata in guerra, delle donne che piangevano ma dei tanti che esultavano o ascoltavano noncuranti, pensando che la cosa riguardasse qualcun altro. Come stavo facendo io? Riflettevo. Mi ero congedato dall'esercito da anni dopo la leva ma ero ancora in organico come sottufficiale, come età potevo anche essere richiamato, pareva impossibile che si arrivasse ai riservisti ma ... probabilmente pensavano la stessa cosa nel giugno del '40. C'era ancora l'Unione Sovietica, c'erano ancora i blocchi, che sbocco avrebbe avuto quell'avventura americana?  Uno scenario impossibile, una situazione che scappa di mano contro ogni previsione? Ho incominciato a immaginare scenari e ipotesi, era una mattina plumbea di pioggia e la radiocronaca drammatizzava il momento.


Non è successo poi nulla, a parte la brutta avventura di Cocciolone e Bellini, e Bush padre, forse proprio perché esisteva ancora l'URSS, si è ritirato da Bagdhad dopo aver ricondotto le truppe irachene all'interno del paese, lasciando Saddam al suo posto. Bene o male che abbia fatto, la guerra improvvisa era finita, ma mi era servita per capire, anche se in modo molto mediato, cosa volesse dire una scelta volontaria o imposta di andare in guerra.


L'altra Resistenza eroica e vincente era invece quella dei tanti 25 aprile festeggiati unitariamente, dai libri e dai film, dalla retorica trionfante della sinistra al potere e dall'"arco costituzionale", dalla scuola e dai professori di sinistra che ne davano una visione univoca, di parte.

Anche qui però la memoria non mi conforta del tutto. Festeggiamenti unitari? A dir la verità mi ricordo solo di esponenti della sinistra DC, quelli che ora sarebbero nel PD, di solito si trattava di una coppia, Granelli e Galloni. Gli altri, quelli della destra DC, non si sono visti mai. E quelli del centro DC si vedevano solo se erano presidenti del consiglio o simili, a portare corone al Milite Ignoto.

Film sulla Resistenza? A pensarci bene non sono mica tanti. Faccio fatica a individuarne qualcuno incentrato proprio sulla guerra in montagna. Al massimo ne parlano di rimbalzo. Come in Tutti a casa, come nel classico Roma città aperta, come in Una vita difficile o nella sua versione moltiplicata per tre, C'eravamo tanto amati. Pochi film, o di subito dopo la guerra, come Paisà o Achtung! Banditi! o problematici degli anni '90 come Il partigiano Johnny o Piccoli maestri. Non mi pare che al cinema siamo stati sommersi da retorica sulla Resistenza.


A scuola poi non ricordo di essere mai arrivato, in tredici anni di studi, neanche vicino alla seconda guerra mondiale. Mi ricordo come ne parlavano i vari libri di storia che avevo perché andavo sempre a leggere la loro versione del novecento, ma in classe ci siamo sempre fermati alle "campane di san Giusto" (la fine della prima guerra mondiale, per chi non ricordasse questa canzone patriottica, cioè per il 90% degli italiani) e anche il ventennio fascista, prudenzialmente, era sempre lasciato agli ultimi giorni di scuola, quando poi però c'era sempre qualcosa di più urgente da fare. In ogni caso anche i libri stavano sempre molto attenti alla massima equidistanza, e sul fascismo aggiungevano sempre che, però, "aveva bonificato le paludi pontine". Professori di sinistra o di estrema sinistra, sarà stato un caso, una eccezione, non ne ho visti molti neanche di quelli, me ne ricordo solo uno, ma era di Matematica, e poi era anche di un'altra sezione.

 

Insomma, di memoria della Resistenza ce ne sarebbe ancora bisogno. Ci sarebbe bisogno di riflettere su come il desiderio di libertà possa mettere in moto un intero popolo, sul significato stesso di libertà, su quale leva formidabile possa costituire la speranza in un mondo che possa assomigliare ai propri sogni, su come sia difficile, contraddittoria e poco lineare una vicenda che coinvolge il "milione di uomini" se vista da vicino, e come invece abbia un senso compiuto e sia un esempio se vista dalla giusta distanza, come i pixel di una immagine digitale, sulla possibilità di unirsi dimenticando le differenze una volta individuato come prioritario un obiettivo comune.




 
(La prima foto non è una delle solite foto di repertorio, ritrae partigiani a Reggio Emilia in Piazza del Duomo nei giorni successivi alla Liberazione. Qui sotto una canzone della Resistenza, una di quelle cantate effettivamente dai partigiani, in una valida versione dei MCR)
 


 

lunedì 20 aprile 2009

Un altro 25 aprile?

Un altro 25 aprile
... con il centro destra al potere e Berlusconi presidente del consiglio, forse assente o non si sa. La storia è iniziata nell'ormai lontano 1994, la destra aveva vinto le elezioni e quel 25 aprile a Milano una grande manifestazione, sotto la pioggia battente, ha segnato la nascita dell'Ulivo e di una lunga stagione del centro sinistra, ora apparentemente tramontata.


Poi sono arrivati altri cinque anniversari mancati dall'attuale premier, più quello del 2008 dove era in procinto di riprendere la carica dopo la vittoria alle elezioni la settimana prima. Perché le elezioni di solito si tengono in aprile, a ridosso appunto della festa della Liberazione. Dove peraltro non è detto che un leader politico debba partecipare solo se è presidente del consiglio, sono ammessi anche i leader dell'opposizione, se condividono il motivo per cui si festeggia.

E questo è il punto, il 25 aprile si celebra "la Repubblica nata dalla Resistenza", è una festa antifascista, è una festa del CLN, del Comitato di Liberazione Nazionale, del fronte antifascista che andava dai monarchici sino ai comunisti, e poi, negli anni a venire, dalla DC al PCI, escludendo i post-fascisti del MSI.

Come fa a partecipare a questa festa chi non condivide proprio il suo motivo ispiratore? Chi è l'erede proprio degli esclusi di un tempo? Chi ha costruito il suo blocco proprio rimettendo in pista quegli eredi? Se non partecipa è coerente con le sue idee. Ed è pure meglio. Se partecipa fornisce uno spettacolo di ipocrisia insopportabile. Sarebbe come vedere gli esponenti di Rifondazione comunista o dei comunisti italiani ad una commemorazione delle vittime del comunismo, o a una presentazione del "libro nero del comunismo" perché mai dovrebbero allora continuare a chiamarsi orgogliosamente "comunisti"? Perché contestualizzano, distinguono, mettono sul piatto della bilancia risultati ed errori. Proprio come gli (ex) fascisti riguardo al ventennio e alla guerra.

Sarebbe come invitare i pacifisti senza se e senza ma alla Gino Strada alla commemorazione del 4 novembre, i vegetariani alla festa annuale della Cremonini, quelli di Green Peace alla inaugurazione di una nuova isola artificiale piena  zeppa di centri commerciali a Dubai.

C'è un limite al contorsionismo verbale, alla presenza fine a sé stessa, alla inclusione di tutto e del suo contrario. le conversioni insincere e di comodo non servono a nessuno. Ma, peraltro, in tutti questi anni, a parte qualche tentativo timido di Fini, non ci hanno neanche provato.

La memoria della Resistenza
Una buona metà degli italiani pensa e ha sempre pensato  e sostenuto, come ho sentito innumerevoli volte, che gli italiani nella seconda guerra mondiale hanno tradito, che iniziano una guerra da una parte e la finiscono dall'altra, che le gesta dei partigiani siano state esagerate o inventate per sola retorica, e comunque ne hanno poca memoria, in parte perché nelle loro regioni la Resistenza non c'è stata, in parte perché son passati 64 anni (e per l'oblio ne bastano attualmente molti di meno).

Poi c'è stato anche il contributo non marginale dell'infame Pansa, che ha fornito gli altri argomenti che mancavano per affossare la memoria della Resistenza: gli eccidi dei partigiani ai danni dei fascisti o degli oppositori (quindi: sono tutti uguali) e la riduzione delle vicende belliche ad una banale guerra per bande stile Kabul.

Berlusconi è l'uomo medio di destra italiano, il tipico ex democristiano di destra, e sono più che sicuro che condivida in pieno queste stesse opinioni. Berlusconi non è antifascista, Fini neanche, e non parliamo degli altri ex di AN. Per essere veramente antifascisti dovrebbero rinnegare totalmente il loro passato, come i comunisti di cui sopra, e questi ultimi dovrebbero rinnegare anche il loro mentore e maestro Almirante.

Quindi ascoltarlo e ascoltarli celebrare la Resistenza è una contraddizione in termini. Molto probabilmente sentiremo o sentiremmo qualcosa di diverso, la pacificazione nazionale, l'equiparazione tra vincitori e vinti, un altro modo per mettere una pietra sopra al significato di questa festa.

Aboliamola
Quindi, un po' di coraggio, aboliamola questa festa. Ormai, occorre riconoscerlo, chi ci ha creduto e ha combattuto ha perso. Non la battaglia per liberare l'Italia, per portare nel nostro paese la democrazia, con tutte le sue contraddizioni e i suoi alti e bassi, comunque ne abbiamo goduto in questi 64 anni. Ma ha perso la battaglia per mantenerne la memoria, perché il suo significato sia da tutti condiviso, perché i giovani pretendano di sapere tutto quello che è successo lassù in montagna tra il '43 e il '45. Piuttosto che vederla ridotta a equivoca passerella orientata alla riconciliazione nazionale tra gli opposti, meglio che la ricordi chi la condivide. E che gli altri rimpiangano quel giorno di festa così comodo per i ponti di primavera. Tanto non sarà la festa obbligatoria a tenere viva la memoria, ma quelli che ancora la coltivano perché ci credono.

E aboliamo anche tutte le altre feste superstiti del novecento, ormai prive di significato e in totale contraddizione con il blocco di potere che si è consolidato in Italia e che si prepara a governare per parecchi anni (salvo le sorprese che riserva sempre il nostro amato paese) modificando gradamente ma radicalmente quella "repubblica nata dalla resistenza".

Il 4 novembre, la fine della guerra vittoriosa che ha reso l'Italia finalmente e veramente una sola nazione, in contraddizione palese con una coalizione dove un fondamentale partecipante, la Lega, punta con passo calmo ma con decisione alla secessione e alla fine dello stato unitario, e magari anche all'unità proprio con gli sconfitti di quella guerra, gli odiati austriaci scacciati in quei giorni del 1918 a Nord delle Alpi.

Il 2 giugno, (peraltro già ridimensionata) la festa della Repubblica e della sua Costituzione che tutto il centro destra (e anche qualche sciagurato incauto del centro sinistra) non vede l'ora di cambiare per affossare la sua vera ispirazione, la giustizia sociale, al di là delle motivazioni efficientiste di comodo.

E poi c'è anche il primo maggio, la festa del lavoro ... ma forse è meglio che mi fermi qui.

25-aprile-e-18-aprilePer chi avesse dubbi: il vero significato del 25 aprile è ... (da un documento di Forza Italia che puoi leggere cliccando a lato oppure qui).

(L'immagine è tratta da uno dei migliori film su quella stagione, a tasso di retorica zero: Tutti a casa di Comencini, con Sordi e Serge Reggiani)

martedì 14 aprile 2009

ER: due stagioni alla volta

er-5-abbyRai 2 ha deciso di puntare tutto su ER quest'anno? Oppure non vedevano l'ora di liberarsi di questa ormai ingombrante serie e hanno colto l'occasione per chiudere tutto in un colpo solo?

Sta di fatto che ci stavamo aspettando (noi irriducibili appassionati del miglior serial TV di sempre) la solita brusca interruzione e l'attesa all'anno prossimo per l'ultima serie (15a stagione) andata in onda nelle scorse settimane in USA, quando è arrivata la sorpresa.


Per me ancora più brusca perché la settimana scorsa per vari contrattempi avevo dovuto saltare, e mi ripromettevo di vedermi più tardi la puntata cercandola in Internet. Solo che venerdì scorso c'erano parecchie cose diverse, la regia, i personaggi. er-morris-samCi sono voluti parecchi minuti per orizzontarci, ma poi è emerso che la settimana prima la Rai aveva trasmesso nella stessa serata sia l'ultima puntata della 14a serie (che era effettivamente più breve del solito, causa uno sciopero molto lungo degli sceneggiatura USA) sia la prima della 15a serie. Che nel frattempo si era conclusa in USA, con la conferma che sarebbe stata proprio "the least", l'ultima in assoluto.

Si aggiungeva poi un ritmo e un montaggio particolarmente serrato, come nelle prime serie, un netto cambio di passo rispetto alla serie precedente (che arrivava a volte inusitatamente nei territori della commedia e addirittura del glamour, con la nuova coppia Sam - Gates, ma anche con l'alcolico tradimento di Abby con Moretti).

er-8-gatesMa anche qui, a parte la regia evidentemente cambiata e il voluto ritorno alle origini, c'era anche una causa concomitante. Per la giornata di lutto nazionale proclamata per il tremendo terremoto in Abruzzo la Rai aveva sospeso la pubblicità. ER è pensato, credo, già all'origine in considerazione di qualche pausa pubblicitaria (magari non tante come quelle che ci ficcano da noi) che consentono agli spettatori di prendere fiato ogni tanto.

Così, due puntate assieme, personaggi nuovi, inclusa addirittura la nuova capa dell'ER (interpretata dalla nota attrice Angela Basset), ritmo incalzante e eventi drammatici, è stata una esperienza.


Resa ancora più intensa e impegnativa dalla uscita quasi simultanea di due personaggi chiave.

Nella prima puntata della nuova serie, apprendiamo cercando in Internet dopo la conclusione, era successo qualcosa di molto grave. In una esplosione accidentale era rimasto mortalmente ferito Pratt. Il medico che aveva iniziato come ambizioso e intemperante borsista, che aveva conquistato a fatica e a forza di errori (anche nella relazione con le persone) un equilibrio e una forza interiore, che lo avevano fatto diventare assistente e punto di riferimento per tutta la ER, e poi, proprio all'ultimo, capo di tutta la baracca.

er-6-neelaSolo che l'incidente fatale era arrivato proprio il giorno nel quale la sua nomina sarebbe stata formalizzata. Ma era rimasta in potenza, come la sua domanda di matrimonio alla fidanzata di lungo corso Bettina, appena uscita da un brutto periodo. E' Morris, il suo amico che non è riuscito a salvarlo, a trovare l'anello in una tasca del suo camice.

Non basta, nella seconda puntata della nuova stagione un'altra analoga concomitanza riguardava il personaggio centrale di tutta la serie da molti anni a questa parte, la ex-infermiera, poi dottoressa e infine assistente Abby, la fragile e forte Obi-Wan-Kenobi delle infermiere, quella che, dopo la nuova caduta nel suo alcolismo, imparava proprio nelle ultime fasi della serie precedente, che "ci vuole una grande forza per chiedere aiuto", e riusciva, proprio nell'ultima puntata, a rimettere assieme il suo rapporto con Luka (e la sua piccola famiglia).

er-3A un prezzo però, un taglio netto con l'ER, con Chicago, con un ritmo di vita che aveva costituito la sostanza della loro vita. Così anche lei si trovava in tasca contemporaneamente la promozione ad assistente e la lettera di dimissioni. Non prima di aver ancora una volta dimostrato la sua capacità medica e quel misto di competenza e spirito pratico, derivante dalla sua lunga trafila come infermiera, salvando in extremis un paziente, e la sua capacità di andare al nocciolo delle cose difendendo la capo infermiera che era succeduta a lei, Sam, in commissione disciplinare.

L'uscita di Pratt era forse spiegabile con il desiderio dell'attore di non rimanere bloccato nel personaggio (l'abbiamo visto in altri film). Quello della bravissima Maura Tierney, non credo, penso che sia più spiegabile con il tentativo di rendere la serie meno chiusa attorno a questo personaggio complesso e particolarmente riuscito, almeno nella ultima serie.

A questo punto, salvo altre sorprese, ER arriverà a conclusione in Italia nello stesso anno che in USA, chiudendosi per sempre (ma chissà ...) a primavera inoltrata.

(Le foto sono tratte dal sito della NBC e ritraggono, ovviamente, Abby, Morris e Sam, Gates, Neela e Dubenko, Neela e il suo borsista genio diciannovenne)

E Pratt? A lui qualcuno ha dedicato addirittura un video come omaggio a uno dei "character" più riusciti di tutta la serie.

sabato 11 aprile 2009

Maria Cazzetta, Santa Pupa e Cacini

La ironica fantasia del popolino romano ha inventato nei secoli figure e metafore che consentono di spiegare bene quello che succede nel nostro amato paese. Un personaggio molto citato dai veri romani (io non lo sono, ma mi applico) è Santa Pupa. Sempre (o quasi) presente, è quella figura immaginaria che protegge i bambini e i poveri di spirito dalle più rischiose imprudenze, consentendo loro di attraversare indenni una strada trafficata e simili. Era presente (non con questo nome) anche in un racconto di fantascienza di diversi anni fa, mi sembra di Jack Vance, dove il protagonista capitava in un pianeta dove la razza umana era fortemente evoluta, erano tutti, uomini e donne, bellissimi come dee e come dei, ma con il cervello di un bambino di 4 anni particolarmente distratto, e vivevano felici in un mondo dove tutto, però, funzionava alla perfezione. Se un operaio felice e ottimisticamente inconsapevole di ogni istruzione operativa e norma di sicurezza, nonché più bello di Brad Pitt, era al comando di una gru e nel fare manovra stava per buttare giù il grattacielo vicino, all'ultimo secondo si inceppava il motore, e poteva così posizionare meglio il braccio della gru.
 
Dopo qualche giorno il protagonista, solito vagabondo delle stelle, scopriva il segreto, Santa Pupa in questo caso erano i pochi terrestri ancora dotati di un intelletto con tutti i neuroni a posto che, dalle loro città sotto terra, con raffinati strumenti video e comandi a distanza, intervenivano sistematicamente a evitare danni a quel popolo di bambinoni felici.

Maria Cazzetta invece è la protagonista del celebre detto "i risparmi di Maria Cazzetta" (esiste anche la versione in inglese: "Maria Cazzetta's savings") colei che, per risparmiare 100 lire, ne spende poi 10.000 per aggiustare quello che si è guastato, per ricomprare quello che poi non era un così grande affare, per completare quello che sperava di evitare.

Guardando con tristezza e partecipazione i danni terribili del terremoto in Abruzzo non potevano non venirmi in mente questi personaggi. Quella unica casa intatta nel paesino di Onna, l'agglomerato che si trovava proprio sopra l'epicentro, rimasta in piedi perché il proprietario, l'unico, aveva evidentemente deciso di spendere un po' di più per costruirla seguendo la normativa antisismica, anche se non obbligatoria.

algeria-1E perché non era obbligatoria? Perché ogni anno veniva rinviato l'obbligo di applicazione, anche nelle zone ad alto rischio sismico, secondo una nuova tradizione legislativa italiana, che segue il rito della finanziaria, il "decreto milleproroghe".

E lo sciame sismico, ultimo tentativo, forse, di Santa Pupa per avvertire dell'imminente pericolo? Non è prevedibile un terremoto con data e ora, e non è possibile evacuare intere città con decine di migliaia di abitanti ogni notte o quasi, siamo d'accordo.

Ma almeno un programma straordinario di verifica preventiva e di stress test sulle abitazioni più a rischio si poteva provare ad iniziarlo, o no? Tra il fatalismo e il pessimismo cosmico esisterà, spero, una via mediana.

E quelli che sapevano di aver costruito violando tutte le norme? Zitti e buoni, invocando ogni notte Santa Pupa? O cinicamente tranquilli che la confusione legslativa italiana e le prescrizioni li avrebbero comunque salvati? O talmente ignoranti e sprovveduti da non avvertire neanche il rischio?

Alla fine la scossa violenta è arrivata proprio in piena notte, con le conseguenze che sappiamo. Ed è veramente triste, e fa rabbia, sentire l'esperto di turno affermare che un terremoto della stessa intensità, in California, non avrebbe fatto neanche una vittima. Anche in California ci sono case vecchie, costruite prima di conoscere le tecniche per la costruzione antisismica, anche gli USA sono un paese capitalista con uno stato molto leggero, eppure, nel loro stesso interesse e con pragmatico e anglo sassone buon senso, hanno speso quello che dovevano spendere per mettere in sicurezza vaste aree di uno stato che è più esteso del nostro paese.

Noi preferiamo risparmiare, rimandare gli investimenti, non sia mai che sia necessario aumentare di qualche percentuale le tasse, salvo poi spendere non so quante volte tanto, a parte il costo incalcolabile delle vite umane spezzate, per agire in emergenza. L'emergenza come unica molla di efficienza.

E qui arriva Cacini, l'altro personaggio. In questo caso realmente esistito (qualche anno fa è venuto a casa mia per riparare un rubinetto il nipote, che faceva l'idraulico, Cacini era un attore dei primi decenni del novecento). Arrivava trafelato all'ultimo momento e voleva mettere tutto a posto, diventare il primo.

E così facciamo sistematicamente noi, quando una emergenza riporta all'attenzione questa o quella carenza organizzativa del nostro sistema paese. Vogliamo applicare "la legislazione più avanzata in materia". Così per la sicurezza sul lavoro non basta la normativa europea (che peraltro non applichiamo) vogliamo andare oltre, con la normativa approvata nel 2007 (inapplicata anche quella e in via di semplificazione, ovvero di non applicazione autorizzata). Così con la normativa e i permessi per edificazione e ristrutturazione, una giungla di certificati di idoneità statistica, libretti di fabbricato, certificati di abitabilità, certificati di prevenzione incendi, che poi si scopre che non sono presenti spesso o quasi mai perché intrecciati tra competenze di più enti e incongrui tra di loro.

marocco-1Il risultato è che sulla carta tutto è perfetto, nella realtà tutto è imperfetto e approssimativo e che l'applicazione della normativa bloccherebbe tutto. O, almeno, la normativa è così complessa che fornisce una ottima scusa agli eterni cercatori di scorciatoie e agli eterni facilitatori di scorciatoie.

Una normativa più semplice e controlli a campione sistematici sarebbero certamente una soluzione più logica. Basterebbe copiare con umiltà una qualche legislazione di un paese civile europeo a nostra scelta. Ma preferiamo continuare così, come i bambinoni del racconto di Jack Vance.

Per questo, lo confesso, sono restio a partecipare alla rituale raccolta fondi. Sono sottoscrittore di altri programmi, ma questa volta avverto qualcosa di stonato. Tutti pronti e generosi dopo che il danno è fatto, ma tutti altrettanto pronti (come la Confindustria) a criticare i costi eccessivi di questa o quella normativa di sicurezza (vedi quella sulla sicurezza del lavoro), quando Santa Pupa è meno distratta.

Mi spiace, ma è lo Stato, ai suoi vari livelli, usando i fondi che una metà dei cittadini trasferisce loro sotto forma di tasse (e io sono tra questi e me ne accorgo) che deve provvedere. Lo slancio generoso nella raccolta dei fondi lasciamolo a quell'altra metà che forse in questo momento un qualche complesso di colpa lo avverte (o forse no, sono troppo ottimista).
 

sabato 4 aprile 2009

Aboliamo il sostituto d'imposta

La politica italiana è talmente ripetitiva che non c'è neanche bisogno di tirare fuori sempre nuovi post a cadenza quasi giornaliera. Basta riprendere quelli già fatti, anche a distanza di tempo. Per esempio in questi giorni ecco nuove stupite notizie sulle dichiarazioni dei redditi dei lavoratori autonomi versus i lavoratori dipendenti.

Pare, dai dati della Agenzia, che il 78% delle entrate IRPEF provenga dai lavoratori dipendenti (che sono circa la metà del totale), che un esiguo 2% del totale dei contribuenti abbia un reddito sopra i 70.000 € all'anno (che corrispondono, per un lavoratore dipendente, a 3000 € netti al mese per 14 mensilità, uno stipendio che non consente certo di comprare uno yacht, neanche a rate, eppure basta andare a Porto Ferraio o al Giglio o anche al Porto di Ostia ...), che tra i lavoratori autonomi oltre il 50% dichiari meno di 35.000 € all'anno, e che il contributo all'Irpef del lavoro autonomo è pari al 4,2% del totale, e che in sintesi il reddito medio degli italiani soggetti a Irpef è 18.000 € all'anno (sempre lordi, s'intende).


Non mi pare ci abbia fatto caso nessuno, ma il PIL pro-capite del 2006 (fonte: Calendario atlante De Agostini) era 31.791 € (ca. 38.200 €), mi pare ci sia qualcosa che non torna.

Comunque questa notizia mi pareva di averla già commentata un paio di anni fa (era il giugno del 2007, c'erano polemiche in corso sugli studi di settore), e il titolo era: Come fa un gioielliere ad arrivare a fine mese?

Non c'è neanche bisogno di riciclarla, va bene ancora così com'è.

Per capire il perché e l'ineluttabilità di questa situazione è anche subito pronto un altro post di qualche mese fa: La politica italiana spiegata a un marziano.

Qualche anno fa qualcuno (non ricordo chi) propose una soluzione estrema a questo eterno problema dell'equità: abolire il sostituto d'imposta e ritornare al sistema degli anni '60. Peccato sia impraticabile, sarebbe veramente interessante verificarne gli esiti.