mercoledì 22 aprile 2009

Memoria della Resistenza

Alla fine il premier ha annunciato che stavolta ci andrà, alle celebrazioni per il 25 aprile, per la prima volta da quando è in politica (16 anni). Ha detto che non vuole lasciare questa festa, che è di tutti, solo alla sinistra, che se ne è appropriata. Evidentemente ha cambiato idea rispetto ai 15 anni precedenti nei quali invece l'aveva lasciata alla sinistra. Ignoro come voglia celebrarla, non faccio mai processi alle intenzioni né dietrologia e quindi aspettiamo e vediamo.


partigiani-reggio-1945-webMi va invece di ripensare alla memoria della Resistenza come la ho vissuta io e la mia generazione.
Sono cresciuto in Emilia ed ero bambino negli anni '60, quando la memoria era ben viva (in fondo erano passati solo 20 anni, la fine della guerra era distante come ora la caduta del muro di Berlino o gli inizi della carriera di Madonna) e, a differenza dei bambini di oggi (così dicono tutti, ma non so se è vero o è una scusa) non mi dispiaceva ascoltare i racconti degli adulti. Almeno, nei lunghi pomeriggi estivi quando proprio non avevo altro da fare ed era troppo caldo per scappare da qualche parte in bici. Adulti che erano della generazione precedente ma, più spesso, della generazione ancora precedente, anziani per noi di allora, ma in fondo non poi tanto per i parametri di ora (non avevano ancora sessant'anni).


Curiosamente però, la maggior parte dei racconti era distorta dal fatto di provenire dalle donne, mia nonna, sua sorella, la mia prozia alla quale ero particolarmente legato, le loro amiche. Mio nonno, che pure era stato un dirigente delle SAP, le Squadre di Azione Patriottica, che era stata condannato a morte dai fascisti ed era fortunosamente sfuggito alla esecuzione nei primi mesi del '45, era un uomo dell'ottocento e non aveva molta considerazione dei bambini, secondo la visione tradizionale, dovevano ancora formarsi e non valeva la pena di sprecare tempo con loro. Mia madre, che pure era stata partigiana, era una giovane donna che viveva nel presente ed era proiettata nel futuro, e non aveva grande ansia di raccontare le sue vicende. Si stupiva quasi quando, di ritorno al paese natale, la chiamavano con il suo nome di battaglia.


Le donne di una certa età che perdevano tempo volentieri a raccontarmi storie della Resistenza tiravano invece fuori sempre episodi che mi piacevano poco, che non erano in sintonia con il mio desiderio di ascoltare storie epiche ed eroiche, con la mia formazione sui fumetti e sui film americani. Di solito erano storie di imboscate andate male, di armi che si inceppavano, di poveri ragazzi ancora giovani falciati dall'efficiente esercito tedesco in fuga. Ascoltavo paziente e deluso queste storie, nelle quali prevaleva la pietà e il dolore di chi la guerra l'aveva vissuta veramente, cercando poi con mio padre o con mio zio storie che mi confortassero nella convinzione che, in fondo, era stata una guerra vittoriosa.

Perché la mia curiosità di fondo, l'ho capito meglio dopo, era di immaginare me stesso in quel periodo, come tutti, cercavo di riportare una realtà che mi interessava alla mia dimensione.


Mi colpiva, soprattutto negli anni successivi, il fatto che quei ragazzi che andavano in montagna avevano più o meno la mia età, cercavo di capire come si potessero fare scelte come quelle, come si potesse vivere in una dimensione che era sempre a contatto con il pericolo e con la morte.

In tanti anni di pace è una dimensione che abbiamo completamente perduto, per fortuna.

Molti anni dopo, era il 1990, ho provato per un momento quella sensazione. Erano i giorni che precedevano la guerra del Golfo, l'Italia aveva deciso di partecipare alla coalizione, io ero in giro per lavoro in macchina e ascoltavo alla radio il dibattito in Parlamento per approvare la missione, le polemiche tra Andreotti che definiva la missione una "operazione di polizia internazionale" e Ingrao che ricordava con veemenza l'articolo 11 della Costituzione italiana.

25-aprile-bolognaSolite polemiche italiane che ascoltavo con relativa attenzione, ma poi in un momento ho pensato che potessero riguardare anche me, e mi è passato un brivido lungo la schiena, una impressione che non avevo provato mai. Mi ricordavo all'improvviso dei racconti di mia nonna sulla entrata in guerra, delle donne che piangevano ma dei tanti che esultavano o ascoltavano noncuranti, pensando che la cosa riguardasse qualcun altro. Come stavo facendo io? Riflettevo. Mi ero congedato dall'esercito da anni dopo la leva ma ero ancora in organico come sottufficiale, come età potevo anche essere richiamato, pareva impossibile che si arrivasse ai riservisti ma ... probabilmente pensavano la stessa cosa nel giugno del '40. C'era ancora l'Unione Sovietica, c'erano ancora i blocchi, che sbocco avrebbe avuto quell'avventura americana?  Uno scenario impossibile, una situazione che scappa di mano contro ogni previsione? Ho incominciato a immaginare scenari e ipotesi, era una mattina plumbea di pioggia e la radiocronaca drammatizzava il momento.


Non è successo poi nulla, a parte la brutta avventura di Cocciolone e Bellini, e Bush padre, forse proprio perché esisteva ancora l'URSS, si è ritirato da Bagdhad dopo aver ricondotto le truppe irachene all'interno del paese, lasciando Saddam al suo posto. Bene o male che abbia fatto, la guerra improvvisa era finita, ma mi era servita per capire, anche se in modo molto mediato, cosa volesse dire una scelta volontaria o imposta di andare in guerra.


L'altra Resistenza eroica e vincente era invece quella dei tanti 25 aprile festeggiati unitariamente, dai libri e dai film, dalla retorica trionfante della sinistra al potere e dall'"arco costituzionale", dalla scuola e dai professori di sinistra che ne davano una visione univoca, di parte.

Anche qui però la memoria non mi conforta del tutto. Festeggiamenti unitari? A dir la verità mi ricordo solo di esponenti della sinistra DC, quelli che ora sarebbero nel PD, di solito si trattava di una coppia, Granelli e Galloni. Gli altri, quelli della destra DC, non si sono visti mai. E quelli del centro DC si vedevano solo se erano presidenti del consiglio o simili, a portare corone al Milite Ignoto.

Film sulla Resistenza? A pensarci bene non sono mica tanti. Faccio fatica a individuarne qualcuno incentrato proprio sulla guerra in montagna. Al massimo ne parlano di rimbalzo. Come in Tutti a casa, come nel classico Roma città aperta, come in Una vita difficile o nella sua versione moltiplicata per tre, C'eravamo tanto amati. Pochi film, o di subito dopo la guerra, come Paisà o Achtung! Banditi! o problematici degli anni '90 come Il partigiano Johnny o Piccoli maestri. Non mi pare che al cinema siamo stati sommersi da retorica sulla Resistenza.


A scuola poi non ricordo di essere mai arrivato, in tredici anni di studi, neanche vicino alla seconda guerra mondiale. Mi ricordo come ne parlavano i vari libri di storia che avevo perché andavo sempre a leggere la loro versione del novecento, ma in classe ci siamo sempre fermati alle "campane di san Giusto" (la fine della prima guerra mondiale, per chi non ricordasse questa canzone patriottica, cioè per il 90% degli italiani) e anche il ventennio fascista, prudenzialmente, era sempre lasciato agli ultimi giorni di scuola, quando poi però c'era sempre qualcosa di più urgente da fare. In ogni caso anche i libri stavano sempre molto attenti alla massima equidistanza, e sul fascismo aggiungevano sempre che, però, "aveva bonificato le paludi pontine". Professori di sinistra o di estrema sinistra, sarà stato un caso, una eccezione, non ne ho visti molti neanche di quelli, me ne ricordo solo uno, ma era di Matematica, e poi era anche di un'altra sezione.

 

Insomma, di memoria della Resistenza ce ne sarebbe ancora bisogno. Ci sarebbe bisogno di riflettere su come il desiderio di libertà possa mettere in moto un intero popolo, sul significato stesso di libertà, su quale leva formidabile possa costituire la speranza in un mondo che possa assomigliare ai propri sogni, su come sia difficile, contraddittoria e poco lineare una vicenda che coinvolge il "milione di uomini" se vista da vicino, e come invece abbia un senso compiuto e sia un esempio se vista dalla giusta distanza, come i pixel di una immagine digitale, sulla possibilità di unirsi dimenticando le differenze una volta individuato come prioritario un obiettivo comune.




 
(La prima foto non è una delle solite foto di repertorio, ritrae partigiani a Reggio Emilia in Piazza del Duomo nei giorni successivi alla Liberazione. Qui sotto una canzone della Resistenza, una di quelle cantate effettivamente dai partigiani, in una valida versione dei MCR)
 


 

1 commento:

  1. "...come si potesse vivere una dimensione che era sempre a contatto con il pericolo e con la morte"... Giusti o sbagliati c'erano gli ideali. Oggi si muore per cause deliranti quali: droghe, spregio della vita. In sostanza per mancanza di idee ed egoismo!!!

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