giovedì 28 maggio 2009

Gli stipendi più bassi d'Europa

A intervalli regolari si succedono lanci di notizie, arrivano come fenomeni naturali ineluttabili, se ne parla per 2-3 giorni e poi spariscono. Ad esempio la notizia che gli stipendi dei parlamentari italiani sono i più alti d'Europa. O che il sistema pensionistico italiano non può reggere. O che il tasso di natalità italiano è il più basso del mondo. O che gli stipendi italiani sono i più bassi d'Europa.

I giornali (tutti assieme, sono abbonati alle agenzie) riportano la notizia,  che deriva dalla solita recente indagine statistica. A volte la commentano, e tutto finisce lì. Ci sarà però una ragione per questi fenomeni (non) naturali? Magari non è neanche tanto difficile da trovare.

Ad esempio, proviamo a capire perché gli sipendi italiani sono (in media) i più bassi d'Europa. Potremmo cercare di partire da quello che differenzia il mercato economico e il mercato del lavoro italiano da quello europeo. Se sono diversi per aspetti sostanziali magari poi sono diverse anche le retribuzioni.


Il PIL italiano deriva per circa il 50% dal settore pubblico. Questo è interessante, altrove la percentuale è inferiore. E' assai probabile che anche il 50% dei lavoratori, più o meno, siano nel settore pubblico. Chi decide le condizioni retributive dei dipendenti pubblici? I governi, che sono espressione della volontà popolare. Quindi se gli stipendi pubblici sono mediamente più bassi degli stipendi privati (è così ovunque) e quindi più bassi due volte della media europea, la motivazione è la volontà popolare
Se in Italia prendesse il potere un improbabile partito per l'innalzamento degli stipendi nel settore pubblico, questa (presunta) anomalia si sanerebbe.

Il secondo motivo è che i lavori stabili sono a tempo indeterminato e non interrompibili bilateralmente. Solo il lavoratore può interrompere il rapporto di lavoro per sua scelta (pagando eventualmente una penale per mancato preavviso). Il datore di lavoro può invece interrompere il rapporto solo per giusta causa, da dimostrare davanti a un giudice in caso di ricorso.

Non è così ovunque, in particolare non è così nel Nord Europa. Dove i lavori sono quasi sempre a tempo indeterminato (nel senso che nel contratto non è prevista una data di conclusione) ma sono sempre interrompibili dal datore di lavoro. Per mezzo di una procedura piuttosto rara in Italia (per fortuna, direbbe chiunque) chiamata licenziamento.

Poiché statisticamente ad una certa quota di lavoratori, ad esempio, inglesi, può capitare il licenziamento (o la riduzione unilaterale dell'orario, come fanno ultimamente, in tempi di crisi globale) ne consegue che: 1) gli stipendi devono essere mediamente più alti per coprire gli intervalli tra un lavoro e un altro; 2) lo stipendio può anche essere più alto, ma se capita una interruzione di qualche mese la retribuzione annuale si abbassa e il lavoratore inglese, apparentemente privilegiato, scende in classifia rispetto al suo omologo italiano.

E' una applicazione dello scambio tra rischio e retribuzione. Maggiore è il rischio del lavoro (nel senso della instabilità) e maggiore deve essere la retribuzione. La stabilità, con tendenza addirittura alla inamovibilità, con corredo di tutele assistenziali e previdenziali pagate dal datore di lavoro, a sua volta ha un valore e viene in sostanza detratta dalla retribuzione, che quindi mediamente è inferiore.

Il terzo motivo è che, probabilmente a compensazione della sopra descritta peculiarità, si sono sviluppati  da noi (da anni, non solo recentemente) varie forme di cosiddetto precariato. Il lavoro precario, la diffusa collaborazione in particolare, racchiude in sè il peggio dei due sistemi: licenziabilità e bassa retribuzione media, aggiungendo anche l'ulteriore abbassamento del reddito su base annua nel caso (frequente) di interruzioni e (visto che ci siamo) anche la scarsa tutela previdenziale e di welfare in generale.

Il lavoro interinale è meno penalizzato (in Italia sono trattati meglio i diplomati dei laureati, qualsiasi cosa questo significhi) ma comunque soggetto a interruzioni, ed è sempre e comunque più basso (per il dipendente, per il datore di lavoro è più costoso per via delle commissioni di agenzia) di quello cosiddetto a tempo indeterminato.

Poichè sono in crescita questi lavori e costituiscono una quota crescente del complessivo, anche da qui nasce la verità statistica degli stipendi più bassi d'Europa.

Quindi abbiamo la spiegazione. Perché abbiamo gli stipendi più bassi d'Europa? Perché lo vogliono la maggioranza degli italiani quando votano. Considerando giusto che il lavoro pubblico sia pagato meno di quello privato. Non considerando giusto o conveniente abolire forme contrattuali come le collaborazioni. Considerando non prioritario riformare un mercato del lavoro non equo, dove a parità di compiti e competenze corrispondono tutele molto diverse.
E considerando invece prioritari problemi come la cosiddetta clandestinità (nel paese che chiama e richiede più lavoratori stranieri) , la criminalità spicciola (nel paese con i più bassi tassi di piccola criminalità d'Europa, ma con i più alti tassi di criminalità organizzata) o le buche delle strade di Roma.

martedì 26 maggio 2009

L'invidia

Leggevo la settimana scorsa una interessante osservazione in una lettera a Zygmunt Bauman, sul supplemento del sabato di Repubblica. Scriveva Agata P.: "Non cerchiamo un contatto con le persone ma solo la loro ammirazione, l'invidia, ossia il loro odio. Perché vogliamo essere odiati?"

Invidia, non ammirazione. L'ammirazione nasce da un merito riconosciuto, da parte di chi sa che non può essere in lizza per il premio Nobel. L'invidia nasce dalla consapevolezza di essere inferiori ma nel rifiuto di accettare la inferiorità. Di persone ammirate incondizionatamente in Italia non ce ne sono molte, magari qualcuno o qualcuna premiata dalla bellezza, come Monica Bellucci, o dalle doti sportive, come la Pellegrini. Doti per le quali non servono le raccomandazioni, la scorrettezza, l'appartenenza alla famiglia o a un clan. Che sono le motivazioni che di solito l'invidioso attribuisce alla persona di successo, per mitigare il suo senso di fallimento.

L'invidia degli altri è però addirittura cercata, come dice giustamente Agata P, l'invidia è la comprova del successo. E c'è anche chi la vende, e molti che la comprano. Per esempio sotto forma di SUV, o di SUV al quadrato (il Cayenne) o di SUV al cubo (l'Hummer). Mezzi che hanno solo un significato, il messaggio che mandano agli altri (che guidano più in basso): invidiatemi.

Una volta ho visto uno che, nel caso gli altri non avessero del tutto capito il messaggio metaforico, aveva attaccato sulla coda del suo Touareg una decalcomania con un disegno stilizzato e la scritta "Attenzione: famiglia feroce!". Volevo fargli una foto con il telefonino ma poi ho osservato meglio il capofamiglia e ho deciso di soprassedere.

L'invidia è la nuova motivazione inconscia per il voto a sinistra. Tre anni fa era più prosaicamente la coglionaggine. Non nel senso spregiativo classico, voleva dire che chi vota a sinistra lo fa contro i suoi interessi, come un coglione, appunto. E non a caso lo diceva alla assemblea della Confcommercio. Come dire: "bisogna essere coglioni per votare a sinistra e farsi tartassare dalle tasse".

Ora l'altra spiegazione per questo inconcepibile comportamento (non votare per il PdL) è la invidia. Appunto "Chi è malato di invidia personale e di odio politico vota per la sinistra" diceva Berlusconi (23 maggio, da La Stampa e altri quotidiani).

Invidia rivolta in primo luogo a lui, pare di capire. Certo è l'uomo più ricco e potente d'Italia.
Eppure una buona parte degli italiani ha qualcosa che lui non ha, almeno per ora: una famiglia unita, una moglie che lo ama o almeno ha ancora affetto e considerazione per suo marito, oppure, se il matrimonio è finito (capita) almeno una donna che lo ama. In fondo, come cantava John Lennon "Ogni uomo ha una donna che lo ama". Anche Sarkozy, è finita la storia con Cecilià, ma ora ha Carlà.

Certo i soldi e il potere compensano parecchio di quello che manca e, come si dice, "il denaro non da' la felicità, figuriamoci la miseria", ma anche Paperon De' Paperoni che pure ha il suo deposito dove tuffarsi nel denaro, deposito invidiato e metaforicamente e instancabilmente insidiato dai Bassotti, senza Paperino e i nipotini Qui, Quo e Qua avrebbe una  vita vuota. Anche l'eterna caccia di Brigitta Papera alla fine gli riempie la vita, e perfino se sparisse l'eterno nemico Rockerduck si sentirebbe privo di qualcosa.

Senza di loro sarebbe come il suo prototipo, Ebeneezer Scrooge, il protagonista del celebre racconto di Dickens, Canto di Natale, e il primo nome di Paperone in USA era appunto Uncle Scrooge (o Scrooge McDuck).
Ma già nelle mitiche storie degli anni '30 del suo creatore Carl Barks la macchietta dell'avaro era sostituita dall'infaticabile, anche se un po' fissato, imprenditore che si buttava nelle più fantastiche avventure assieme al suo nipote sfaticato e incapace (ma che lui cercava sempre) e ai micidiali nipotini. E poi gli sceneggiatori italiani hanno completato negli anni il suo mondo di amicizie e affetti.

In sintesi: attenzione con l'invidia, è un sentimento difficile da maneggiare in entrambe le direzioni.

Commento musicale: I Vianella in "Semo gente de borgata" (e stamo mejo noi, che nun magnamo mai), che avevano già detto tutto.

venerdì 22 maggio 2009

G8: la parola magica

Volete i titoli dei giornali per la vostra iniziativa? Siete disposti a sopportare la non pacifica invasione della vostra città da parte di tutti i freaks d'Europa che cercheranno in ogni modo di creare scontri con la polizia? Allora adottate un marchio infallibile come la parola magica delle fiabe: G8.

Magari dovevate organizzare un convegno sull'ambiente, o sulla industria chimica, o sull'università. Non lo avrebbe filato nessuno. Sarebbe stato difficile trovare i relatori. Non parliamo dei giornalisti, non ci sarebbero andati neanche gli stagisti. E invece lo chiamate G8 dell'Università, e il clamore è assicurato. Magari i paesi non sono proprio 8, magari sono 19, ma un marchio è un marchio e i protestari e i giornalisti non si fanno mai troppe domande.

Da tutta Europa calano i contestatori, quelli che per un po' si sono chiamati "black blocks", quelli cattivi, e "no global", quelli buoni  (una tizia in fila alle poste li aveva battezzati con un inconsapevole tentativo di sintesi "no blocks"). Il motivo non si capisce troppo bene. Mai. Ma comunque è da ricondurre ad una sopravvalutazione. Alla sopravalutazione dell'evento, dal quale potrebbero derivare decisioni gravi, contrarie al destino dell'uomo, della terra, dei giovani, del cibo naturale e così via.

Invece nei vari G7, G8, G20 non si decide mai niente, e quel poco è solo fumo per giustificare la esistenza stessa dell'evento. Fumo che magari viene poi dimenticato o disatteso in seguito. Come i rituali aiuti al terzo mondo. A memoria d'uomo non si ricorda un G8 nel quale siano state prese decisioni che abbiano inciso nella vita delle persone del mondo. O, almeno, non decisioni che si siano conosciute, magari in incontri bilaterali riservati si sarà pure concluso qualcosa, ma lo stesso accordo si sarebbe potuto prendere anche da qualsiasi altra parte e in qualsiasi altro momento.

Ad esempio dal recente G20 di Londra, che è persino costato la vita ad un povero edicolante, qualcuno si ricorda che decisioni siano state prese e che rilievo abbiano avuto sulla famosa crisi? Ogni paese ha continuato, come prima, ad andare in ordine sparso seguendo i propri interessi. Anche per l'intero fronte che contesta vanamente il capitalismo e il libero mercato i G8 e derivati hanno lo stesso scopo che hanno per i capi di stato che ci vanno: ricordare al resto del mondo la loro esistenza.

Vanamente i tecnologi a oltranza ricordano che esistono le video conferenze o, anche, banalmente, il telefono. A intervalli sempre più ravvicinati, ineluttabili come le stagioni, si succedono i G8. Forse il vero scopo risiede in un moderno metodo Keynes. Invece di far scavare canali (che magari neanche servivano) con pala e piccone per aumentare al massimo la forza lavoro, viene organizzato un evento mondiale che comporta opere architettoniche ed edili per centinaia di milioni di euro (La Maddalena), che mobilita migliaia di giornalisti e altrettanta migliaia di "sherpa" (funzionari) al seguito delle varie delegazioni, da alloggiare in equivalenti migliaia di camere d'albergo, che mangiano migliaia di pasti in migliaia di buffet, che danno lavoro a centinaia di interpreti, che richiedono migliaia di ore di straordinario per le forze dell'ordine che devono contrastare i suddetti contestatori.

Tutto PIL in più per il paese ospitante, e infatti i G8 girano da un paese all'altro e non mancano mai le offerte. Con una espansione inarrestabile e bulimica. In questo senso il trasferimento del G8 all'Aquila tutto sommato non è una cattiva idea: mette fine per forza al gigantismo  dell'evento contrastandolo con la esigenza di sobrietà connessa alla situazione drammatica sullo sfondo. Magari è anche un modo per salvarsi dai ritardi accumulati alla Maddalena e prevenire ogni critica di inefficienza ("già e tanto che siamo riusciti a fare questo ...") oltre che un ulteriore preventivo complesso di colpa per i contestatori (" ... non avete proprio rispetto per niente").

Comunque sono in grado di rivelare, per concludere (la sintesi non serve, si è capito cosa farei dei G8) il risultato raggiunto dal recente G8 dell'Università. Lo ha detto il rettore dell'Università di Torino, che lo ha organizzato, citando la brillante conclusione del relatore finale, il rettore dell'Università di Pechino. Che sintetizzava così il problema del mondo moderno e globalizzato "i paesi ricchi ed i paesi poveri devono capire che sono sulla stessa barca, e devono imparare a remare nella stessa direzione".

Brillante sintesi, in apparenza, non so se serviva un G8 intero (che poi era un G19, non hanno chiuso la porta in faccia a nessuno) per arrivarci. Non so neanche cosa c'entri l'università. E soprattutto non sono tanto sicuro di una cosa: la direzione a cui puntare è proprio la stessa per i paesi ricchi e per i paesi poveri? Per esempio i paesi poveri potrebbero avere come obiettivo la libera circolazione delle persone, oltre che delle merci. Oppure la libera circolazione delle idee (i brevetti) oltre che del denaro.
Temo che questa barca farebbe fatica a muoversi in una direzione ben definita. A meno che a poppa ci fosse il timoniere di Ben Hur, quello col tamburo. E che i rematori fossero incatenati alla barca, senza scampo, come Ben Hur e i suoi amici. Ma non lo vedo proprio questo nuovo ordine mondiale, forse lo vede pro domo sua solo quel rettore che viene dalla Cina.

Cosa si proponeva il G8 University Summit (solo per appassionati)

Ma forse bisogna anche cercare di capire cosa si proponeva questo G8 University Summit (che si tiene da anni, ma in precedenza era andato meno bene, non se lo era filato nessuno, l'anno scorso ad esempio si era tenuto a Sapporo in Giappone) e perchè bisognava contrastarlo.
Cominciamo dai motivi per opporsi ad esso:

"Noi sosteniamo un’idea di università pubblica, democratica, di massa e di qualità radicalmente alternativa a quella che si profila al Summit di Torino, occasione per le élites accademiche del pianeta di accreditarsi come consulenti dei capi di stato e di governo corresponsabili della crisi economica, e attrarre finanziamenti pubblici e privati in reciproca competizione. In una logica di soggezione della formazione e della ricerca al sistema d’impresa, logica superficialmente mitigata dalla scelta di discutere quest’anno il contributo delle università allo sviluppo sostenibile."
(Fonte: Rifondazione Comunista )

Ma da cosa ricavano questi irriducibili antagonisti che i rettori, in genere di università pubbliche, volessero proprio questo? Vediamo la sintesi finale dei lavori (difficilissima da trovare, tutte le notizie sul G8 dell'University, sono sommerse in un rapporto 1 a 1000 dalle notizie sugli scontri a Torino). Sintetizzo perché è veramente lunga:

Quattro sono i principi enunciati  dalla dichiarazione finale: 1) Un nuovo modello di sviluppo socio-economico, che preveda un uso più efficiente delle risorse, in una prospettiva di sostenibilità di lungo termine. 2) La proposta di nuovi approcci allo sviluppo sostenibile, fondati sul riconoscimento del ruolo dell’etica. 3) Un modello di politica energetica che preveda l’utilizzo di fonti rinnovabili e di tecniche per il risparmio energetico, imperniata sull’utilizzo più razionale delle risorse naturali. 4) Una rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza esistente tra le attività umane e l’ecosistema naturale.
....
In quest’ottica, per promuovere consapevolezza sulle criticità da affrontare si dovrà potenziare la collaborazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, coinvolgendo soprattutto i giovani, al fine di creare una nuova mentalità rivolta allo sviluppo sostenibile.

La formazione e la ricerca avranno un ruolo fondamentale nel supportare, attraverso appropriati approcci integrati e transdisciplinari, i processi decisionali, in tutti i campi. Il governo del cambiamento dovrà essere sempre più democratico e partecipato a partire dal pieno coinvolgimento degli studenti nell’elaborazione delle politiche universitarie.

Essenziale per il raggiungimento di questi obiettivi sarà il potenziamento del “Network of Networks”, già lanciato nel Summit del 2008, che punta a collegare tutte le reti già esistenti e relative a specifici campi di ricerca tra loro, in un Centro virtuale di Formazione e Ricerca  (Education and Research Virtual Centre) sullo sviluppo sostenibile e responsabile.


La relazione tra le critiche e le dichiarazioni è praticamente pari a zero. Un dialogo tra sordi. Ma anche accettando la più ardita dietrologia, come si possa vedere una minaccia in questa generica fuffa da convegno, destinata a restare lettera morta sempre, ma in particolare in tempi di crisi e contrazione degli investimenti, è un altro mistero del mondo moderno.

giovedì 7 maggio 2009

Adozione: anche in Italia si può

Diverso tempo fa, intervenendo sul dibattito in corso tra la cultura della vita (quella di Ratzinger, Ruini e supporter) e cultura della morte (quella dei laici) notavo anche gli ostacoli frapposti in Italia alla adozione dei bambini abbandonati, al di fuori del "legame di sangue".
Ho scoperto però, leggendo un libro interessante (e anche piuttosto sconvolgente, sconsigliato alle persone troppo sensibili alle ingiustizie) del quale avevo sentito parlare a Radio 24, che l'adozione, a certe condizioni, è possibile e relativamente veloce anche da noi.

Il caso raccontato nel libro in questione (Rapita dalla giustizia, di Angela L., Rizzoli) fa apparire la vicenda narrata ne Il processo di Kafka una banale disavventura giudiziaria, eppure è avvenuto realmente nel nostro amato paese, così attento ai diritti dei più deboli e in particolare dei bambini, neanche molto tempo fa, tra il 1995 e il 2008. La protagonista è una bambina, di sei anni, che viene prelevata direttamente a scuola dagli psicologi inviati dal tribunale dei minori e portata prima in una casa famiglia e poi in un istituto per bimbi abbandonati. Il provvedimento era motivato dalle accuse rivolte al padre (si capisce quali possano essere), rivelatesi poi del tutto inconsistenti e quindi cadute, e che comunque apparivano incongrue a chiunque avesse un po' di buon senso anche all'inizio della vicenda.


Il padre, nonostante la contraddittorietà dell'impianto accusatorio, viene però condannato in primo grado e qui avviene la prima cosa insolita: la figlia viene dichiarata adottabile e prima affidata a un istituto e poi effettivamente data in adozione ad un'altra famiglia. Tutti sappiamo che in Italia chiunque è innocente sino a sentenza definitiva, anche se può iniziare a scontare la pena, ma in questo caso un provvedimento pressoché irreversibile come l'adozione è stato applicato senza problema alcuno. E la incongruenza si è verificata: il padre è stato poi assolto quattro anni dopo per l'assoluta inconsistenza dell'accusa (ma dopo aver fatto due anni di carcere ingiustamente), ma nel frattempo erano passati gli anni, e la bimba, ormai diciassettenne e quasi maggiorenne (quindi altri sei anni dopo), è rientrata nella famiglia d'origine solo per sua decisione, dopo che era stata ritrovata e contattata dal fratello maggiore.


Non mi addentro nella vicenda (consiglio di leggere il libro) ma voglio soltanto mettere in comune alcune lezioni che ho imparato sulla giustizia italiana, sui servizi sociali e su alcuni suoi personaggi.

Le case famiglia sono un business
Ogni bambino affidato vale un buon stipendio e gli psicologi e le psicologhe dei servizi sociali possono incrementare questo business trovando clienti per queste strutture. Una tentazione per gli psicologi, se per esempio lavorano sia nel pubblico sia per questi Caf (centri di affido familiare). Come è avvenuto, secondo la testimonianza di Angela L. e della sua famiglia, nel caso in questione. Un altro caso di conflitto d'interessi. E riguardo al trattamento dei bambini nei Caf:  ".. Nel CAF la vita era letteralmente sospesa. Ai muri della nostra piccola prigione, le cui finestre erano quasi sempre chiuse, non c'erano né orologi, né calendari. Non si sapeva mai esattamente che ora fosse. I giorni trascorrevano uguali, senza che nessuno s'impegnasse a misurarli. Il mio settimo compleanno passò senza che me ne accorgessi minimamente. ..."

Le testimonianze dei bambini valgono ben poco
Ogni psicologo è in grado di influenzare un bambino e di vedere nei suoi racconti e nei suoi disegni quello che vuole.

Gli istituti esistono ancora
Una buona parte del libro è dedicata a descrivere dall'interno, con gli occhi di una bambina delle ultime classi delle elementari, un istituto per bambini abbandonati dalla famiglia, quello che un tempo si chiamava genericamente orfanotrofio (e che ora è pudicamente chiamato kinderheim) i suoi piccoli ospiti e la sua direttrice. A parte la commistione inevitabile con l'interesse economico, e i vari episodi spiacevoli narrati, quello che mi ha colpito di più è che si tratta comunque di un luogo triste, innaturale, per crescere dei bambini.
"Attraversammo il lungo corridoio che partiva dalla porta della direttrice e alla fine entrammo in quella che sarebbe stata la mia camera. C'erano cinque letti in ferro battuto, un grande armadio, due finestre con le sbarre e con gli stessi infissi malridotti che avevo visto nella stanza della direttrice. ..."
Ma la cosa straordinaria è che in Italia decine di migliaia di famiglie, con ogni possibile requisito positivo, sarebbero pronte a ospitare quei bambini. Abbandonato non ne rimarrebbe nessuno. Andrebbero tutti in famiglia, rendendo felici gli altri e loro stessi. Ma non si può, per il tabù cattolico del legame del sangue. Sono quelle cose che danno un senso di impotenza e di rabbia e fanno diventare esterofili.

Il film Brazil non esagerava
Qualcuno forse ricorda Brazil, un eccellente film di fantascienza di qualche anno fa di Terry Gilliam, spiazzante e a non tutti gradito perché iniziava in chiave comica e finiva in chiave drammatica. Parecchie idee di quel film si sono rivelate negli anni profetiche, dal mondo futuro misto di nuova tecnologia e persistenza di una organizzazione vintage, al predominio dei vecchi che ricorrono ad ogni sistema per apparire giovani. Ma una delle idee più da incubo del film continuava a sembrare una iperbole, qualcosa che in nessuna società si sarebbe realizzata. Mi riferisco al conto che l'incombente organizzazione statale del mondo futuro addebitava alle sue vittime: tot giorni di interrogatorio con torture, tot soldi addebitati alle vittime o ai familiari per il lavoro dei torturatori.


Sembra impossibile, ma in Italia succede realmente, ed è successo alla famiglia di Angela L. Come dicevo prima, le case famiglia, i CAF, hanno un costo elevato, normalmente a carico della società. In questo caso però il padre è stato assolto completamente e non esisteva quindi una motivazione per pagare il soggiorno della figlia nel CAF. Il comune di residenza, il ridente paesino di Masate (vicino a Milano) che aveva dovuto anticipare una cifra consistente (60 milioni degli anni '90) li ha quindi addebitati direttamente alle vittime della disavventura giudiziaria. Che si sono visti recapitare il conto per il soggiorno di molti mesi nel CAF della figlia, rapita dalla giustizia. Un conto superiore a quello di un resort, al posto di un risarcimento. Più che un beffa, la realtà che supera la fantasia. Ma incredibilmente proprio grazie a questa azione di kafkiana burocrazia la famiglia scopre dove è finita la figlia.

Il tribunale dei minori di Milano
Co-protagonista della vicenda è il tribunale dei minori di Milano, ostinatamente convinto difensore, contro ogni buon senso, ogni prova e contro la volontà della bambina e poi ragazza, della decisione iniziale. Evidentemente applicano il precetto che un vero manager non ammette mai gli errori. Ma qui c'erano in ballo le vite delle persone. E frettolosamente pronto a consentire l'adozione di una bambina (per una volta il legame del sangue non aveva più peso) ancora prima della fine con giudizio definitivo dei vari processi. Ho sentito numerose volte alla radio interviste della dirigente di questo ufficio, che è citata con nome e cognome nel libro ed è anche molto nota, si chiama Livia Pomodoro, sempre impegnata a parlare dei problemi dell'infanzia. Il meno che posso dire è che, la prossima volta che mi capiterà di sentirla, cambierò canale.
 
Il PM
Interessante anche il PM protagonista di questo clamoroso (non nel senso che ha fatto clamore però, se n'è parlato ben poco, solo la rivista Panorama ha dato ampio spazio al caso) errore giudiziario, Piero Forno, che nonostante questa vicenda e le censure della Cassazione ha fatto carriera ed è diventato uno dei massimi dirigenti del tribunale di Torino (procuratore aggiunto). Mi viene il dubbio che la meritocrazia non sia applicata in modo esteso in magistratura, e la vicenda mi conferma nella mia titubanza ad esaltare acriticamente i magistrati, come sento fare in modo quasi automatico dai tempi di "mani pulite". E' un potere che è bene che abbia dei contrappesi ed è opportuno che sia sempre esercitato il beneficio del dubbio rispetto alle azioni della magistratura.

La storia della colonna infame
Per chi ha qualche ricordo di liceo del Manzoni e della sua storia positivista sui processi del seicento la vicenda suscita altre inquietanti analogie (tra l'altro era sempre a Milano) per la facilità con cui un sistema giudiziario ideologicamente orientato e auto-referenziato possa dare credito anche alle accuse più palesemente infondate e contraddittorie. Per fortuna in Italia ci sono più gradi di giudizio. Io li terrei.

Tentativo di conclusione
L'incubo della sparizione del proprio figlio o della propria figlia è uno dei peggiori e ricorrenti per qualsiasi genitore moderno. Io sono uno dei pochi genitori che conosco che ha avuto la forza di leggere il (bellissimo e tremendo) romanzo di Ian McEwan "Bambini nel tempo" quando mia figlia aveva sei anni. E sono stato punito perché mi è capitato poi di perderla di vista per qualche minuto e di vivere, anche se per pochissimo tempo e senza che nessuno se ne accorgesse, quella sensazione di angoscia che supera ogni altra. E che è all'origine della eterna paura verso gli zingari (o altri stranieri). Ma qui siamo arrivati a un livello di paura superiore, la bambina non è stata rapita dagli zingari, ma dallo Stato.

E l'altra campana?
Come in tutte le vicende bisognerebbe sentire anche l'altra campana per una valutazione obiettiva. Ma in rete si trovano altri commenti stupiti d come tutto questo possa essere accaduto. D'altra parte si capisce l'imbarazzo della parte accusatoria, dopo la sentenza della Cassazione che parla di "aspetti di incoerenza e d'inverosimiglianza" "scarsa attendibilità dei test psico-diagnostici somministrati" e soprattutto di "condizionamenti ricevuti" negli incontri probatori.

(Le immagini sono tratte, ovviamente, dal film Brazil, del 1985, di Terry Gilliam, qui sotto la copertina del libro)

rapita-rizzoli