giovedì 7 maggio 2009

Adozione: anche in Italia si può

Diverso tempo fa, intervenendo sul dibattito in corso tra la cultura della vita (quella di Ratzinger, Ruini e supporter) e cultura della morte (quella dei laici) notavo anche gli ostacoli frapposti in Italia alla adozione dei bambini abbandonati, al di fuori del "legame di sangue".
Ho scoperto però, leggendo un libro interessante (e anche piuttosto sconvolgente, sconsigliato alle persone troppo sensibili alle ingiustizie) del quale avevo sentito parlare a Radio 24, che l'adozione, a certe condizioni, è possibile e relativamente veloce anche da noi.

Il caso raccontato nel libro in questione (Rapita dalla giustizia, di Angela L., Rizzoli) fa apparire la vicenda narrata ne Il processo di Kafka una banale disavventura giudiziaria, eppure è avvenuto realmente nel nostro amato paese, così attento ai diritti dei più deboli e in particolare dei bambini, neanche molto tempo fa, tra il 1995 e il 2008. La protagonista è una bambina, di sei anni, che viene prelevata direttamente a scuola dagli psicologi inviati dal tribunale dei minori e portata prima in una casa famiglia e poi in un istituto per bimbi abbandonati. Il provvedimento era motivato dalle accuse rivolte al padre (si capisce quali possano essere), rivelatesi poi del tutto inconsistenti e quindi cadute, e che comunque apparivano incongrue a chiunque avesse un po' di buon senso anche all'inizio della vicenda.


Il padre, nonostante la contraddittorietà dell'impianto accusatorio, viene però condannato in primo grado e qui avviene la prima cosa insolita: la figlia viene dichiarata adottabile e prima affidata a un istituto e poi effettivamente data in adozione ad un'altra famiglia. Tutti sappiamo che in Italia chiunque è innocente sino a sentenza definitiva, anche se può iniziare a scontare la pena, ma in questo caso un provvedimento pressoché irreversibile come l'adozione è stato applicato senza problema alcuno. E la incongruenza si è verificata: il padre è stato poi assolto quattro anni dopo per l'assoluta inconsistenza dell'accusa (ma dopo aver fatto due anni di carcere ingiustamente), ma nel frattempo erano passati gli anni, e la bimba, ormai diciassettenne e quasi maggiorenne (quindi altri sei anni dopo), è rientrata nella famiglia d'origine solo per sua decisione, dopo che era stata ritrovata e contattata dal fratello maggiore.


Non mi addentro nella vicenda (consiglio di leggere il libro) ma voglio soltanto mettere in comune alcune lezioni che ho imparato sulla giustizia italiana, sui servizi sociali e su alcuni suoi personaggi.

Le case famiglia sono un business
Ogni bambino affidato vale un buon stipendio e gli psicologi e le psicologhe dei servizi sociali possono incrementare questo business trovando clienti per queste strutture. Una tentazione per gli psicologi, se per esempio lavorano sia nel pubblico sia per questi Caf (centri di affido familiare). Come è avvenuto, secondo la testimonianza di Angela L. e della sua famiglia, nel caso in questione. Un altro caso di conflitto d'interessi. E riguardo al trattamento dei bambini nei Caf:  ".. Nel CAF la vita era letteralmente sospesa. Ai muri della nostra piccola prigione, le cui finestre erano quasi sempre chiuse, non c'erano né orologi, né calendari. Non si sapeva mai esattamente che ora fosse. I giorni trascorrevano uguali, senza che nessuno s'impegnasse a misurarli. Il mio settimo compleanno passò senza che me ne accorgessi minimamente. ..."

Le testimonianze dei bambini valgono ben poco
Ogni psicologo è in grado di influenzare un bambino e di vedere nei suoi racconti e nei suoi disegni quello che vuole.

Gli istituti esistono ancora
Una buona parte del libro è dedicata a descrivere dall'interno, con gli occhi di una bambina delle ultime classi delle elementari, un istituto per bambini abbandonati dalla famiglia, quello che un tempo si chiamava genericamente orfanotrofio (e che ora è pudicamente chiamato kinderheim) i suoi piccoli ospiti e la sua direttrice. A parte la commistione inevitabile con l'interesse economico, e i vari episodi spiacevoli narrati, quello che mi ha colpito di più è che si tratta comunque di un luogo triste, innaturale, per crescere dei bambini.
"Attraversammo il lungo corridoio che partiva dalla porta della direttrice e alla fine entrammo in quella che sarebbe stata la mia camera. C'erano cinque letti in ferro battuto, un grande armadio, due finestre con le sbarre e con gli stessi infissi malridotti che avevo visto nella stanza della direttrice. ..."
Ma la cosa straordinaria è che in Italia decine di migliaia di famiglie, con ogni possibile requisito positivo, sarebbero pronte a ospitare quei bambini. Abbandonato non ne rimarrebbe nessuno. Andrebbero tutti in famiglia, rendendo felici gli altri e loro stessi. Ma non si può, per il tabù cattolico del legame del sangue. Sono quelle cose che danno un senso di impotenza e di rabbia e fanno diventare esterofili.

Il film Brazil non esagerava
Qualcuno forse ricorda Brazil, un eccellente film di fantascienza di qualche anno fa di Terry Gilliam, spiazzante e a non tutti gradito perché iniziava in chiave comica e finiva in chiave drammatica. Parecchie idee di quel film si sono rivelate negli anni profetiche, dal mondo futuro misto di nuova tecnologia e persistenza di una organizzazione vintage, al predominio dei vecchi che ricorrono ad ogni sistema per apparire giovani. Ma una delle idee più da incubo del film continuava a sembrare una iperbole, qualcosa che in nessuna società si sarebbe realizzata. Mi riferisco al conto che l'incombente organizzazione statale del mondo futuro addebitava alle sue vittime: tot giorni di interrogatorio con torture, tot soldi addebitati alle vittime o ai familiari per il lavoro dei torturatori.


Sembra impossibile, ma in Italia succede realmente, ed è successo alla famiglia di Angela L. Come dicevo prima, le case famiglia, i CAF, hanno un costo elevato, normalmente a carico della società. In questo caso però il padre è stato assolto completamente e non esisteva quindi una motivazione per pagare il soggiorno della figlia nel CAF. Il comune di residenza, il ridente paesino di Masate (vicino a Milano) che aveva dovuto anticipare una cifra consistente (60 milioni degli anni '90) li ha quindi addebitati direttamente alle vittime della disavventura giudiziaria. Che si sono visti recapitare il conto per il soggiorno di molti mesi nel CAF della figlia, rapita dalla giustizia. Un conto superiore a quello di un resort, al posto di un risarcimento. Più che un beffa, la realtà che supera la fantasia. Ma incredibilmente proprio grazie a questa azione di kafkiana burocrazia la famiglia scopre dove è finita la figlia.

Il tribunale dei minori di Milano
Co-protagonista della vicenda è il tribunale dei minori di Milano, ostinatamente convinto difensore, contro ogni buon senso, ogni prova e contro la volontà della bambina e poi ragazza, della decisione iniziale. Evidentemente applicano il precetto che un vero manager non ammette mai gli errori. Ma qui c'erano in ballo le vite delle persone. E frettolosamente pronto a consentire l'adozione di una bambina (per una volta il legame del sangue non aveva più peso) ancora prima della fine con giudizio definitivo dei vari processi. Ho sentito numerose volte alla radio interviste della dirigente di questo ufficio, che è citata con nome e cognome nel libro ed è anche molto nota, si chiama Livia Pomodoro, sempre impegnata a parlare dei problemi dell'infanzia. Il meno che posso dire è che, la prossima volta che mi capiterà di sentirla, cambierò canale.
 
Il PM
Interessante anche il PM protagonista di questo clamoroso (non nel senso che ha fatto clamore però, se n'è parlato ben poco, solo la rivista Panorama ha dato ampio spazio al caso) errore giudiziario, Piero Forno, che nonostante questa vicenda e le censure della Cassazione ha fatto carriera ed è diventato uno dei massimi dirigenti del tribunale di Torino (procuratore aggiunto). Mi viene il dubbio che la meritocrazia non sia applicata in modo esteso in magistratura, e la vicenda mi conferma nella mia titubanza ad esaltare acriticamente i magistrati, come sento fare in modo quasi automatico dai tempi di "mani pulite". E' un potere che è bene che abbia dei contrappesi ed è opportuno che sia sempre esercitato il beneficio del dubbio rispetto alle azioni della magistratura.

La storia della colonna infame
Per chi ha qualche ricordo di liceo del Manzoni e della sua storia positivista sui processi del seicento la vicenda suscita altre inquietanti analogie (tra l'altro era sempre a Milano) per la facilità con cui un sistema giudiziario ideologicamente orientato e auto-referenziato possa dare credito anche alle accuse più palesemente infondate e contraddittorie. Per fortuna in Italia ci sono più gradi di giudizio. Io li terrei.

Tentativo di conclusione
L'incubo della sparizione del proprio figlio o della propria figlia è uno dei peggiori e ricorrenti per qualsiasi genitore moderno. Io sono uno dei pochi genitori che conosco che ha avuto la forza di leggere il (bellissimo e tremendo) romanzo di Ian McEwan "Bambini nel tempo" quando mia figlia aveva sei anni. E sono stato punito perché mi è capitato poi di perderla di vista per qualche minuto e di vivere, anche se per pochissimo tempo e senza che nessuno se ne accorgesse, quella sensazione di angoscia che supera ogni altra. E che è all'origine della eterna paura verso gli zingari (o altri stranieri). Ma qui siamo arrivati a un livello di paura superiore, la bambina non è stata rapita dagli zingari, ma dallo Stato.

E l'altra campana?
Come in tutte le vicende bisognerebbe sentire anche l'altra campana per una valutazione obiettiva. Ma in rete si trovano altri commenti stupiti d come tutto questo possa essere accaduto. D'altra parte si capisce l'imbarazzo della parte accusatoria, dopo la sentenza della Cassazione che parla di "aspetti di incoerenza e d'inverosimiglianza" "scarsa attendibilità dei test psico-diagnostici somministrati" e soprattutto di "condizionamenti ricevuti" negli incontri probatori.

(Le immagini sono tratte, ovviamente, dal film Brazil, del 1985, di Terry Gilliam, qui sotto la copertina del libro)

rapita-rizzoli

1 commento:

  1. "Mi viene il dubbio che la meritocrazia non sia applicata in modo esteso in magistratura"


    Il dubbio? Non esiste meritocrazia nella magistratura, non è un luogo comune è un fatto studiato e conclamato. La carriera di un magistrato avanza in modo automatico e quello che fa o non fa non ha nessuna rilevanza. Il caso più citato al riguardo riguarda i magistrato che hanno indagato e accusato Tortora (tutti ancora al loro posto), ma è solo la punta dell'iceberg.

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