venerdì 22 maggio 2009

G8: la parola magica

Volete i titoli dei giornali per la vostra iniziativa? Siete disposti a sopportare la non pacifica invasione della vostra città da parte di tutti i freaks d'Europa che cercheranno in ogni modo di creare scontri con la polizia? Allora adottate un marchio infallibile come la parola magica delle fiabe: G8.

Magari dovevate organizzare un convegno sull'ambiente, o sulla industria chimica, o sull'università. Non lo avrebbe filato nessuno. Sarebbe stato difficile trovare i relatori. Non parliamo dei giornalisti, non ci sarebbero andati neanche gli stagisti. E invece lo chiamate G8 dell'Università, e il clamore è assicurato. Magari i paesi non sono proprio 8, magari sono 19, ma un marchio è un marchio e i protestari e i giornalisti non si fanno mai troppe domande.

Da tutta Europa calano i contestatori, quelli che per un po' si sono chiamati "black blocks", quelli cattivi, e "no global", quelli buoni  (una tizia in fila alle poste li aveva battezzati con un inconsapevole tentativo di sintesi "no blocks"). Il motivo non si capisce troppo bene. Mai. Ma comunque è da ricondurre ad una sopravvalutazione. Alla sopravalutazione dell'evento, dal quale potrebbero derivare decisioni gravi, contrarie al destino dell'uomo, della terra, dei giovani, del cibo naturale e così via.

Invece nei vari G7, G8, G20 non si decide mai niente, e quel poco è solo fumo per giustificare la esistenza stessa dell'evento. Fumo che magari viene poi dimenticato o disatteso in seguito. Come i rituali aiuti al terzo mondo. A memoria d'uomo non si ricorda un G8 nel quale siano state prese decisioni che abbiano inciso nella vita delle persone del mondo. O, almeno, non decisioni che si siano conosciute, magari in incontri bilaterali riservati si sarà pure concluso qualcosa, ma lo stesso accordo si sarebbe potuto prendere anche da qualsiasi altra parte e in qualsiasi altro momento.

Ad esempio dal recente G20 di Londra, che è persino costato la vita ad un povero edicolante, qualcuno si ricorda che decisioni siano state prese e che rilievo abbiano avuto sulla famosa crisi? Ogni paese ha continuato, come prima, ad andare in ordine sparso seguendo i propri interessi. Anche per l'intero fronte che contesta vanamente il capitalismo e il libero mercato i G8 e derivati hanno lo stesso scopo che hanno per i capi di stato che ci vanno: ricordare al resto del mondo la loro esistenza.

Vanamente i tecnologi a oltranza ricordano che esistono le video conferenze o, anche, banalmente, il telefono. A intervalli sempre più ravvicinati, ineluttabili come le stagioni, si succedono i G8. Forse il vero scopo risiede in un moderno metodo Keynes. Invece di far scavare canali (che magari neanche servivano) con pala e piccone per aumentare al massimo la forza lavoro, viene organizzato un evento mondiale che comporta opere architettoniche ed edili per centinaia di milioni di euro (La Maddalena), che mobilita migliaia di giornalisti e altrettanta migliaia di "sherpa" (funzionari) al seguito delle varie delegazioni, da alloggiare in equivalenti migliaia di camere d'albergo, che mangiano migliaia di pasti in migliaia di buffet, che danno lavoro a centinaia di interpreti, che richiedono migliaia di ore di straordinario per le forze dell'ordine che devono contrastare i suddetti contestatori.

Tutto PIL in più per il paese ospitante, e infatti i G8 girano da un paese all'altro e non mancano mai le offerte. Con una espansione inarrestabile e bulimica. In questo senso il trasferimento del G8 all'Aquila tutto sommato non è una cattiva idea: mette fine per forza al gigantismo  dell'evento contrastandolo con la esigenza di sobrietà connessa alla situazione drammatica sullo sfondo. Magari è anche un modo per salvarsi dai ritardi accumulati alla Maddalena e prevenire ogni critica di inefficienza ("già e tanto che siamo riusciti a fare questo ...") oltre che un ulteriore preventivo complesso di colpa per i contestatori (" ... non avete proprio rispetto per niente").

Comunque sono in grado di rivelare, per concludere (la sintesi non serve, si è capito cosa farei dei G8) il risultato raggiunto dal recente G8 dell'Università. Lo ha detto il rettore dell'Università di Torino, che lo ha organizzato, citando la brillante conclusione del relatore finale, il rettore dell'Università di Pechino. Che sintetizzava così il problema del mondo moderno e globalizzato "i paesi ricchi ed i paesi poveri devono capire che sono sulla stessa barca, e devono imparare a remare nella stessa direzione".

Brillante sintesi, in apparenza, non so se serviva un G8 intero (che poi era un G19, non hanno chiuso la porta in faccia a nessuno) per arrivarci. Non so neanche cosa c'entri l'università. E soprattutto non sono tanto sicuro di una cosa: la direzione a cui puntare è proprio la stessa per i paesi ricchi e per i paesi poveri? Per esempio i paesi poveri potrebbero avere come obiettivo la libera circolazione delle persone, oltre che delle merci. Oppure la libera circolazione delle idee (i brevetti) oltre che del denaro.
Temo che questa barca farebbe fatica a muoversi in una direzione ben definita. A meno che a poppa ci fosse il timoniere di Ben Hur, quello col tamburo. E che i rematori fossero incatenati alla barca, senza scampo, come Ben Hur e i suoi amici. Ma non lo vedo proprio questo nuovo ordine mondiale, forse lo vede pro domo sua solo quel rettore che viene dalla Cina.

Cosa si proponeva il G8 University Summit (solo per appassionati)

Ma forse bisogna anche cercare di capire cosa si proponeva questo G8 University Summit (che si tiene da anni, ma in precedenza era andato meno bene, non se lo era filato nessuno, l'anno scorso ad esempio si era tenuto a Sapporo in Giappone) e perchè bisognava contrastarlo.
Cominciamo dai motivi per opporsi ad esso:

"Noi sosteniamo un’idea di università pubblica, democratica, di massa e di qualità radicalmente alternativa a quella che si profila al Summit di Torino, occasione per le élites accademiche del pianeta di accreditarsi come consulenti dei capi di stato e di governo corresponsabili della crisi economica, e attrarre finanziamenti pubblici e privati in reciproca competizione. In una logica di soggezione della formazione e della ricerca al sistema d’impresa, logica superficialmente mitigata dalla scelta di discutere quest’anno il contributo delle università allo sviluppo sostenibile."
(Fonte: Rifondazione Comunista )

Ma da cosa ricavano questi irriducibili antagonisti che i rettori, in genere di università pubbliche, volessero proprio questo? Vediamo la sintesi finale dei lavori (difficilissima da trovare, tutte le notizie sul G8 dell'University, sono sommerse in un rapporto 1 a 1000 dalle notizie sugli scontri a Torino). Sintetizzo perché è veramente lunga:

Quattro sono i principi enunciati  dalla dichiarazione finale: 1) Un nuovo modello di sviluppo socio-economico, che preveda un uso più efficiente delle risorse, in una prospettiva di sostenibilità di lungo termine. 2) La proposta di nuovi approcci allo sviluppo sostenibile, fondati sul riconoscimento del ruolo dell’etica. 3) Un modello di politica energetica che preveda l’utilizzo di fonti rinnovabili e di tecniche per il risparmio energetico, imperniata sull’utilizzo più razionale delle risorse naturali. 4) Una rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza esistente tra le attività umane e l’ecosistema naturale.
....
In quest’ottica, per promuovere consapevolezza sulle criticità da affrontare si dovrà potenziare la collaborazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, coinvolgendo soprattutto i giovani, al fine di creare una nuova mentalità rivolta allo sviluppo sostenibile.

La formazione e la ricerca avranno un ruolo fondamentale nel supportare, attraverso appropriati approcci integrati e transdisciplinari, i processi decisionali, in tutti i campi. Il governo del cambiamento dovrà essere sempre più democratico e partecipato a partire dal pieno coinvolgimento degli studenti nell’elaborazione delle politiche universitarie.

Essenziale per il raggiungimento di questi obiettivi sarà il potenziamento del “Network of Networks”, già lanciato nel Summit del 2008, che punta a collegare tutte le reti già esistenti e relative a specifici campi di ricerca tra loro, in un Centro virtuale di Formazione e Ricerca  (Education and Research Virtual Centre) sullo sviluppo sostenibile e responsabile.


La relazione tra le critiche e le dichiarazioni è praticamente pari a zero. Un dialogo tra sordi. Ma anche accettando la più ardita dietrologia, come si possa vedere una minaccia in questa generica fuffa da convegno, destinata a restare lettera morta sempre, ma in particolare in tempi di crisi e contrazione degli investimenti, è un altro mistero del mondo moderno.

Nessun commento:

Posta un commento