giovedì 16 dicembre 2010

Gli infiltrati

Da tempo immemorabile durante manifestazioni di massa “elementi estranei agli altri manifestanti” provocano incidenti di vario tipo o fanno cose non politically correct tipo bruciare bandiere israeliane o di altri paesi non universalmente simpatici. Suscitando di solito una sdegnata condanna generale “bipartisan”. Ma oscurando completamente gli obiettivi, i risultati, i messaggi che la manifestazione originaria “ospitante” cercava di raggiungere e trasmettere.

Oscuramento al quale si oppone, non di rado, un tentativo di spiegazione: i violenti non erano spontanei, erano teleguidati, c’erano degli infiltrati. Non ho informazioni riservate e non sono un esperto di dietrologie, mi occupo solo di avantilogie, e quindi non ho elementi per escluderlo o confermarlo, a proposito ad esempio degli scontri del 14 dicembre a Roma.

Ma è evidente che è un argomento del tutto privo di senso, se vuole essere una specie di scusa. Poichè gli eventuali infiltrati (deviati) della polizia o dei carabinieri o del Mossad o di chissà chi altro difficilmente potrebbero essere centinaia o migliaia, dovremmo dedurre perlomeno che i bravi manifestanti, una consistente o meno consistente, ma comunque sufficiente, parte di essi, si sono fatti trascinare senza fare grandi resistenze negli scontri. O che non hanno fatto quello che ci aspetteremmo dovrebbero fare i “buoni” in quel frangente (isolarli se ci riuscivano o darsela a gambe se no). O pensandoci prima (gli organizzatori), nella ragionevole previsione che in caso di scontri il loro sforzo organizzativo sarà stato del tutto vano.

Non frequento gli ultras ma sono convinto che anche i tifosi della Roma dopo gli scontri con quelli della Lazio dicono tra loro che tra questi ultimi c’erano infiltrati della polizia, e viceversa.

Mai nessuno che cerchi invece di chiedersi chi c’è dietro quei caschi, cosa passa per la testa di quei giovani, quale groviglio di contraddizioni, di assurdità e di rabbia, e da cosa derivata, possa aver spinto ad esempio questa ragazza (che non mi sembra un carabiniere) ad indossare il suo casco e a partecipare alla battaglia e finire sotto il ginocchio di un finanziere (per fortuna ancora con il suo casco in testa).



(La foto è tratta da Repubblica.It online di oggi, non era indicato l'autore)

giovedì 18 novembre 2010

Una Metro senza fermate

Un buon esempio di umorismo involontario si può leggere su Repubblica di ieri:
"Quello tra Piazza Venezia e San Pietro è uno spazio quasi esclusivamente turistico, che non ha grandi attività lavorative e i turisti in quello spazio ci vanno comunque, muovendosi a piedi. A Piazza della Chiesa Nuova apriremo un pozzo di aerazione, ma la stazione no, perché non c'è spazio sufficente per entrare in un punto così complesso del tessuto urbano".

Metro Linea C di Roma, e della idea meravigliosa che è venuta a qualcuno, in questo caso al presidente di Roma Metropolitane Gianni Ascarelli, che ha fatto questa dichiarazione, di lasciare uno spazio di due chilometri senza fermate proprio sotto il centro di Roma.

Non ha grandi attività lavorative?? Provi questo signore a prendere l'85 al mattino o ad arrivare con lo scooter nella zona di Piazza Venezia. Mi capita per andare alla mia banca in moto e non si riesce a trovare un parcheggio, neanche illegale o sui marciapiedi, ogni interstizio è occupato da una moltitudine di motorini, che non credo siano di residenti né di turisti.

E' quasi esclusivamente turistico ...  Quindi poco importante, trascurabile, per una città che ha nel turismo la principale fonte di ricchezza ...

I turisti ci vanno comunque, muovendosi a piedi ... Per forza, non c'è la metropolitana! Se ci fosse vedi come la userebbero, esattamente come facciamo noi nelle città normali, che hanno una rete metropolitana, come Parigi, Londra, Barcellona, Monaco o qualsiasi altra (solo a Roma non c'è o quasi). E vedrebbero più cose con maggiore soddisfazione loro e del turismo italiano.

Il commento più giusto mi pare quello di Mario Staderini, segretario dei radicali italiani:
"Roma passerà alla storia per un metodo unico al mondo, scavare metropolitane costosissime senza fare le stazioni."

Ma poi perché? E' sicuramente un problema di costi, ma i costi dipendono dai tempi, e l'allungamento dei tempi dipende da "problemi arecheologici" , quindi dalla Sovrintendenza per i Beni archeologici. La stessa sovrintendenza che assiste, tranquilla,  inerte e passiva al degrado progressivo e apparentemente inarrestabile di un monumento già emerso da tempo dagli scavi (il Colosseo) si preoccupa invece di quello che potrebbe uscire alla luce con gli scavi per la Metro.

Invito chi avesse ancora qualche dubbio a visitare la fermata della Metro A di Manzoni. Per ristruttuarla (unica stazione ristrutturata di tutta la linea) ci sono voluti più di due anni, il tempo che i cinesi hanno impiegato per costruire lo stadio delle olimpiadi. E il motivo è che per quasi due anni gli scavi sono stati bloccati dalla Sovrintendenza,  essendo stati trovati dei reperti romani. Che poi, dopo, immagino, defatiganti trattative, sono stati estratti e messi a disposizione dei passeggeri che possono ammirarli in una teca a fianco dei tornelli. Una teca di due metri per uno. Che contiene alcuni cocci rotti come a Roma ce ne sono altre migliaia. Spesso molto migliori, ma sepolti nei magazzini dei musei per mancanza di personale, soldi o qualsiasi altra cosa che manca in Italia alla cultura.

Comunque evitiamo di abbandonarci troppo prematuramente alla classica indignazione italiana. Perché stiamo parlando di una metropolitana virtuale. Infatti il progetto c'è. Ma i finanziamenti no. L'unico tratto finanziato della C è da Pantano (Casilina molto molto periferia) al Colosseo. E anche questo tratto finanziato, che doveva essere pronto nel 2011, è già slittato al 2013. Insomma, dobbiamo sperare nelle Olimpiadi del 2020, se saranno assegnate a Roma, o continuare a girare in scooter sfidando l'infido sampietrino romano.

(L'immagine, tanto per riflettere un po', è di una stazione della Metro di parigi, proprio dentro al quartiere latino, costruita esattamente 100 anni fa, nel 1910)
 

Si parla del nuovo tracciato della

domenica 7 novembre 2010

I misteri di Roma due anni dopo

In due anni si possono fare tante cose. Un presidente americano può arrivare a metà del suo mandato e deve aver combinato qualcosa se vuole essere rieletto. Un comitato organizzatore dei giochi olimpici può realizzare le intere infrastrutture per le competizione, mega stadio a nido d'uccello compreso, come è avevnuto in Cina.

Oppure, può anche non succedere assolutamente nulla e rimanere tutto esattamente congelato a 24 mesi prima.

Vediamo per esempio se i misteri di Roma che avevo eletto a simbolo del dinamismo italiano, e romano in particolare, due autunni fa hanno registrato qualche spostamento; erano:

- il palazzo semi-diroccato a Via Merulana 120
- i lavori a Via Emanuele Filiberto e il blocco del tram n.3
- la manutenzione del Colosseo 
- il palazzo in perenne ristrutturazione a Via Labicana 84

Con la macchina fotografica ho fatto il solito giro e ho impersonato un turista un po' bizzarro che si interessa a quello che di solito cerchiamo di non vedere, ed ecco l'aggiornamento (con altre foto in fondo al post).

Il palazzo tagliato a Via Merulana 120

E' lì dagli anni '60 (come testimonia un visitatore in un commento) e quindi due anni cosa sono rispetto ai 50 già inutilmente passati? E infatti tutto è rimasto rigorosamente com'era, forse solo qualche ponteggio e rete di sicurezza in più, ma nessuna traccia di lavori. Accumuli di sporcizia e scritte ovunque, ma qualcuno ci va anche a lavorare.


I lavori a Via Emanuele Filiberto

Un anno fa uno dei due cantieri (erano per l'aerazione della Metro) era stato chiuso per conclusione dei lavori. L'altro invece no, è rimasto com'era, con le macchine e le gru dentro. Ci passo ogni tanto e non mi ricordo di averci mai visto nessuno al lavoro. Se anche ci lavorano mi sembra che seguano un piano un po' diluito nel tempo. In ogni caso il cantiere impedisce, a quanto pare, sia il ripristino del tram numero 3 (che ormai i romani stanno dimenticando, tra un po' lo metteranno sulle cartoline della serie "Roma sparita") e anche un minimo di manutenzione stradale. Via Emanuele Filiberto è infatti un patchwork tra asfalto e sampietrini sconnessi, più rotaie inutilizzate, per la gioia di tutti i motociclisti romani. Sicuramente è nella top-10 delle strade più dissestate e pericolose.


La manutenzione (si fa per dire) del Colosseo

Altri due anni di smog e di sporcizia si sono accumulati sullo storico monumento, simbolo stesso del nostro mondo occidentale e della sua propensione al progresso, del quale noi italiani siamo, evidentemente, custodi e tutori assolutamente non adeguati. Come avviene per i genitori snaturati a cui vengono sottratti i figli per darli in affido, sarebbe giusto che a questo punto anche a noi fosse sequestrato dalla comunità internazionale questo bistrattato monumento, per prenderne cura come merita. I turisti fanno finta di nulla, anche perché la vacanza l'hanno ormai pagata, ma non è che non ci facciano caso, come dimostrano i sondaggi nel settore.
Il post che ho scritto due anni fa potrebbe essere stato scritto ieri, le palizzate, i tornelli, le strutture incrostate di sporcizia, il traffico che passa attorno sempre più intenso, tutto è immutato. E nessun tentativo non dico di ristrutturazione ma di semplice manutenzione si vede all'orizzonte.


Il palazzo abbandonato a Via Merulana 83

Anche questo era un bel mistero. Un grande palazzo a due passi dal Colosseo, con quello che vale un metro quadro a Roma, inutilizzato da anni ed anni, fa pensare. Qui qualcosa è cambiato. Ma, apparentemente, verso un livello ancora superiore di immobilità. Infatti era anche misteriosa la presenza di un ponteggio (costano) inutilizzato per dieci anni e forse più. L'anno scorso di questi tempi era stato rimesso in sesto ed era comparso il cartello di una nuova impresa. Forse si incominciava la ristrutturazione che gli stessi ponteggi anunciavano inutilmente da anni. Invece, qualche settimana fa, il 22 ottobre, il colpo di scena. Arriva una squadra di operai e smonta i ponteggi, mettendo a nudo il palazzo. E si scopre che almeno i writers i ponteggi li avevano usati. Per lasciare scritte per la sola loro soddisfazione (nessuno poteva vederli tranne loro).
Ma nessun altro segno di ristrutturazione appare. Solo una protezione dalla caduta di calcinacci. E il malinconico immobile, ormai un rudere malridotto, coperto di scritte, fa mostra di sè accanto a san Clemente e al Colosseo. Nella apparente indifferenza generale.


In sintesi

Non ho tuttora la soluzione per nessuno di questi misteri. Quest'estate in un soprassalto di attenzione alcuni consiglieri di opposizione e il giornale La Repubblica avevano chiesto conto all'attuale amministrazione di questi lavori perenni. Non questi ma altri, come il Palazzo degli Esami (c'è n'è un'ampia scelta). Se ne è parlato per due giorni, poi tutto è stato nuovamente coperto dall'oblio. Penso che ci siano di mezzo cause o ricorsi (quando i tempi in Italia sono veramente biblici c'entra sempre la macchina - si fa sempre per dire - della giustizia).

Altre immagini

Cominciamo da Via Merulana 120, lo stabile visto da Via Galilei

Galilei 2010E da Via Merulana

galilei-3Qualche altro ponteggio per le parti pericolanti

galilei-6 Ebbene sì, una strada del centro di Roma si presenta così:

galilei-5Ma qualcuno dentro questo palazzetto semi diroccato ci lavora. Non sono dipendenti della ASL, però, sono i consulenti della Engineering che lavorano sul loro sistema informatico.


Eccoci a Via Emanuele Filiberto, grande strada della Roma umbertina. Ridotta così da oltre tre anni:
Non deve esserci una grande sorveglianza: i writers hanno avuto tutto il tempo di lasciare il segno.


Da fuori i cancelli si vede un grande buco (di aerazione) ancora ben aperto.
Emanuele Filiberto - Cantiere
Ecco il Colosseo come appare nel terzo millennio, in un'Italia dove esistono sovrintendenze ai beni culturali, un intero ministero, migliaia di impiegati, assessorati alla cultura e ai beni artistici e archelogici, mica la noncuranza della Roma del Papa Re.

Colosseo 2010Ma, guardiamo un po' meglio questi cancelli ...
Non sembrano cancelli fatti apposta, non è possibile ma ...

Tubi Innocenti al Colosseo
Sono proprio tubi Innocenti! Quelli che si usano nei cantieri per fare i ponteggi ... Non hanno neanche commissionato delle cancellate ad hoc. Immagino come sarà andata. Per qualche emergenza, la sicurezza, l'11 settembre, le brigate rosse, chissà, in fretta e furia è stata tirata su questa cancellata provvisoria. Che poi è rimasta lì, perenne, come tutte le cose provvisorie nel nostro amato paese.

E i tornelli? Eccoli qua. Così anche i turisti possono timbrare il cartellino.


Ed ecco infine, qua sotto, un'altra immagine insolita. Chi direbbe che siamo proprio a Roma, capitale d'Italia?
Labicana 83 - Writers
Da notare le antenne TV, segno di vita. Qualcuno ci abita dentro il palazzo. Ad occhio e croce due custodi. Da notare anche fino a dove sono arrivati gli acrobatici writers.

Labicana 83 - Medio Oriente Questo sarebbe un buon test: in quale anno e in quale paese del mondo è stata fatta questa foto?

martedì 26 ottobre 2010

Marchionne e i sindacati

Tutti contro l'AD della Fiat che con poca diplomazia, cercando di rispondere alle solite accuse sulla Fiat che riceve denaro pubblico, risponde in modo un po' troppo trasparente, per le persone particolarmente sensibili, che in Italia la FIAT non fa utili. "Vuole andarsene". "Si sente più canadese che italiano",  "Parla come se volesse abbandonare l'Italia", "Prima deve decidere cosa fare, e poi come farlo, servono nuovi modelli di auto".

Ho ascoltato l'intervista e, se fossi un sindacalista, mi preoccuperei, piuttosto che di queste polemiche scontate, di un'altra affermazione che invece mi ha molto colpito. Che nello stabilimento in Polonia della Fiat, con 6000 operai si producono le stesse auto che vengono realizzate in Italia con oltre 22 mila. Questa sì che sarebbe una informazione da confutare da parte dei vari sindacati e critici del capo azienda della Fiat, se non fosse vera o fosse forzata.

Perché se è vera certo che una qualsiasi azienda per continuare a produrre in Italia avrebbe bisogno di sostanziosi incentivi. Può essere che lì producono di più perché le linee sono a pieno ritmo mentre i modelli prodotti qui non vendono e quindi le linee sono spesso ferme. O può essere che i modelli che tirano vengono prodotti laggiù perché in quello stabilimento si possono più facilmente rispettare i tempi, la qualità e quindi i costi di produzione e gli utili. Non so quale sia la situazione reale ma questo sì che richiederebbe un approfondimento per scoprire i segreti di questa elevata produttività.

E poi non parliamo della Cina e degli operai che lavorano in condizioni di semi-schiavitù o altre storie consimili (la realtà però credo che sia un po' diversa) ma della Polonia, un paese della Comunità Europea, che si prepara a entrare in zona  Euro nel 2011, con un reddito pro-capite che sarà pure inferiore al nostro (10000 €/anno contro i nostri 23000 €) ma con un tenore di vita simile, in particolare per il lavoro dipendente in genere ed operaio in particolare che in Italia, come noto, è pagato meno della media europea (dal 30 all'80% in meno, per la precisione).

Non mi metto qui a dare consigli o fare rilievi alla Fiat sulle scelte industriali e il modo di produrre, i giornali di oggi ne sono pieni. Meno che mai a difenderle, non ho alcun elemento per farlo. Voglio solo sottolineare che ancora una volta emerge un problema di competitività, un grosso problema con molte facce, delle quali una delle più evidenti è, secondo me, l'irrazionalità del mercato del lavoro, un grosso problema che rimane sempre lì, di convegno in convegno.

lunedì 25 ottobre 2010

Writers: la soluzione fai da te

In un commento al post precedente un gentile visitatore mi suggerisce di approfondire quello che fanno attivamente alcuni volonterosi cittadini riuniti nel gruppo "Riprendiamoci Roma". Un impegno in prima persona che è testimoniato anche dai molti link in tutta Italia riportati nel blog citato sopra, e che trova conferma anche in iniziative di questi giorni come quella a Bologna che ha visto la partecipazione anche del leader dell'UDC Casini.
Ammiro senz'altro chi si impegna a risolvere le cose che non vanno e non si limita a denunciarle o a mugugnare (o a guardare dall'altra parte).

Ma temo che questo approccio fai da te non sia sufficiente per incidere sul fenomeno, non solo perché apparentemente i writers sembrano essere di più dei cittadini che cercano di pulire le loro opere, ma perché sono molto più veloci! Ci vuole più tempo, lavoro e materiali, e soprattutto costanza, per ripristinare che per disegnare un graffito o scrivere un tag, come le recenti creazioni di Polis Beso e dei suoi amici che ho fotografato oggi nel centro di Roma in strade che avrebbe un certo fascino (Via della Navicella).

Questo è un compito che spetta alla comunità organizzata, a chi gestisce la città, e chi ha affidato la gestione, i cittadini, dovrebbe pretendere efficienza e tempestività in questo compito, il mantenimento del decoro urbano, come negli altri. Non penso sia giusto che i cittadini facciano invece supplenza di questi compiti, ma che invece sarebbe bene che non si stancassero mai di incalzare chi dovrebbe intervenire.

Sono rimasto sull'astratto, ne sono consapevole. E' opportuno andare in maggiore dettaglio su alcune parole che ho usato.
Stancarsi: io penso che la grande maggioranza delle persone che girano per Roma non apprezzino affatto i graffiti sui muri dei palazzi, vorrebbero che la città avesse un aspetto ordinato come quelle del Nord Europa, e si chiedano come mai ci sono persone che fanno azioni come platealmente stupide. Non fanno però nulla e guardano dall'altra parte perché sono stanchi della impotenza che la comunità evidenzia anche in questi aspetti esteriori. Molto meno faticoso (psicologicamente) adeguarsi, non vedere, e sognare magari di andare a vivere prima o poi in un comprensorio con sorveglianza.

Stupidità. Uno studioso, Carlo Maria Cipolla, ha studiato a fondo questo tratto caratteristico della nostra specie che ha affascinato molti (ma non Ennio Flaiano che amava ripetere con finta auto-ironia: la stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia). I writers, in particolare quelli impegnati a ripetere in modo ossessivo i loro tags, sono la illustrazione più efficace della terza legge della stupidità: "Si definisce stupida una persona che causa un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita". Il danno è sicuro, ma anche la perdita: ettolitri di vernice e bombolette spray che certo i writers dovranno pur comprare, oltre al rischio di essere arrestati, e dubito che esista da qualche parte un essere umano di sesso femminile affascinato dalla loro opera, e tendo ad escludere quindi anche questa possibile molla per un comportamento illogico sotto ogni aspetto.

Costanza: è l'unico sistema (oltre agli ausili tecnologici garantiti dalla moderna tecnologia, come le telecamere a circuito chiuso ormai made in China e disponibili a prezzi inferiori a quelli di un telefonino). Vedere l'ultima foto della piccola galleria.

Pretendere attenzione dagli amministratori. Qui temo invece che l'assuefazione al degrado e altri fenomeni più volte citati (come l'individualismo) renda basse le pretese e scarsa la preoccupazione degli amministratori. Come testimoniano altre foto che seguono.

24102010584Cominciamo con un palazzo appena (ri)riverniciato a Via di San Clemente

Via Labicana


E sul palazzo d'angolo. Dove si notano anche alcuni manifesti


Affissioni abusive

Che straripano ovunque (e le foto sono del 24 ottobre ...). Chissà cosa ne pensa il sindaco della iniziativa dei suoi sostenitori e dei loro attacchini.
Ma non stavo parlando di affissioni più o meno abusive, ma di scritte, ed ecco un esempio contrario:


 E' il muro di San Clemente. Che era bersagliato dai writers più degli altri, anche perché è a un passo dal Colosseo (preferiscono colpire dove fa più male).  Solo che i religiosi (o chi per loro) lo riverniciano sistematicamente. E ai writers alla fine è passata la voglia.

venerdì 8 ottobre 2010

Vorrei conoscere Polis Beso

18092010530E chi è questo Polis Beso? Se lo chiedono in molti, penso, in questi ultimi mesi. E' quello che ha sostituito Kotone nel ruolo di graffitaro (writer) più prolifico del momento, a Roma. In realtà non sembra proprio un writer di quelli che coprono pareti (non importa di cosa) con grandi immagini di ispirazione fumettistica. E' uno di quelli che si limitano a ripetere ovunque il loro nickname, il tag.

Vorrei conoscerlo, sarei curioso di sapere quanti anni ha. Se è un adolescente iperormonale, o al contrario uno di quelli che non parlano mai e poi esternano le loro pulsioni con azioni fuori dalle regole (e non troppo dannose in questo caso, niente a che vedere con Bowling For Columbine). Oppure è un trentenne e oltre che sta ancora a casa con i genitori ma la notte va disegnare muri e vagoni sognando di diventare un secondo Keith Harig. Oppure invece è un semplice coatto come tanti che ignora del tutto chi sia questo Keith Harig e che fa queste cose perché le fanno tutti nel suo gruppo. Può darsi anche che sia un freak di 63 anni ancora abbastanza agile, come lascerebbe pensare il numero (47) che accompagna i suoi tag, ma mi sembra tra tutte l'ipotesi meno probabile. Magari è il voto che ha preso alla maturità.

19092010534Vorrei vedere casa sua e la sua stanza, e verificare cosa direbbe sua madre se scrivesse qualcosa sui muri della sala, o magari anche della sua cameretta. O cosa direbbero i suoi vicini o l'amministratore se queste scritte le facesse sul suo palazzo. Mi chiedo se queste cose se le chiede anche lui o se ha una naturale divisione di tipo bipolare, come buona parte degli italiani, del tipo "mio - non mio".

Certo con queste osservazioni si passa proprio per benpensanti vecchio stile, quelli che appunto avrebbero cancellato i graffiti di Keith Harig o di Basquait provocando la perdita irreversibile di riconosciuti capolavori dell'arte contemporanea. In questo caso però, pur non potendomi considerare un cultore dell'arte, penso proprio che possiamo stare tranquilli, ripulendo le scritte di Kotone e di Polis Beso la nostra civilità e la nostra cultura non perderanno nulla.

Perde invece qualcosa di sostanzioso il decoro della città. Decoro, che parola triste ed ottocentesca: "Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta".
Eppure questa mi viene in mente, quando vedo questi muri, questi palazzi (magari appena riverniciati, i writer li prediligono) o queste serrande di negozi o addirittura questi furgoni decorati dai tag.

22092010536O quando, come l'altro giorno in taxi, mentre percorrevo una lunga via di Roma, Via Nomentana, e non avevo molto da fare (anche perché ero da solo e il telefonino era quasi scarico) provavo a guardare Roma con gli occhi di uno straniero. Non si presentava poi male, nel giorno luminoso di inizio ottobre. Abbastanza pulita, un po' di foglie ma siamo pur sempre in autunno, i grandi palazzi dell'ottocento non molto dopo aver superato il ponte sull'Aniene, Villa Torlonia che emerge imponente tra gli alberi del parco, il filobus, il traffico abbastanza ordinato, regolato dai cordoli, in fondo la sagoma inusuale (per un americano o un giapponese) di Porta Pia. Unica nota che il suddetto straniero avrebbe osservato con stupore sarebbe stata la ininterrotta sequenza di tag che ornavano quasi ogni palazzo, non importa quanto signorile, sino all'altezza di due metri.

Si può fare qualcosa, oltre a stanziare 5 milioni di Euro (!) per ripulirli e preparare così nuovi spazi per ripeterli (quanti asili nido ci entrano in 5 milioni?) o prevedere forti multe che però nessuno commina perché nessuno ha tempo e risorse per controllare? Ma certo, mettere telecamere ovunque, con registratore e tutto, costano molto ma molto meno del servizio di pulitura. Ma non collegate alla Polizia che ha altro di più urgente da fare, ma proprio ai proprietari dei palazzi o degli immobili che sono il target preferito dei writers.

(Nelle foto,ovviamente, alcune opere di Polis Beso)




mercoledì 28 luglio 2010

C'era una volta l'Estate Romana


Tagli di bilancio, scelte ideologiche, cambi di maggioranze o, semplicemente, il tempo che passa fanno sì che, secondo l'opinione di tutti e ormai anche secondo le dichiarazioni del sindaco, quella del 2010 sarà l'ultima Estate Romana (in lettere maiuscole). Pur essendo peraltro una pallida immagine sbiadita di quelle degli anni '80 o '90. Con un filo di nostalgia la mente quindi non può non tornare a questo rito annuale, che faceva addirittura scegliere a molti di rimanere più a lungo, rinviando i viaggi ad altri periodi, nella calura estiva della capitale.
Tutto è iniziato nel 1977, anni di piombo, anni nei quali "si esce poco la sera, persino quando è festa, e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia, fuori dalla finestra". La canzone di Dalla è del 1976, nello stesso anno alle elezioni politiche c'era stata una grossa avanzata dei partiti di sinistra e il Comune di Roma per la prima volta era stato "conquistato" dai suddetti partiti di sinistra. Il sindaco era uno studioso il cui nome era conosciuto da una buona parte dei liceali d'Italia, che studiavano Storia dell'arte su un suo diffusissimo manuale, Giulio Carlo Argan. Nella stessa giunta c'era anche l'assessore alla cultura Renato Nicolini, ma per l'Estate Romana doveva ancora succedere qualcosa, e precisamente il '77, la lunga teoria di tragici scontri di piazza che avevano definitivamente convinto i cittadini, inclusi i romani, che era meglio restare chiusi in casa. Un luogo mitico e unico al mondo, la basilica di Massenzio, una rassegna cinematografica con un tema originale e lontano da ogni sfida ideologica, il "Cinema epico" erano gli strumenti ideati da Nicolini per convincere la gente, e i giovani in primo luogo, ad uscire e riapproppriarsi della città, e del suo centro storico.
Non mancarono polemiche, alcuni titoli non erano molto conformi alla ideologia di sinistra allora dominante, c'era persino un film pro guerra del Vietnam come Berretti verdi, dove i nord vietnamiti e i VietCong erano i cattivi, e il buono era il solito John Wayne. Che era anche il protagonista, nel ruolo di Ringo, in un altro film decisamente non politicaly correct, che contribuì a connotare quella rassegna tra le vestigia dell'antica Roma come qualcosa di diverso dalla solita arena estiva. Ombre rosse è un film sconosciuto a tutti quelli nati dopo gli anni '80, un vecchio western in bianco e nero, ma i ragazzi presenti quella sera lo conoscevano quasi a memoria, per innumerevoli passaggi sulla Rai monopolista.
Veniva naturale quindi partecipare, fare il tifo, e il primo applauso è arrivato, coerente con la ideologia anti-americana e pro pellerossa, tipica dell'epoca, con la comparsa minacciosa sulle colline di Geronimo e dei suoi guerrieri indiani, in una memorabile scena. Geronimo si apprestava a dare l'assalto alla diligenza, quell'assalto rimasto sottinteso e che aveva percorso come una muta minaccia sotterranea tutto il film. Le frecce degli indiani colpiscono i due guidatori, gli 8 cavalli continuano a trascinare all'impazzata la diligenza ma senza guida, Ringo-John Wayne si lancia su di essi e passando crobaticamente al di sotto dei cavalli balza da uno all'altro e arriva fino al primo cavallo del tiro, guidando disperatamente la diligenza al di fuori della vallata della imboscata.
Ogni balzo di Ringo è sottolineato nella immensa arena da urla e applausi degli spettatori, tornati bambini, mentre uno dopo l'altro i passeggeri dello stagecoach (titolo originale) cadono sotto le frecce degli indiani.
Fino al momento culminante, la tensione al massimo limite, esaltata dal montaggio del grande John Ford: il baro, il pistolero, il malvivente ma gentiluomo John Carradine, segretamente innamorato della giovane signora che solo il giorno prima ha dato alla luce il suo bimbo in una stazione di posta, carica la pistola, si appresta con la morte nel cuore ad uccidere la madre e il bimbo per evitare che siano catturati dagli indiani e oggetto di torture indicibili (non era un film politically correct, l'ho già detto e, anzi, nel film non era neanche spiegato, lo sapevano tutti) la pistola si avvicina titubante al bel volto della donna che prega in silenzio per la salvezza sua e  del figlio appena nato, ma cade inerme, anche il pistolero è stato colpito!

Tutto è perduto, ma in sottofondo, quasi indistinguibile, si ode un suono di tromba, sono loro, è il settimo cavalleggeri del generale Custer (per noi era il generale Custer) che arriva al soccorso. Arrivano i nostri, e tutta l'arena esplode in un applauso liberatorio, altro che ideologie, la forza del grande cinema e dell'immenso John Ford vince ancora una volta, tutti i cuori battono ora per i superstiti del postale attaccato. Che lezione di relativismo per tutti quei ragazzi e quei giovani così convinti nella loro ideologia. Chissà quanti l'avranno colta?

Il secondo ricordo è legato ancora ad un western, ma italiano in questo caso, il capolavoro di Sergio Leone, C'era una volta il West, il film delle due immagini iniziali. Era una edizione successiva dell'Estate Romana, ed ora lo schermo era più grande, e gli spettacolari primi piani del giustiziere Armonica - Charles Bronson, con lo struggente e indimenticabile tema di Ennio Morricone che sottolineava ogni sua entrata in scena, inchiodavano gli spettatori alla vicenda, non volevano perdere nessun momento e nessun particolare.

Come raccontava proprio un paio di anni dopo il più grande regista italiano in una intervista all'Espresso, era lì anche lui quella sera a vedere il suo film, assieme ad alcune migliaia di persone, non aveva trovato posto e lo vedeva, come molti altri, in piedi, vicino al grande schermo. Era un omone corpulento, e a un certo punto un tipico spettatore romano gli dice: "a sor maè, si nun te sposti con quella panza qui nun se vede gnente", raccontava Leone, che avrebbe voluto piangere o abbracciarlo, la sua idea di cinema, curato nei dettagli, epico nell'andamento, fusione di immagini, musica, storia e ritmo, una esperienza nella quale lo spettatore si immergeva in modo totale, era quindi arrivata all'obiettivo, ne aveva una conferma diretta, più consistente del successo in sala.
Nelle rassegne negli anni successivi sono stati saccheggiati un po' tutti i film classici, con la preferenza a quelli che in Tv erano passati poco o nulla, come ad esempio Psycho. Qui il ricordo vede come protagonista la mia ragazza di allora, che poi sarebbe diventata mia moglie. Il thriller di Hytchock, che ben pochi tra gli spettatori conoscevano (anche io lo vedevo per la prima volta) inchiodava tutti alle sedie. Fino alla scena culminante, infinite volte imitata e citata: la protagonista che fa la doccia dietro alla tenda, nella inquietante dimora vittoriana, e una presenza minacciosa si avvicina. E proprio in quel momento un ragazzo fa "toc-toc" sulla spalla della mia ragazza, che ovviamente lancia un urlo che fa sobbalzare tutta l'arena. "Oh, nun ce venì a vedè sti film settefanno st’effetto" disse il capelluto ragazzo, che voleva soltanto chiedere se era libero il posto accanto (eravamo nell'ultima fila, e lui era entrato a film iniziato perché non si pagava più).

I curatori della rassegna l'hanno resa grande nella memoria proprio grazie alle scelte originali, in sintonia con la loro generazione. C'è stata la serata dedicata a Novecento di Bertolucci in edizione integrale (fino alle due di notte) con grande partecipazione del pubblico, che ha avuto il suo culmine con il solitario suonatore di fisarmonica che accompagnava suonando l'Internazionale il treno che portava in Liguria i figli dei braccianti in sciopero.

E la serata dedicata al Pianeta delle scimmie, con tutti i film in ordine cronologico, fino a comporre, da una serie di pellicole di serie B, una vera e propria saga, a partire dalla rivolta dei primati usati come schiavi, in un prossimo futuro (per allora, si supponeva succedesse nel 1999), fino al drammatico futuro nel quale l'astronauta Charlton Heston scopre che dell'uomo si è perfino persa la memoria, anche questa prolungata sino all'una o alle due di notte. O la serata con 6 o 7 film diversi e di diversi generi, in contemporanea. Nell'estate dell'81 però la rassegna dovette emigrare. Il drammatico terremoto in Irpinia si era sentito fino a Roma e l'antica basilica romana era stata danneggiata, non era più agibile (tornerà agibile una ventina di anni dopo, con i soliti tempi italiani, decisamente rilassati).

La nuova location era però se possibile ancora più spettacolare, uno schermo gigante proprio davanti all'arco di Costantino, e la platea che occupava quella che un tempo si chiamava Via dei Trionfi e ora più banalmente Via San Gregorio al Celio (o Via del Sampietrino Sconnesso per i motoclisti). L'inaugurazione fu molto pomposa, con il Napoleon di Abel Gance, un film muto addirittura, con accompagnamento di orchestra vera e alla presenza di Madame Mitterand, consorte dell'allora presidente-imperatore di Francia.
Ma io di quella rassegna nello scenario più straordinario di tutti ricordo soprattutto due film. Il primo è Casablanca, che gli spettatori conoscevano probabilmente più per le citazioni in Provaci ancora, Sam di Woody Allen che per esperienza diretta. Pur non essendo pensato in senso spettacolare, e in bianco e nero, risaltava particolarmente bene sullo schermo gigante, con i primi piani intensi dei celebri protagonisti. E la partecipazione del pubblico cresceva con le battute mitiche della pellicola, fino a quando una splendida Ingrid Bergman pronuncia una domanda cruciale: "cosa fai questa sera?" e Bogart risponde con il più ironico e distaccato dei suoi sorrisi "non faccio mai programmi a così lunga scadenza" scatenando un immenso applauso.

L'altra esperienza che voglio citare è legata alla efficacia mai così evidente dello schermo gigante con un emozionante film di fantascienza, uno dei migliori del genere, Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg. Le scene di massa, la forza della natura dispiegata, la consapevolezza dello storico incontro da parte dello scienziato impersonato da Francois Truffaut, ma soprattutto l'arrivo dell'astronave aliena con il semplice messaggio su 5 note TA-TA-TA--TA-TA, sembrava che stesse sbarcando per riconsegnare gli ospiti, proprio lì, a fianco del Colosseo.

Uno schermo ancora più grande è stato montato anni dopo proprio al Circo Massimo, la rassegna si chiamava ovviamente "Massenzio al Massimo" ma non in senso longitudinale (nessun proiettore ce l'avrebbe fatta) bensì trasversale. Anche così era ai limiti delle possibilità tecniche, almeno per il cinema su pellicola, e l'immagine era un po' scura. Sono passati film spettacolari che in quella cornice lo sono sembrati ancora di più, come Apocalypse Now o Alien, e sopratutto è passato proprio Ben Hur. Peccato che il protagonista, il principe Giuda Ben-Hur (sempre Charlton Heston) quando parla dei suoi successi come guidatore di bighe da corsa dice, nella traduzione italiana troppo letterale, che ha corso anche "al Gran Circo di Roma"!

Non c'è stato solo cinema nell'estate romana, letteratura, teatro (il Globe ricostruito) e soprattutto musica. Ad esempio con la scoperta di uno spazio unico e insospettabile dentro una delle "ville" più belle di Roma, Villa Celimontana. Prima in uno spazio antistante l'Istituto geografico, poi in uno spazio più grande in fondo al parco, dove gli spettatori erano condotti da un percorso luminoso tra gli alberi immersi nella notte. Prima di diventare in questi ultimi anni un triste spazio ristorante rumoroso e polveroso, con il jazz circoscritto in una specie di ghetto per appassionati irriducibili, e presenze sempre meno significative (ebbene sì, Celimontana Jazz è peggiorata negli anni) sono passati veramente dei bei concerti. Ad esempio quello di Cassandra Wilson nella torrida estate del 2003, quella dell'ondata di caldo eccezionale, con la grande cantante, che pur viene dalla Lousiana, accaldata anche lei, ma non abbastanza da rifiutarsi, durante il bis, di lanciarsi in una serie di brani improvvisati accompagnata da due giovani armonicisti (armonica a bocca, intendo) presenti tra il pubblico entusiasta.

O il magico concerto di Jan Garbarek, per la prima volta a Roma o quasi, con il pubblico che attendeva partecipe e rispettoso questo messaggero delle nuove sonorità e contaminazioni, da poco divenuto noto anche da noi, e anche il tempo (metereologico) che mostrava lo stesso rispetto, rinunciando miracolosamente a piovere per l'intera durata del concerto, nonostante le avvisaglie per l'intera serata. E, come appassionato di alta fedeltà, non posso non ricordare anche il magnifico impianto di amplificazione, per una volta veramente all'altezza, con gli imponenti sistemi a tromba tutti in legno della italiana Zingali.

Sempre negli anni dopo il 2000 la musica è stata chiamata a rinnovare l'attenzione verso l'Estate romana con i grandi concerti gratuiti in Via dei Fori Imperiali. Come non ricordare quello indimenticabile di Paul McCartney? Certo per avvicinarsi al palco bisognava sfidare il principio di incomprimibilità dei corpi, ma alcuni fortunati (tra cui evidentemente anche io), passando casualmente a Via dei Fori in bici quello stesso giorno intorno all'una (di giorno) hanno potuto assistere ad una anticipazione, alla prova generale, e scoprire anche che per Macca, a 60 anni e nonostante la sua carriera e i successi di ogni tipo, la musica è ancora divertimento e passione. Le canzoni cantate solo con accompagnamento di chitarra, non più solo per provare l'impianto, perché erano eseguite per intero, e una che tirava l'altra, fino a Let It Be (la sua preferita, l'abbiamo capito) a beneficio dei 5 o 600 fortunati che, sotto il sole di luglio, quasi dialogavano con lui.

Una stagione lunga e ricca, quella dell'Estate Romana, che paradossalmente volge al termine proprio dopo che quella lontana intuizione di Nicolini, ovvero gli eventi che occupano una intera città, attraendo turismo e creando una immagine giovane e viva per la città stessa, è stato adottato dappertutto, da Manchester a Chieti, e proprio qui dove è nato o è diventato "standard" si tornerà al vuoto pneumatico estivo o al massimo agli anni '60 e a quei tristi spettacoli per torpedoni di turisti-massa tipo "suoni e luci".

sabato 10 luglio 2010

Piccola pausa estiva

Per somma di impegni più periodo estivo la pausa nella pubblicazione di nuovi articoli su questo blog continuerà ancora per un po'. Per intrattenere i visitatori che dovessero capitare da queste parti inserisco come al solito un paio di stimolanti videoclip, particolarmente rilassanti ed adatti alla calura di luglio. Cominciamo con un piccolo capolavoro di Beth Gibbons, a suo tempo cantante dei Portishead, un brano evocativo e sfuggente ad ogni definizione che si chiama, appunto, Mysteries.



Continuando poi con una canzone di Dido, dal titolo Look No Further, anche questa molto "low", veramente bello il video che è in pratica un vero e proprio "corto" cinematografico della regista neozelandese Sally Williams, realizzato, come diversi altri, per l'ultimo album della cantante inglese Safe Trip Home.



Arrivederci a presto.


mercoledì 9 giugno 2010

Un altro 25 aprile


Nel frattempo è passato anche il 2 giugno e questa nota è sicuramente fuori tempo massimo. Del 25 aprile se ne parla difatti ogni anno, ma per circa 5 giorni (3 prima e 2 dopo).
Eppure il 25 aprile dovrebbe essere la festa più importante per il nostro paese. Una festa nazionale, come l'8 maggio in Russia o il 4 luglio in USA o il 14 luglio in Francia, la data simbolo della attuale nazione che raccoglie le persone che parlano la lingua italiana, cioè usando altre parole, della nostra patria. Non è retorica, mi riferisco ad una nota massima di E.M.Cioran ("non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo e nient'altro").

La data simbolica del 25 aprile ricorda la unità delle forze politiche e sociali che hanno combattuto il fascismo e trasformato l'Italia da paese sconfitto nella II guerra mondiale in paese cobelligerante, e hanno poi dato vita alla Costituzione, cioè l'atto fondante della nostra comunità, quello che descrive le regole di convivenza che noi adottiamo. Un atto costitutivo che dovrebbe essere anch'esso essere scritto nel marmo, come tutte le costituzioni degli altri paesi, che possono avere anche 1000 anni (UK) o 200 (USA) ma che nessuno si sogna neppure di cambiare.

Quante banalità e quante ovvietà, tutte cose sentite e risentite, non è vero? Sembrerebbe di sì, eppure non pare proprio che il 25 aprile sia una data e una festa naturalmente condivisa come quelle che ho citato prima.

Forse perché in Italia di data simbolo ne abbiamo un'altra: il 2 giugno. Il referendum e la nascita ufficiale della Repubblica, quindi, l'uscita dalla monarchia, la cacciata dei Savoia. Una seconda data apparentemente meno unitaria (per la monarchia votò comunque il 46% degli italiani, e oltre il 60% nel Sud) ma che ha assunto negli anni del dopoguerra un connotato più ufficiale della festa della Liberazione.

Infatti già dagli anni '50 in Italia, coerentemente con le tradizionali ed eterne divisioni del paese (destra-sinistra / nord-sud) anche la festa nazionale è stata sdoppiata. Il 25 aprile per la sinistra e per il Nord, unitaria ma con prevalenza degli esponenti di sinistra, e la partecipazione dei democristiani e liberali che avevano fatto la Resistenza, come il più volte ministro Paolo Emilio Taviani, che non mancava mai, e il 2 giugno, con la parata militare ai Fori Imperiali e i ministri e presidenti, la festa ufficiale delle istituzioni, dei partiti al potere, dei poteri istituzionali.
Fino a quel 2 giugno del 1964 quando sfilarono ai Fori i reparti blindati dei Carabinieri del generale De Lorenzo, ma questa è un'altra storia.

In realtà c'era anche una terza festa nazionale, il 4 novembre, conclusione della guerra vittoriosa, quella del '14-'18. Le caserme venivano aperte, i bambini salivano sui carri armati e, se non ricordo male, in qualche aeroporto militare si poteva anche provare l'ebrezza di un breve volo.

Nessuna di queste tre feste ha però superato le sue vicende originarie diventando una festa nazionale "naturale". Il 14 luglio il popolo di Parigi ha assaltato la Bastiglia e ha dato il via ad una rivoluzione di grande importanza storica, ma certo non lineare nei risultati (prima il terrore e poi la dittatura). Ma nessuno si sogna e si è mai sognato in Francia di fare distinguo e cavillare. Persino i discendenti di nobili e preti festeggiano. Così come in Russia si festeggia magari in forme diverse (vedete il video formidabile delle sorelline Tomachevy) ma nessuno si fa problemi se a guidare l'Armata rossa alla vittoria nella "grande guerra patriottica" fosse stato proprio il dittatore Giuseppe Stalin. Tutte hanno subito invece in Italia alti e bassi a seconda delle tendenze politiche predominanti. Il 4 novembre con fiumi di retorica (non molto diversa da quella del ventennio) e campane di San Giusto è rimasto in auge fino al '68. Quando qualcuno (in realtà anche da anni prima) ha cominciato a raccontare quale carneficina fosse stata quella guerra e a contestarne i festeggiamenti (che si estendevano addirittura al 24 maggio, giorno dell'entrata in guerra, evento solitamente non troppo benevolmente ricordato da qualsiasi popolo). Il 25 aprile si è sempre portato dietro la partecipazione fondamentale alla Resistenza del PCI, un partito che era quindi particolarmente interessato al ruolo nella ricostruzione della patria che ogni anno questa festa gli confermava, ma gli altri partiti, anticomunisti o comunque antagonisti, avevano l'interesse opposto. Da qui i festeggiamenti sempre col freno a mano tirato, fino agli anni '70 e alla stagione del compromesso storico e della contrastata partecipazione del PCI alla amministrazione del paese. Negli anni '80 è tornato l'antagonismo ma il partito che in buona parte ha guidato quella stagione, il PSI di Craxi, aveva comunque nella sua storia l'antifascismo e la Resistenza e non poteva prescinderne. Chi invece ne poteva e voleva prescindere sono stati i partiti della seconda Repubblica, il MSI poi Alleanza Nazionale, perché era proprio l'erede degli sconfitti nel 25 aprile, esclusi per definizione, Forza Italia perché il suo leader aveva fatto la scelta dell'anticomunismo, pur in un mondo nel quale ormai il comunismo era tramontato, considerandola (a ragione, come si è visto poi) vincente come elemento di richiamo e aggregazione del suo elettorato di riferimento. In più, proprio il 25 aprile del 1994, dopo la prima vittoria della destra in Italia guidata da Berlusconi, in una storica manifestazione a Milano si sono poste le basi per l'alleanza dell'Ulivo che di lì a soli due anni avrebbe invece portato il centro sinistra al governo. E la Lega? Non era all'epoca "naturalmente" antagonista al 25 aprile, ma neanche interessata ad una storia che era sì in buona parte del Nord, ma comunque nazionale. Sono seguiti quindi molti anni nei quali il leader del centro-destra ha sempre platealmente ignorato i festeggiamenti del 25 aprile, che fosse presidente del consiglio o fosse all'opposizione, con l'unica eccezione del 2009 quando a sorpresa ha partecipato ai festeggiamenti mettendosi anche al collo il fazzoletto dei partigiani abruzzesi. Con quest'anno però siamo tornati alla solita celebrazione per dovere, con la ripetizione della formula "festa della libertà" piuttosto che della "liberazione". Che darebbe peraltro un significato ancora più forte a quella data (sarebbero evidentemente i partigiani, tutti, quelli che hanno portato la libertà nel nostro paese). Ma non mi pare che ci siano stati dibattiti su questo punto che abbiano superato le 48 ore. Rimarrebbe quindi il 2 giugno, ripristinato come festività da Ciampi, gradito alla sinistra perché ricorda la Repubblica e quindi anche la costituzione repubblicana, gradito alla destra che tradizionalmente ama le parate militari e le celebrazioni ufficiali. Ma, niente da fare, tra i partiti del centro destra c'è la Lega, e in un ruolo certo non marginale, e una festa nazionale con tutte quelle bandiere non la gradisce, e quest'anno l'ha fatto sapere in modo chiaro. E' un partito che punta alla secessione, anche se molti fanno finta di non accorgersene, ed ogni evento anche simbolico che possa indebolire l'immagine dei suoi leader come leader del Nord deve essere evitato. Quindi una vera e propria festa nazionale, in grado di riunire assieme in un commosso abbraccio repubblicani e democratici in versione italiana, non ce l'abbiamo. E per un paese che si appresta a festeggiare tra un anno, non si sa con quale spirito, i 150 anni della unità nazionale (vedi un mio precedente post) mi sembra un altro spunto per una riflessione su chi siamo ora.

sabato 17 aprile 2010

Colpire i genitori attraverso i figli


La Lega Nord, alla quale sto dedicando questi ultimi post, concentrandomi non sulle presunte strategie di questo partito (questo tipo di analisi abbondano) ma sui comportamenti concreti sul territorio e a come sono accolti, ha scoperto quasi per caso nelle ultime settimane un nuovo sistema per far rispettare le regole. Non mi vengono in mente esempi analoghi, solo in vecchie storie sulle repressione della mafia storica e del brigantaggio mi pare di ricordare che le forze dell'ordine usassero mettere in carcere i genitori dei latitanti per costringerli a costituirsi.

Qui si fa un passo oltre, prima a Montecchio Maggiore (Vicenza) e poi ad Adro (Brescia) i sindaci e gli assessori della Lega (concorde però tutta la giunta e non discorde, a quanto pare, la chiesa locale) hanno applicato un inedito sistema: colpire i genitori attraverso i figli. Loro i genitori non pagavano la retta della mensa scolastica (per indigenza o anche, secondo molte testimonianze, per classica paraculaggine) e per costringerli a farlo (dopo i soliti ripetuti richiami e solleciti) veniva negato ai figli il pasto alla mensa o dato un pasto alternativo (un triste "paninazzo" stile pausa pranzo, diventato poi nei racconti immaginifici dei giornalisti un medievale "pane e acqua").

pirates-polanski-cris-campion-walter-matthauSe funzionasse potrebbe essere un sistema da seguire anche per altre forme di pressione indiretta. Per esempio per costringere un latitante a costituirsi potrebbero essere rinchiusi i suoi figli in un kinderheim (che poi sarebbe un orfanatrofio) fino al suo ritorno, per far rientrare dall'estero un bancarottiere si potrebbero costringere i figli a vestire solo tute di Oviesse, dopo aver sequestrato tutti gli abiti firmati, e così via.

Ma funziona veramente? Mi è venuto in mente un episodio del film Pirati di Roman Polanski, quando il capo dei filibustieri, un perfido e impagabile Walter Matthau, cercava di costringere il governatore a svelare il luogo dove era nascosto il tesoro degli Inca (o qualcosa del genere). Per convincerlo ordina ad uno dei suoi pirati di violentare lì sul posto la giovane e splendida nipote, ma il vecchio governatore non sembra molto impressionato. Captain Red (così si chiamava il personaggio di Matthau) però urta per caso un piede del governatore e scopre che è nel pieno di un doloroso attacco di gotta. Questa sì che è una forma di pressione! E in pochi attimi hanno accesso al tesoro.

Anche in questo caso i pragmatici amministratori della Lega avrebbero potuto avere, forse, maggiore successo con forme di pressione più efficaci per genitori snaturati quali quelli che sono stati dipinti (cosa tutta da dimostrare, naturalmente). Come per esempio sequestrare l'auto o, ancora peggio il televisore o la scheda di Sky. Probabilmente le rette sarebbero state pagate con la velocità del fulmine. Prendersela coi figli: non ci credevano e poi qualche Caritas o qualche compaesano compassionevole sarebbe uscito sicuramente fuori (come è poi avvenuto).

piratifrontpc6Ma quello che più mi ha colpito è stato sentir parlare i suddetti amministratori a Radio 24, prima il sindaco di Montecchio Maggiore, che si chiama Milena Cecchetto ed è una giovane donna di 37 anni, e poi il sindaco di Adro Danilo Lancini. Inutilmente psicologi e maestri cercavano di spiegare loro, durante la trasmissione mattutina, quanto infame fosse stata la loro decisione, che neanche nelle società più primitive si colpiscono i genitori attraverso i figli, che la umiliazione di essere separati e trattati diversamente dagli altri, per colpe non loro, avrebbe inciso in modo significativo sulla psicologia di quei bambini e sulla credibilità e autorità dei genitori nei loro confronti.

Assolutamente non sfiorati da nessun dubbio e per niente propensi a portare alcuna giustificazione, restavano stolidamente convinti di essere nel giusto e che quello che facevano era quello che voleva la loro comunità. Come poi effettivamente, almeno ad Adro, in parte si è confermato, con una lettera firmata da 200 famiglie o giù di lì (che non sono poche, è un paese di 6000 abitanti).

Tutti imprenditori (inclusa l'assessore alla scuola di Montecchio Maggiore) scesi in politica, argomentavano convinti trasmettendo una grande sicurezza che nasceva, pareva evidente, da questa sintonia con la loro comunità. Il sindaco di Adro, che deve essere un imprenditore che si è fatto da solo (nel sito del Comune è evidenziato orgogliosamente che il suo titolo di studio è la terza media) cercava anche di andare oltre, tirando in ballo la patria potestà.

La patria potestà? Ma quella interviene quando un figlio, ad esempio, da' fuoco alla macchina di un professore che gli ha messo 4 in pagella. Il figlio minore non può pagare per il reato e quindi deve pagare, pur se innocente e inconsapevole, chi esercita la patria potestà.


Tutti imprenditori e sicuramente anche tutti cristiani. Penso sia difficile trovare per loro nel Vangelo un conforto o una conferma della giustezza delle loro decisioni, ma se anche avessero avuto questo dubbio non sarebbe stato per una qualche azione da parte della Chiesa, a qualsiasi livello. Non risultano commenti o interventi dei parroci locali, i soliti cardinali che commentano su tutto non si sono sentiti, silente anche l'instancabile voce di Radio Maria don Livio Fanzaga, persino padre Alex Zanotelli, a quanto mi risulta, non ha avuto nulla da dire.


In sintesi? Non ho nessuna sintesi da proporre, la parti da comporre sono troppo contraddittorie.

(Le foto ovviamente sono prese dal film Pirati, anche lì era tutta una questione tra buoni e cattivi; per i curiosi che volessero sapere che aspetto hanno le gentili amministratrici di Montecchio Maggiore ci sono i link al sito del comune vicentino)

Ma qui sono i figli innocenti che pagano per le manchevolezze dei genitori! Forse pensava che dovevano essere loro ad educare meglio i loro genitori.

domenica 11 aprile 2010

Il leghista ha parlato

wavejapan2Dopo l'ultimo post, che risale a diverso tempo fa, il leghista ha parlato col voto, e ha consegnato al partito del Nord un successo che è stato prontamente definito uno "tsunami" (bisogna sempre esagerare, e poi lo tsunami non mi sembra un fenomeno così da augurarsi e da celebrare).

Insomma, nonostante gli argomenti facilmente smontabili con un paio di ragionamenti, nonostante la crisi economica che ha interessato sicuramente anche qualcuno degli elettori leghisti, nonostante incredibili e inqualificabili azioni riconducibili alla Lega come la vicenda delle mense scolastiche tagliate per i figli dei genitori morosi (colpire i figli per punire i genitori, pura barbarie, ci confermiamo un paese ipocrita che ama i bambini solo a parole e solo se sono lontani o se sono i nostri, forse), persone sicuramente perbene e con condivisibili obiettivi, in tutto il Nord, sopra e sotto il Po, hanno scelto la Lega.


Il motivo è che la Lega si presenta come un partito che ha le risposte alle domande che vengono da quella stessa gente. Che ha però, in più, conquistato la credibilità di saper applicare quelle risposte nella amministrazione concreta, con l'attenzione ai particolari (in cui ricade anche l'attenzione ai costi con i discutibili metodi di cui sopra), alla amministrazione di tutti i giorni, quella che non suscita entusiasmi e non fornisce l'occasione per dibattiti e convegni, la noiosa routine dell'amministratore della cosa pubblica alle prese con mille imprevisti e budget sempre carente.


La politica non è che questo, sarà banale dirlo in presenza di tante raffinate analisi, una serie di domande che arrivano dagli elettori e una serie di risposte che chi si vuol fare eleggere offre a loro. E che deve avere la credibilità sufficiente per far sì che siano le sue, le risposte che vengono scelte. Le referenze, in altre parole, come per esempio aver realizzato qualcosa di concreto o aver concluso una legislatura senza dividersi. Le domande possono essere contradditorie tra di loro, le risposte puro marketing (fumo) e di questo gli elettori se ne accorgeranno solo dopo aver votato. E' il problema del sistema democratico, un sistema altamente imperfetto dove chi vota spesso non sa perché vota ma, come diceva qualcuno, è un sistema imperfetto ma è contemporaneamente, e come ampiamente sperimentato, anche il migliore che si conosca.


Però non bisogna dimenticare mai che c'è un altro aspetto che con un sistema democratico non va tanto d'accordo, la possibilità per qualcuno di suggerire le domande, scegliendo quelle per le quali ha già le risposte pronte. Ad esempio la domanda di sicurezza enfatizzata e trasformata in "problema dei clandestini" grazie al controllo del sistema dei media. Non che questa domanda sia impropria, ma quello che fa la differenza è la priorità che si riesce a dare ad essa.

Il resto, gli spiriti padani, la secessione dolce (chissà cos'è), le bandiere verdi, le ronde, il dialetto a scuola e le graduatorie privilegiate per gli indigeni sono un misto di fumo per gli elettori stessi (facciamo vedere che siamo decisi) e un misto di pressing su Roma (facciamo vedere che siamo decisi).

A parte qualche distorsione gli elettori della Lega hanno le risposte che cercano, dunque, e quindi perché preoccuparsi? Un motivo c'è, tutte le risposte sono vecchie, rivolte all'indietro, inattuabili, adatte ad un paese per vecchi, con tasso di sostituzione di 1,3 figli per coppia (dovrebbe essere 2,1 per mantenere la popolazione stabile), insomma per l'Italia di oggi che qualcuno (per esempio io) non vorrebbe rimanesse così. E vorrebbe anche che rimanesse tutta assieme e avesse ancora un ruolo in Europa e nel mondo (per esempio partecipasse ancora al G8).

Cosa dovrebbe fare il centro sinistra o, meglio, cosa dovrebbero fare i democratici? Mi pare semplice e banale, ascoltare le domande, elaborare risposte comprensibili ed efficaci, cercare di recuperare credibilità, ed evitare un indiscriminato "al lupo al lupo" che, come si è visto alle ultime regionali, non serve sicuramente con gli elettori dell'altra parte con qualche dubbio, e nemmeno più tanto per compattare i propri. E soprattutto, dare priorità al problema dei problemi: come far arrivare le risposte agli elettori con questo sistema dei media.

(Le immagini per illustrare il post le ho trovate: non molto originale, la famosa stampa giapponese di Hokusai)

lunedì 22 marzo 2010

Parla il leghista

Gli argomenti che usano i leghisti non sono poi molti, che siano elettori, militanti o leghisti professionisti (eletti da qualche parte) più o meno sono sempre gli stessi, quindi non è difficile rifletterci sopra. Non senza premettere, per onestà intellettuale, che la tolleranza e lo spirito multi-etnico risulta più facile, di solito, quanto più le interazioni con i suddetti immigrati sono rare, come ricordavo in un post di parecchio tempo fa dal titolo Scopri il leghista che è in te. E che la gestione della convivenza tra culture diverse è comunque un grosso problema, che mette in affanno anche paesi molto più noti del nostro per capacità organizzative.

La sinistra favorisce l'arrivo degli immigrati perché poi darà loro il voto e riconquisterà il potere
Appassionati di dietrologia come siamo, ecco la rivelazione del piano segreto, della strategia sotterranea della sinistra. Tutto può essere, e certo la sinistra non ha mancato di applicare strategie controproducenti in questi ultimi anni, ma questa sarebbe veramente la più autolesionista di tutte. A parte che l'esperienza degli altri paesi che hanno concesso il voto agli stranieri o ex-stranieri ha dimostrato che il loro voto non è affatto automaticamente orientato al "fronte progressista", è chiaro che, mentre questa raffinata strategia si dispiega (e non si capisce come si completa, se la sinistra rimane sempre all'opposizione), la suddetta sinistra perde valanghe di voti, visto che l'aumento degli extra-comunitari o degli immigrati in genere porta in tutti i paesi il voto a destra. Casomai, se proprio siamo in vena di dietrologie folli, la sinistra potrebbe dire che è la destra e la Lega in primis che apre le porte agli stranieri per aumentare i propri voti. Il corollario di questa tesi dovrebbe essere poi che Fini (più volte espressosi a favore del voto amministrativo agli stranieri regolari) è uno sprovveduto (se non un infiltrato).


Gli immigrati regolari non sono un problema, il problema sono i clandestini, che sono molto di più dei regolari
Il leghista vede clandestini ovunque (in realtà non vorrebbe vedere proprio stranieri in giro) ma concede che chi lavora onestamente e a basso costo, possibilmente senza andare troppo in giro, soprattutto se lavora per lui o per la sua famiglia, è utile e non è un problema, il problema sono le moltitudini di clandestini. Quanti siano i clandestini ovviamente non si sa, bisogna affidarsi a delle stime, siccome le stime le fanno di solito la Caritas o altre associazioni che si occupano degli stranieri, quindi "buonisti" per definizione, non credono affatto alla loro affidabilità. Ad esempio le ultime stime li danno a 480 mila, cifra vigorosamente contestata ("impossibile, sono molto di più"). Almeno i regolari però si dovrebbe sapere quanti sono, visto che i permessi li da' lo stato italiano. E i regolari difatti si sa che sono ormai 4 milioni e 800 mila (dato 2009). I clandestini sono molti di più, dicono. Cinque volte tanto, 3 volte, 2 volte? Se fossero 2 volte tanto sarebbero in tutto 15 milioni, gli italiani sono in totale 55 milioni (dato 2006, con la natalità che abbiamo non credo che siamo cresciuti di molto, casomai il contrario) non mi pare andando in giro di vedere uno straniero ogni 4 persone che incontro. Tra l'altro, sarebbero cresciuti di 10 o 20 volte in quindici anni di destra quasi sempre al governo.

Le leggi sull'immigrazione funzionano, il problema è che non sono applicate
E qui si salda l'argomento successivo. Difatti dopo che ha esagerato le cifre sul numero degli immigrati, l'interlocutore non mancherà di far notare al leghista che negli ultimi 10 anni (nei quali si sarebbe creato il guaio) la destra è stata quasi sempre al governo (con il breve intervallo di poco più di un anno del II governo Prodi) e che la legge che regola l'immigrazione l'hanno fatta loro, e si chiama Bossi-Fini.

Bisogna trovare un colpevole, ma non è elegante dire che siano le forze dell'ordine che non vogliono o magari non possono controllare per mancanza di mezzi. Per fortuna ci sono i magistrati, colpevoli di ogni cosa, e quindi sono loro, a non applicare la legge, frustrando gli sforzi delle forze di polizia ("la polizia fa le retate di clandestini, poi arriva il magistrato di turno e li rimette in libertà"). Ora, i magistrati in fondo non sono che dei dipendenti pubblici, meglio pagati di altri (ma fanno un lavoro un po' più impegnativo, non so, di un bidello o di un passacarte ministeriale) e quindi probabilmente come tutti i dipendenti pubblici (e come la maggioranza delle persone) pensano anche ai fatti loro, difficile immaginarli tutti o in grandissima parte (se no la spiegazione cadrebbe) come dei militanti di sinistra in servizio permanente, pronti a sfidare le leggi, rischiando la carriera o scontrandosi con capi e polizia, pur di mettere sistematicamente in libertà i clandestini. Più facile pensare che siano le leggi ad essere fatte male, inapplicabili, con mille scappatoie utilizzate da moltitudini di avvocati (siamo il paese con la più alta densità di avvocati al mondo, come noto) ai quali si rivolgono anche gli aspiranti clandestini, che conoscendo il nostro paese, sanno che in Italia è sempre possibile un ricorso. D'altronde nella nostra vita materiale di leggi così ne incontriamo quasi ogni giorno, quindi non facciamo fatica a dare questa spiegazione.
Ma supponiamo per un momento che sia proprio così, che i magistrati italiani siano tutti o quasi degli infaticabili Robin Hood, intrisi di buonismo e dediti solo far entrare il maggior numero di clandestini e a non reprimerli ed espellerli mai. Come la mettiamo col potente CD che governa l'Italia da 15 anni e quando non governa condiziona il governo avversario? C'è un potere più forte, che dimostra così la impotenza del CD proprio nel suo punto più sensibile? In sintesi: è comunque una ammissione di non saper risolvere un problema, anzi il loro problema principale.

Gli immigrati portano via il lavoro agli italiani
Non è vero che gli italiani rifiutano il lavoro, conosco uno che vuole fare il camionista ma preferiscono i rumeni, conosco un'altra che avrebbe fatto anche l'nfermiera, ma è inutile perché ci sono le infermiere rumene che prendono il diploma a 16 anni e noi le assumiamo lo stesso. Quando racconta queste bugie arrossisce e gli cresce il naso anche al leghista. Basta chiedergli: ma tu manderesti tuo figlio a raccogliere i pomodori? O tua figlia a fare la badante o la colf in una casa di altri italiani? Gli diresti di sospendere gli studi e abbandonare il diploma che tanto è un pezzo di carta che non serve a niente? Se provi a dire di sì, chiedo conferma a tua moglie, dopo penso che avrai seri problemi a casa.

Non è vero che gli italiani rifiutano i lavori che fanno
gli immigrati, sono le retribuzioni che sono troppo basse
farias
Questa è già più raffinata. Ora, so per esperienza personale, di famiglia, che le colf italiane sono svanite definitivamente negli anni '80, indipendentemente dalla retribuzione. Poi è crollato il muro, sono arrivate le donne dell'Est e l'offerta è ripresa. Agli stessi costi di prima, perché in genere era necessaria la regolarizzazione. Certo, pagando la colf come un direttore delle vendite forse si trovava anche prima e si troverebbe, italiana, anche ora, e infatti nelle case signorili sono rimaste. Ma evidentemente si perderebbe la proporzione tra il servizio e il beneficio. Diverso il caso di operai, muratori e così via, qui effettivamente la concorrenza sul costo del lavoro c'è stata e c'è. Ma è una colpa dell'immigrato o dei datori di lavoro italiani, sempre tesi a utilizzare ogni sistema (inclusi quelli non leciti alias il lavoro nero) pur di abbassare il costo del lavoro? E anche dei clienti di questi datori di lavoro, cioè ad esempio noi quando ristrutturiamo una casa, che puntiamo solo al prezzo più basso incuranti di tutto il resto?
In questo comunque i leghisti hanno ragione, se non ci fosse stata la globalizzazione, se non fosse caduto l'impero sovietico, se l'Italia fosse un paese più povero, se non fossero diminuiti i costi dei trasporti, questa concorrenza non ci sarebbe e non ci sarebbero neanche questi lavoratori stranieri. Non so però quanto questo convincimento sia consolatorio per loro.

Sono gli immigrati che vogliono lavorare in nero
Continuando sul tema "è sempre colpa loro" (ovvero: "non sono io che sono razzista, è lui che è negro!") ho sentito, senza scherzi, un leghista affermare convinto a Radio 24 che se gli stranieri lavorano in nero è perché loro preferiscono così, perché così pagano meno tasse. Una volta raggiunto il minimo necessario per il permesso di soggiorno per il resto pretendono il nero. E' chiaro che a nessuno piace pagare le tasse e che i lavoratori stranieri non penso siano migliori e più permeati di spirito etico di noi, ma in questo caso le tasse evase sono quelle del datore di lavoro! Contributi previdenziali non versati, contributi Inail idem, e indicatori di reddito più bassi. Per loro, per gli stranieri, sarebbe un vantaggio solo nel caso improbabile che alla fine dell'anno andassero in alto negli scaglioni Irpef. E lo pagherebbero con nessuna tutela sul posto di lavoro e licenziabilità assoluta. Magari il lavoratore straniero quando diventa a sua volta imprenditore sarà lui a proporre di pagare un'IVA fittizia, ma questo fa parte del buon esempio che ha imparato da noi.

Gli immigrati sono sempre primi in graduatoria negli asili nido
E' vero, di solito hanno più figli e redditi più bassi e questi criteri, quelli attualmente usati, li favoriscono. Ma dove mai dovrebbe lasciare il figlio una baby-sitter extra-comunitaria che è diventata madre? In un asilo nido privato a 800 € al mese? A quel punto lascerebbe il lavoro di baby-sitter che non le converrebbe più, gettando nella disperazione la mamma italiana presso cui lavora. Certo, potrebbe evitare di farli questi figli. Ma, onestamente, neanche dai leghisti più estremisti ho ancora sentito la richiesta che gli extra-comunitari facciano anche il voto di castità e rinuncino a fare figli. Magari c'è una soluzione più semplice: costruire gli asili nido in base alle previsioni di crescita della popolazione, usando una scienza poco o nulla applicata che si chiama demografia (e investendo qualche euro qui piuttosto che, per fare un esempio, per organizzare un numero imprecisato di convegni al giorno).

Agli immigrati vengono assegnate le case popolari e agli italiani no
Questo fa arrabbiare ancora di più gli italiani, leghisti o no. Perché non tutti hanno figli piccoli, ma molti vorrebbero una casa popolare, quindi ad affitto basso e solitamente per la vita.
Proprio tutti? Non saprei, poi bisognerebbe dire agli amici e ai parenti che si abita in una casa popolare o che ci abita il figlio o la figlia. A parte questo dubbio sullo status, l'assegnazione di una casa popolare ad uno straniero suscita sempre grande scandalo. Dovrebbero essere riservate agli italiani, che pagano le tasse (insomma ...) che sono residenti da sempre, che hanno le radici lì, e così via. Ma, anche in questo caso, dove dovrebbe mai vivere la famiglia dello straniero o della straniera che lavora per noi, soprattutto se mette su famiglia? E noi italiani, mi risulta, siamo sempre a favore della famiglia. Case in affitto da privati non si trovano, costerebbero più del loro reddito e poi bisognerebbe vedere se il proprietario le affitterebbe a loro. Dovrebbero comprarla come facciamo noi. A parte l'impegno economico, poi c'è il rischio che rimangano per sempre da noi (e questo il leghista non lo vuole). Insomma anche qui, se li vogliamo pagare poco ...

In sintesi, se proprio questi lavoratori stranieri ci danno tanto fastidio, oltre alla strada che citavo nel precedente post (che l'Italia diventi più povera dei paesi emergenti) ci sarebbe anche quella di mettere mano al portafoglio, pagare il giusto chi lavora, accettare un aumento delle tasse (o magari pagarne un po') per potenziare i servizi sociali, a cominciare dagli asili nido, dall'allungamento degli orari e del tempo pieno nelle scuole, nell'assistenza agli anziani (volevo dire, ai "diversamente giovani"), negli scuolabus, nelle mense scolastiche e negli altri servizi per le famiglie.
Che ne pensa il leghista?

(tempo di lettura previsto: 6'; nelle foto, alcuni immigrati regolari)

sabato 13 marzo 2010

Giochiamo a fare i cattivoni

"Gli immigrati irregolari, con figli minori che studiano in Italia, non possono chiedere di restare nel nostro Paese sostenendo che la loro espulsione provocherebbe un trauma "affettivo" e un calo nel rendimento scolastico dei figli. Infatti, secondo il nuovo orientamento della Suprema Corte l'esigenza di garantire la tutela della legalità alle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei minori." (da Repubblica, 11 marzo 2010).

Manu chaoIl giorno dopo, un sondaggio volante tra gli ascoltatori di Radio 24 riportava il 70% di SI a questa decisione. Gli ascoltatori di Radio 24 non sono caratterizzati come di destra o leghisti, nei giorni scorsi si erano espressi in grande maggioranza a favore del rispetto delle regole nella questione delle liste, o per l'abolizione dell'assurda legge elettorale per il voto all'estero voluta dal centro destra e così in molte altre occasioni. Figuriamoci quindi quale sarebbe stato il risultato di un sondaggio di questo tipo in Lombardia o in Veneto.

Quindi si conferma che gli italiani sono a grande maggioranza per il massimo rigore nei confronti degli immigrati clandestini. Sono riusciti lo stesso a mandare i loro figli a scuola pur essendo clandestini e sono stati "beccati"? Tornino a casa. E i figli? Se la moglie o il marito sono regolari possono pure rimanere con un solo genitore, altrimenti, tutti a casa loro e subito. Ma così la famiglia si divide, non siamo un popolo che mette la famiglia al primo posto? La nostra, mica quella degli altri. Il figlio è nato in Italia e non conosce neanche la lingua del suo paese? Peggio per loro che non gliela hanno insegnata, dovevano essere più previdenti e meno fiduciosi, ora se ne vadano a casa. E se uno diventa irregolare perché nel frattempo ha perso il lavoro regolare e ne trova soltanto in nero (dagli italiani)? Mi dispiace, non è un problema nostro ma suo, le regole sono regole, a casa. E se è diventato irregolare perché la durata dei permessi di soggiorno è quasi uguale al tempo che ci mettiamo noi italiani con i nostri uffici a rinnovarlo? La nostra inefficienza non può essere una scusa, interverremo anche sulla efficienza, ma intanto, a casa.

Quanto ci piace fare i cattivoni, in particolare con i clandestini, i precari del mondo globalizzato. Cattivoni virtuali, nessuno si sogna di fare nulla, naturalmente. Si aspetta che lo faccia qualcun altro. Ad esempio la polizia, le forze dell'ordine. Il fatto è che negli ultimi 10 anni (quando ha governato quasi sempre la Lega assieme alla destra) gli stranieri e i clandestini sono diventati moltitudini. E sono anche diffusi capillarmente ovunque, non sono mica concentrati in una città. Per controllarli ci vorrebbero moltitudini di poliziotti, vigili urbani, carabinieri, finanzieri. Che costano e hanno altre priorità. Dovremmo assumermene di più mettendo mano al portafoglio (ancora più tasse) e questo gli elettori leghisti non lo vogliono. Si accontentano, pare, di leggi feroci e inapplicate, un po' come quelle contro la pirateria musicale e cinematografica, con i DVD falsi che continuano ad essere tranquillamente venduti nelle piazze o nelle spiagge.

E anche loro, le forze dell'ordine, non sembrano troppo propense a fare questi controlli. La colf che lavorava da noi tempo fa, dopo aver ottenuto faticosamente il permesso di soggiorno (grazie ad una delle tante sanatorie del centro destra, quella volta trasformò 700 mila clandestini in regolari) non vedeva l'ora che la fermassero per un controllo, per mostrare l'agognato pezzo di carta. Era bianca, di nazionalità moldava, ma un occhio appena attento si accorgeva che non era italiana. Sono passati gli anni ma quella semplice richiesta di documenti non è arrivata mai. Così come non li ho mai visti chiederli ai simpatici immigrati (sospetto che spesso siano clandestini) che mi lavano quasi tutti i giorni il parabrezza.
Sembra che le forze dell'ordine abbiano altre priorità, che la lotta alla clandestinità, a differenza della Lega (che ha adesso addirittura il ministro dell'interno) non ha per loro la stessa centrale importanza.

Vorremmo essere un paese a tolleranza zero, ma in tutti i campi restiamo sempre un paese a controlli zero (ma leggi tante).

Ma poi in fondo, perché dovremmo fare tutta questa lotta alla clandestinità? Bisognerebbe casomai vedere cosa fa per vivere l'immigrato. Se fa lo spacciatore o il ladro nelle villette bifamiliari ed è in possesso del permesso di soggiorno? Se è clandestino ma fa il muratore, o il/la badante, o la baby-sitter? In questo secondo caso fa evidentemente qualcosa che serve e che è del tutto onesto. E' piuttosto il suo datore di lavoro che è irregolare, perché lo paga in nero, magari sfruttando la situazione a suo vantaggio. Oppure è la legge con tutti i suoi ostacoli (ora anche il permesso a punti) che è irregolare, nel senso che fa di tutto per rallentare la regolarizzazione.

Ma in fondo in fondo quelli che parlano sempre dei clandestini (che non sono solo i leghisti) in realtà intendono un'altra cosa: stranieri, estranei. Non li vorrebbero, vorrebbero che si tornasse ai bei tempi della loro infanzia, quando gli stranieri li incontravano solo al mare a Rimini (ma non erano moldavi o cingalesi, non sapevano anzi neanche dov'era la Moldavia o lo Sri Lanka). Sognano questo mondo felice, non so se sarebbero disposti anche a rinunciare per questo sogno ai loro lavoratori immigrati, badanti, colf baby-sitter e dipendenti a basso costo, ma certo sempre a quello pensano.
Non sanno che in questo mondo globalizzato (i veri no-global sono i leghisti e in Italia sono persino al potere, e da più di 10 anni) questo sogno è impossibile.

O meglio, è possibile, e forse con un po' di buona volontà possiamo anche arrivarci. Basta diventare più poveri dei paesi emergenti e sicuramente i tanto temuti clandestini in Italia non avrebbero proprio più motivo di venirci. Come ai bei tempi andati quando, appunto, non c'erano e ad emigrare erano gli italiani.

(Tempo di lettura previsto: 3')