domenica 31 gennaio 2010

Il mitico lavoro stabile

Un tempo, felice e ormai lontano, in Italia il lavoro era stabile, a tempo indeterminato, fisso. Questo si dice ovunque e questo pensano, pare, i giovani italiani. Sarà poi vero?
Proviamo per prima cosa a riflettere sulle parole chiave nel nuovo mondo del lavoro.

SanPrecario2Precario, quindi instabile, che può cadere, interrompibile.
In realtà non è esattamente così, nessuno dei contratti di lavoro che sono normalmente definiti "precari" hanno queste caratteristiche. Nè per il tempo determinato, né per la collaborazione, né per l'interinale, è possibile il licenziamento senza "giusta causa". Sono stabili come un lavoro al geometra al Catasto. Solo che sono a tempo, hanno una data finale scritta nel contratto. E che, per chiudere il rapporto di lavoro, il datore di lavore non deve far altro che aspettare questa data (spesso non molto lontana, come sappiamo).

Tempo indeterminato, quindi lavoro stabile, che non si muove, fisso. Infatti si dice normalmente che i precari vogliono essere "stabilizzati". Anche questo non è vero. E' un contratto che non ha una data scritta nel testo, ma può essere interrotto, con il licenziamento "per giusta causa" previsto dallo Statuto dei diritti dei lavoratori o per inadempienza alla osservanza del contratto, nel caso dei lavori nel settore pubblico (dove lo Statuto non si applica). E, soprattutto, può essere interrotto con i molti espedienti ideati negli anni dai datori di lavoro per aggirare i vincoli dello Statuto.
Però, non è vero in termini assoluti, ma diventa quasi vero nella pratica. E' maggiore la probabilità che un contratto a tempo non sia rinnovato di quella che un contratto a tempo indeterminato venga interrotto, con qualche artificio, dal datore di lavoro. E' bassissima se non quasi nulla la probabilità che questo secondo evento si verifichi nel settore pubblico.

Ma non è impossibile che un lavoro "precario" (nel senso di interrompibile a insindacabile giudizio del datore di lavoro) accompagni una persona sino alla pensione, anzi è la norma per i consulenti e per i dirigenti del settore privato.
E non è affatto impossibile che un lavoratore a tempo indeterminato si ritrovi senza lavoro o nelle condizioni di dover abbandonare il lavoro. I datori di lavoro negli anni si sono dedicati alla invenzione di numerosi sistemi (a volte recepiti in leggi dello stato) come la chiusura o la cessione di ramo d'azienda, le dimissioni in bianco, il periodo di prova nei passaggi o la parte variabile della retribuzione preponderante su quella fissa.

sliding_doorsInfine, è vero, come dice anche la nuova premessa della legge sul ... tempo determinato, che il lavoro subordinato di norma è a tempo indeterminato, recependo addirittura una indicazione che viene dell'Europa (all’art. 1 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, è premesso il seguente comma: «01. Il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato). Ma anche qui si gioca su fraintendimento. Nella maggior parte dei paesi europei infatti il lavoro a tempo determinato è molto raro, anche nel regno assoluto della flessibilità, la Gran Bretagna. Riguarda infatti solitamente lavori per top manager e simili. I contratti di lavoro normali non prevedono un termine. La differenza fondamentale è che però possono essere interrotti non solo dal lavoratore con le dimissioni, ma anche dal datore di lavoro. Con tutto il sistema di tutele che conosciamo, e che risulta particolarmente interessante e funzionale in Danimarca (se ne parlò un paio di anni fa). Ma che non impedisce ai lavoratori licenziati dì non prendere particolarmente bene l'evento, come abbiamo appreso in film come "Sliding Doors" o "In questo mondo libero" di Ken Loach.

"Ai bei tempi andati tutti i lavori erano a tempo indeterminato"Ovvero, tutto è instabile ora, a differenza dei bei tempi andati, quando tutti i lavori erano stabili.
Ma quando sono collocati di preciso questi favolosi anni nei quali tutti i lavori erano a tempo indeterminato (e quindi, secondo la interpretazione corrente, fissi)?
Sicuramente non nei favolosi anni '60. Infatti lo Statuto dei diritti dei lavoratori, con le tutele per i lavoratori in caso di licenziamento introdotte nel famoso articolo 18, è del 1970.
renzo_e_lucianaPrima di allora i contratti in Italia non erano molto diversi da quelli inglesi o di altri paesi. Era possibile che nel contratto fosse specificato che la dipendente, se rimaneva incinta, poteva essere licenziata (vedere ad esempio un altro film, il cinema a volte è istruttivo, l'episodio "Renzo e Luciana" di Mario Monicelli, da Boccaccio '70, che però è un film del 1962), e comunque esisteva la possibilità per il datore di lavoro di chiudere il rapporto in una gran varietà di casi.

Dopo il '70, quindi dopo un decennio di domanda di lavoro superiore all'offerta (quindi: maggior potere contrattuale dei lavoratori) le tutele per i lavoratori italiani sono diventate le più elevate tra tutti i principali paesi industrializzati. Ancora rafforzate dall'accordo di pochi anni dopo sul "punto pesante" di contingenza.
Però dal '74, con la crisi del petrolio conseguente alla guerra del Kippur, l'economia italiana ha iniziato una fase calante, e il lavoro e i contratti hanno cominciato a prendere due strade diverse. Nel senso che i contratti garantivano ora grandi tutele, ma i datori di lavoro privati non erano confidenti nel futuro e assumevano molto meno. O utilizzavano le molte forme contrattuali alternative che comunque esistevano (sono in gran parte le stesse di oggi, la legge originaria sul lavoro a tempo determinato è del '62) per aggirare queste tutele e in particolare per poter chiudere il rapporto di lavoro in caso di necessità. O le leggi nel frattempo introdotte per abbassare le tutele e invogliare così i datori di lavoro all'assunzione, come i contratti di formazione lavoro.

E il settore pubblico?E' vero che in Italia (come ovunque nel mondo) il lavoro nel settore pubblico è peggio pagato ma sicuro, nel senso che difficilmente si arriva a un licenziamento (e infatti qui lo Statuto neanche serviva) ma in Italia esiste da tempo immemorabile un altro strumento per rendere precario (nel termine comune) anche questo settore: il blocco delle assunzioni.
Se fosse stato veramente applicato i dipendenti statali più giovani avrebbero intorno ai 60 anni e sarebbero qualche migliaio in tutta Italia. Seguendo le nostre abitudini (fare leggi per poi ingegnarsi ad aggirarle) da altrettanto tempo immemorabile nelle amministrazioni pubbliche si entra in un modo ufficiale (per concorso) e in un modo ufficioso (passando per anni di precariato).

its-a-free-worldIl professor Aristogitone, mitico personaggio ideato da Mario Marenco per Alto gradimento, la trasmissione radio di inizio anni '70 di Arbore e Boncompagni, era un precario, un insegnante supplente in attesa di stabilizzazione, sull'orlo della pensione: "quarant'anni di insegnamento, quarant'anni in queste quattro mura scolastiche!". E in tutte le amministrazioni pubbliche, non solo nel settore della ricerca e della formazione, l'utilizzo di ogni forma contrattuale per aggirare il blocco delle assunzioni (e, onestamente, consentire così di far andare avanti la baracca) sono da sempre la norma. Fino al concorso, magari riservato, e alla sospirata stabilizzazione.

In sintesiQuindi, in sintesi, bando alle nostalgie e al vagheggiamento del bel tempo andato del posto fisso, bando al vittimismo e al sentirsi una generazione particolarmente sfigata, il "posto fisso" o il "lavoro sicuro" è sempre stato un obiettivo in tutti i lunghi decenni del dopoguerra, con alternanza di cicli positivi nelle fasi di riorganizzazione e di crescita economica, e cicli negativi nelle fasi di crisi economica, con aree di grande sviluppo (come l'informatica negli anni '80 e nella seconda metà dei '90) che poi si sono esaurite, e la necessità di seguire e possibilmente anticipare la domanda di lavoro. E la perenne necessità di rivedere a fondo tutta l'organizzazione del mercato del lavoro. L'unica "novità" è il contratto di collaborazione, di cui ho parlato nel precedente post.
E il lavoro a tempo determinato è sempre stato tra noi, peculiarità italiana e strumento principale per aggirare le norme e le regole del mercato del lavoro.
Tanto che l'articolo 1 della nostra Costituzione, tra i più inapplicati della Carta, potrebbe essere realisticamente riscritto: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro a tempo determinato".

domenica 24 gennaio 2010

Riforme che era meglio non fare (I)

Si parla sempre di riforme come di una cosa buona in sé, di quello che manca drammaticamente al nostro paese, che non lo fa andare avanti. E se ne fanno poche, molto poche, per i motivi che tutti sappiamo. Ma non è neanche detto che quelle poche che si fanno siano poi un risultato acquisito. Anzi spesso non ottengono i benefici sperati, anzi a volte realizzano proprio l'opposto, generando una "eterogenesi dei fini", come dicono le persone colte (o quelle che leggono Repubblica o il Corsera) che poi sarebbe il fenomeno che a Roma è descritto con il motto "per star meglio qui giaccio". Il risultato è che l'Italia avanza facendo un passo avanti e due indietro.

Un esempio? La riforma del mercato del lavoro che, tra le altre cose, ha regolato e innalzato, nel 1997 (ben 12 anni fa, il cosiddetto pacchetto Treu) i contributi previdenziali per i "collaboratori coordinati e continuativi", poi diventati "collaboratori a progetto" nella successiva legge sul lavoro del secondo governo Berlusconi, la cosiddetta legge Biagi (30/2003).
Le buone intenzioni
Come tutte le riforme nasceva con le migliori intenzioni. Ma, tanto per cominciare, prendeva spunto da una situazione contingente, della prima metà degli anni '90. Dopo il boom dell'informatica degli anni '80 si era entrati in un periodo di crisi, in primo luogo su scala internazionale, e in Italia c'era personale in eccesso, per effetto del fallimento di alcune grandi aziende e per le riduzioni di personale in altre.

Il mercato in tempo di crisi assorbiva lo stesso questo personale, comunque qualificato e in grado di produrre, facendo ricorso ad uno dei tanti trucchi all'italiana nati per aggirare lo statuto dei diritti dei lavoratori e la impossibilità di licenziare. Il trucco in questo caso era la consulenza a partita IVA. Il tecnico di qualche grande azienda multinazionale in riduzione (tipo IBM) che veniva a trovarsi in un settore da alleggerire o da chiudere si vedeva proporre una buonuscita e la possibilità di lavorare come consulente per clienti collegati alla ditta di origine, almeno all'inizio, con la prospettiva di continuare poi come consulente, nella propria ditta individuale o associandosi con altri, sino alla pensione. Consulenti che tuttavia erano piuttosto diversi dal mitico super-esperto che si sceglie i clienti, ma che tendevano ad essere "mono-cliente" e quindi sostanzialmente dipendenti da un cliente-datore di lavoro, invece che dal mercato.
Il consulente
Le tariffe dei consulenti erano però superiori, anche sensibilmente superiori, a quelle dei lavoratori dipendenti. Se un consulente anche con tariffa non molto alta aveva contratti che coprivano tutto il mese portava a casa anche il doppio o il triplo di un lavoratore dipendente con le stesse competenze. E infatti qualcuno ogni tanto cadeva in tentazione e faceva il salto, concordando con il cliente affezionato un periodo più o meno lungo con tariffe più basse (per il cliente) rispetto a quelle della grande ditta nazionale o multinazionale di origine.

Certo, dagli ottimi ricavi c'era da detrarre l'accantonamento per i periodi senza contratto, l'assicurazione medica, la previdenza integrativa, il conguaglio delle tasse a fine anno. E alla fine magari tutta questa differenza rispetto al pavido lavoratore dipendente non c'era. Ma era la classica storia del rischio che affronta un professionista che non lavora "sotto padrone".
Aumentando però l'offerta di consulenti ed abbassandosi conseguentemente le tariffe, l'allora ministro Treu (centro sinistra, primo governo Ulivo) si è preoccupato. Si rischiava di creare una generazione che, non potendo o non volendo accedere alla previdenza integrativa, sarebbe rimasta senza copertura 20 o 30 anni dopo. E così è stato previsto un accantonamento obbligatorio (all'inizio era il 10%, se non erro) per i contributi previdenziali, anche per il cosiddetto lavoro parasubordinato (che esisteva in realtà da prima ed era regolato da un'altra legge che restava in vigore, la 533 del 1973). Questi contratti non erano quindi a costi extra pari a zero per il datore di lavoro, come le consulenze.
Meglio, direte voi. Ma non si tiene mai conto della abilità dei datori di lavoro, della carenza dei controlli e delle mutevoli interpretazioni delle leggi, elementi tipici del nostro amato paese.

Il collaboratore 
Tanto per cominciare cosa vuol dire coordinato, e cosa vuol dire continuativo. Coordinato vuol dire che il tipo di lavoro è inserito sì in una organizzazione, ma il lavoratore non prende ordini, non è subordinato, non ha orari fissi imposti né mansionari da rispettare, ha una sua relativa autonomia, anche se non completa e sempre in interazione con un riferimento (il coordinatore) presso il datore di lavoro. Continuativo vuol dire che non è occasionale, limitato nel tempo e ad un obiettivo specifico. Non è la consulenza per chiudere il bilancio o per seguire un innalzamento di versione del sistema operativo. Può estendersi per lunghi periodi di tempo, fino a che rimane l'esigenza. Se queste regole non sono rispettate la pena per il datore di lavoro (non certo per il co.co.co) è la temuta assunzione a tempo indeterminato disposta dal giudice del lavoro (con arretrati).

Da pensare che ben pochi datori di lavoro si sarebbero presi questo rischio, e che in massima parte sarebbero rimasti con il buon vecchio sistema delle consulenza. Ma non è andata così. Più che il rischio ha potuto la prospettiva del risparmio.
E così è avvenuto che la collaborazione coordinata e continuativa, poi abbreviata in co.co.co., da un utilizzo limitato alla formazione, al giornalismo e alla ricerca, e prevalente nel settore pubblico, è dilagata anche nel settore privato, sostituendo in breve le consulenze mono-cliente (e questo in sé non sarebbe un male) ma soprattutto diventando in breve la forma di contratto che non c'era e che i datori di lavoro aspettavano.
Il contratto ideale
Aveva infatti le caratteristiche ideali in un momento di domanda di lavoro qualificato ridotto e offerta abbondante: possibilità di definire qualsiasi durata, anche molto breve, conseguente facilità di interrompere il rapporto di lavoro, senza neanche lo stress della procedura di licenziamento, costo del lavoro basso, massima ricattabilità del "lavoratore atipico" (altra fantastica litote italiana, di raffinata ipocrisia), basso gradino di ingresso alla nuova forma contrattuale per il suddetto (niente partita IVA, libri contabili, commercialista e così via), nessun vincolo sulla durata e sulla ripetizione dei contratti.
isabella-ragonese-tutta-la-vita-davantiBisognava solo avere sufficiente fantasia nel definire i contenuti del lavoro, per non farlo individuare come "subordinato", ancor di più con la seguente legge Biagi, che introduceva il lavoro a progetto, e quindi bisognava inquadrare il rapporto di lavoro in un progetto. Ma la fantasia in Italia non ha mai fatto difetto e si favoleggiava quindi anche di progetti come "sviluppare la vendita di formaggi francesi" mediante i quali venivano assunti a progetto commessi di negozi alimentari. E hanno trovato un campo di applicazione ideale nei call center.
Tanto, cosa mai rischiava il datore di lavoro? Un lavoratore atipico ricattabile che sperava in un nuovo contratto non era certo sul suo stesso piano, in caso di cause di lavoro. Ma se proprio decideva di farle, magari associandosi ad altri, bastava avere l'accortezza di creare società a responsabilità limitata. Che si sarebbero sciolte come neve al sole, con solo la remissione del capitale sociale (10 milioni dell'epoca, che non era neanche necessario versare per intero). E la condanna all'assunzione a tempo indeterminato disposta dal giudice non avrebbe avuto alcun effetto, essendo nel frattempo svanito il datore di lavoro.
Gli unici che rischiavano erano le grandi organizzazioni, che potevano effettivamente essere costrette all'assunzione, se non gestivano bene questi contratti. Ma spesso erano pubbliche, Rai ed Inps mi pare di ricordare abbiano perso alcune cause, anzi, non poche. Ma essendo pubbliche pagava il contribuente e in fondo per una buona causa, per assumere qualcuno (o per aggirare qualche blocco di assunzioni?).

Troppo comodo però assumere con contratti di collaborazione, che quindi si sono diffusi a macchia d'olio, soprattutto per i laureati. Nella migliore delle ipotesi era una sorta di periodo di prova camuffato. Nel periodo di prova camuffato, al giovane laureato, nella ipocrita Italia, era chiesto di fare un lavoro quasi autonomo, solo coordinato, non ordinato, non esecutivo, per il quale veniva prescelto in base alle sue competenze. Poi, dopo qualche anno, veniva promosso con l'assunzione (magari a tempo determinato, ma ne parliamo un'altra volta di quest'altra finzione italiana) al ... più basso livello aziendale per il suo titolo di studio, in un ruolo ovviamente subordinato.

Qualcuno ha protestato contro queste palesi ingiustizie? Magari i sindacati? Ma no. Anche del rapporto del sindacato, o dei sindacati, con i lavori "atipici" devo proprio parlarne, ma un'altra volta.

Ci si abitua a tutto
Le collaborazioni sono quindi rimaste lì, sino al secondo governo Berlusconi, quando sono entrate nella "legge Biagi" e, da scoperta quasi casuale, sono diventate una forma contrattuale a tutti gli effetti, incluse le loro brave, piccole, tutele. Come ad esempio la maternità. Che ha però uno sviluppo medio, come noto, pari a nove mesi. Superiore alla durata di buona parte delle collaborazioni. Secondo voi questa tutela ha un qualche senso logico e una qualche applicazione?

Poi è tornato al potere il centro-sinistra, ma la legge Biagi è rimasta lì dov'era, a parte qualche maldestro tentativo di intervento sulla durata dei contratti a tempo determinato, un governo che teoricamente aveva al centro i problemi del mercato del lavoro e dei giovani, pur nella brevità della sua storia, nulla ha fatto.

E così, 13 anni dopo la loro riscoperta, i contratti di collaborazione continuano ad essere il contratto migliore possibile per i datori di lavoro e il contratto peggiore possibile per i lavoratori (che neanche si possono chiamare pienamente così), ma anche l'unica possibilità di ingresso per molti settori.
Con un controsenso economico da molti evidenziato (e anche ovvio) che però è rimasto lì, come una specie di fato ineluttabile: garantiscono un reddito più basso dei lavori a tempo indeterminato o determinato.

La scala naturale dovrebbe vedere il reddito proporzionato al rischio. Un professionista, un lavoratore autonomo, un dentista, se non lavora non guadagna e quindi è logico che debba guadagnare di più, e lo faccia con tariffe elevate, per coprire i rischi con assicurazioni personali o accantonamenti. Quindi, entro certi limiti, il suo reddito elevato è in parte illusorio.
Un lavoratore dipendente ha una serie di tutele "incluse" nel contratto e quindi accetterà tipicamente un reddito inferiore. E anche qui ci sarà una differenza tra il dirigente, che accetta un rischio superiore (quello di essere licenzibile senza giusta causa) a fronte di un reddito più elevato.

Il collaboratore, per motivi storici e di mercato, e per la dinamica delle interruzioni di contratto, riesce nel miracolo di avere il rischio più elevato di tutti e il reddito inferiore possibile. E a diventare la perfetta incarnazione del nuovo personaggio centrale nel mercato del lavoro italiano: il precario.

Qualcosa si potrebbe anche fare
La soluzione? La dinamica del mercato del lavoro non si regola per legge perché, appunto, è un mercato. E quindi non si possono creare i lavori a tempo indeterminto che tutti cercano, per legge (e mi stupisce che questa sia la ricetta di Tito Boeri, sull'ultimo numero de L'Espresso, ma forse non ha detto tutto). Ma qualcosa si può fare.

Sarebbe meglio abolire questa forma contrattuale. Lo dice anche il suo incauto e pentito artefice Treu. Ai datori di lavoro rimarranno solo il lavoro interinale (o a missione), che almeno è un po' più tutelato, o la consulenza di una volta.

Che lascia al consulente, soprattutto se giovane e mono consulente, l'onere di farsi da solo le proprie tutele, ma almeno è qualcosa di più chiaro, può fare riferimento ad ordini professionali o ad associazioni tra consulenti-professionisti, si può magari associare con altri nella stessa situazione. In una parola, può anche pensare di iniziare una carriera professionale e imprenditoriale. Invece di essere quello che rimane sulla porta, nella eterna attesa della assunzione. E magari potrà pure scaricare dalle tasse parte delle spese, i trasporti, magari l'auto in leasing.

Non ci sono i contributi, non ci sarà la pensione, mi dicono. Ma sarà ben difficile arrivarci anche con una vita da collaboratori, e i redditi bassi rendono ben ardua la strada della pensione integrativa. Meglio averne coscienza di subito e attivarsi per una piano di pensione integrativa.

Mi ricordano i consulenti mono-cliente, collaborazioni camuffate, ma senza neanche le minime tutele della collaborazione. Dovrebbero essere vietate, mi dicono. E come controllarle? E quale sarebbe la pena per il datore di lavoro? Se un consulente perde gli altri due clienti che ha, la colpa (e magari l'obbligo di assunzione) ricade sull'ultimo che rimane? E per quanto tempo tra un contratto e l'altro?
L'Italia è piena di leggi con divieti inattuabili e di controlli impraticabili o che comunque non si fanno. E' una nostra mania.

Penso proprio che sarebbe meglio chiudere con questa finzione delle collaborazioni a progetto. Non sarà la soluzione per un mercato del lavoro asfittico (ben altri sono i problemi) ma almeno sarà stata tolta di mezzo una piccola grande ingiustizia, un mondo del lavoro che si presenta ai giovani col volto sgradevole della ipocrisia.

(Tempo stimato di lettura: 7'. NB: le caratteristiche e la storia dei contratti di collaborazione sono qui solo accennate per esigenze di brevità, la legislazione del lavoro in Italia è talmente intrecciata e ramificata da rendere ardua una sintesi esaustiva)

Le immagini: due immagini della involontaria testimonial del lavoro precario, Isabella Ragonese, protagonista del film di Virzì "Tutta la vita davanti".
 

giovedì 14 gennaio 2010

Investiamo in carceri

fuga_da_alcatrazNeanche tre anni dopo il tanto deprecato indulto (non ricordo altri, a parte me, che erano d'accordo) le carceri sono di nuovo troppo piene. Nessuno ha fatto nessuna delle cose al tempo promesse, quindi nessuna sorpresa, si confermano le previsioni dei soliti qualunquisti.  Ma ecco che viene trovata la soluzione, tra il plauso dei leghisti: costruire nuove carceri. Per arrivare dalla attuale capienza di 60 mila posti ad 80 mila. Che sarebbe il 30% in più. E quindi anche il 30% in più di costi. Non solo il costo di costruzione delle suddette carceri. Che è molto superiore al costo di costruzione di case, o magari di scuole. Ma anche il costo di esercizio. Secondo dati USA un detenuto costa 22.000 $ all'anno. I suddetti leghisti, sempre pronti a criticare ogni spesa come superflua, in questo caso non fanno problemi. E d'altra parte in un paese per vecchi, in preda a paure varie e propenso a chiudersi in casa davanti ai canali satellitari, sembra effettivamente più coerente investire in carceri, anziché magari in scuole (in edilizia scolastica, persino).
Mi pare di sentire le obiezioni ("vorrei vedere se succedesse qualcosa a te ...") ma il fatto è che la dissuasione per i reati non è rappresentata dalla lunghezza dei soggiorni in carcere, ma dalla certezza, o almeno dalla elevata probabilità, dell'aspirante delinquente di essere individuato e punito. Lo si capisce da alcune esperienze di vita vissuta, come ad esempio le pene durissime previste per chi spaccia DVD contraffatti (e anche per chi li compra) che non provocano alcun timore negli spacciatori, visto che la probabilità di essere presi sul fatto è inferiore a quella di vincere a WinForLife, e non parliamo delle multe per gli acquirenti. Non si è mai sentito in cinque anni che sia mai stata elevata a nessuno. Eppure qualcuno avrà comprato un DVD pirata in questi anni.


Del fatto che con quello che costa un detenuto all'anno si possono pagare gli studi ad un giovane in una delle migliori università se ne sono accorti persino gli americani, forse anche perché detengono il record mondiale di detenuti (76 carcerati ogni 10.000 abitanti, in Italia sono circa un decimo). Per esempio tra le nuove idee contro corrente per il nuovo anno la rivista Wired citava proprio "aprire le celle delle prigioni".

E' chiaro, non ai detenuti pericolosi. Che non sono certo tutti, ad esempio in USA meno di metà sono ristretti per aver commesso atti di violenza. In Italia anche molti di meno. Ma per quelli che hanno una elevata probabilità di tornare in galera (2 su 3 dei detenuti in USA vengono arrestati di nuovo, e il loro costo per la società diventa quindi stabile) è più economicamente conveniente un programma di recupero. Questo vale in particolare, come è ovvio, per i tossicodipendenti, ma non solo per loro. E per molti tipi di reato è altrettanto dissuasiva una pena che elimina la possibilità di delinquere, o che incide sulla posizione sociale acquisita, come la radiazione perpetua dalle posizioni assunte nelle amministrazioni o nelle professioni, con il conseguente obbligo pratico di cambiare vita.

E poi c'è la prevenzione. Nel paese dove, invece della tolleranza zero, è applicato il sistema dei controlli zero (ma con 15.000 leggi che proibiscono vanamente non tutto ma di tutto) anche sapere che qualcuno controlla, almeno ogni tanto, potrebbe diminuire la tentazione a delinquere. Anche magari per gli aspiranti immigrati clandestini che stanno tanto a cuore agli elettori leghisti di cui sopra. E infine anche abbreviare la durata dei processi e quindi la carcerazione preventiva aiuterebbe, quindi ben venga anche il limite temporale ai processi (purché non retroattivo, come ho già scritto).

domenica 3 gennaio 2010

Siamo arrivati nel futuro

space_shuttle_discoveryIl secondo decennio del terzo millennio, per noi bambini degli anni '60, era senz'altro e senza alcuna ombra di dubbio il futuro. Magari nel 2001 c'era ancora da colonizzare qualche pianeta del sistema solare, tipo Giove, ma dieci anni dopo ormai i giochi erano fatti, la Luna era una dependance della Terra, Marte era stabilmente abitato, si andava da una parte all'altra del globo in poche decine di minuti e l'uomo era ormai in contatto con altre razze provenienti da ogni angolo della nostra galassia, sperabilmente pacifiche e collaborative con noi. Oggi ci siamo arrivati, nel futuro, l'abbiamo fatto veramente questo emozionante viaggio nel tempo, che era il tema di tanti racconti di fantascienza. Certo, non è stato esattamente breve, ci sono voluti 40 anni da quel 1 gennaio del 1970 che per noi era l'inizio del futuro.

Buttando l'occhio all'indietro, per chi ha abbastanza memoria di ricordare, nel senso di rivivere, quelle aspettative, il futuro nel quale siamo immersi è veramente sorprendente, nel senso che è molto, molto diverso da come veniva descritto nei romanzi di fantascienza e anche nei saggi di previsioni scientifiche e soprattutto da come si formava nella nostra immaginazione. Operazione non semplice, prevedere il futuro. Proprio in quegli anni lì, esplorando la soffitta di mia nonna, avevo trovato un libro di scuola di mia madre delle elementari, dove erano elencate ed illustrate le invenzioni del futuro secondo la visuale degli anni '30. C'erano treni superveloci che arrivavano fino in Cina, aerei ancora più veloci e grandi come treni (ma sempre ad elica) dai quali si poteva lanciare la posta al volo (la posta aerea, appunto), macchine velocissime per tutti; peccato aver riposto una infantile fiducia nel fatto che quei tesori della soffitta rimanessero lì per sempre, mi piacerebbe consultare quel libro ora.

lego_shuttleLe previsioni degli scrittori di fantascienza degli anni '60 non erano poi molto diverse, e andavano sempre nella direzione della velocità, che avrebbe consentito all'uomo di raggiungere in poche decine di minuti ogni angolo del pianeta, grazie ai razzi che volavano nella stratosfera, o magari al teletrasporto, e di collegare la Luna, Marte e gli altri pianeti abitabili (quasi tutti, si credeva allora) con i tempi che erano necessari ad andare a New York in aereo o in nave.

Invece le persone si spostano oggi con la stessa velocità con cui si spostavano negli anni '60. Quando gli amici di mio zio facevano a gara nel percorso casello-casello tra Bologna e Roma e riuscivano a coprire la distanza in tre ore con la potente Alfa Giulia 1600 (tutor prescindendo, ci si mette lo stesso tempo, 40 anni dopo). E addirittura siamo andati indietro nella velocità nel trasporto aereo, avendo abbandonato il volo supersonico civile, e il generoso e futuristico tentativo del Concorde, che ha iniziato a volare in 3 ore da una parte all'altra dell'Atlantico negli anni '60, ma che ha malinconicamente fermato la sua corsa negli anni 2000. Chi poteva immaginare che invece che sullo spostamento delle persone tutto il progresso si sarebbe indirizzato sullo spostamento delle informazioni, anzi soprattutto della informazione di base, la più semplice e la più caratterizzante per la razza umana: la parola?

Anche tutta quell'altra parte di aspettative pessimistiche che si manifestavano nella fantascienza catastrofica si sono via via dissolte negli anni, dall'anno 1984 del libro di Orwell, al 1997 del film di Carpenter (1997: Fuga da New York), al 1999 nel quale le scimmie non hanno preso il sopravvento sulla razza umana come nel film "1999: Conquista della terra" (parte della saga "Il pianeta delle scimmie"), al 2001 di Kubrick (questo però non era catastrofico), e gli anni '80 si sono conclusi più o meno felicemente senza che scoppiasse la terza guerra mondiale profetizzata o temuta nei film "The Day After" e "War Games".

Manca ancora qualche anno al 2019 di Blade Runner, ma è improbabile a questo punto che avremo i cloni replicanti dell'uomo tra 3 o 4 anni, e qualche anno ancora per "2022: i sopravvissuti", ma anche in questo caso è improbabile che la sovrappopolazione sia un problema ingestibile. Infatti uno statistico demografico mi ha spiegato che il tasso di natalità si riduce a meno della metà quando oltre il 50% dei maschi di una popolazione non è più analfabeta, e arriva al tasso di mantenimento, quello tipico dell'occidente, quando anche il 50% delle donne supera l'analfabetismo. E ormai ci siamo.

I telefonini all'orecchio di un essere umano parlante su due (e a tutti in Occidente), non li ha immaginati proprio nessun scrittore di fantascienza. Al massimo nel futuro c'erano i videotelefoni (fissi). Che poi sono arrivati, più di dieci anni fa. Ma non hanno mai interessato a nessuno. E neanche la grande Internet, che mette in circolo tutte le informazioni e una parte via via crescente dei saperi del mondo, non c'era in nessun racconto di fantascienza che io ricordi. E neppure i voli low-cost che hanno accorciato veramente il mondo. C'era invece un futuro dominato dalla Cina e con una lingua universale chiamata "neocinese" (non ricordo in quale racconto). La Cina forse si avvia ad avere un ruolo dominante nel mondo (lo dicono tutti, mi permetto di avere dei dubbi) ma la lingua universale proprio non si vede all'orizzonte. Internet e i telefonini ci consentono di entrare in contatto con qualsiasi altro essere vivente sulla terra o quasi in tempo reale e in qualsiasi luogo e situazione, ma ci rimane da abbattere una barriera insormontabile per la comunicazione totale: la barriera della lingua. Passare ad una lingua universale non comporterebbe grandi difficoltà, ma è probabile che arrivino prima i traduttori elettronici portatili (questi c'erano, nei romanzi di fantascienza, anche se di solito servivano per comunicare con gli alieni, nel mondo del futuro gli umani parlavano tutti la stessa lingua). Ma sarà sempre una forma di comunicazione che ci manterrà divisi.

voyager_golden_recordRileggendo i racconti degli anni '60 qualche profezia la si trova. Nel racconto "L'uovo di cristallo" che apriva la prima edizione della famosa antologia "Le meraviglie del possibile" (quella di Einaudi, curata da Fruttero e Lucentini, dove compariva ad esempio il celebre racconto "La sentinella" di Dick), H.G.Wells immaginava qualcosa che ora esiste: una webcam, puntata in questo caso su Marte, e collegata via rete wireless al suddetto uovo di cristallo. Nel racconto "Il Veldt" Bradbury preconizza i videogiochi sempre più realistici nei quali è possibile perdersi. Nel racconto "Servocittà" le macchine e i computer continuano a combattere la terza guerra mondiale anche quando sono finite le munizioni e (quasi) gli uomini. Mi viene sempre in mente quando incontro dei siti web abbandonati, progetti falliti e superati, che però continuano a rispondere con cortesi messaggi del tipo "Abbiamo preso in carico la sua richiesta ..." e continueranno così per il resto dei giorni. E anche Blade Runner, che in origine era un romanzo, non ha predetto l'avvento dei cloni, ma un mondo dove convive l'arcaico sottosviluppo e la più moderna tecnologia, sì.
La migliore profezia è però in un bellissimo racconto di Ballard dei primi anni '60, "Il giardino del tempo", nel quale il grande narratore inglese immaginava, anche se in forma simbolica, proprio il nostro mondo di oggi, ossessionato dall'arrivo dei barbari e rivolto solo all'indietro.

Devo concludere banalmente che, con la memoria delle profezie di ieri, è consigliabile il massimo scetticismo sulle profezie di oggi? No, solo che è sempre più difficile trovare profeti in giro. La fantascienza si dedica ormai da tempo a reinventare il passato (la chiamano fantasy), così come la politica (e qui Orwell è stato buon profeta). Gli ambientalisti continuano ad immaginare scenari catastrofici sempre diversi (che fine ha fatto il buco dell'ozono degli anni 80?) tra l'ovvio e difensivo disinteresse generale. Nessuno è più disposto a spendere un dollaro o un euro di più in tasse per qualcosa di esaltante come una impresa spaziale (anche solo per tornare sulla Luna per smentire finalmente la leggenda metropolitana del "non ci siamo mai stati"). Preferivo tutto sommato gli ingenui profeti degli anni '60 che non temevano di sbagliare e consideravano passato quello che era passato cinque anni prima. In fondo, come diceva non mi ricordo chi, "solo i profeti possono sbagliare le profezie".

(Le immagini: dall'alto la nostra unica nave spaziale, lo Shuttle (il Discovery, in questo caso), una immagine dal film Waterworld, uno dei tanti catastrofici-climatici, il Golden record, biglietto da visita e book di referenze della razza umana attualmente in viaggio oltre i confini del sistema solare a bordo dei Voyager 1 e 2)