domenica 31 gennaio 2010

Il mitico lavoro stabile

Un tempo, felice e ormai lontano, in Italia il lavoro era stabile, a tempo indeterminato, fisso. Questo si dice ovunque e questo pensano, pare, i giovani italiani. Sarà poi vero?
Proviamo per prima cosa a riflettere sulle parole chiave nel nuovo mondo del lavoro.

SanPrecario2Precario, quindi instabile, che può cadere, interrompibile.
In realtà non è esattamente così, nessuno dei contratti di lavoro che sono normalmente definiti "precari" hanno queste caratteristiche. Nè per il tempo determinato, né per la collaborazione, né per l'interinale, è possibile il licenziamento senza "giusta causa". Sono stabili come un lavoro al geometra al Catasto. Solo che sono a tempo, hanno una data finale scritta nel contratto. E che, per chiudere il rapporto di lavoro, il datore di lavore non deve far altro che aspettare questa data (spesso non molto lontana, come sappiamo).

Tempo indeterminato, quindi lavoro stabile, che non si muove, fisso. Infatti si dice normalmente che i precari vogliono essere "stabilizzati". Anche questo non è vero. E' un contratto che non ha una data scritta nel testo, ma può essere interrotto, con il licenziamento "per giusta causa" previsto dallo Statuto dei diritti dei lavoratori o per inadempienza alla osservanza del contratto, nel caso dei lavori nel settore pubblico (dove lo Statuto non si applica). E, soprattutto, può essere interrotto con i molti espedienti ideati negli anni dai datori di lavoro per aggirare i vincoli dello Statuto.
Però, non è vero in termini assoluti, ma diventa quasi vero nella pratica. E' maggiore la probabilità che un contratto a tempo non sia rinnovato di quella che un contratto a tempo indeterminato venga interrotto, con qualche artificio, dal datore di lavoro. E' bassissima se non quasi nulla la probabilità che questo secondo evento si verifichi nel settore pubblico.

Ma non è impossibile che un lavoro "precario" (nel senso di interrompibile a insindacabile giudizio del datore di lavoro) accompagni una persona sino alla pensione, anzi è la norma per i consulenti e per i dirigenti del settore privato.
E non è affatto impossibile che un lavoratore a tempo indeterminato si ritrovi senza lavoro o nelle condizioni di dover abbandonare il lavoro. I datori di lavoro negli anni si sono dedicati alla invenzione di numerosi sistemi (a volte recepiti in leggi dello stato) come la chiusura o la cessione di ramo d'azienda, le dimissioni in bianco, il periodo di prova nei passaggi o la parte variabile della retribuzione preponderante su quella fissa.

sliding_doorsInfine, è vero, come dice anche la nuova premessa della legge sul ... tempo determinato, che il lavoro subordinato di norma è a tempo indeterminato, recependo addirittura una indicazione che viene dell'Europa (all’art. 1 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, è premesso il seguente comma: «01. Il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato). Ma anche qui si gioca su fraintendimento. Nella maggior parte dei paesi europei infatti il lavoro a tempo determinato è molto raro, anche nel regno assoluto della flessibilità, la Gran Bretagna. Riguarda infatti solitamente lavori per top manager e simili. I contratti di lavoro normali non prevedono un termine. La differenza fondamentale è che però possono essere interrotti non solo dal lavoratore con le dimissioni, ma anche dal datore di lavoro. Con tutto il sistema di tutele che conosciamo, e che risulta particolarmente interessante e funzionale in Danimarca (se ne parlò un paio di anni fa). Ma che non impedisce ai lavoratori licenziati dì non prendere particolarmente bene l'evento, come abbiamo appreso in film come "Sliding Doors" o "In questo mondo libero" di Ken Loach.

"Ai bei tempi andati tutti i lavori erano a tempo indeterminato"Ovvero, tutto è instabile ora, a differenza dei bei tempi andati, quando tutti i lavori erano stabili.
Ma quando sono collocati di preciso questi favolosi anni nei quali tutti i lavori erano a tempo indeterminato (e quindi, secondo la interpretazione corrente, fissi)?
Sicuramente non nei favolosi anni '60. Infatti lo Statuto dei diritti dei lavoratori, con le tutele per i lavoratori in caso di licenziamento introdotte nel famoso articolo 18, è del 1970.
renzo_e_lucianaPrima di allora i contratti in Italia non erano molto diversi da quelli inglesi o di altri paesi. Era possibile che nel contratto fosse specificato che la dipendente, se rimaneva incinta, poteva essere licenziata (vedere ad esempio un altro film, il cinema a volte è istruttivo, l'episodio "Renzo e Luciana" di Mario Monicelli, da Boccaccio '70, che però è un film del 1962), e comunque esisteva la possibilità per il datore di lavoro di chiudere il rapporto in una gran varietà di casi.

Dopo il '70, quindi dopo un decennio di domanda di lavoro superiore all'offerta (quindi: maggior potere contrattuale dei lavoratori) le tutele per i lavoratori italiani sono diventate le più elevate tra tutti i principali paesi industrializzati. Ancora rafforzate dall'accordo di pochi anni dopo sul "punto pesante" di contingenza.
Però dal '74, con la crisi del petrolio conseguente alla guerra del Kippur, l'economia italiana ha iniziato una fase calante, e il lavoro e i contratti hanno cominciato a prendere due strade diverse. Nel senso che i contratti garantivano ora grandi tutele, ma i datori di lavoro privati non erano confidenti nel futuro e assumevano molto meno. O utilizzavano le molte forme contrattuali alternative che comunque esistevano (sono in gran parte le stesse di oggi, la legge originaria sul lavoro a tempo determinato è del '62) per aggirare queste tutele e in particolare per poter chiudere il rapporto di lavoro in caso di necessità. O le leggi nel frattempo introdotte per abbassare le tutele e invogliare così i datori di lavoro all'assunzione, come i contratti di formazione lavoro.

E il settore pubblico?E' vero che in Italia (come ovunque nel mondo) il lavoro nel settore pubblico è peggio pagato ma sicuro, nel senso che difficilmente si arriva a un licenziamento (e infatti qui lo Statuto neanche serviva) ma in Italia esiste da tempo immemorabile un altro strumento per rendere precario (nel termine comune) anche questo settore: il blocco delle assunzioni.
Se fosse stato veramente applicato i dipendenti statali più giovani avrebbero intorno ai 60 anni e sarebbero qualche migliaio in tutta Italia. Seguendo le nostre abitudini (fare leggi per poi ingegnarsi ad aggirarle) da altrettanto tempo immemorabile nelle amministrazioni pubbliche si entra in un modo ufficiale (per concorso) e in un modo ufficioso (passando per anni di precariato).

its-a-free-worldIl professor Aristogitone, mitico personaggio ideato da Mario Marenco per Alto gradimento, la trasmissione radio di inizio anni '70 di Arbore e Boncompagni, era un precario, un insegnante supplente in attesa di stabilizzazione, sull'orlo della pensione: "quarant'anni di insegnamento, quarant'anni in queste quattro mura scolastiche!". E in tutte le amministrazioni pubbliche, non solo nel settore della ricerca e della formazione, l'utilizzo di ogni forma contrattuale per aggirare il blocco delle assunzioni (e, onestamente, consentire così di far andare avanti la baracca) sono da sempre la norma. Fino al concorso, magari riservato, e alla sospirata stabilizzazione.

In sintesiQuindi, in sintesi, bando alle nostalgie e al vagheggiamento del bel tempo andato del posto fisso, bando al vittimismo e al sentirsi una generazione particolarmente sfigata, il "posto fisso" o il "lavoro sicuro" è sempre stato un obiettivo in tutti i lunghi decenni del dopoguerra, con alternanza di cicli positivi nelle fasi di riorganizzazione e di crescita economica, e cicli negativi nelle fasi di crisi economica, con aree di grande sviluppo (come l'informatica negli anni '80 e nella seconda metà dei '90) che poi si sono esaurite, e la necessità di seguire e possibilmente anticipare la domanda di lavoro. E la perenne necessità di rivedere a fondo tutta l'organizzazione del mercato del lavoro. L'unica "novità" è il contratto di collaborazione, di cui ho parlato nel precedente post.
E il lavoro a tempo determinato è sempre stato tra noi, peculiarità italiana e strumento principale per aggirare le norme e le regole del mercato del lavoro.
Tanto che l'articolo 1 della nostra Costituzione, tra i più inapplicati della Carta, potrebbe essere realisticamente riscritto: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro a tempo determinato".

3 commenti:

  1. scusa sai, ma più precario di un lavoro a contratto di tre mesi alla fine dei quali non si sa che fine faccia il lavoratore..... e meno male che è certo che duri tre mesi, perché nel frattempo non si è licenziabili, questo vuoi dire?

    scusa, mi sono fermata alla tua spiegazione del termine "precario".

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  2. che poi  il problema della precarietà in se non sarebbe neanche così grave , se fossimo in un periodo di espansione , in cui tutti possono credere di avere una propria fetta .
    In tempi di vacche magre questo funziona molto meno .
    Il problema è non solo la dicotomia tra lavoro precario -lavoro stabile .
    Il problema vero è lo scadimento verticale della qualità della vita all'interno delle aziende , un managment che divide et impera con raffinate guerre psicologiche, e tutti gli altri poveracci a contendersi le briciole .
    In un altro post avevo accennato al film Americani , e in questo senso si , siamo diventati tutti americani .
    Consiglio un  libro : " Estensione del dominio della manipolazione " di Michela Marzano , se volete scrutare l'abisso .

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  3.  Confermo e sottoscrivo. Come dicevo nel post questi contratti sono l'ideale, dal punto di vista del datore di lavoro, per avere sempre il coltello dalla parte del manico. E il contratto di collaborazione è il più ideale di tutti. A questo si aggiunge una palese diseguaglianza, totalmente svincolata dal merito.

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