lunedì 22 marzo 2010

Parla il leghista

Gli argomenti che usano i leghisti non sono poi molti, che siano elettori, militanti o leghisti professionisti (eletti da qualche parte) più o meno sono sempre gli stessi, quindi non è difficile rifletterci sopra. Non senza premettere, per onestà intellettuale, che la tolleranza e lo spirito multi-etnico risulta più facile, di solito, quanto più le interazioni con i suddetti immigrati sono rare, come ricordavo in un post di parecchio tempo fa dal titolo Scopri il leghista che è in te. E che la gestione della convivenza tra culture diverse è comunque un grosso problema, che mette in affanno anche paesi molto più noti del nostro per capacità organizzative.

La sinistra favorisce l'arrivo degli immigrati perché poi darà loro il voto e riconquisterà il potere
Appassionati di dietrologia come siamo, ecco la rivelazione del piano segreto, della strategia sotterranea della sinistra. Tutto può essere, e certo la sinistra non ha mancato di applicare strategie controproducenti in questi ultimi anni, ma questa sarebbe veramente la più autolesionista di tutte. A parte che l'esperienza degli altri paesi che hanno concesso il voto agli stranieri o ex-stranieri ha dimostrato che il loro voto non è affatto automaticamente orientato al "fronte progressista", è chiaro che, mentre questa raffinata strategia si dispiega (e non si capisce come si completa, se la sinistra rimane sempre all'opposizione), la suddetta sinistra perde valanghe di voti, visto che l'aumento degli extra-comunitari o degli immigrati in genere porta in tutti i paesi il voto a destra. Casomai, se proprio siamo in vena di dietrologie folli, la sinistra potrebbe dire che è la destra e la Lega in primis che apre le porte agli stranieri per aumentare i propri voti. Il corollario di questa tesi dovrebbe essere poi che Fini (più volte espressosi a favore del voto amministrativo agli stranieri regolari) è uno sprovveduto (se non un infiltrato).


Gli immigrati regolari non sono un problema, il problema sono i clandestini, che sono molto di più dei regolari
Il leghista vede clandestini ovunque (in realtà non vorrebbe vedere proprio stranieri in giro) ma concede che chi lavora onestamente e a basso costo, possibilmente senza andare troppo in giro, soprattutto se lavora per lui o per la sua famiglia, è utile e non è un problema, il problema sono le moltitudini di clandestini. Quanti siano i clandestini ovviamente non si sa, bisogna affidarsi a delle stime, siccome le stime le fanno di solito la Caritas o altre associazioni che si occupano degli stranieri, quindi "buonisti" per definizione, non credono affatto alla loro affidabilità. Ad esempio le ultime stime li danno a 480 mila, cifra vigorosamente contestata ("impossibile, sono molto di più"). Almeno i regolari però si dovrebbe sapere quanti sono, visto che i permessi li da' lo stato italiano. E i regolari difatti si sa che sono ormai 4 milioni e 800 mila (dato 2009). I clandestini sono molti di più, dicono. Cinque volte tanto, 3 volte, 2 volte? Se fossero 2 volte tanto sarebbero in tutto 15 milioni, gli italiani sono in totale 55 milioni (dato 2006, con la natalità che abbiamo non credo che siamo cresciuti di molto, casomai il contrario) non mi pare andando in giro di vedere uno straniero ogni 4 persone che incontro. Tra l'altro, sarebbero cresciuti di 10 o 20 volte in quindici anni di destra quasi sempre al governo.

Le leggi sull'immigrazione funzionano, il problema è che non sono applicate
E qui si salda l'argomento successivo. Difatti dopo che ha esagerato le cifre sul numero degli immigrati, l'interlocutore non mancherà di far notare al leghista che negli ultimi 10 anni (nei quali si sarebbe creato il guaio) la destra è stata quasi sempre al governo (con il breve intervallo di poco più di un anno del II governo Prodi) e che la legge che regola l'immigrazione l'hanno fatta loro, e si chiama Bossi-Fini.

Bisogna trovare un colpevole, ma non è elegante dire che siano le forze dell'ordine che non vogliono o magari non possono controllare per mancanza di mezzi. Per fortuna ci sono i magistrati, colpevoli di ogni cosa, e quindi sono loro, a non applicare la legge, frustrando gli sforzi delle forze di polizia ("la polizia fa le retate di clandestini, poi arriva il magistrato di turno e li rimette in libertà"). Ora, i magistrati in fondo non sono che dei dipendenti pubblici, meglio pagati di altri (ma fanno un lavoro un po' più impegnativo, non so, di un bidello o di un passacarte ministeriale) e quindi probabilmente come tutti i dipendenti pubblici (e come la maggioranza delle persone) pensano anche ai fatti loro, difficile immaginarli tutti o in grandissima parte (se no la spiegazione cadrebbe) come dei militanti di sinistra in servizio permanente, pronti a sfidare le leggi, rischiando la carriera o scontrandosi con capi e polizia, pur di mettere sistematicamente in libertà i clandestini. Più facile pensare che siano le leggi ad essere fatte male, inapplicabili, con mille scappatoie utilizzate da moltitudini di avvocati (siamo il paese con la più alta densità di avvocati al mondo, come noto) ai quali si rivolgono anche gli aspiranti clandestini, che conoscendo il nostro paese, sanno che in Italia è sempre possibile un ricorso. D'altronde nella nostra vita materiale di leggi così ne incontriamo quasi ogni giorno, quindi non facciamo fatica a dare questa spiegazione.
Ma supponiamo per un momento che sia proprio così, che i magistrati italiani siano tutti o quasi degli infaticabili Robin Hood, intrisi di buonismo e dediti solo far entrare il maggior numero di clandestini e a non reprimerli ed espellerli mai. Come la mettiamo col potente CD che governa l'Italia da 15 anni e quando non governa condiziona il governo avversario? C'è un potere più forte, che dimostra così la impotenza del CD proprio nel suo punto più sensibile? In sintesi: è comunque una ammissione di non saper risolvere un problema, anzi il loro problema principale.

Gli immigrati portano via il lavoro agli italiani
Non è vero che gli italiani rifiutano il lavoro, conosco uno che vuole fare il camionista ma preferiscono i rumeni, conosco un'altra che avrebbe fatto anche l'nfermiera, ma è inutile perché ci sono le infermiere rumene che prendono il diploma a 16 anni e noi le assumiamo lo stesso. Quando racconta queste bugie arrossisce e gli cresce il naso anche al leghista. Basta chiedergli: ma tu manderesti tuo figlio a raccogliere i pomodori? O tua figlia a fare la badante o la colf in una casa di altri italiani? Gli diresti di sospendere gli studi e abbandonare il diploma che tanto è un pezzo di carta che non serve a niente? Se provi a dire di sì, chiedo conferma a tua moglie, dopo penso che avrai seri problemi a casa.

Non è vero che gli italiani rifiutano i lavori che fanno
gli immigrati, sono le retribuzioni che sono troppo basse
farias
Questa è già più raffinata. Ora, so per esperienza personale, di famiglia, che le colf italiane sono svanite definitivamente negli anni '80, indipendentemente dalla retribuzione. Poi è crollato il muro, sono arrivate le donne dell'Est e l'offerta è ripresa. Agli stessi costi di prima, perché in genere era necessaria la regolarizzazione. Certo, pagando la colf come un direttore delle vendite forse si trovava anche prima e si troverebbe, italiana, anche ora, e infatti nelle case signorili sono rimaste. Ma evidentemente si perderebbe la proporzione tra il servizio e il beneficio. Diverso il caso di operai, muratori e così via, qui effettivamente la concorrenza sul costo del lavoro c'è stata e c'è. Ma è una colpa dell'immigrato o dei datori di lavoro italiani, sempre tesi a utilizzare ogni sistema (inclusi quelli non leciti alias il lavoro nero) pur di abbassare il costo del lavoro? E anche dei clienti di questi datori di lavoro, cioè ad esempio noi quando ristrutturiamo una casa, che puntiamo solo al prezzo più basso incuranti di tutto il resto?
In questo comunque i leghisti hanno ragione, se non ci fosse stata la globalizzazione, se non fosse caduto l'impero sovietico, se l'Italia fosse un paese più povero, se non fossero diminuiti i costi dei trasporti, questa concorrenza non ci sarebbe e non ci sarebbero neanche questi lavoratori stranieri. Non so però quanto questo convincimento sia consolatorio per loro.

Sono gli immigrati che vogliono lavorare in nero
Continuando sul tema "è sempre colpa loro" (ovvero: "non sono io che sono razzista, è lui che è negro!") ho sentito, senza scherzi, un leghista affermare convinto a Radio 24 che se gli stranieri lavorano in nero è perché loro preferiscono così, perché così pagano meno tasse. Una volta raggiunto il minimo necessario per il permesso di soggiorno per il resto pretendono il nero. E' chiaro che a nessuno piace pagare le tasse e che i lavoratori stranieri non penso siano migliori e più permeati di spirito etico di noi, ma in questo caso le tasse evase sono quelle del datore di lavoro! Contributi previdenziali non versati, contributi Inail idem, e indicatori di reddito più bassi. Per loro, per gli stranieri, sarebbe un vantaggio solo nel caso improbabile che alla fine dell'anno andassero in alto negli scaglioni Irpef. E lo pagherebbero con nessuna tutela sul posto di lavoro e licenziabilità assoluta. Magari il lavoratore straniero quando diventa a sua volta imprenditore sarà lui a proporre di pagare un'IVA fittizia, ma questo fa parte del buon esempio che ha imparato da noi.

Gli immigrati sono sempre primi in graduatoria negli asili nido
E' vero, di solito hanno più figli e redditi più bassi e questi criteri, quelli attualmente usati, li favoriscono. Ma dove mai dovrebbe lasciare il figlio una baby-sitter extra-comunitaria che è diventata madre? In un asilo nido privato a 800 € al mese? A quel punto lascerebbe il lavoro di baby-sitter che non le converrebbe più, gettando nella disperazione la mamma italiana presso cui lavora. Certo, potrebbe evitare di farli questi figli. Ma, onestamente, neanche dai leghisti più estremisti ho ancora sentito la richiesta che gli extra-comunitari facciano anche il voto di castità e rinuncino a fare figli. Magari c'è una soluzione più semplice: costruire gli asili nido in base alle previsioni di crescita della popolazione, usando una scienza poco o nulla applicata che si chiama demografia (e investendo qualche euro qui piuttosto che, per fare un esempio, per organizzare un numero imprecisato di convegni al giorno).

Agli immigrati vengono assegnate le case popolari e agli italiani no
Questo fa arrabbiare ancora di più gli italiani, leghisti o no. Perché non tutti hanno figli piccoli, ma molti vorrebbero una casa popolare, quindi ad affitto basso e solitamente per la vita.
Proprio tutti? Non saprei, poi bisognerebbe dire agli amici e ai parenti che si abita in una casa popolare o che ci abita il figlio o la figlia. A parte questo dubbio sullo status, l'assegnazione di una casa popolare ad uno straniero suscita sempre grande scandalo. Dovrebbero essere riservate agli italiani, che pagano le tasse (insomma ...) che sono residenti da sempre, che hanno le radici lì, e così via. Ma, anche in questo caso, dove dovrebbe mai vivere la famiglia dello straniero o della straniera che lavora per noi, soprattutto se mette su famiglia? E noi italiani, mi risulta, siamo sempre a favore della famiglia. Case in affitto da privati non si trovano, costerebbero più del loro reddito e poi bisognerebbe vedere se il proprietario le affitterebbe a loro. Dovrebbero comprarla come facciamo noi. A parte l'impegno economico, poi c'è il rischio che rimangano per sempre da noi (e questo il leghista non lo vuole). Insomma anche qui, se li vogliamo pagare poco ...

In sintesi, se proprio questi lavoratori stranieri ci danno tanto fastidio, oltre alla strada che citavo nel precedente post (che l'Italia diventi più povera dei paesi emergenti) ci sarebbe anche quella di mettere mano al portafoglio, pagare il giusto chi lavora, accettare un aumento delle tasse (o magari pagarne un po') per potenziare i servizi sociali, a cominciare dagli asili nido, dall'allungamento degli orari e del tempo pieno nelle scuole, nell'assistenza agli anziani (volevo dire, ai "diversamente giovani"), negli scuolabus, nelle mense scolastiche e negli altri servizi per le famiglie.
Che ne pensa il leghista?

(tempo di lettura previsto: 6'; nelle foto, alcuni immigrati regolari)

sabato 13 marzo 2010

Giochiamo a fare i cattivoni

"Gli immigrati irregolari, con figli minori che studiano in Italia, non possono chiedere di restare nel nostro Paese sostenendo che la loro espulsione provocherebbe un trauma "affettivo" e un calo nel rendimento scolastico dei figli. Infatti, secondo il nuovo orientamento della Suprema Corte l'esigenza di garantire la tutela della legalità alle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei minori." (da Repubblica, 11 marzo 2010).

Manu chaoIl giorno dopo, un sondaggio volante tra gli ascoltatori di Radio 24 riportava il 70% di SI a questa decisione. Gli ascoltatori di Radio 24 non sono caratterizzati come di destra o leghisti, nei giorni scorsi si erano espressi in grande maggioranza a favore del rispetto delle regole nella questione delle liste, o per l'abolizione dell'assurda legge elettorale per il voto all'estero voluta dal centro destra e così in molte altre occasioni. Figuriamoci quindi quale sarebbe stato il risultato di un sondaggio di questo tipo in Lombardia o in Veneto.

Quindi si conferma che gli italiani sono a grande maggioranza per il massimo rigore nei confronti degli immigrati clandestini. Sono riusciti lo stesso a mandare i loro figli a scuola pur essendo clandestini e sono stati "beccati"? Tornino a casa. E i figli? Se la moglie o il marito sono regolari possono pure rimanere con un solo genitore, altrimenti, tutti a casa loro e subito. Ma così la famiglia si divide, non siamo un popolo che mette la famiglia al primo posto? La nostra, mica quella degli altri. Il figlio è nato in Italia e non conosce neanche la lingua del suo paese? Peggio per loro che non gliela hanno insegnata, dovevano essere più previdenti e meno fiduciosi, ora se ne vadano a casa. E se uno diventa irregolare perché nel frattempo ha perso il lavoro regolare e ne trova soltanto in nero (dagli italiani)? Mi dispiace, non è un problema nostro ma suo, le regole sono regole, a casa. E se è diventato irregolare perché la durata dei permessi di soggiorno è quasi uguale al tempo che ci mettiamo noi italiani con i nostri uffici a rinnovarlo? La nostra inefficienza non può essere una scusa, interverremo anche sulla efficienza, ma intanto, a casa.

Quanto ci piace fare i cattivoni, in particolare con i clandestini, i precari del mondo globalizzato. Cattivoni virtuali, nessuno si sogna di fare nulla, naturalmente. Si aspetta che lo faccia qualcun altro. Ad esempio la polizia, le forze dell'ordine. Il fatto è che negli ultimi 10 anni (quando ha governato quasi sempre la Lega assieme alla destra) gli stranieri e i clandestini sono diventati moltitudini. E sono anche diffusi capillarmente ovunque, non sono mica concentrati in una città. Per controllarli ci vorrebbero moltitudini di poliziotti, vigili urbani, carabinieri, finanzieri. Che costano e hanno altre priorità. Dovremmo assumermene di più mettendo mano al portafoglio (ancora più tasse) e questo gli elettori leghisti non lo vogliono. Si accontentano, pare, di leggi feroci e inapplicate, un po' come quelle contro la pirateria musicale e cinematografica, con i DVD falsi che continuano ad essere tranquillamente venduti nelle piazze o nelle spiagge.

E anche loro, le forze dell'ordine, non sembrano troppo propense a fare questi controlli. La colf che lavorava da noi tempo fa, dopo aver ottenuto faticosamente il permesso di soggiorno (grazie ad una delle tante sanatorie del centro destra, quella volta trasformò 700 mila clandestini in regolari) non vedeva l'ora che la fermassero per un controllo, per mostrare l'agognato pezzo di carta. Era bianca, di nazionalità moldava, ma un occhio appena attento si accorgeva che non era italiana. Sono passati gli anni ma quella semplice richiesta di documenti non è arrivata mai. Così come non li ho mai visti chiederli ai simpatici immigrati (sospetto che spesso siano clandestini) che mi lavano quasi tutti i giorni il parabrezza.
Sembra che le forze dell'ordine abbiano altre priorità, che la lotta alla clandestinità, a differenza della Lega (che ha adesso addirittura il ministro dell'interno) non ha per loro la stessa centrale importanza.

Vorremmo essere un paese a tolleranza zero, ma in tutti i campi restiamo sempre un paese a controlli zero (ma leggi tante).

Ma poi in fondo, perché dovremmo fare tutta questa lotta alla clandestinità? Bisognerebbe casomai vedere cosa fa per vivere l'immigrato. Se fa lo spacciatore o il ladro nelle villette bifamiliari ed è in possesso del permesso di soggiorno? Se è clandestino ma fa il muratore, o il/la badante, o la baby-sitter? In questo secondo caso fa evidentemente qualcosa che serve e che è del tutto onesto. E' piuttosto il suo datore di lavoro che è irregolare, perché lo paga in nero, magari sfruttando la situazione a suo vantaggio. Oppure è la legge con tutti i suoi ostacoli (ora anche il permesso a punti) che è irregolare, nel senso che fa di tutto per rallentare la regolarizzazione.

Ma in fondo in fondo quelli che parlano sempre dei clandestini (che non sono solo i leghisti) in realtà intendono un'altra cosa: stranieri, estranei. Non li vorrebbero, vorrebbero che si tornasse ai bei tempi della loro infanzia, quando gli stranieri li incontravano solo al mare a Rimini (ma non erano moldavi o cingalesi, non sapevano anzi neanche dov'era la Moldavia o lo Sri Lanka). Sognano questo mondo felice, non so se sarebbero disposti anche a rinunciare per questo sogno ai loro lavoratori immigrati, badanti, colf baby-sitter e dipendenti a basso costo, ma certo sempre a quello pensano.
Non sanno che in questo mondo globalizzato (i veri no-global sono i leghisti e in Italia sono persino al potere, e da più di 10 anni) questo sogno è impossibile.

O meglio, è possibile, e forse con un po' di buona volontà possiamo anche arrivarci. Basta diventare più poveri dei paesi emergenti e sicuramente i tanto temuti clandestini in Italia non avrebbero proprio più motivo di venirci. Come ai bei tempi andati quando, appunto, non c'erano e ad emigrare erano gli italiani.

(Tempo di lettura previsto: 3')

sabato 6 marzo 2010

Meritocrazia, tutti la vogliono ...

Non si è mai sentito un manager, dal primo livello su su sino all'amministratore delegato, che non abbia affermato che il suo metodo di gestione è basato sul merito. Come non si è mai sentito, da molti e molti anni, un dipendente che abbia affermato che l'unico sistema di progressione di carriera che concepisce e che accetta è l'anzianità. Persino i sindacati, tutti (salvo forse i Cobas) sono a favore della meritocrazia. Almeno nelle dichiarazioni.

Ma in realtà non sono molto sinceri, né gli uni né gli altri. Perché la famosa meritocrazia, che tutti quanti affermano essere in cima ai loro pensieri, conviene in realtà ad una minoranza, una piccola minoranza, e anche spesso (e paradossalmente) senza grande potere.



i ragazzi della via palCominciando dai lavoratori, ogni sistema meritocratico distribuisce le valutazioni su una curva "gaussiana", a sella: solitamente le valutazioni dovrebbero essere distribuite in un 25% di superiori alla media (quindi da premiare), un 25% inferiore alla media (quindi da "punire") e un 50% adeguate (quindi che ricevono una retribuzione adeguata alla loro prestazione e non devono pretendere nulla più). Già a questo punto si capisce che la meritocrazia conviene solo al 25% dei valutati (e di solito tutti, il 100% o poco meno, è ben consapevole delle sue vere prestazioni). Si capisce anche perché i sindacati, che in fondo non sono altro che la espressione degli interessi dei lavoratori rappresentati (e non una entità dedita a un astratto bene superiore) siano sempre alla ricerca di motivazioni per frenare, smussare, depotenziare ogni sistema meritocratico.

Nulla di strano, il sistema meritocratico è stato inventato e poi applicato sul lato dei datori di lavoro, e quindi qui dovrebbe trovare i suoi sponsor più convinti. Ma non è così. Tanto per cominciare tutta la catena di comando, dal manager appena promosso, al middle management sino ai vari direttori, sono anche loro tutti valutati. Secondo la stessa curva. Depotenziare il sistema (quando non si riesce a smantellarlo del tutto) è anche un loro interesse personale. Ma c'è di più. Ingenuamente i lavoratori che appartengono al 25% inadeguato o alla massa centrale degli adeguati pensano di poter campare bene e senza stress in un sistema non meritocratico, ad anzianità pura. Ma questo sistema non esiste in natura. Neanche nell'esercito, altrimenti sarebbero tutti generali o ufficiali superiori, come nei "Ragazzi della Via Pal" (per chi se lo ricorda).


Anche nei sistemi apparentemente più legati all'anzianità, a un certo punto le carriere si differenziano. Ma dove un sistema meritocratico non c'è o esiste solo sulla carta l'alternativa non è questa, è la cooptazione, l'attribuzione dei "premi" (passaggi di carriera, aumenti) in base a scelte autonome del management (ad ogni livelli). Mentre invece la meritocrazia (la faccio breve, la do' per nota), si porta dietro un sistema di obiettivi e valutazioni oggettive, misurabili, confrontabili ed equiparate.
Quindi dove non c'è meritocrazia i manager hanno più potere. Possono scegliere in base alle loro simpatie o ai loro calcoli (e spesso sbagliano, ma qui ci sarebbe da aprire un altro capitolo). E si capisce quindi che anche loro applichino la meritocrazia solo quando proprio devono farlo.

Rimane solo il capo azienda ad averne il vantaggio. Ma bisogna vedere quanto potere ha per imporla. Anni fa lavoravo per una società multinazionale americana (e ci sono rimasto diversi anni) dove ovviamente tutto il sistema era meritocratico e per obiettivi. Anche lì però non mancava la creatività applicata a depotenziare il sistema. E il potente capo delle vendite, alla presentazione dei risultati e alla premiazione annuale dei migliori venditori, osservò un giorno con finto stupore: "mi spiegate come mai voi avete tutti raggiunto gli obiettivi, e l'unico che non li ha raggiunti sono io?".

E il potere chi lo da' al capo azienda? Gli azionisti, attraverso il consiglio di amministrazione. Loro sì, se sono veramente convinti che solo un sistema meritocratico garantisce la più alta produttività, dovrebbero appoggiare il capo azienda nella imposizione al resto della struttura (che, come abbiamo visto, non può che essere riluttante) del sistema meritocratico.

Non pare che sia sempre così. Lo deduco dal fatto che ben pochi applicano il sistema in pieno. Il motivo sarà forse che non è affatto facile misurare le prestazioni in modo oggettivo, persino per i venditori. E che una cattiva gestione invece che dare vantaggi produce squilibri. Oppure che distoglie apparentemente energie ad altri obiettivi da raggiungere. E in situazioni di perenne emergenza questi altri obiettivi avranno sempre la priorità. Oppure che gli azionisti sono lontani o poco interessati alla gestione e solo interessati ai risultati finanziari a tre mesi.

La dimostrazione del contrario la si ha in un caso eclatante di successo aziendale (almeno sin qui): la Fiat nella gestione Marchionne. Come ho sentito dalla sua stessa voce in una intervista alla radio un paio di anni fa, il segreto della inaspettata rinascita della casa automobilistica dal punto più basso della sua storia è stato ottenuto proprio così: applicando per una volta quello che c'è scritto nei libri di gestione aziendale. Quindi iniziando ad esempio dall'alto della catena manageriale (e non dal basso) e sostituendo i manager che non raggiungevano gli obiettivi, imponendo così anche a loro di applicare la meritocrazia dal loro livello in giù. Insomma, funziona, e non potrebbe che essere così, come ci suggerisce anche il più banale senso comune. Ma è impopolare e si applica quindi, come nel caso Fiat, quando tutte le altre strade sono state provate.

E nel settore pubblico? Qui gli azionisti, o gli stakeholders, come si ama definirli ora, sono proprio i cittadini. Che dovrebbero essere loro ad imporre a gran voce, e senza dar nessun peso alle obiezioni dei dipendenti, i sistemi meritocratici. Ad esempio nella scuola, dove gli insegnati dovrebbero essere valutati (magari non direttamente dagli studenti) e le loro valutazioni note, per scegliere magari le scuole con insegnanti con valutazioni più alte. Sto parlando della tanto aborrita "scuola azienda"? No, sto parlando del nostro bene più prezioso, i nostri figli, e della banale osservazione che tutti abbiamo fatto sulla grande rilevanza che ha sulla loro crescita incontrare un professore in grado di trasmettere cultura e valori oppure un altro incapace e/o menefreghista.
Non mi pare però che ci sia nessun movimento in tal senso, né tra gli utenti del sistema scolastico, o del servizio sanitario nazionale, o di qualsiasi altro settore pubblico. Sarà che anche i cittadini sono a loro volta lavoratori e temono un contagio, ma non credo. Penso che sia più un problema di cultura, basse aspettative sulla possibilità che un settore pubblico sia anche efficiente, e assenza di ogni esempio conosciuto di meritocrazia applicata.

(Tempo di lettura previsto: 3')