mercoledì 9 giugno 2010

Un altro 25 aprile


Nel frattempo è passato anche il 2 giugno e questa nota è sicuramente fuori tempo massimo. Del 25 aprile se ne parla difatti ogni anno, ma per circa 5 giorni (3 prima e 2 dopo).
Eppure il 25 aprile dovrebbe essere la festa più importante per il nostro paese. Una festa nazionale, come l'8 maggio in Russia o il 4 luglio in USA o il 14 luglio in Francia, la data simbolo della attuale nazione che raccoglie le persone che parlano la lingua italiana, cioè usando altre parole, della nostra patria. Non è retorica, mi riferisco ad una nota massima di E.M.Cioran ("non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo e nient'altro").

La data simbolica del 25 aprile ricorda la unità delle forze politiche e sociali che hanno combattuto il fascismo e trasformato l'Italia da paese sconfitto nella II guerra mondiale in paese cobelligerante, e hanno poi dato vita alla Costituzione, cioè l'atto fondante della nostra comunità, quello che descrive le regole di convivenza che noi adottiamo. Un atto costitutivo che dovrebbe essere anch'esso essere scritto nel marmo, come tutte le costituzioni degli altri paesi, che possono avere anche 1000 anni (UK) o 200 (USA) ma che nessuno si sogna neppure di cambiare.

Quante banalità e quante ovvietà, tutte cose sentite e risentite, non è vero? Sembrerebbe di sì, eppure non pare proprio che il 25 aprile sia una data e una festa naturalmente condivisa come quelle che ho citato prima.

Forse perché in Italia di data simbolo ne abbiamo un'altra: il 2 giugno. Il referendum e la nascita ufficiale della Repubblica, quindi, l'uscita dalla monarchia, la cacciata dei Savoia. Una seconda data apparentemente meno unitaria (per la monarchia votò comunque il 46% degli italiani, e oltre il 60% nel Sud) ma che ha assunto negli anni del dopoguerra un connotato più ufficiale della festa della Liberazione.

Infatti già dagli anni '50 in Italia, coerentemente con le tradizionali ed eterne divisioni del paese (destra-sinistra / nord-sud) anche la festa nazionale è stata sdoppiata. Il 25 aprile per la sinistra e per il Nord, unitaria ma con prevalenza degli esponenti di sinistra, e la partecipazione dei democristiani e liberali che avevano fatto la Resistenza, come il più volte ministro Paolo Emilio Taviani, che non mancava mai, e il 2 giugno, con la parata militare ai Fori Imperiali e i ministri e presidenti, la festa ufficiale delle istituzioni, dei partiti al potere, dei poteri istituzionali.
Fino a quel 2 giugno del 1964 quando sfilarono ai Fori i reparti blindati dei Carabinieri del generale De Lorenzo, ma questa è un'altra storia.

In realtà c'era anche una terza festa nazionale, il 4 novembre, conclusione della guerra vittoriosa, quella del '14-'18. Le caserme venivano aperte, i bambini salivano sui carri armati e, se non ricordo male, in qualche aeroporto militare si poteva anche provare l'ebrezza di un breve volo.

Nessuna di queste tre feste ha però superato le sue vicende originarie diventando una festa nazionale "naturale". Il 14 luglio il popolo di Parigi ha assaltato la Bastiglia e ha dato il via ad una rivoluzione di grande importanza storica, ma certo non lineare nei risultati (prima il terrore e poi la dittatura). Ma nessuno si sogna e si è mai sognato in Francia di fare distinguo e cavillare. Persino i discendenti di nobili e preti festeggiano. Così come in Russia si festeggia magari in forme diverse (vedete il video formidabile delle sorelline Tomachevy) ma nessuno si fa problemi se a guidare l'Armata rossa alla vittoria nella "grande guerra patriottica" fosse stato proprio il dittatore Giuseppe Stalin. Tutte hanno subito invece in Italia alti e bassi a seconda delle tendenze politiche predominanti. Il 4 novembre con fiumi di retorica (non molto diversa da quella del ventennio) e campane di San Giusto è rimasto in auge fino al '68. Quando qualcuno (in realtà anche da anni prima) ha cominciato a raccontare quale carneficina fosse stata quella guerra e a contestarne i festeggiamenti (che si estendevano addirittura al 24 maggio, giorno dell'entrata in guerra, evento solitamente non troppo benevolmente ricordato da qualsiasi popolo). Il 25 aprile si è sempre portato dietro la partecipazione fondamentale alla Resistenza del PCI, un partito che era quindi particolarmente interessato al ruolo nella ricostruzione della patria che ogni anno questa festa gli confermava, ma gli altri partiti, anticomunisti o comunque antagonisti, avevano l'interesse opposto. Da qui i festeggiamenti sempre col freno a mano tirato, fino agli anni '70 e alla stagione del compromesso storico e della contrastata partecipazione del PCI alla amministrazione del paese. Negli anni '80 è tornato l'antagonismo ma il partito che in buona parte ha guidato quella stagione, il PSI di Craxi, aveva comunque nella sua storia l'antifascismo e la Resistenza e non poteva prescinderne. Chi invece ne poteva e voleva prescindere sono stati i partiti della seconda Repubblica, il MSI poi Alleanza Nazionale, perché era proprio l'erede degli sconfitti nel 25 aprile, esclusi per definizione, Forza Italia perché il suo leader aveva fatto la scelta dell'anticomunismo, pur in un mondo nel quale ormai il comunismo era tramontato, considerandola (a ragione, come si è visto poi) vincente come elemento di richiamo e aggregazione del suo elettorato di riferimento. In più, proprio il 25 aprile del 1994, dopo la prima vittoria della destra in Italia guidata da Berlusconi, in una storica manifestazione a Milano si sono poste le basi per l'alleanza dell'Ulivo che di lì a soli due anni avrebbe invece portato il centro sinistra al governo. E la Lega? Non era all'epoca "naturalmente" antagonista al 25 aprile, ma neanche interessata ad una storia che era sì in buona parte del Nord, ma comunque nazionale. Sono seguiti quindi molti anni nei quali il leader del centro-destra ha sempre platealmente ignorato i festeggiamenti del 25 aprile, che fosse presidente del consiglio o fosse all'opposizione, con l'unica eccezione del 2009 quando a sorpresa ha partecipato ai festeggiamenti mettendosi anche al collo il fazzoletto dei partigiani abruzzesi. Con quest'anno però siamo tornati alla solita celebrazione per dovere, con la ripetizione della formula "festa della libertà" piuttosto che della "liberazione". Che darebbe peraltro un significato ancora più forte a quella data (sarebbero evidentemente i partigiani, tutti, quelli che hanno portato la libertà nel nostro paese). Ma non mi pare che ci siano stati dibattiti su questo punto che abbiano superato le 48 ore. Rimarrebbe quindi il 2 giugno, ripristinato come festività da Ciampi, gradito alla sinistra perché ricorda la Repubblica e quindi anche la costituzione repubblicana, gradito alla destra che tradizionalmente ama le parate militari e le celebrazioni ufficiali. Ma, niente da fare, tra i partiti del centro destra c'è la Lega, e in un ruolo certo non marginale, e una festa nazionale con tutte quelle bandiere non la gradisce, e quest'anno l'ha fatto sapere in modo chiaro. E' un partito che punta alla secessione, anche se molti fanno finta di non accorgersene, ed ogni evento anche simbolico che possa indebolire l'immagine dei suoi leader come leader del Nord deve essere evitato. Quindi una vera e propria festa nazionale, in grado di riunire assieme in un commosso abbraccio repubblicani e democratici in versione italiana, non ce l'abbiamo. E per un paese che si appresta a festeggiare tra un anno, non si sa con quale spirito, i 150 anni della unità nazionale (vedi un mio precedente post) mi sembra un altro spunto per una riflessione su chi siamo ora.

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