mercoledì 28 luglio 2010

C'era una volta l'Estate Romana


Tagli di bilancio, scelte ideologiche, cambi di maggioranze o, semplicemente, il tempo che passa fanno sì che, secondo l'opinione di tutti e ormai anche secondo le dichiarazioni del sindaco, quella del 2010 sarà l'ultima Estate Romana (in lettere maiuscole). Pur essendo peraltro una pallida immagine sbiadita di quelle degli anni '80 o '90. Con un filo di nostalgia la mente quindi non può non tornare a questo rito annuale, che faceva addirittura scegliere a molti di rimanere più a lungo, rinviando i viaggi ad altri periodi, nella calura estiva della capitale.
Tutto è iniziato nel 1977, anni di piombo, anni nei quali "si esce poco la sera, persino quando è festa, e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia, fuori dalla finestra". La canzone di Dalla è del 1976, nello stesso anno alle elezioni politiche c'era stata una grossa avanzata dei partiti di sinistra e il Comune di Roma per la prima volta era stato "conquistato" dai suddetti partiti di sinistra. Il sindaco era uno studioso il cui nome era conosciuto da una buona parte dei liceali d'Italia, che studiavano Storia dell'arte su un suo diffusissimo manuale, Giulio Carlo Argan. Nella stessa giunta c'era anche l'assessore alla cultura Renato Nicolini, ma per l'Estate Romana doveva ancora succedere qualcosa, e precisamente il '77, la lunga teoria di tragici scontri di piazza che avevano definitivamente convinto i cittadini, inclusi i romani, che era meglio restare chiusi in casa. Un luogo mitico e unico al mondo, la basilica di Massenzio, una rassegna cinematografica con un tema originale e lontano da ogni sfida ideologica, il "Cinema epico" erano gli strumenti ideati da Nicolini per convincere la gente, e i giovani in primo luogo, ad uscire e riapproppriarsi della città, e del suo centro storico.
Non mancarono polemiche, alcuni titoli non erano molto conformi alla ideologia di sinistra allora dominante, c'era persino un film pro guerra del Vietnam come Berretti verdi, dove i nord vietnamiti e i VietCong erano i cattivi, e il buono era il solito John Wayne. Che era anche il protagonista, nel ruolo di Ringo, in un altro film decisamente non politicaly correct, che contribuì a connotare quella rassegna tra le vestigia dell'antica Roma come qualcosa di diverso dalla solita arena estiva. Ombre rosse è un film sconosciuto a tutti quelli nati dopo gli anni '80, un vecchio western in bianco e nero, ma i ragazzi presenti quella sera lo conoscevano quasi a memoria, per innumerevoli passaggi sulla Rai monopolista.
Veniva naturale quindi partecipare, fare il tifo, e il primo applauso è arrivato, coerente con la ideologia anti-americana e pro pellerossa, tipica dell'epoca, con la comparsa minacciosa sulle colline di Geronimo e dei suoi guerrieri indiani, in una memorabile scena. Geronimo si apprestava a dare l'assalto alla diligenza, quell'assalto rimasto sottinteso e che aveva percorso come una muta minaccia sotterranea tutto il film. Le frecce degli indiani colpiscono i due guidatori, gli 8 cavalli continuano a trascinare all'impazzata la diligenza ma senza guida, Ringo-John Wayne si lancia su di essi e passando crobaticamente al di sotto dei cavalli balza da uno all'altro e arriva fino al primo cavallo del tiro, guidando disperatamente la diligenza al di fuori della vallata della imboscata.
Ogni balzo di Ringo è sottolineato nella immensa arena da urla e applausi degli spettatori, tornati bambini, mentre uno dopo l'altro i passeggeri dello stagecoach (titolo originale) cadono sotto le frecce degli indiani.
Fino al momento culminante, la tensione al massimo limite, esaltata dal montaggio del grande John Ford: il baro, il pistolero, il malvivente ma gentiluomo John Carradine, segretamente innamorato della giovane signora che solo il giorno prima ha dato alla luce il suo bimbo in una stazione di posta, carica la pistola, si appresta con la morte nel cuore ad uccidere la madre e il bimbo per evitare che siano catturati dagli indiani e oggetto di torture indicibili (non era un film politically correct, l'ho già detto e, anzi, nel film non era neanche spiegato, lo sapevano tutti) la pistola si avvicina titubante al bel volto della donna che prega in silenzio per la salvezza sua e  del figlio appena nato, ma cade inerme, anche il pistolero è stato colpito!

Tutto è perduto, ma in sottofondo, quasi indistinguibile, si ode un suono di tromba, sono loro, è il settimo cavalleggeri del generale Custer (per noi era il generale Custer) che arriva al soccorso. Arrivano i nostri, e tutta l'arena esplode in un applauso liberatorio, altro che ideologie, la forza del grande cinema e dell'immenso John Ford vince ancora una volta, tutti i cuori battono ora per i superstiti del postale attaccato. Che lezione di relativismo per tutti quei ragazzi e quei giovani così convinti nella loro ideologia. Chissà quanti l'avranno colta?

Il secondo ricordo è legato ancora ad un western, ma italiano in questo caso, il capolavoro di Sergio Leone, C'era una volta il West, il film delle due immagini iniziali. Era una edizione successiva dell'Estate Romana, ed ora lo schermo era più grande, e gli spettacolari primi piani del giustiziere Armonica - Charles Bronson, con lo struggente e indimenticabile tema di Ennio Morricone che sottolineava ogni sua entrata in scena, inchiodavano gli spettatori alla vicenda, non volevano perdere nessun momento e nessun particolare.

Come raccontava proprio un paio di anni dopo il più grande regista italiano in una intervista all'Espresso, era lì anche lui quella sera a vedere il suo film, assieme ad alcune migliaia di persone, non aveva trovato posto e lo vedeva, come molti altri, in piedi, vicino al grande schermo. Era un omone corpulento, e a un certo punto un tipico spettatore romano gli dice: "a sor maè, si nun te sposti con quella panza qui nun se vede gnente", raccontava Leone, che avrebbe voluto piangere o abbracciarlo, la sua idea di cinema, curato nei dettagli, epico nell'andamento, fusione di immagini, musica, storia e ritmo, una esperienza nella quale lo spettatore si immergeva in modo totale, era quindi arrivata all'obiettivo, ne aveva una conferma diretta, più consistente del successo in sala.
Nelle rassegne negli anni successivi sono stati saccheggiati un po' tutti i film classici, con la preferenza a quelli che in Tv erano passati poco o nulla, come ad esempio Psycho. Qui il ricordo vede come protagonista la mia ragazza di allora, che poi sarebbe diventata mia moglie. Il thriller di Hytchock, che ben pochi tra gli spettatori conoscevano (anche io lo vedevo per la prima volta) inchiodava tutti alle sedie. Fino alla scena culminante, infinite volte imitata e citata: la protagonista che fa la doccia dietro alla tenda, nella inquietante dimora vittoriana, e una presenza minacciosa si avvicina. E proprio in quel momento un ragazzo fa "toc-toc" sulla spalla della mia ragazza, che ovviamente lancia un urlo che fa sobbalzare tutta l'arena. "Oh, nun ce venì a vedè sti film settefanno st’effetto" disse il capelluto ragazzo, che voleva soltanto chiedere se era libero il posto accanto (eravamo nell'ultima fila, e lui era entrato a film iniziato perché non si pagava più).

I curatori della rassegna l'hanno resa grande nella memoria proprio grazie alle scelte originali, in sintonia con la loro generazione. C'è stata la serata dedicata a Novecento di Bertolucci in edizione integrale (fino alle due di notte) con grande partecipazione del pubblico, che ha avuto il suo culmine con il solitario suonatore di fisarmonica che accompagnava suonando l'Internazionale il treno che portava in Liguria i figli dei braccianti in sciopero.

E la serata dedicata al Pianeta delle scimmie, con tutti i film in ordine cronologico, fino a comporre, da una serie di pellicole di serie B, una vera e propria saga, a partire dalla rivolta dei primati usati come schiavi, in un prossimo futuro (per allora, si supponeva succedesse nel 1999), fino al drammatico futuro nel quale l'astronauta Charlton Heston scopre che dell'uomo si è perfino persa la memoria, anche questa prolungata sino all'una o alle due di notte. O la serata con 6 o 7 film diversi e di diversi generi, in contemporanea. Nell'estate dell'81 però la rassegna dovette emigrare. Il drammatico terremoto in Irpinia si era sentito fino a Roma e l'antica basilica romana era stata danneggiata, non era più agibile (tornerà agibile una ventina di anni dopo, con i soliti tempi italiani, decisamente rilassati).

La nuova location era però se possibile ancora più spettacolare, uno schermo gigante proprio davanti all'arco di Costantino, e la platea che occupava quella che un tempo si chiamava Via dei Trionfi e ora più banalmente Via San Gregorio al Celio (o Via del Sampietrino Sconnesso per i motoclisti). L'inaugurazione fu molto pomposa, con il Napoleon di Abel Gance, un film muto addirittura, con accompagnamento di orchestra vera e alla presenza di Madame Mitterand, consorte dell'allora presidente-imperatore di Francia.
Ma io di quella rassegna nello scenario più straordinario di tutti ricordo soprattutto due film. Il primo è Casablanca, che gli spettatori conoscevano probabilmente più per le citazioni in Provaci ancora, Sam di Woody Allen che per esperienza diretta. Pur non essendo pensato in senso spettacolare, e in bianco e nero, risaltava particolarmente bene sullo schermo gigante, con i primi piani intensi dei celebri protagonisti. E la partecipazione del pubblico cresceva con le battute mitiche della pellicola, fino a quando una splendida Ingrid Bergman pronuncia una domanda cruciale: "cosa fai questa sera?" e Bogart risponde con il più ironico e distaccato dei suoi sorrisi "non faccio mai programmi a così lunga scadenza" scatenando un immenso applauso.

L'altra esperienza che voglio citare è legata alla efficacia mai così evidente dello schermo gigante con un emozionante film di fantascienza, uno dei migliori del genere, Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg. Le scene di massa, la forza della natura dispiegata, la consapevolezza dello storico incontro da parte dello scienziato impersonato da Francois Truffaut, ma soprattutto l'arrivo dell'astronave aliena con il semplice messaggio su 5 note TA-TA-TA--TA-TA, sembrava che stesse sbarcando per riconsegnare gli ospiti, proprio lì, a fianco del Colosseo.

Uno schermo ancora più grande è stato montato anni dopo proprio al Circo Massimo, la rassegna si chiamava ovviamente "Massenzio al Massimo" ma non in senso longitudinale (nessun proiettore ce l'avrebbe fatta) bensì trasversale. Anche così era ai limiti delle possibilità tecniche, almeno per il cinema su pellicola, e l'immagine era un po' scura. Sono passati film spettacolari che in quella cornice lo sono sembrati ancora di più, come Apocalypse Now o Alien, e sopratutto è passato proprio Ben Hur. Peccato che il protagonista, il principe Giuda Ben-Hur (sempre Charlton Heston) quando parla dei suoi successi come guidatore di bighe da corsa dice, nella traduzione italiana troppo letterale, che ha corso anche "al Gran Circo di Roma"!

Non c'è stato solo cinema nell'estate romana, letteratura, teatro (il Globe ricostruito) e soprattutto musica. Ad esempio con la scoperta di uno spazio unico e insospettabile dentro una delle "ville" più belle di Roma, Villa Celimontana. Prima in uno spazio antistante l'Istituto geografico, poi in uno spazio più grande in fondo al parco, dove gli spettatori erano condotti da un percorso luminoso tra gli alberi immersi nella notte. Prima di diventare in questi ultimi anni un triste spazio ristorante rumoroso e polveroso, con il jazz circoscritto in una specie di ghetto per appassionati irriducibili, e presenze sempre meno significative (ebbene sì, Celimontana Jazz è peggiorata negli anni) sono passati veramente dei bei concerti. Ad esempio quello di Cassandra Wilson nella torrida estate del 2003, quella dell'ondata di caldo eccezionale, con la grande cantante, che pur viene dalla Lousiana, accaldata anche lei, ma non abbastanza da rifiutarsi, durante il bis, di lanciarsi in una serie di brani improvvisati accompagnata da due giovani armonicisti (armonica a bocca, intendo) presenti tra il pubblico entusiasta.

O il magico concerto di Jan Garbarek, per la prima volta a Roma o quasi, con il pubblico che attendeva partecipe e rispettoso questo messaggero delle nuove sonorità e contaminazioni, da poco divenuto noto anche da noi, e anche il tempo (metereologico) che mostrava lo stesso rispetto, rinunciando miracolosamente a piovere per l'intera durata del concerto, nonostante le avvisaglie per l'intera serata. E, come appassionato di alta fedeltà, non posso non ricordare anche il magnifico impianto di amplificazione, per una volta veramente all'altezza, con gli imponenti sistemi a tromba tutti in legno della italiana Zingali.

Sempre negli anni dopo il 2000 la musica è stata chiamata a rinnovare l'attenzione verso l'Estate romana con i grandi concerti gratuiti in Via dei Fori Imperiali. Come non ricordare quello indimenticabile di Paul McCartney? Certo per avvicinarsi al palco bisognava sfidare il principio di incomprimibilità dei corpi, ma alcuni fortunati (tra cui evidentemente anche io), passando casualmente a Via dei Fori in bici quello stesso giorno intorno all'una (di giorno) hanno potuto assistere ad una anticipazione, alla prova generale, e scoprire anche che per Macca, a 60 anni e nonostante la sua carriera e i successi di ogni tipo, la musica è ancora divertimento e passione. Le canzoni cantate solo con accompagnamento di chitarra, non più solo per provare l'impianto, perché erano eseguite per intero, e una che tirava l'altra, fino a Let It Be (la sua preferita, l'abbiamo capito) a beneficio dei 5 o 600 fortunati che, sotto il sole di luglio, quasi dialogavano con lui.

Una stagione lunga e ricca, quella dell'Estate Romana, che paradossalmente volge al termine proprio dopo che quella lontana intuizione di Nicolini, ovvero gli eventi che occupano una intera città, attraendo turismo e creando una immagine giovane e viva per la città stessa, è stato adottato dappertutto, da Manchester a Chieti, e proprio qui dove è nato o è diventato "standard" si tornerà al vuoto pneumatico estivo o al massimo agli anni '60 e a quei tristi spettacoli per torpedoni di turisti-massa tipo "suoni e luci".

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