venerdì 29 settembre 2017

Perché ai datori di lavoro piace tanto il lavoro a tempo determinato?

Il lavoro a tempo determinato era abbastanza raro, fino agli anni 2000 . Era riservato agli stagionali, ai lavoratori del turismo, a quelli dello spettacolo e a pochi altri casi. Il lavoro normale era a tempo indeterminato, anche se non è vero che ci fosse per tutti e che fosse impossibile licenziare.
E' diventato per tutti, il tempo determinato, con una legge del 2001, II governo Berlusconi, la 368/2001, passata nella totale disattenzione da parte di CGIL e altri sindacati nonché dei partiti dell'Ulivo, appena sconfitto alle elezioni generali.

Il tempo determinato ovvero il contratto a scadenza
L'articolo 1 (Apposizione del termine) della 368 già diceva tutto: "E' consentita l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo." Negli altri articoli era specificato che ogni contratto poteva essere prorogato al massimo una volta, che tra un contratto e il successivo doveva passare al minimo un certo lasso di tempo (20 giorni normalmente), che nel contratto dovevano essere essere specificate le motivazioni per apporre un termine, e che in caso di non osservanza di questi vincoli e del limite temporale il lavoratore poteva fare ricorso e la pena per il datore di lavoro era la trasformazione a tempo indeterminato del contratto. In altre parole la pena era tenersi il lavoratore (con inversione piena della dottrina marxista).

Il successo del tempo determinato
E' stato scarso all'inizio, ma l'11 settembre e il ministro Tremonti hanno depresso l'economia italiana (fino al 2001 in ottima crescita) e i datori di lavoro, sempre alla ricerca di sistemi per abbassare il costo del lavoro e programmare con meno rischi (dribblando l'articolo 18) l'hanno pian piano scoperto fino ad adottarlo con entusiasmo crescente, ma sempre senza suscitare grande interesse nei sindacati. Il 2003 è stato l'anno del Patto per l'Italia firmato da CISL e UIL (ma non  dalla CGIL) con il tentativo di abolizione dell'art. 18, della battaglia della CGIL per difenderlo e della legge Biagi, ma del tempo determinato si è continuato a parlare molto poco, mentre l'uso si estendeva sempre di più, incrementando anche il contenzioso e diventando progressivamente visibile sui media.

I tentativi per controllarlo
L'Ulivo tornato al potere (fragile) nel 2006 si è posto il problema del tempo determinato (TD) e ha tentato di risolverlo con il "protocollo welfare" del 2007. Tentativo a vuoto, anzi effetti opposti: non ha eliminato e neanche diminuito il TD, ma in compenso ha generato una espansione del contratto di collaborazione (che è peggio per il lavoratore) e del precariato. Il centro destra tornato rapidamente al governo nel 2008 fa un secondo tentativo nel 2009, ma indirizzato alla riduzione del contenzioso, accorciando i tempi per i ricorsi: effetti minimi. Il governo Letta col ministro Giovannini tenta la strada dell'apprendistato decontribuito (meno costoso) per ridurre il TD come contratto iniziale: effetto poco più di zero. Il governo Renzi infine col ministro Poletti fa nel 2014 un intervento più incisivo "pre jobs act" nella direzione del contenzioso, liberalizzando i vincoli del contratto a TD e rimandando al jobs act la soluzione del problema. (In fondo al post qualche informazione in più su questi tentativi).

Il jobs act ovvero la soluzione per il tempo determinato
Almeno così doveva essere, anche secondo logica. Se il datore di lavoro può chiudere il contratto in qualsiasi momento e senza motivazioni (ciò che gli stessi datori di lavoro chiedevano da tempo in analogia a praticamente tutti i paesi stranieri), con costi certi anche in caso di contenzioso, perché mai dovrebbe scegliere un contratto con scadenza, che non fidelizza il lavoratore e che comunque è limitato a 36 mesi?
All'inizio è andata proprio così: ma c'era la decontribuzione quasi totale e il vantaggio economico per il datore di lavoro era un'occasione da non perdere. In più, per le piccole imprese c'era ora la possibilità di sistemare i loro precari "storici" potendo ora superare il limite dei 15 dipendenti.

Con la fine della decontribuzione è invece tornato il tempo determinato
Non come lo descrivono i titoli di Repubblica ("crollo dei contratti a tempo indeterminato jobs act!") perché in realtà è una diminuzione della crescita, che non è la stessa cosa. Ma il fatto resta.
Il problema è che ormai il datore di lavoro (privato) ha apprezzato i vantaggi specifici del tempo determinato, particolarmente vantaggiosi in periodi di futuro incerto, ed è restio ad abbandonarli:
  • eliminazione dello "stress da licenziamento": è un momento difficile anche per il datore di lavoro, soprattutto se deve scegliere; col TD non ha problemi: aspetta la scadenza e deve solo trovare qualche scusa quando ormai l'ex dipendente è fuori;
  • il licenziamento rimane un trauma anche perché le politiche attive di ricollocazione faticano a partire; in Danimarca dove funzionano da anni (la famosa "flexecurity" a cui è ispirato il jobs act) è un evento non gradito ma non drammatico;
  • programmazione dei costi: molto più semplice, se ha un progetto a termine, ha anche i dipendenti a termine e i costi completamente sotto controllo; se prosegue o ne acquisisce un altro nessun problema; se invece chiude e non ha altri progetti per pagare gli stipendi, evenienza possibile in un mercato piatto e molto competitivo, deve solo non rinnovare i contratti;
  • da aggiungere che anche il futuro normativo è incerto, nel senso che il prossimo governo nel 2018 potrebbe ripristinare l'articolo 18 con il reintegro non si sa con quali effetti retroattivi; c'è stato già anche un referendum proposto dalla CGIL e poi dichiarato incostituzionale ma l'esito  non pareva una conferma, e questo scenario non invoglia i datori di lavoro a inserire personale con un quadro contrattuale che forse potrà cambiare, con effetti non chiari sul personale a tutele crescenti;
  • infine, ultimo ma non meno importante: il costo; il TD come contratto costa un poco di più (riforma Giovannini), l'1,4% in più, ma col TI il datore di lavoro deve pagare il "ticket di licenziamento", 489 € per anno di lavoro (ma con un massimale); alla fine dovrà pagare di più col TI e tutto in una volta.
In sintesi meglio aspettare, in assenza di incentivi economici significativi, e non esporsi troppo con dipendenti che magari diventano "posti fissi".
Certo, non fidelizza i dipendenti, il personale della sua impresa non sarà un team vincente e permeato dalla mission aziendale, ma un gruppo di mercenari demotivati e pronti a passare al nemico se si presenta l'occasione (o rassegnati a vita), ma a quanto pare il datore di lavoro italiano medio (non tutti per fortuna) si accontenta di sopravvivere.

E così la situazione è quella che si vede sintetizzata nella Nota trimestrale tendenze occupazione (MLPS, Istat, Anpal e altri) a giugno 2017: il tempo determinato sorpassa di nuovo il tempo indeterminato e ritorna in testa (vedi la terza coppia di grafici dall'alto).

Rimedi?
Quelli decisivi sono i soliti e non sono facili: immettere fiducia nel futuro, consapevolezza delle proprie capacità, consapevolezza della importanza di avere risorse fidelizzate ed esperte, e accompagnare il jobs act con politiche attive efficaci e di cui è sperimentata l'efficacia. E coesione sugli obiettivi che sono interesse di tutti. "Vasto programma".

Di più immediata attuazione interventi sul costo del contratto: deve essere incrementato quello del TD (ad esempio nella stessa percentuale dei contratti in somministrazione: 10-15%) e diminuito quello del contratto a tutele crescenti: almeno la convenienza economica la si può togliere dalle motivazioni del datore di lavoro e il tasto costi è sempre il più sensibile.
Per una fase transitoria può essere anche utile (pare brutto ma è così) la eliminazione del vincolo a 36 mesi. Meglio una successione di contratti a TD che la rotazione sugli stessi posti con moltiplicazione del precariato, prendiamone atto fino al decollo delle politiche attive e del sistema duale. I datori di lavoro dovranno decidere se la loro passione per il tempo determinato vale il sensibile costo aggiuntivo.



Allegato: la lunga storia dei tentativi di controllare il tempo determinato

Primo tentativo: il protocollo welfare (governo Prodi)
Nel 2006 l'Ulivo è tornato a governare (un po' fortunosamente) e il tempo determinato era ormai non ignorabile e così è arrivato il primo tentativo per ridurlo o almeno controllarlo: il "Protocollo welfare" del 2007. Che imponeva un ulteriore vincolo, molto stringente: la somma dei contratti a TD tra un lavoratore e un datore di lavoro non poteva superare 24 mesi più 12 mesi sotto certe condizioni. Dopo, sosteneva l'ingenuo legislatore, il datore di lavoro non aveva più alternative: doveva assumere il lavoratore a tempo indeterminato. Solo che in una situazione di eccesso di domanda di lavoro rispetto all'offerta il datore di lavoro aveva un'altra soluzione: assumere un altro lavoratore. Per i lavoratori che avevano superato i 4 anni (o più in alcuni casi di deroghe) restava il regalo della legge Biagi (sempre centro destra) del 2003: la collaborazione a progetto. retribuzione più bassa, meno diritti, meno contributi, più precariato. Un caso classico di "eterogenesi dei fini" come dicono gli eruditi che però tale è rimasto sino ad ora, sempre accompagnato dal disinteresse di CGIL e altri sindacati.

Secondo tentativo: disincentivazione del contenzioso
Moltiplicazione dei contratti a TD vuol dire espansione del contenzioso, dei ricorsi da parte dei dipendenti non rinnovati, basati sulla contestazione della motivazione per l'apposizione del termine al contratto. Il governo Berlusconi II del 2008, tornato rapidamente al potere, interviene sui tempi per impugnare il mancato rinnovo e presentare il ricorso, ridotti a 4 mesi (erano come per qualsiasi querela di parte: 5 anni). Effetti scarsi: tranne chi riponeva speranze nel datore di lavoro per un prossimo contratto (non molti purtroppo, e ancor meno dopo i 36 mesi) molti facevano l'impugnativa in ogni caso. Una semplice lettera di avvocato, non molto costosa.
Passa poi senza effetti il successivo governo di emergenza Monti del 2011 perché la riforma Fornero del lavoro non tocca proprio il TD.

Terzo tentativo: ridurlo almeno per i giovani e il primo impiego
Il governo Letta del 2013 si pone nuovamente il problema e con il ministro Giovannini punta invece a ridurlo puntando all'apprendistato: visto che il TD si pensa sia usato soprattutto come "periodo di prova" improprio, lo si vuole sostituire con un apprendistato meno costoso per il datore di lavoro (decontribuzione) incrementando in parallelo (ma di poco) il costo del TD rispetto al tempo indeterminato. Introduce però un vincolo all'assunzione a tempo indeterminato per gli apprendisti (non possono essere meno di un tot) richiesto ovviamente dai sindacati e in particolare dalla CGIL che dal governo Letta erano ancora ascoltati, e di conseguenza la nuova misura viene quasi totalmente ignorata dai datori di lavoro, tranne che per le posizioni per le quali avrebbero comunque fatto un contratto a tempo indeterminato (un risparmio solo per le grandi aziende che comunque avrebbero pagato i contributi). Ancora una volta le buone intenzioni scollegate dalla realtà si rivelano un boomerang.

Il quarto tentativo col governo Renzi
Si arriva al governo Renzi che col ministro Poletti nel 2014 fa invece un'operazione "pre jobs act" di liberalizzazione: niente più causale per l'apposizione del termine e possibilità di più proroghe. Fino a 8 all'inizio, poi ridotte a 5, dopo una incomprensibile battaglia della sinistra del PD (5 o 8 è la stessa cosa perché la durata totale rimane sempre 3+1 anni). Un intervento diretto alla riduzione del contenzioso e stavolta efficace, ma che ovviamente rimanda al jobs act l'obiettivo di ridurlo.

venerdì 28 luglio 2017

Lo stage post-laurea

Nel sistema duale scuola-lavoro lo stage ha un ruolo fondamentale: per completare un percorso di studi orientato ad un lavoro (e non alla ricerca rimanendo all'interno del sistema universitario) è necessario svolgere un periodo adeguato in un luogo di lavoro coerente col percorso di studi. In questo periodo sotto la guida di un tutor lo studente svolge un'attività lavorativa semplice, ma comunque coerente con le proprie conoscenze tuttora in sviluppo.
Stesse esigenze e stesso meccanismo per i master post laurea, anche qui lo stage completa con un'esperienza pratica si completa e si rafforza la parte informativa e ovviamente per i tirocini, che sono gli stage obbligatori per le professioni. Sempre stage curriculari.

Ma ci sono anche gli stage extra-curriculari, dove gli stagisti sono ex studenti, ormai laureati e/o già con diploma di master. Non servono più a completare il percorso di studi rendendosi più concorrenziali come neo-laureati che si affacciano al mondo del lavoro, ma ad arricchire il curriculum con ulteriori competenze ed esperienze. 

Tutto questo in teoria, e con in più la innovazione del jobs act che ha imposto che gli extra curriculari non potessero essere senza retribuzione. Come invece avveniva di frequente (mentre per i curriculari ovviamente rimane non obbligatorio, ma facoltativo).

In teoria, perché in Italia i datori di lavoro sono sempre alla ricerca di sistemi per diminuire il costo del lavoro, sia per migliorare i propri margini, sia perché "tutti gli altri lo fanno e se non lo faccio anche io sono fuori mercato". E dopo l'abolizione (ma non totale, in realtà) del contratto di collaborazione a progetto lo stage è apparsa la risposta alle loro esigenze. Anche meglio del co.co.pro per il datore di lavoro perché non ha vincoli e sanzioni e si applica anche al lavoro subordinato (e costa pure meno).

E in questo modo che l'Italia è diventata in questi ultimi anni, anche per un'altra "riforma che era meglio non fare", La repubblica degli stagisti

E non solo per opera dei datori di lavoro, ma anche delle Regioni e della UE che, credendo che sia ancora valida la teoria dello stage come arricchimento del CV, hanno basato diverse loro azioni rivolte ai giovani sullo stage, rimborsandoli alle aziende che vi ricorrono. Iniziative come Garanzia giovani o Torno subito della Regione Lazio, funzionano così.

Risultato: per molte lauree il passaggio per lo stage post-laurea e' obbligatorio (si chiama tirocinio in questo caso), nella migliore delle ipotesi sostituisce il periodo di prova di un tempo, nei peggiori procede a rotazione (più stagisti per lo stesso posto di lavoro reale) e/o fa passare il neolaureato da uno stage all'altro per anni. Senza pagare contributi al sistema pensionistico e senza acquisire anni di contribuzione. Ed essendo pagato molto meno un lavoro subordinato.

Rimedi: viene logico considerare divieti e sanzioni, ma l'esperienza (legge Fornero, protocollo welfare) ne dimostra da una parte la scarsa efficacia, dall'altra lo spostamento verso altre scorciatoie magari ancora peggiori, e infine gli effetti indesiderati e imprevisti.
Oppure viene logico citare la mitica diminuzione del "cuneo fiscale" (costo del lavoro) di cui si parla da anni, anzi ormai da decenni e che dovrebbe rendere meno attraente economicamente lo stage. Ma non si batte qualcosa che costa all'azienda fino a un quarto.

Non è facile individuare una soluzione immediata, ma almeno 2-3 cose si possono fare: 1) chiudere con gli stage curriculari o extra rimborsati dalle pubbliche amministrazioni o dai progetti europei: le aziende neanche li pagano, nessuna sorpresa che siano in aumento, e poi spesso li usano a rotazione; 2) tornare al concetto di tirocinio: lo stage come parte del percorso di studi o di specializzazione o di master: in altre parole niente più extra-curricolari; eliminare l'ennesimo contratto di lavoro di serie B; e anche 3) limitare gli stage curricolari o tirocini alle università pubbliche o private e non ammetterle per i corsi master privati (in un altro post spiegherò meglio il perché).
E poi, inutile quasi ripeterlo: procedere con decisione nella creazione di  un sistema efficiente di politiche attive del lavoro e di orientamento durante gli studi.

(Nella immagine la home del popolare sito citato prima).


giovedì 27 luglio 2017

Perché le italiane non fanno più figli

Facile avere una risposta. E' quella che ti danno tutti: "il vero motivo sono le donne (o meglio le coppie) che non vogliono o non possono avere dei figli per tutti i problemi che conosciamo: precarietà del lavoro e quindi incognita-futuro; problemi nella gestione materiale dei figli (asili nido, orari impossibili) ...". Ma mia suocera è nata nel 1940 un anno dopo l'inizio della guerra, altri sono nati nel 1946 in una Italia distrutta, altri nel 1963 l'anno dopo la crisi di Cuba con il mondo mai così vicino alla fine per guerra termonucleare globale, anzi erano gli anni del baby boom, altri nel 1974 dopo una grave crisi economica nata dalla guerra del Kippur... In nessuna di queste epoche abbiamo avuto crisi di natalità.

Quindi appare poco probabile che una elevata natalità sia possibile soltanto se: 1) i genitori hanno un posto fisso; 2) abitano in un paese con un sistema del welfare perfetto; 3) le vicende del mondo procedono in pace ed armonia. Anche perché i paesi anglosassoni e gli USA in particolare dovrebbero essere a natalità zero.

E' evidente che il motivo non è economico o pratico o geopolitico, è la paura del domani intrisa di pessimismo cosmico e la incoscienza assai meno estesa che in passato. Tutti noi padri sappiamo che in ogni epoca e con qualsiasi reddito o quasi un figlio o una figlia ti cambia la vita, impedisce molte cose, costa più di quanto ci potremmo mai aspettare e ci riduce il tenore di vita. Ma lo facciamo lo stesso (e ne siamo felici più di quanto ci saremmo mai aspettati). Per fortuna un certo numero di incoscienti (io ne conosco parecchi) continuano a farlo lo stesso. Semplificare la vita ai genitori è cosa buona e giusta, ma senza cambiare il "sentiment" dal pessimismo savonaroliano all'ottimismo consapevole delle proprie capacità non ha effetto sulla natalità.


lunedì 19 giugno 2017

Il dialogatore

Cosa pensereste se veniste a sapere che i simpatici ragazzi e ragazze che vi fermano fuori da un centro commerciale e cercano di convincervi, armati di sorrisi e tanta pazienza, a sottoscrivere una donazione per una importante onlus, sono in realtà pagati? E che lo fanno per mestiere, magari temporaneo o stagionale, non solo per quella ONG ma anche per altre? Sono i dialogatori. Una nuova figura professionale molto presente negli annunci di lavoro.

Vi scandalizzereste, vi sentireste ingannati perché credevate che erano volontari che regalavano il loro tempo alla onlus. Vi chiedereste come mai in una società no profit c'è qualcuno che fa profit? O non ci credereste mai?


E' meglio che ci crediate, perché è proprio così, e più è grande e internazionale la ONG e più fa ricorso a questi sistemi di fund rising, per il semplice motivo che ha costi di funzionamento sempre più alti e li deve coprire in qualche modo. E' proprio così e non è difficile averne la prova, perché annunci e presentazioni di società di "direct marketing specializzata nella realizzazione di campagne di raccolta fondi per organizzazioni non profit di fama nazionale ed internazionale" come si definisce una di esse nella sua pagina di presentazione, ce ne sono molte in Italia e nel mondo.

Ma non bisogna scandalizzarsi
Dicono le ONG e chi vi lavora (come una mia amica a cui ho posto il problema quando ho scoperto questa cosa). Una ONG ha bisogno di persone che dedicano non una parte del proprio tempo ma il 100% ed oltre al suo funzionamento. Oppure che hanno professionalità che non si possono conoscere solo in modo approssimativo. Come i capitani e i marinai delle navi che meritoriamente salvano i migranti nel Mediterraneo. O i medici o psicologici specialisti e gli amministrativi che tengono i conti che devono tornare. E visto che tutto questo costa, che le organizzazioni sono "non governative" e quindi non possono chiedere soldi pubblici (se non indirettamente con il 5 per mille), che le donazioni spontanee non bastano mai, la raccolta fondi, il marketing e i dialogatori sono altrettanto indispensabili per una ONG. Qualche dubbio però rimane. Approfondiamo. 

I fondi delle ONG
Per coprire le spese di funzionamento hanno tre fonti di entrate: il 5 per 1000 (in Italia), le campagne con vendita di prodotti simbolo (le uova di Pasqua, l'orchidea della ricerca ecc.) e gli abbonamenti, con un obiettivo specifico, per esempio l'adozione a distanza o di generico sostenitore. La raccolta fondi è gestita da volontari stabili della ONG, anche perché devono gestire contanti anche in misura consistente e perché è sempre accompagnata da una campagna di promozione, quindi non sono loro che devono convincere, al massimo  devono rassicurare. Gli abbonamenti, l'entrata più importante perche periodica e prevedibile, sono invece affidati ai dialogatori.

Anche la beneficenza è un prodotto nella nostra società dei consumi
E come tale deve essere venduto in modo professionale, e per di più in competizione con le altre onlus. Una competizione non aggressiva, molto sotto traccia, un po' come quella del settore sanitario, ma ancora più soft. Ma comunque in competizione, perché un soggetto per quanto generoso non potrà diventare donatore di 10 o 20 onlus, massimo 2 o 3.
Quindi arrendiamoci e conviviamo anche con questo. In fondo è tutto a fin di bene, l'importante è che la onlus salvi veramente i bambini o curi i malati superando le frontiere.

Come funziona il sistema
Chi paga chi? Il dialogatore è sotto contratto direttamente con la ONG o tutto il servizio è in outsourcing ad una società specializzata? E se è sotto contratto, con quale contratto e a quali condizioni?
Tutto inizia ovviamente con un contratto (di outsourcing) tra la ONG e la società specializzata in fund rising. Si accordano sulla percentuale che rimane alla società è quella per la ONG  e per la durata dell'impegno, sulla copertura garantita e sugli obiettivi, e dopo un breve periodo di formazione nel quale sono presentati obiettivi e argomenti la campagna parte. La società prescelta mette sulla pagina FB la notizia che ha acquisito un nuovo cliente, la ONG mette a disposizione le pettorine con il suo logo e si comincia. Qual è la quota? Secondo alcune fonti anche il,50% non so se per tutta la durata o limitato nel tempo. Quindi i 20 o 30 euro mensili che il benefattore pensa dj versare alla Onlus (e per i quali ha una detrazione fiscale) vanno per una parte a una società privata che fa "profit".
In altri casi invece il dialogatore è messo sotto contratto direttamente dalla ONG, in questo caso si definisce "in-house". Ma è sempre uno stipendiato, non è un volontario.

Come funziona il fund rising
La società in outsourcing deve lavorare con margini molto ridotti, ovviamente, ha come fonte di reddito solo gli abbonamenti sottoscritti, e per raggiungere gli obiettivi deve mettere in campo un piccolo esercito di dialogatori coprendo orari molto lunghi che includono i festivi perché può puntare solo sui grandi volumi essendo gli importi base ridotti. Quindi è escluso che possa avere dipendenti assunti o sopportare costi del lavoro e garantire un fisso : quindi si tratta di un sistema di vendita basic: provvigione, multilevel e reject.

Provvigione vuol dire che il dialogatore è pagato solo in funzione dei contratti che fa sottoscrivere, il sistema chiamato multilevel vuol dire che parte della provvigione viene spartita con i capo gruppo, su più livelli fino al titolare. Anche loro devono essere coinvolti totalmente devono garantire la copertura e il controllo  e non possono avere un fisso come il classico capo area vendite, e in più sono  anche reclutatori e in questo modo più dialogatori riescono a mettere in squadra è più guadagnano. Infine il reject che vuol dire che se il benefattore ci ripensa  il dialogatore deve restituire la provvigione. Le società dicono che lo fanno per prevenire combine del dialogatore con amici e parenti, ma la motivazione principale è che la società si impegna per un certo numero di contratti con una durata minima (di solito 6 mesi), e con questo sistema scarica il rischio d'impresa sul dialogatore. Tre forme di vendita basic, diciamolo, piuttosto discutibili, tutte a vantaggio o a tutela del datore di lavoro, vietate in diversi paesi.


Il fund rising dei volontari
Alla raccolta fondi dei dialogatori face to face si affianca quella dei volontari, di solito legata a iniziative come l'azalea della ricerca o simili. La differenza fondamentale è che in questo caso vengono raccolte offerte in contanti, e quindi persone di fiducia e conosciute devono gestire i gazebo, senza peraltro complicazioni nella gestione dei contanti, possibili furti ecc. I dialogatori invece non maneggiano mai soldi, ma solo dati personali dei sottoscrittori e soprattutto la loro firma su un contratto.

Il contratto del dialogatore
Le ONG devono dimostrare di essere assolutamente in regola e quindi richiedono sicuramente agli outsourcer di essere perfettamente in regola. Ma queste sono quasi sempre Srls ovvero società a responsabilità limitata semplificata. Hanno meno adempimenti e  possono usare liberamente le varie forme di contratto precario che la nostra normativa continua a contemplare. In particolare quello che è usato normalmente è il contratto per procacciatore d'affari, un contratto atipico che più atipico non si può, è che prevede come retribuzione solo la provvigione. 
Formalmente in regola quindi, ma se in un mese il dialogatore ha più rinunce che nuovi contratti la sua retribuzione può diventare anche negativa e deve continuare a lavorare per coprire il rosso.

Le ONG e la figura del dialogatore
Non vi ricorrono di nascosto (vedi in allegato un po' di annunci recenti) sul loro sito mettono in risalto l'importanza di questa figura, ma non sono per niente trasparenti, nel senso che non dichiarano esplicitamente che si tratta non di loro volontari ma di personale messo a disposizione da un'altra società. In alcuni casi sul loro sito evidenziano la importanza del dialogatore per consentire il funzionamento della ONG, lo promuovono in qualche misura,

Il dialogatore ci crede?
O fa questo lavoro only for the money? Dipende, certamente in maggioranza sono studenti universitari e giovani e trovano probabilmente nella maggioranza dei casi anche una motivazione della loro opera di persuasione nella destinazione delle somme che raccolgono. Ma ovviamente possono essere anche del tutto indifferenti, ad esempio, del dramma dei rifugiati e avere altre priorità. Poi ci sono i capi gruppo e i titolari per i quali è proprio una professione.

In sintesi
Cosa ne pensate dopo questa illustrazione il più possibile neutrale del nuovo sbocco professionale, per i giovani (non solo italiani)? Sempre più richiesto a giudicare dal moltiplicarsi degli annunci. Pensate che il fine giustifica i mezzi e non vi urta questo ingresso del liberismo è del profitto anche tra le onlus ? Oppure trovate intollerabile che il ragazzo o la ragazza che vi ferma e cerca di convincervi non è un volontario fo quella organizzazione benefica ma lo fa per lavoro? È finito quel contratto passerà ad una organizzazione alternativa esprimendo la stessa convinta condivisione degli obiettivi? E trovate soprattutto intollerabile la mancanza di trasparenza e di sincerità nella relazione?

Alcuni esempi
Ecco di seguito alcuni annunci per dialogatori ripresi dal web alla data del post (giugno 2017). L'ultimo è per posizioni in-house, gli altri sono di società di outsourcing che hanno un contratto con le importanti onlus citate negli annunci. Ma tutti per "procacciatori d'affari".














mercoledì 19 aprile 2017

La scuola. Le cifre dell'inclusione

I dati disponibili sulla scuola consentono di trovare risposte oggettive ad altri dubbi o perplessità che possono sorgere a chi ha contatti con la scuola come studente, genitore o lavoratore del settore (quindi, quasi tutti, o tutti non considerando solo il presente).
Per esempio la percentuale sempre crescente di studenti con la certificazione DSA (Disturbi specifici dell'apprendimento): sono veramente in crescita esponenziale? Si nasconde dietro questa crescita il tipico malcostume di certificazioni false o esagerate per avere vantaggi in termini di facilitazione scolastica, un po' come le pensioni di invalidità in piccolo? E' un fenomeno abnorme, che non ha confronto in altri paesi europei?

L'inclusione in Italia: i dati
Anche qui i dati ci sono, sono aggiornati all'anno scolastico 2014-15 e si possono leggere un report il cui link è alla fine del post, ma quelli essenziali sono riassunti in questa tabella:


Come si vede è effettivamente un fenomeno in forte crescita, e interessa nelle scuole medie il 4,2% degli studenti e in totale raggiunge il 2,1%. In più andando a vedere i dati sulla diffusione territoriale, si apprende anche che non è distribuita uniformemente. Nelle regioni del Nord Ovest la percentuale è superiore e raggiunge il 3,4% complessivo e il 6,6% alle medie.
Preciso per chi non avesse informazioni in merito che con DSA si intendono ben precisi disturbi cognitivi: la dislessia, la disgrafia, la discalculia e la disortografia (a volte associati), che rendono più difficile l'apprendimento ma non costituiscono affatto un deficit intellettivo.

Quindi è vero, la crescita c'è e per ogni classe soprattutto alle medie e alle superiore non è improbabile che più di uno degli studenti debba ricevere una formazione speciale. Rimane da fare il confronto con il resto d'Europa. Si scopre però che la percentuale complessiva dei soggetti con questo disturbo (di cause non ben precisate) non è noto. è solo stimato con grande approssimazione tra il 5 e il 15% dei cittadini europei.

Quindi in sintesi, dai dati si può dedurre che:
  • la crescita dipende solo da una maggiore attenzione dei sistemi sanitario e scolastico al fenomeno. Prima c'erano lo stesso ma non erano individuati; salvo come al solito qualche caso border line, non sono numeri fuori standard;
  • la differenza fra regioni in Italia ha probabilmente la stessa motivazione:
  • da spiegare la grande differenza tra elementari e medie, perché sono disturbi di solito legati alla scrittura o comunque all'apprendimento;
  • si può trattare di insufficiente preparazione degli insegnanti di questo ciclo nel riconoscere i sintomi oppure (o in parallelo) di resistenza da parte dei genitori a prenderne atto o a chiedere un approfondimento specialistico;
  • oppure ancora, e qui andiamo nei comportamenti meno corretti, a evidenziarlo o addirittura ad amplificarlo solo quando il figlio o la figlia trova forti difficoltà e potrebbe mettere in discussione l'ottenimento della licenza media.
Il confronto con gli altri paesi europei
Non è facile perché i sistemi scolastici per i disturbi dell'apprendimento e in generale per la disabilità sono molto diversi. Noi (e la Spagna) adottiamo da anni il sistema dell'inclusione, altri importanti paesi invece no:
  • Italia: Inclusione
  • Spagna: Inclusione
  • Germania: Separazione (o "distinzione")
  • Gran Bretagna: Sistema misto con prevalenza all'inclusione
  • Francia: Sistema misto
Gli stessi dati da confrontare quindi non sono facili da reperire. In Germania però le "special schools" che indirizzano i disturbi dell'apprendimento avevano 322.000 studenti nel 2015 (link) su 8.335.000 studenti totali, quindi il 3,9%, ma a questi si aggiungono quelli che sono comunque re-inclusi nelle scuole ordinarie, per arrivare a una percentuale del 5,5% (nel 2011, questi sono dati del report allegato). In sintesi una percentuale comparabile con la nostra. Anche in Francia il dato è simile (4,45%). Non siamo speciali.

Anche se approfondire i trend e le cause non sarebbe una cattiva idea. In UK e in Svezia infatti le percentuali sono molto inferiori. Quasi sicuramente dipende da un sistema scolastico più orientato al privato (UK) o dalla demografia molto diversa (Svezia) ma può darsi che ci siano altri fattori.

L'attendibilità di questi numeri
Cosa è successo in questi ultimi anni in Italia? Come mai sono aumentati così tanto gli studenti affetti da varie forme di dislessia? Dipende da qualche fattore esterno? E poi: perché è più presente questa sindrome in alcune zone del Paese?
Non ci sono epidemie in corso, è abbastanza chiaro che c'è una capacità maggiore e crescente (e variabile per Regione) di individuare queste forme di difficoltà di apprendimento, che in precedenza erano ignorate e declassificate a semplice incapacità o svogliatezza e comunque rispetto alle quali il sistema scolastico (e i genitori) non intraprendevano alcuna azione. Tanto un ragazzo o una ragazza dislessici hanno una intelligenza normale e possono fare tranquillamente vari lavori (anche creativi), avere una vita piena fare figli e così via. Ma se riescono anche a imparare e avere strumenti culturali e scientifici come gli altri è meglio.

A questo è possibile che si aggiunga, come per la famosa legge 104 e altre leggi di civiltà, la tipica propensione ad approfittarne per trarne vantaggio, in questo caso da  parte di genitori alle prese con figli pluribocciati o prossimi alla bocciatura ed interessanti solo al "pezzo di carta" e non al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento. Perché il diploma ottenuto dopo certificazione DSA ha lo stesso valore degli altri, non riporta alcuna specificazione in merito.

Così sono riportati casi da più parti certificati di dislessia che arrivano alla fine del secondo trimestre, di scoperte tardive e altri casi dubbi. Da notare che la dislessia è riconoscibile con una serie di test oggettivi, ma se è certificata dalla ASL di competenza la scuola non può chiedere, a quanto risulta, una convalida con propri test.
Sarebbe quindi molto interessante avere anche dati sull'andamento delle richieste, sulle richieste per lo stesso ragazzo che arrivano solo dopo anni di scuola (elementari o medie) nelle quali i disturbi non erano mai stati evidenziati né dichiarati e così via. Anche per sfatare i sospetti o ricondurre i casi di impropria richiesta a percentuali fisiologiche.

Rapporto competo (link)

domenica 2 aprile 2017

La scuola in cifre

La scuola è giustamente al centro dell'attenzione di quasi tutti e quasi sempre. Secondo alcuni il nostro sistema scolastico è tra i migliori del mondo, secondo altri è tra i peggiori, dati statistici parziali vengono piegati alla esigenza di sostenere la tesi del momento, ma i dati reali ci sono, sono facilmente disponibili grazie agli "open data" e basta leggerli per togliersi dubbi e a volte pregiudizi.
Per esempio è proprio vero che c'è un'invasione di studenti stranieri? O che il liceo classico è ormai il preferito dagli studenti? O che i bidelli sono 150.000 in tutta Italia, come diceva un ex ministro in TV? O che i professori sono quasi tutti vicini alla pensione? O che c'è un boom delle scuole private?

Per avere le risposte basta leggere i dati dal sito open MIUR per l'anno scolastico in corso e fare qualche semplice calcolo percentuale. Si scopre quindi che:
  • Gli studenti stranieri ci sono, ma sono nella stessa percentuale degli stranieri nel nostro paese (9,2% contro 9,1%) e per il 73,2% sono nati in Italia e quindi parlano la nostra lingua;
  • Sono in percentuale maggiore alle elementari, ma non di molto (10,8%) e a scendere negli altri due cicli, come c'è da aspettarsi; nelle superiori (il dato non c'è) diminuiscono quasi certamente anche i nati in Italia e quindi quelli di madre lingua;
  • Circa la metà degli studenti scelgono il liceo alle superiori;
  • Tra i licei, il liceo classico è al quarto posto tra le preferenze per i licei con solo l'11.9% degli studenti, che quasi 1 su 2 preferiscono i licei scientifici (44,9 %); le differenze pre-'68 rimangono;
  • Al secondo posto c'è il linguistico con quasi 220.000 studenti (in maggioranza studentesse): la conoscenza delle lingue tra i giovani non dovrebbe essere cosi scarsa come si afferma: sarebbe interessante fare un sondaggio per verificare l'efficacia di questi corsi di studi;
  • La dispersione scolastica non sembra così elevata, dalle cifre globali: riportati per anno gli studenti dalle elementari sino alle superiori sono sempre intorno ai 500.000, che è un numero vicino al numero di nati per anno;
  • L'incidenza delle paritarie sul totale è molto bassa (4,7%) e prevalente, stranamente, alle medie, nonostante i soli 3 anni del ciclo (13,7%);
  • Il corpo insegnante effettivamente mostra un turnover moto basso, anche includendo quelli che nei dati MIUR sono indicati come "supplenti", meno di 1 su 10 ha meno di 35 anni (9% poco più di 50.000 in tutta Italia, 2-3 per scuola). Mentre quasi la metà hanno più di 55 anni (47,5%);
  • Le fasce MIUR per età non sono molto aggiornate e dovrebbero comprendere anche la fascia oltre 64 anni (ovvero prossimi alla pensione) che su questi dati non c'è;
  • I bidelli probabilmente sono meno di 150.000 ma il personale ATA (amministrativo, tecnico e ausiliario) nelle scuole è in numero consistente, sono 207.000, il 21,5% del personale totale, quindi 1 su 5 dei dipendenti della scuola e circa 10 per scuola.
Molti altri dati di sintesi si possono ricavare dagli open data sulla scuola, come le valutazioni, gli stessi dati scorporati per area geografica, i dati relativi agli studenti DSA (Disturbi Specifici dell'Apprendimento), la situazione e il numero delle scuole e degli edifici scolastici e così via.

A questo link un report sintetico con i dati commentati in dettaglio.

sabato 18 febbraio 2017

Sampietrini a Roma: la Top-5

Riparte il blog. Concentrato ora sulla realtà circostante. Ma quella che si può vedere con i nostri occhi, non quelle che vediamo con gli occhi dei media e che tutti commentano incessantemente sui social. Cominciamo guardando in basso, alle strade che percorriamo in moto, in macchina o in bicicletta.

Cosa direste se, entrando in ufficio pubblico, trovaste le scale con i gradini danneggiati, sbocconcellati, e scivolosi perché di marmo consunto dal tempo e reso lucido e levigato dal continuo passaggio? Senza avvertimenti di pericolo, senza strisce antiscivolo, "nature"? penso che andreste a denunciare il responsabile della sicurezza di quel palazzo pubblico, anche se fortunosamente siete arrivati in fondo alle scale ancora tutti interi. O tornereste col vostro avvocato nel caso che siate invece finiti in fondo ma rotolando.

Non è così con i caratteristici sampietrini (cubetto di porfido o pavé per i francofili) di Roma. Che sarebbero scivolosi con la pioggia (magari con un po' di tensioattivo, come a volte capita) anche se perfettamente manutenuti, ma lasciati come sono per anni o decenni diventano un percorso da sport estremi. Superato dai guidatori a due ruote di Roma solo grazie alla loro superiore abilità ed esperienza, mentre gli automobilisti si limitano a dover soffrire assieme alle sospensioni e ai pneumatici delle loro auto, pensando all'invecchiamento precoce che stanno subendo. Come i bus di Roma che annunciano con cigolii e sbattimenti il loro veloce degrado.

Ma in un paese che ha leggi europee severissime e che vogliono prevenire tutto pare che una legge che impone agli amministratori di una città di garantire la sicurezza delle strade non c'è. E così rimandano il problema ai prossimi, che diranno sno a fine del mandato che non possono fare niente per via dell'eredità sempre più ingombrante lasciata dai predecessori.

Non rimane quindi che stilare una classifica delle Top-5 tra le strade con i sampietrini più sconnessi e disastrati, anche per un eventuale utilizzo in una gara di resistenza per ciclisti e motociclisti.

1. Via delle Terme di Dicleziano


Indiscusso numero 1, dalla foto non sembra, ma provate ad andarci. Ci passano tra l'altro ogni giorno circa un milione di mezzi tra bus turistici, bus normali, NCC a 9 posti e auto civili. Sulla sinistra si possono vedere i caratteristici banchi di libri usati, che sono lì da oltre 50 anni con gli stessi libri invenduti appunto da 50 anni.

2. Via del Teatro di Marcello


La discesa che porta verso Piazza Venezia, più pericolosa per i ciclisti delle famose discese dal Passo dello Stelvio o dalla Corniche del Giro d'Italia o del Tour.

3. Via Buonarroti


Una strada meno nota, nella zona di Piazza Vittorio, che meriterebbe il primo posto per l'originale andamento a onde (e a schiena d'asino) del pavé, ottenuto grazie alla totale assenza di qualsiasi tentativo di manutenzione, da decenni.

4. Via dei Fori Imperiali


E' scesa dal podio sia per l'intervento del sindaco Alemanno, che fece una ripavimentazione ai suoi tempi ma lasciò lo stesso volume di traffico (col risultato che in 2 anni circa è tutto tornato come prima) e poi dal fatto che l'Atac, impietosita per la veloce distruzione degli ultimi decenti in proprio possesso, ha ottenuto in tempi recenti una posa di asfalto sopra i sampietrini almeno per metà della strada più famosa del mondo o quasi. Una cosa orrenda ma i passeggeri ringraziano per l'improvvisa (ma breve) pausa dei colpi alla propria spina dorsale.

5. Via di San Quintino


Altra strada poco noto, Interessante perché il sampietrino dissestato ma non particolarmente pericoloso, oltre che il fatto che sia in una zona residenziale, ne suggerisce un utilizzo alternativo: al posto dei dossi rallentatori per imporre agli automobilisti in modo efficace il rispetto del limite dei 30 Km/h.