venerdì 29 settembre 2017

Perché ai datori di lavoro piace tanto il lavoro a tempo determinato?

Il lavoro a tempo determinato era abbastanza raro, fino agli anni 2000 . Era riservato agli stagionali, ai lavoratori del turismo, a quelli dello spettacolo e a pochi altri casi. Il lavoro normale era a tempo indeterminato, anche se non è vero che ci fosse per tutti e che fosse impossibile licenziare.
E' diventato per tutti, il tempo determinato, con una legge del 2001, II governo Berlusconi, la 368/2001, passata nella totale disattenzione da parte di CGIL e altri sindacati nonché dei partiti dell'Ulivo, appena sconfitto alle elezioni generali.

Il tempo determinato ovvero il contratto a scadenza
L'articolo 1 (Apposizione del termine) della 368 già diceva tutto: "E' consentita l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo." Negli altri articoli era specificato che ogni contratto poteva essere prorogato al massimo una volta, che tra un contratto e il successivo doveva passare al minimo un certo lasso di tempo (20 giorni normalmente), che nel contratto dovevano essere essere specificate le motivazioni per apporre un termine, e che in caso di non osservanza di questi vincoli e del limite temporale il lavoratore poteva fare ricorso e la pena per il datore di lavoro era la trasformazione a tempo indeterminato del contratto. In altre parole la pena era tenersi il lavoratore (con inversione piena della dottrina marxista).

Il successo del tempo determinato
E' stato scarso all'inizio, ma l'11 settembre e il ministro Tremonti hanno depresso l'economia italiana (fino al 2001 in ottima crescita) e i datori di lavoro, sempre alla ricerca di sistemi per abbassare il costo del lavoro e programmare con meno rischi (dribblando l'articolo 18) l'hanno pian piano scoperto fino ad adottarlo con entusiasmo crescente, ma sempre senza suscitare grande interesse nei sindacati. Il 2003 è stato l'anno del Patto per l'Italia firmato da CISL e UIL (ma non  dalla CGIL) con il tentativo di abolizione dell'art. 18, della battaglia della CGIL per difenderlo e della legge Biagi, ma del tempo determinato si è continuato a parlare molto poco, mentre l'uso si estendeva sempre di più, incrementando anche il contenzioso e diventando progressivamente visibile sui media.

I tentativi per controllarlo
L'Ulivo tornato al potere (fragile) nel 2006 si è posto il problema del tempo determinato (TD) e ha tentato di risolverlo con il "protocollo welfare" del 2007. Tentativo a vuoto, anzi effetti opposti: non ha eliminato e neanche diminuito il TD, ma in compenso ha generato una espansione del contratto di collaborazione (che è peggio per il lavoratore) e del precariato. Il centro destra tornato rapidamente al governo nel 2008 fa un secondo tentativo nel 2009, ma indirizzato alla riduzione del contenzioso, accorciando i tempi per i ricorsi: effetti minimi. Il governo Letta col ministro Giovannini tenta la strada dell'apprendistato decontribuito (meno costoso) per ridurre il TD come contratto iniziale: effetto poco più di zero. Il governo Renzi infine col ministro Poletti fa nel 2014 un intervento più incisivo "pre jobs act" nella direzione del contenzioso, liberalizzando i vincoli del contratto a TD e rimandando al jobs act la soluzione del problema. (In fondo al post qualche informazione in più su questi tentativi).

Il jobs act ovvero la soluzione per il tempo determinato
Almeno così doveva essere, anche secondo logica. Se il datore di lavoro può chiudere il contratto in qualsiasi momento e senza motivazioni (ciò che gli stessi datori di lavoro chiedevano da tempo in analogia a praticamente tutti i paesi stranieri), con costi certi anche in caso di contenzioso, perché mai dovrebbe scegliere un contratto con scadenza, che non fidelizza il lavoratore e che comunque è limitato a 36 mesi?
All'inizio è andata proprio così: ma c'era la decontribuzione quasi totale e il vantaggio economico per il datore di lavoro era un'occasione da non perdere. In più, per le piccole imprese c'era ora la possibilità di sistemare i loro precari "storici" potendo ora superare il limite dei 15 dipendenti.

Con la fine della decontribuzione è invece tornato il tempo determinato
Non come lo descrivono i titoli di Repubblica ("crollo dei contratti a tempo indeterminato jobs act!") perché in realtà è una diminuzione della crescita, che non è la stessa cosa. Ma il fatto resta.
Il problema è che ormai il datore di lavoro (privato) ha apprezzato i vantaggi specifici del tempo determinato, particolarmente vantaggiosi in periodi di futuro incerto, ed è restio ad abbandonarli:
  • eliminazione dello "stress da licenziamento": è un momento difficile anche per il datore di lavoro, soprattutto se deve scegliere; col TD non ha problemi: aspetta la scadenza e deve solo trovare qualche scusa quando ormai l'ex dipendente è fuori;
  • il licenziamento rimane un trauma anche perché le politiche attive di ricollocazione faticano a partire; in Danimarca dove funzionano da anni (la famosa "flexecurity" a cui è ispirato il jobs act) è un evento non gradito ma non drammatico;
  • programmazione dei costi: molto più semplice, se ha un progetto a termine, ha anche i dipendenti a termine e i costi completamente sotto controllo; se prosegue o ne acquisisce un altro nessun problema; se invece chiude e non ha altri progetti per pagare gli stipendi, evenienza possibile in un mercato piatto e molto competitivo, deve solo non rinnovare i contratti;
  • da aggiungere che anche il futuro normativo è incerto, nel senso che il prossimo governo nel 2018 potrebbe ripristinare l'articolo 18 con il reintegro non si sa con quali effetti retroattivi; c'è stato già anche un referendum proposto dalla CGIL e poi dichiarato incostituzionale ma l'esito  non pareva una conferma, e questo scenario non invoglia i datori di lavoro a inserire personale con un quadro contrattuale che forse potrà cambiare, con effetti non chiari sul personale a tutele crescenti;
  • infine, ultimo ma non meno importante: il costo; il TD come contratto costa un poco di più (riforma Giovannini), l'1,4% in più, ma col TI il datore di lavoro deve pagare il "ticket di licenziamento", 489 € per anno di lavoro (ma con un massimale); alla fine dovrà pagare di più col TI e tutto in una volta.
In sintesi meglio aspettare, in assenza di incentivi economici significativi, e non esporsi troppo con dipendenti che magari diventano "posti fissi".
Certo, non fidelizza i dipendenti, il personale della sua impresa non sarà un team vincente e permeato dalla mission aziendale, ma un gruppo di mercenari demotivati e pronti a passare al nemico se si presenta l'occasione (o rassegnati a vita), ma a quanto pare il datore di lavoro italiano medio (non tutti per fortuna) si accontenta di sopravvivere.

E così la situazione è quella che si vede sintetizzata nella Nota trimestrale tendenze occupazione (MLPS, Istat, Anpal e altri) a giugno 2017: il tempo determinato sorpassa di nuovo il tempo indeterminato e ritorna in testa (vedi la terza coppia di grafici dall'alto).

Rimedi?
Quelli decisivi sono i soliti e non sono facili: immettere fiducia nel futuro, consapevolezza delle proprie capacità, consapevolezza della importanza di avere risorse fidelizzate ed esperte, e accompagnare il jobs act con politiche attive efficaci e di cui è sperimentata l'efficacia. E coesione sugli obiettivi che sono interesse di tutti. "Vasto programma".

Di più immediata attuazione interventi sul costo del contratto: deve essere incrementato quello del TD (ad esempio nella stessa percentuale dei contratti in somministrazione: 10-15%) e diminuito quello del contratto a tutele crescenti: almeno la convenienza economica la si può togliere dalle motivazioni del datore di lavoro e il tasto costi è sempre il più sensibile.
Per una fase transitoria può essere anche utile (pare brutto ma è così) la eliminazione del vincolo a 36 mesi. Meglio una successione di contratti a TD che la rotazione sugli stessi posti con moltiplicazione del precariato, prendiamone atto fino al decollo delle politiche attive e del sistema duale. I datori di lavoro dovranno decidere se la loro passione per il tempo determinato vale il sensibile costo aggiuntivo.



Allegato: la lunga storia dei tentativi di controllare il tempo determinato

Primo tentativo: il protocollo welfare (governo Prodi)
Nel 2006 l'Ulivo è tornato a governare (un po' fortunosamente) e il tempo determinato era ormai non ignorabile e così è arrivato il primo tentativo per ridurlo o almeno controllarlo: il "Protocollo welfare" del 2007. Che imponeva un ulteriore vincolo, molto stringente: la somma dei contratti a TD tra un lavoratore e un datore di lavoro non poteva superare 24 mesi più 12 mesi sotto certe condizioni. Dopo, sosteneva l'ingenuo legislatore, il datore di lavoro non aveva più alternative: doveva assumere il lavoratore a tempo indeterminato. Solo che in una situazione di eccesso di domanda di lavoro rispetto all'offerta il datore di lavoro aveva un'altra soluzione: assumere un altro lavoratore. Per i lavoratori che avevano superato i 4 anni (o più in alcuni casi di deroghe) restava il regalo della legge Biagi (sempre centro destra) del 2003: la collaborazione a progetto. retribuzione più bassa, meno diritti, meno contributi, più precariato. Un caso classico di "eterogenesi dei fini" come dicono gli eruditi che però tale è rimasto sino ad ora, sempre accompagnato dal disinteresse di CGIL e altri sindacati.

Secondo tentativo: disincentivazione del contenzioso
Moltiplicazione dei contratti a TD vuol dire espansione del contenzioso, dei ricorsi da parte dei dipendenti non rinnovati, basati sulla contestazione della motivazione per l'apposizione del termine al contratto. Il governo Berlusconi II del 2008, tornato rapidamente al potere, interviene sui tempi per impugnare il mancato rinnovo e presentare il ricorso, ridotti a 4 mesi (erano come per qualsiasi querela di parte: 5 anni). Effetti scarsi: tranne chi riponeva speranze nel datore di lavoro per un prossimo contratto (non molti purtroppo, e ancor meno dopo i 36 mesi) molti facevano l'impugnativa in ogni caso. Una semplice lettera di avvocato, non molto costosa.
Passa poi senza effetti il successivo governo di emergenza Monti del 2011 perché la riforma Fornero del lavoro non tocca proprio il TD.

Terzo tentativo: ridurlo almeno per i giovani e il primo impiego
Il governo Letta del 2013 si pone nuovamente il problema e con il ministro Giovannini punta invece a ridurlo puntando all'apprendistato: visto che il TD si pensa sia usato soprattutto come "periodo di prova" improprio, lo si vuole sostituire con un apprendistato meno costoso per il datore di lavoro (decontribuzione) incrementando in parallelo (ma di poco) il costo del TD rispetto al tempo indeterminato. Introduce però un vincolo all'assunzione a tempo indeterminato per gli apprendisti (non possono essere meno di un tot) richiesto ovviamente dai sindacati e in particolare dalla CGIL che dal governo Letta erano ancora ascoltati, e di conseguenza la nuova misura viene quasi totalmente ignorata dai datori di lavoro, tranne che per le posizioni per le quali avrebbero comunque fatto un contratto a tempo indeterminato (un risparmio solo per le grandi aziende che comunque avrebbero pagato i contributi). Ancora una volta le buone intenzioni scollegate dalla realtà si rivelano un boomerang.

Il quarto tentativo col governo Renzi
Si arriva al governo Renzi che col ministro Poletti nel 2014 fa invece un'operazione "pre jobs act" di liberalizzazione: niente più causale per l'apposizione del termine e possibilità di più proroghe. Fino a 8 all'inizio, poi ridotte a 5, dopo una incomprensibile battaglia della sinistra del PD (5 o 8 è la stessa cosa perché la durata totale rimane sempre 3+1 anni). Un intervento diretto alla riduzione del contenzioso e stavolta efficace, ma che ovviamente rimanda al jobs act l'obiettivo di ridurlo.

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