giovedì 7 novembre 2019

I Lager libici esistono veramente?

I LAGER LIBICI. Argomento molto delicato, si rischia facilmente di essere presi per suprematisti nemici dei diritti umani. Ma, essendo la principale motivazione per l'accoglienza indiscriminata, un approfondimento sarebbe necessario. Un paio di settimane fa su L'Espresso si poteva leggere finalmente la testimonianza di una giornalista che era andata a visitarli, la storia di copertina era infatti "Libia. Quello che non vogliamo vedere". In effetti sono pochi i reportage di giornalisti che li abbiano visitati, tutto quello che sappiamo lo abbiamo appreso dai racconti dei migranti salvati. L'articolo in realtà non dice molto e di campi la giornalista ne ha visitato solo uno, pare, ma si possono lo stesso capire diverse cose.

Iniziamo dal nome, che è la cosa più importante nell'era della comunicazione. "Lager" in tedesco significa "campo" e di per sè non vuol dire nulla se non sappiamo che tipo di campo è. Escludendo l'agricoltura, i campi possono essere "di accoglienza temporanea" (anche quelli post-terremoto lo sono), "di detenzione" o, purtroppo, novità del 900, "di sterminio". Quest'ultima tipologia è quella che viene in mente per prima, perché la shoa è qualcosa che viene giustamente ricordato sempre, e quindi "lager libici" provoca istantaneamente questa associazione di idee.

Nel caso dei lager libici, anche dall'articolo e dalle poche foto a corredo, nonché da altre testimonianze, si deduce che non sono certamente "campi di sterminio" come quelli dei nazisti. L'obiettivo di chi li gestisce non è sterminare un popolo o tutti quelli che vi entrano. Ed inoltre, le persone detenute sono arrivate in Libia di loro spontanea volontà, anche se probabilmente ingannate, non su carri piombati.
I campi, come si capisce dall'articolo, sono di tre tipi:
(1) campi "di accoglienza" gestiti dalle autorità ufficiali del governo libico (quella che sia);
(2) campi "di accoglienza" dati in gestione più o meno legalizzata dal governo libico a organizzazioni para-governative
(3) campi "di detenzione" gestiti da gruppi criminali che operano nel settore.

Un campo di detenzione in Libia - La foto (sempre de L'Espresso) è però precedente, del 2017
La parola "accoglienza" deve essere approfondita. Riguarda in realtà le persone che entrano nel paese (anche in Italia e in Europa) senza visto, in modo irregolare, ma chiedono asilo. In attesa di verificare se ne hanno diritto vengono appunto ristretti in un "campo di accoglienza", che è anche, fino a che non arriva l'ok, un "campo di detenzione". Se non ci sono i requisiti per l'asilo, nel mondo ideale, sono rimpatriati. Tutto ciò in base agli accordi del 2017, dovrebbe avvenire sia in Italia sia in Libia.

Nel mondo reale e in particolare in Libia, dove un vero governo non è neanche chiaro se ci sia, le cose vanno in modo un po' diverso. Ci sono anzitutto alcuni campi del tipo (1), gestiti dal DCIM libico (Dipartimento contro l'immigrazione clandestina) dove le regole di detenzione temporanea sono simili a quelle in uso da noi. Le condizioni del campo non sono ideali ma per motivi pratici ed economici (bagni insufficienti ecc.), non per crudeltà di chi li gestisce. La giornalista (Francesca Mannocchi) ha visitato appunto uno di questi e ha parlato con il direttore del DCIM El Mabruk Abulhafid, che definisce "un uomo sincero" che parla "con coraggio".

Dalla conversazione si apprende che esistono anche i campi di tipo (2) e (3). Che hanno obiettivi simili tra loro, anche se chi li gestisce nel primo caso ha una copertura governativa e nel secondo la copertura deriva invece dal fatto che si tratta di gruppi armati.
L'obiettivo di chi gestisce questi campi è, banalmente, spellare i migranti che vi arrivano, ricavando da loro il più possibile in termini di denaro. Il meccanismo è semplice e si può ricavare da altre fonti, in particolare interviste nei paesi di origine.
I trafficanti con loro emissari vanno a cercare aspiranti migranti in località rurali o in generale tra soggetti poco informati, proponendo l'arrivo in Europa con costi che sono un decimo o anche molto meno di quelli reali, quindi che appaiono fattibili a chi ha un reddito che è un decimo o un cinquantesimo del nostro. Il viaggio procede regolarmente fino ai campi ("di sosta" in questo caso) in Libia e lì si fermano, all'inizio probabilmente con la scusa di attendere le condizioni giuste per il viaggio via mare. Ma poi comincia il ricatto, in pratica diventano ostaggi dei trafficanti, che chiedono molti più soldi, loro contattano disperatamente le famiglie in patria o già in Europa, ci sono rilanci, torture, stupri e violenze per chi resiste e tutto il resto che purtroppo sappiamo.

Quelli che riescono a mettere da parte le cifre enormi che conosciamo vengono messi in mare sui gommoni speciali per i migranti con tanto di giubbotto salvagente (se hanno pagato tutto) o senza (se non hanno pagato questo extra) oppure, nuovo sistema dall'anno scorso dopo i "decreti sicurezza", su navi più grandi che poi li mollano su barchini che a malapena possono raggiungere la riva, dai quali saranno salvati come naufraghi.

Quindi in sintesi in Libia non ci sono "lager" intesi come "campi di sterminio" ma ci sono invece pesanti violazioni dei diritti umani derivanti soprattutto dall'assenza di un governo che controlla il territorio. Adottando la linea "accogliamoli tutti" non si risolverebbe però affatto il problema, anzi il contratrio, si moltiplicherebbero per i trafficanti le occasioni di guadagno, perché sarebbero molti di più gli aspiranti migranti che cadrebbero nella loro rete. E si rafforzerebbero i gruppi armati e paramilitari per i quali evidentemente il traffico di immigrati clandestini è una importante fonte di finanziamento.



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